Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

La “Corona Macheronica” di B. Bocchini - sec. XVII

Un componimento poetico con i Trionfi dei tarocchi bolognesi

 

 Saggio di Andrea Vitali, dicembre 2020

 

 

Di Bartolomeo Bocchini (Bologna 1604 - Bergamo o Venezia 1648/1653), di cui abbiamo scritto in diversi nostri saggi (1), abbiamo individuato un lungo testo all’interno del poema la Corona Macheronica, scritto in dialetto veneziano, in cui nel raccontare una partita a tarocchi fra Zagno e Zagna (entrambi personaggi della Commedia dell’Arte), la donna da lui molto amata nonostante questa non dimostrasse un così forte attaccamento nei suoi riguardi, viene a descrivere le lagnanze dell’uomo per come veniva trattato dalla donna, tanto da farlo giungere a dire, al termine, di volerla al più presto abbandonare, dato che se non l’avesse fatto, lo si sarebbe potuto annoverare quale novello Bagattino, ovvero imbroglione, fra due Zaffi (guardie).

 

Prima di entrare nel vivo della descrizione del testo e per farlo comprendere al meglio, ripercorriamo brevemente la vita e le opere del Bocchini. Poiché la sua famiglia era originaria di Sant’Agata Bolognese nei cui pressi scorre il torrente Muzza, egli, nel principiare a calcare le scene della commedia dell’arte, scelse di nominarsi Zan Muzzina. Una passione, quella per la commedia, che alternò alla pittura, prediligendo ritratti di mendicanti, guitti, ciarlatani, ovvero lo stesso mondo cui dava vita sulla scena e che rappresentava anche nelle sue composizioni poetiche, tanto che nella sua dedica a Giovanni Francesco Barbieri da Cento, ovvero il Guercino, nell’opera Miscuglio di Pensieri scrisse: “Sō Zagno frà i Pittor, Pittor frà i Zagni” (2).

 

Zagno sta per Zanni (forma dialettale di Giovanni o Gianni), personaggio del servo nella Commedia dell’Arte, rappresentato in origine da un contadino bergamasco povero e ignorante per poi diventare da un lato il servo furbo e intrigante, come Brighella, dall’altro il servo sciocco e ridicolo qual è Arlecchino.

 

Fu il Bocchini a chiamare quel personaggio Zagno, nome non accettato da molti, così come l’autore scrive al Cortese Lettore nel volume che raccoglieva tutte le sue opere (3): “Sono molto giorni (ò affettionato alla mia penna Zagnesca) ch’io non mi son fatto sentire con le solite Zagnarie; Onde ti credera, i ò che sia morto, ò che i Zagni à calze sciolte m’habbian datto un cavallo per molti errori commessi nelle Zagnate di prima. Cotesti in alcuna maniera non possono tolerare questo nome di Zagno, e Zagna, e tengono opinione, che assolutamente io gli habbi à proferire per Zanni e Zanna”.

 

Da giovane, a causa di un amore infelice, abbandonò Firenze per Roma dove divenne soldato. Ritornato nella natia Bologna, sempre a causa di vicissitudini amorose, riparò a Venezia dove venne molto apprezzato nel ruolo di Zanni in diverse rappresentazioni, oltreché per aver composto in dialetto veneziano poesie e canzonette. Ma la sorte continuò a non essere benigna nei suoi confronti, in quanto si ridusse in povertà, venendo poi imprigionato e cadendo in ultimo ammalato. Ripresosi dalle sventure, tornò a Bologna dove condusse una vita senza più preoccupazioni né amorose né economiche, iniziando a scrivere in italiano, fra cui la Piva Dissonante e il Lambertaccio, oggetto quest’ultimo di una nostra trattazione (4). 

 

Diverse sue opere furono pubblicate senza data, circolate dapprima in fogli volanti, come la Prima Parte della Corona Macheronica anteriore al 1635, mentre ci è sconosciuta la prima edizione della Seconda Parte, in quanto giunta a noi in seconda e terza impressione, rispettivamente nel 1646 e 1648.

 

Per concludere l’elenco delle sue opere, ricordiamo Il Trionfo di Scappino, parte prima e Del trionfo della Zagnara parte seconda apparse nel 1648, mentre è rimasta inedita l'Absalon, tragedia in un prologo e cinque atti, ora conservata presso la Biblioteca Universitaria di Bologna (5).

 

 

 

Corona Macheronica

 

 

 

L’interesse verso la Corona Macheronica (6) risiede nel fatto che nel raccontare quanto sopra esposto, l’autore fa riferimento per ogni sestina a un singolo Trionfo dei tarocchi bolognesi, esclusi i Quattro Papi ovvero la Papessa, il Papa, l’Imperatrice e l’Imperatore, trasmettendoci l'ordine dei Trionfi Bolognesi che, per l'epoca seicentesca, risulta come secondo dopo il Lotto Festevole del Croce del 1602 (7).

 

L’ordine dei Trionfi così come riportati in ciascuna sestina risulta di tipo A (8):

 

Anzolo

Mondo

Sol

Luna

Stella

Saetta (Torre)

Diavolo

Morte

Traditor

Vecchio (Eremita)

Roda (Ruota di Fortuna)

Forza

Giusta (Giustizia)

Tēpra [Temperanza]

Carro

Amor

Matto (La posizione del Matto prima del Bagatto è quì da addebitarsi eslusivamente alle esigenze del racconto) 

Bagattin

 

Riportiamo di seguito i versi con cui ha inizio le Seconda Parte Della Corona Macheronica, riguardante la partita a tarocchi fra Zagno e Zagna, dando spiegazione dei lemmi utilizzati nell’uso ludico e traducendo in libero italiano ogni singola sestina.

 

 

DELLA CORONA

MACHERONICA

 

SECONDA PARTE.

 

Giuoca à Tarocchi con la sua Donna, e smeschia (1) tutta la granda (2).

 

 

(1) smeschia = mescola

(2) granda = tutti i Trionfi, cioè gli Arcani Maggiori

 

 

La mia donna me sfida

   Per attaccar partida,

   E co i Tarocchi in man vuol pur, che casca

   A svodarme la tasca;

   Per questo ogn' hor s'inzegna,

   Dandome de la Fava perche segna.

 

[La mia donna mi sfida a giocare una partita e con i tarocchi in mano vuole che io perda per svuotarmi la tasca; per questo si ingegna sempre dandomi semi di fava da segnare i punti (ma anche, in senso allegorico, dandomi dell’incapace perché vince sempre lei)]

 

La và attizando el fuogo,

   Ch’ella vorave in ziogo
   Duoi rivali co i quai mì no ghe tratto,
   Che così è ‘l nostro patto,
   E me fà st’ostinada,

   Smenchiar tutta la Granda a la sfilada.

 

[Ella fa crescere la tensione fra di noi  perché voleva che giocassero (anche) due miei rivali (in amore) con i quali non ho alcunché a che fare, dato che ci eravamo accordati in tal senso (l’autore fa qui riferimento a situazioni precedenti) e questa ostinata mi fa mescolare in fila tutti i Trionfi].


El dirghe villania

   Xè robba tratta via,
   Perche posso così criar al muro,
   E voi metter seguro
   Un pistolese in ovra,

   Se l'Anzolo la man no me tien sovra.

 

[Se le dicessi che è una villana sarebbe cosa vana, perché se lo gridassi al muro sarebbe la stessa cosa,e voglio per questo sicuramente mettere mano a un coltello, a meno che l’Angelo non mi fermi]


Gran dir, che la no vogia

   Se nò vegnirne a nogia,
   Col darme ogn’or desgusti, e far despetti;
   Mostrando da sti effetti,
   Ch'ella xè così matta,
   Ch’al Mondo un'altra egual no se ne catta.

 

[É un gran dire che lei non ha voglia di non venirmi a noia col suo farmi ogni tipo di disgusti e dispetti, mostrando con tal fare di essere talmente matta che al Mondo una simile non si trova]

 

Vardè, ch'ella s'inzegna

   D’haver mai fassi, ò legna
   In casa, ne che pan, ne vin ghe canta,
   Ma per esser furfanta
   Se’n vive a tiera, e credo,

   Ch'al Sol se scalda quãdo ghe vien freddo.

 

[Guardate come si ingegna per non avere mai in casa fasci e legna, neppure pane o vino buono, e nel suo essere furfante vive in terra (cioè senza comodità, allo scopo di intenerire l'amante affinché le regali ciò di cui ha bisogno), per cui credo che si scaldi al Sole quando fa freddo]

 

La xè ben destinada

   Sta grama desgratiada
   A stentar’ a i sò dì, perche da poca
   La stà d’ogn’ora in oca,
   E s’un ghe dise, ò afferma,

   Che la Luna è nel pozzo, ella el conferma.

 

[Per i suoi modi è ben destinata a vivere di stenti i suoi giorni, dato che da poveretta vive ogni momento come se fosse un’oca, cosi che se uno le dicesse che la Luna è nel pozzo, lei ci crederebbe] 

 

L'è ben pò ver, che in viso

   La par proprio un Narciso,
   E senza aiuto d’acque, ò de sbelletto
   Se cognosce in restretto
   Con manco se fa bella,

   Che la resplende al par d’una gran Stella.

 

[È in ogni modo vero che in viso sembra un Narciso (grandemente bella) e senza aiutarsi con il lavarsi o dandosi del belletto (trucco), si conosce subito che anche se non si  cura risplende come una grande Stella]

 

Mì mò, che la me piase

   Vorave star in pase;
   Ma quel trovarghe ogni dì in casa zente,
   Xè causa, che ‘l se sente
   Un strepitar, e un chiasso,

   Che la Saetta no fà tal fracasso.

 

[Per cui, dato che mi piace molto, vorrei starmene in pace, ma per il fatto di trovare ogni giorno gente in casa, succede che si sente uno strepitio e un chiasso che la Saetta non farebbe un fracasso simile]


Ogni dì la s'impicca
   Sol per vincer sta picca,

   E perche la no puol farmele in fazza,
   M’inzuria, e me strapazza;
   Si, che soffrir no posso,

   Che ‘l Diavolo me vien pur troppo adosso.

 

[Ogni giorno si dà da fare solo per avere ragione, e dato che non può farmi dispetti sfrontatamente, mi ingiuria e mi strapazza in tal modo che io cerco di soffrire il meno possibile, poiché il Diavolo (la tensione) mi si piomba troppo addosso]

 

Hò segur per custia
   Da far qualche pazzia,

   Perche cōpagni ī stò mio amor no vogio,

   E spinto dal cordogio
   Podria fora de questo

   La Morte de qualcun succeder presto.

 

[Sicuramente nei suoi confronti dovrò fare qualche pazzia, dato che, o compagni, non voglio vivere un amore di tal genere, per cui spinto dal cordoglio potrei far accadere presto senza dolermi la Morte di qualcuno]

 

Quà me sarà concesso
   De far un sforzo adesso,
   Che in mì necessità la leze hà rotto,
   E con el starghe sotto
   Ogn’un me tien per pazzo;

   Ma son un Traditor se no l'ammazzo.

 

[In questa situazione mi sarà concesso ora di fare uno sforzo, dato che per il mio bene la necessità mi impone di compiere qualcosa di illegale, e col vivere sempre sottoposto a lei, ognuno mi considera un pazzo, ma chiamatemi Traditore se non l’ammazzo].

 

La me và pur tentando,

   Perche m’acquista un bando,
   Col trovarme ogni dì niova burasca,
   Ma no son più una frasca;
   Anzi vedo nel specchio,

   Ch’a i travai di custia son fatto Vecchio.

 

[Nonostante ciò, mi tenta in continuazione come se fosse un bando di legge il farmi trovare ogni giorno una nuova burrasca, ma io non sono più un giovinotto, anzi vedo nello specchio che le pene che questa donna mi procura mi hanno fatto diventare Vecchio]

 

La vorria con sto trotto

   Che me cazzasse sotto
   El terzariol conforme la mia usạnza,
   Striccandolo in la panza
   Al primo, che contrasta,

   Ma la Roda no tien perche l'è guasta.

 

[Vorrei che lei si adeguasse a me, che tendesse la vela di terzarolo come faccio io, avvolgendola al primo buco (della struttura in legno formata da una serie di  buchi che servivano per tirare in gradazione le vele), ma la Ruota (timone) non tiene, perché è rotta]                                                                                                                                                                                                                                   

Me vuol un bel inzegno

   Per non uscir del segno,
   O no cascar in qualche bizzaria
   Per amor de custia,
   Qual tutto el dì me sforza,

   E tegnirò romperme el col per Forza.

 

[Mi occorre un bell’ingegno per non uscir fuori di testa o non cascare in qualche azione strampalata a causa dell’amore che provo verso costei, il quale tutto il giorno mi tiene in tensione, e sono certo che per Forza mi romperò il collo]

 

Tegno cinzer per ella
   La spada, e la rodella,
   E portar sempre el zacco, e la celada;
   Perche sta desgratiada
   Ogn' or con qualche inganno
   La Giusta la sò mira a darme danno.

 

[A causa sua tengo la spada e la rotella (parte di bracciale che armava l’antibraccio, talora anche guanto di ferro) e porto sempre il corsetto e l’elmo, dato che questa disgraziata con qualche inganno Giusta (aggiusta) sempre la sua mira per procurarmi danno]

 

Se ben son arabbio,

   No son però amattìo,
   Da tesser le question, ch'ella prepara,
   Anzi scanso la zara,
   Perche rason, e inzegno

   Tēpra ī mi quel furor, che move el sdegno.

 

[Sebbene sia arrabbiato non sono però diventato talmente matto da non studiare ogni azione che ella prepara contro di me, anzi, scanso il pericolo perché ragiono e mi ingegno con la Temperanza a moderare in me quel furore che mi smuove lo sdegno]

 

Armado de patienza
   Fazzo tal penitenza,
   Per dar quanto se puol gusto a sta bestia
   Priva d ogni modestia,
   E pò lambicco giusto,

   Da poco spasso un Carro de desgusto.

 

[Armato di pazienza faccio una simile penitenza, per accontentare il più possibile questa bestia priva di qualsiasi modestia, e poi giustamente ragionando da quel poco divertimento che mi dà, mi arriva un Carro pieno di Disgusto]

 

Vedo ben mò seguro,

   Che ‘l mio destin sì duro
   M’ hà sottoposto a le disgrazie, a i stenti;
   E frà mille tormenti
   Scorgo con tanto affanno,
   Amor amaro, in donna, che dà danno.

 

[Vedo per certo che il mio duro destino mi ha sottoposto a disgrazie e a stenti, e fra mille tormenti mi rendo conto con tanto affanno che l’Amore amaro di donna provoca danno]

 

Deh maledetto sia,

   Chi me fè de custia
   Incapricciar; perche 'l me vien pensiero,
   A confessarve el vero,
   De tagiarme el gargozzo,

   O trarme come Matto dentro un pozzo.

 

[Deh, sia maledetto chi mi ha fatto invaghire di questa donna, perché mi viene il pensiero, confessandovi il vero, di tagliarmi la gola o di andare a buttarmi, come un Matto, dentro a un pozzo].

 

Tal che per fin prometto

   De volerla in restretto
   Abbandonar sol per fornir la fola,
   Perche sta mariola
   Me farave bel bello,
   Frà mezo a i Zaffi, un Bagattin novello (9).

 

[Così che, per concludere, prometto di volerla fra breve abbandonare, soltanto per fantasticare, perché questa furfanta, mi farà diventare pian piano un novello Bagattino (imbroglione) fra due sbirri (guardie)]

 

Note

 

1 - Si vedano i saggi La Pazzia de’ Savi - 1641 e Un sonetto in dialetto modenese del Cinquecento.

2 - Miscuglio di Pensieri. Rime Zannesche, Prima e Seconda Parte, di Bartolomeo Bocchini, detto Zan Muzzina della Valle Retirada, In Modona, Per Bartolomeo Soliani, 1647, p. 11.

3 - Raccolta di Tutte l’Opere di Bartolomeo Bocchini detto Zan Muzzina, In Modona, Per li Soliani Stāpatori Ducali, 1683.

4 - Al saggio La Pazzia de' Savi - 1641.

 5 - Cod. 1882.

6 - La Seconda Parte della Corona Macheronica di Bartolomeo Bocchini detto Zan Muzzina, In Modona, Per Bartolomeo Soliani, 1648.

7 -  Si veda al saggio L'ordine dei Trionfi.

8 - Si veda al saggio L’Ordine dei Trionfi.

9 - La Seconda Parte della Corona Macheronica, op. cit., pp. 4-8.

 

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