Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Gesuiti e altri religiosi fra carte e tarocchi

Ombre e luci

 

Saggio di Andrea Vitali, gennaio 20120

 

La Compagnia di Gesù (Societas Iesu), fondata nel 1534 a Parigi da Ignazio di Loyola con lo scopo di predicare in Terra Santa - progetto che venne abbandonato appena tre anni dopo - e di sottostare esclusivamente agli ordini del Papa, venne ufficialmente approvato da Paolo III nel 1540. Nel 1773 in seguito ad accuse di corruzione, clientelismo e avidità, l’Ordine venne dissolto da Clemente XIV, rimanendo in vita solo nella Russia dalla zarina Caterina. Nel 1814 venne ricostituito da Papa Pio VII.

 

Se su componimenti di diversi gesuiti abbiamo già scritto in nostri saggi (1), quanto segue è per sottolineare certi loro atteggiamenti riguardanti il gioco delle carte in genere e i tarocchi, oltre ad azioni da loro compiute per salvaguardare la salute delle anime di persone eccessivamente appassionate di tali giochi.

 

In un Monologo descrivente pie opere compiute da eminenti gesuiti (2), veniamo a conoscenza della situazione che indusse alla conversione Padre Luigi Nugnez, spagnolo di nascita che, prima di offrire la sua vita a Cristo, conduceva una vita dedita ai soli piaceri, fra cui il giocare a carte. Incuriosito di un predicatore gesuita che a Palermo, dove il Nugnez viveva al servizio del Duca di Bivona, attirava un vasto pubblico di fedeli, volle andare ad ascoltarlo con gli amici, anche solo per farsi quattro risate dei suoi sermoni. Inevitabilmente avvenne il contrario:

 

30 gennaio 1576

 

Del P. Luigi Nugnez

 

I. Il P. Luigi Nugnez Spagnuolo venne da Secolare in Sicilia, dove servia di Coppiere al Duca di Bivona, D. Pietro di Luna, e tra Cortigiani di lui non cedeva a niuno il vanto di giuocatore perduto dietro alle carte, e di Gentiluomo inteso a darsi bel tempo.

 

II. Predicava allora nella Chiesa del Collegio di Palermo il Padre Girolamo Ottello, con un maraviglioso concorso. Il Nugnez sentì dire gran cose delle conversioni, che operava Iddio per mezzo di quel suo Servo: e vennegli talento di condursi a udirlo, non per desiderio di migliorarsene, ma per una certa soddisfazione di sua capricciosa curiosità. Onde una volta invitati seco i compagni, ch’erano del suo crocchio, Andiamo, disse, andiamo a udir le gran cose, che si contano di questo Ciurmadore de Gesuiti. Andovvi, ma appena si fe a udirlo, che cambiò affetti, e pensieri, e ſi risolvette di dare un perpetuo addio alle vanità, a passatempi, al giuoco, alla Corte, e al Mondo. Invaghito della Compagnia, e ottenuta licenza dal Duca suo Signore, domandò d’entrare tra noi” (3).

 

La tendenza, in ogni modo, era quella di denigrare l’operato dei gesuiti: l’eccessiva propensione a controllare le azioni delle persone valutando ogni loro minimo errore conosciuto attraverso la confessione, viene ironicamente così descritta nella seguente sestina:  

 

Per confessor se vanti un Gesuita

Devi crearlo despota assoluto

D’ogni azione e pensier della tua vita.

Sin del libero arbitrio a lui tributo

Irrevocabilmente offrir tu dêi.

In faccia a Ignazio allor perfetto sei.  (4)

 

Le confessioni e le prediche erano gli argomenti su cui maggiormente puntavano il dito non solo gli anticlericali, ma anche molti cattolici, ritenendo che non ne avessero ottenuto né l’approvazione né la facoltà per esercitarle. La loro reputazione nel 1761 (anno di pubblicazione del documento successivo che andremo a riportare) anticipa di dodici anni l’inevitabile abolizione dell’Ordine. Motivi: corrottissima morale, servitori dei ricchi e dei potenti, desiderosi solo di accumulare ricchezze.

 

Il seguente documento settecentesco parla di un Cavaliere fiorentino il quale mette in guardia il generale dei gesuiti sulla necessità di riformare l’ordine, sine qua non la sua inevitabile abolizione. L’anonimo autore si avvale di un artifizio per procedere alla pubblicazione del libro, uno stratagemma ben pensato. Egli racconta all’inizio dell’opera, come Avvertimento al lettore, che uno staffiere, mentre stava camminando verso la sede dei gesuiti, aveva perso una corposa lettera la quale, una volta raccolta dai passanti, venne consegnata all’editore (rimasto ovviamente anonimo) affinché procedesse alla sua pubblicazione. L’argomento era troppo sfizioso per non farlo passare inosservato.

 

AVVERTIMENTO

 

“Questa Lettera fu veduta in Roma cadere in terra di tasca d’uno Staffiere, che era incamminato verso il Gesù. Fu raccolta tosto, e la direzione, e la mole straordinaria del Plico mossero a curiosità di dissigillarla, e leggerla; il zelo poi fu quello, che in vece di mandarla al suo destino, mosse a farla rendere pubblica colle stampe. Chi si prese quest’ardimento ne dimanda pertanto benigno perdono al Nobile Autore, chiunque siesi, e lo assicura insieme, che prima della pubblicazione, ne sarà fatta tenere segretamente copia in mano del Reverendissimo Padre Generale, conforme al desiderio, ed intenzione di esso Autore ec.” (5).

 

Venendo al passo di nostro interesse, troviamo il Cavaliere fiorentino asserire che il popolo stimava le assoluzioni date dai gesuiti simili a quelle del Papa monco, espressione che per la plebe fiorentina significava “dare dei pugni o meglio dei punzoni” (6). Assoluzioni di nessun valore, come se fosse stata data dal “Papa sei” dei tarocchi il quale non valeva nulla (7).

 

Oltre a ciò, il Cavaliere non lesina quanto il popolo pensava dei gesuiti, un feroce attacco motivato dal considerarli schiavi dei “vizi più scellerati”:

 

 “Sono dugento, e più Anni, che vi viene esposto, con prove evidenti; che Voi confessate, predicate ed esercitate tutti gli altri Uſſizj Ecclesiastici, senza vocazione, e per conseguenza senza legittima potestà, ed in pregiudizio dell'autorità Vescovile. Si prova; perchè Voi altri Gesuiti avete sempre voluto confessare, e predicare, senza esporvi all’esame, e senza averne l'approvazione, la facoltà, e la destinazione da' Vescovi respettivi; ed in qualche paese vi siete piuttosto esposti ad essere cacciati, come ladri, a furia di sassate, che sottomettervi all'autorità dei Vescovi; Quelli, che così conſessano; conſessano senza legittima ſacoltà. Dunque Voi confessate, predicare, &c. senza legittima autorità. I vostri Privilegi, (per non m’intrigare in una questione sempiterna) da' più nasuti Canonisti, e da’ Vescovi più zelanti vi sono stati sempre contrastati, e, o si sono riputati, immaginari, perchè Voi non gli avete mai voluti produrre (forse per non pregiudicare all'altro ridicolosissimo, da Voi pur vantato, di poter esser astretti da veruna Potestà secolare, o Ecclesiastica a mostrargli), o sono stati creduti illegittimi. Questo basterebbe, per esser messi in universale diffidenza presso i Popoli, nelle vostre grandi assoluzioni, che date, e farle stimare quanto quelle di Papa-monco, o del de’ Tarocchi Papa sei. E ciò quanto alla facoltà. Tutto il Mondo poi esclama contro la vostra corrottissima Morale, e per farla breve, dice, che non v'è eccesso, non vi è consuetudine, o occasione, o abito di peccare, non vi è vita perdutissima, che presso di Voi non sia congiungibile coll’uso, anco frequente, de’ Sacramenti, e che Voi facilmente non giustifichiate col vostro cento, e più volte maladetto probabilismo. Dicono, che i Gesuiti hanno la Morale pe' Principi, l’hanno per le Dame, e pe' Damerini, l'hanno pe’ Mercatanti, e per gli Artisti, l’hanno per le Serve. e pe’ Servitori, e vogliono dire con ciò, che la loro morale s' accomoda ai vizi di tutti i più scellerati, perchè non è appoggiata sopra d’altro fondamento, che quello di piacere al volgo, ed avere il seguito degl’insensati, e da per tutto ritraere oro, e ricchezze per la Compagnia” (8).

 

L’ Osteria detta del Biscottino fu nell’Ottocento un ritrovo gastronomico assai rinomato, frequentato da moltissime persone fra cui incalliti giocatori di carte, che si godevano una dolce vita. Le prediche in Chiesa di un gesuita teso a condannare tale disinteresse verso una vita di ben altri costumi, indusse un frequentatore dell’Osteria a invitare gli amici ad andare ad ascoltare una sua predica, tanto per riderci sopra. Il componimento composto in sestine, si pone come una satira non solo nei riguardi del gesuita e del suo dire, ma anche dei frequentatori delle sue prediche, che alla fine rispecchiano un cattolicesimo di facciata, ben lungi da un sentire profondo. Vengono prese di mira soprattutto le signore con versi come “Trovan nel cristianesmo un sol difetto, / Quello che il sagrestan, più dei cristiani, / Non rispetti nel tempio i loro cani / o ancora quando giocando a tarocchi nel perdere la carta del Bagatto “Invece di stizzire, in tuono pio / Dicon: ‘Pazienza, per amor di Dio’” per poi considerare i servi come bestie, che non sanno “Come un giorno i Giudei, quel che si fanno”.

 

A udir si gran portento entrate in chiesa:

In mezzo al volgo più d’una contessa

Vi troverete, e più d’una marchesa.

Ché, come vacche al pasco, in tanta pressa

Per saziar la lor divota fame,

Corrono a lui del Biscottin le dame;

 

E per udirlo lascian solo e mesto

Ogni mattino il loro cuccio in letto:

Cattoliche romane in tutto il resto,

Trovan nel cristianesmo un sol difetto,

Quello che il sagrestan, più dei cristiani,

Non rispetti nel tempio i loro cani.

 

Riedono a casa poi col cor si tocco,

E a vera perfezion cosi rifatto,

Che se la sera giuocano a tarocco,

E per disgrazia perdono il bagatto,

Invece di stizzire, in tuono pio

Dicon: «Pazienza, per amor di Dio».

 

Se un servo in fallo il can calpesta, o obblia

Di dar dell’eccellenza alla padrona,

In su due piè nel cacciano più via,

Ma dicono: «O Gesù, deh! gli perdona!

Sai che son bestie i servitor, nè sanno,

Come un giorno i Giudei, quel che si fanno» (9)

 

Una critica ben più pungente si riscontra in una serie di lettere di forestieri che giunti a Roma, nel frequentare i salotti bene della capitale, non vedevano altro che religiosi, fra cui eminenze di alto rango, giocare a carte, dedicarsi ai balli e agli spettacoli teatrali, fra l’altro con il privilegio di non pagare alcun biglietto per assistere alle rappresentazioni. Tutte osservazioni che faranno esclamare a un viaggiatore che “era una cosa brutta il vedere i dignitari della Chiesa giuocare alle carte; ma qui in Roma non vi si fa scrupolo”.

 

Di seguito riporteremo i passi più salienti della Roma religiosa seduta ai tavoli da gioco assieme alle valutazioni di un alto religioso come risposta ai commenti negativi dei forestieri. Ciò che emerge dai dialoghi è la grande differenza fra le abitudini ludiche del clero romano rispetto a quanto avveniva nei paesi protestanti.

 

“Le dame ed i giovani Prelati e laici, passarono in un'altra sala, ove era il pianoforte, e l'arpa, ed ove si cantava e suonava: i più vecchi si assisero ai tavolini ed incominciò il giuoco delle carte. Per noi forestieri che non siamo abituati a tali cose, era una cosa brutta il vedere i dignitari della Chiesa giuocare alle carte; ma qui in Roma non vi si fa scrupolo (VIII)” (10).

 

NOTA VIII

 

“Noi italiani non abbiamo sul giuoco di carte quelle idee così rigorose che ne hanno i forestieri. Il giuoco delle carte noi lo stimiamo cattivo quando si giuoca a que' giuochi di azzardo ne' quali si può perdere molto, e si eccitano le passioni; lo stimiamo cattivo quando si perde in esso molto tempo: ma quando si giuoca a quei giuochi ne' quali non vi è azzardo, non vi è eccitamento alle passioni, e che ha per iscopo una distrazione onesta; noi lo stimiamo un divertimento in se stesso innocente. Potremo errare; ma noi non vediamo una differenza essenziale fra il tresette, per esempio, ed il giuoco di dama o di scacchi, e non sappiamo comprendere perchè l'uno sia stimato innocente, e l'altro colpevole. Del resto noi siamo abituati così; in Roma i preti i più esemplari non si fanno scrupolo di passare la sera una o due ore al giuoco delle carte: si giuoca ordinariamente fra preti, di un baiocco per partita, per attaccarvi un piccolo interesse, senza pericolo nè di rovinarsi, nè di eccitare le passioni, È vero che vi sono in Roma de’ preti che giuocano a giuochi di azzardo; ma cotali giuochi sono stimati illeciti, e si fanno nascostamente” (11).

 

“Il Signor Manson soffriva immensamente nel vedere tali cose; il Signor Sweeteman ne era oltremodo scandolezzato; io ne era umiliato, ed il Signor Pasquali con la sua calma ordinaria diceva al Signor Manson: “Cosa ve ne pare de vostri cari confratelli i preti romani?” Poi diceva al Signor Sweeteman: “Siete maravigliato di questo? Ma ne vedrete delle più belle!” E voltosi a me diceva: “Signor Abate, ecco i vostri campioni, i successori degli Apostoli! Sono queste le occupazioni apostoliche?” Io era in un inferno. […].  “Ma giuocare alle carte, disse il Signor Sveeteman, crede che sia una cosa buona?” “È un divertimento innocente, rispose Monsignore: meglio è giuocare alle carte che mormorare. Tutti i buoni preti di Roma passano le serate d'inverno a giuocare” (12).

 

“Il Cannonico segretario di cui ti parlo è un prete dai 70 agli 80 anni, vecchio venerando, che è l'esempio e lo specchio di tutti i preti di Roma: amato dal Papa, e da quasi tutti i cardinali, riverito, e direi quasi venerato da tutto il clero: predicatore zelante, confessore istancabile, lo trovi sempre eguale a se stesso dalla mattina quando si leva per dire la messa, fino alla sera nella sua partita alle carte che mai non lascia (V)” (13).

 

NOTA V

 

“Il giuoco di carte in Roma è il passatempo il piu onesto. I preti di buona fama si uniscono la sera e la passano giuocando al tresette, o alla calabresella; e questi sono i divertimenti i più innocenti del clero romano” (14).

 

“Ti promisi nell’ultima mia, che ti avrei dato il ragguaglio esatto della serata passata co miei amici nella casa di Monsignor C. Ti confesso che mi dispiace di averti fatta 

una tale promessa: dovrò raccontarti cose dalle quali certo non potrai trarne edificazione; ma pure lo farò, perchè a te mio caro Eugenio non voglio nascondere nulla. Bisogna però che ti prevenga di alcune cose. Monsignor C. è Prelato, è anche Arcivescovo, ma in partibus: eppoi essendo stato Nunzio non appartiene alla sfera ecclesiastica; ma alla diplomatica: quindi a lui sono lecite delle cose che non sarebbero lecite ad un prelato della carriera ecclesiastica: quindi la sua veglia, fu una veglia di un ex diplomatico, ed aspirante a posti diplomatici piuttostochè una veglia ecclesiastica. Le veglie ecclesiastiche sono tutt'altro (III): ti dico questo acciò tu non abbia a credere che in tutte le case dei preti e dei prelati si faccia quello che ti dirò essersi fatto nella veglia di Monsignor C.”  (15).

 

NOTA III

 

“Cosa sono le veglie degli ecclesiastici in Roma? Chi scrive le ha per molti anni frequentate ogni sera, e parla per fatto proprio. Non vi sono a propriamente parlare nè veglie particolari in dato giorno, e con invito per gli ecclesiastici; nè veglie nelle quali non vi sieno che ecclestici: ma vi sono parecchie case nelle quali gli ecclesiastici con de' bigotti si uniscono a veglia. Ogni sera il prete vuole la sua veglia: ogni prete ha le sue tre o quattro case nelle quali alternativamente va a passare la serata, Qui si parla dei preti buoni, dei preti edificanti; non di coloro che passano le loro serate in conversazioni che i preti stessi chiamano indecenti.Vi è qualche canonico, qualche P. Revendissimo di qualche convento, che apre ogni sera il suo salotto ai preti ed ai bigotti amici o presentati; ed in queste serate non si giuoca alle carte, ma si fa conversazione. La conversazione consiste in questo: ognuno procura di raccogliere nel giorno fatti e cronachette più o meno scandalose, ma sempre ridicole, per eccitare il buon umore nella conversazione: da tali racconti ne nasce ordinariamente la mormorazione. In altre case, e sono nel maggior numero, si tieno giuoco: ed allora le donne di casa, le moglie dei bigotti, le sorelle o nepoti de preti, insieme co' vecchi, si riuniscono in una camera ed intorno ad una gran tavola giuocano alla tombola. In un'altra camera sono i preti ai tavolieri a giocare o altre sette o alla calabresella. Finita la serata che dura ordinariamente tre ore, si fanno i conti delle vincite e delle perdite, secondo le marche, si paga, e si va a casa. In queste serate non vi è mai rinfresco, se non che nel giorno della festa del padrone di casa, o in qualche straordinaria circostanza. In esse passano le loro serate i preti più santi e più zelanti di Roma. I prelati poi, specialmente quelli della carriera diplomatica, giuridica, ed amministrativa, vanno a passare le loro serate nei saloni dell'aristocrazia, e quelle veglie, non sono tanto innocenti” (16).

 

Se in occasione del Carnevale conosciamo i divertimenti del popolo, non da tutti è risaputo come si comportavano, dedicandosi ai piaceri, i religiosi, siano essi stati preti, frati e suore. Poiché la lettura è di facile comprensione, non anticipiamo nulla, lasciando al lettore la sorpresa di apprendere situazioni non immaginate: 

 

“Questo è il carnevale del popolo; ma vi è anche il carnevale dei preti de frati e delle monache, e vi è anche quello dei bigotti. Roma si fa tutto a tutti. Il carnevale de preti, de frati e delle monache consiste in questo. I preti ordinariamente sono in famiglia, e partecipano ai pranzi ed alle baldorie che si fanno in casa. I frati e le monache ne giorni di carnevale, e specialmente nel giovedì, domenica, ed ultimo giorno hanno pranzi sontuosi. Le monache di più stretta clausura si mascherano nei loro monasteri, ciascuna cogli abiti dei loro confessori. Nei monasteri di non rigorosa clausura, e nei conservatorii di zittelle, si recita ogni giorno una qualche commedia dalle monache, o dalle educande; ed è cosa passabilmente ridicola vedere una monaca sul palco con finti mostacci, con grande sciabola, e con speroni recitare una parte da ufficiale di cavalleria. Gli spettatori sono i confessori, i sagrestani, ed altri preti o frati amici. In qualche conservatorio ove i superiori sono scrupolosi per non permettere il teatro, si fanno entrare de’ giocolieri a fare de giuochi di prestidigitazione. In alcuni collegi, come al collegio Clementino diretto da PP. Somaschi vi è commedia e ballo: nel collegio de' nobili diretto dai Gesuiti vi è commedia per lo più latina: nel collegio Nazareno diretto da PP. Scolopi vi sono le marionette. Negli ospizi di Termini, e di Tatagiovanni vi è commedia e farsa. Nell'ospizio di S. Michele vi è opera in musica, con magnifica orchestra. I cardinali, i prelati, i preti e frati hanno dunque questo vantaggio su secolari, ch'essi vanno al teatro, ma senza pagar nulla. Il carnevale poi de' bigotti consiste in questo. In alcune chiese per il basso popolo de’ bigotti, che vuole divertirsi acquistando anche iudulgenze, vi sono dei dialoghi. Due preti salgono sopra una piattaforma: uno di essi recita la parte del dotto, l'altro la parte dell'ignorante. Questi parla il linguaggio della plebe, e dice tali e tanti spropositi che è un continuo sganasciarsi dalle risa” (17).

 

Per concludere questa disamina sulla Roma del tempo, riporteremo, sempre dalla stessa opera, una “cosa incredibile, ma vera”, riguardante i Gesuiti:

 

“Dirò cosa incredibile, ma vera: presso i PP. Gesuiti ed altri frati e monache, ne' giorni di digiuno si mangia a desinare un piatto di più che negli altri giorni, unicamente perchè è giorno di digiuno. Eppoi hanno la sfrontatezza di accusare i Protestanti che non digiunano” (18).

 

Nonostante che in occasione di diversi sinodi fosse stato vietato il gioco delle carte ai religiosi, questi continuarono indefessamente a frequentarli, ritenendoli tutto sommato, giochi innocenti o per lo meno innocui per la salvezza dell’anima. Il cardinal Lugo, seguendo il dire di un savio, ebbe ad esclamare che se avesse visto “un gesuita giuocare alle carte, gliene imputerebbe a peccato mortale”.

 

Sull’argomento così si espresse l’Abate Collet in una sua opera sui doveri dei parroci:

 

Cap. VII

 

“Ricordandomi che di tanti santi sacerdoti da me conosciuti al mondo, e fuori del mondo, un solo non ne avea che maneggiasse le carte; e che di tutti quelli che è veduto non farsene scrupolo, un solo non n'era che menasse una vita pienamente sacerdotale; aggiungendo a questa riflessione quel che ne dice il cardinal Lugo (De iustitia, disp. 31, sect. 1, n. 12) seguendo le parole di un uomo grave, che se vedeva un gesuita giuocare alle carte, gliene imputerebbe a peccato mortale; mi veniva desiderio di conchiudere che, quando ancora la pratica di questa spezie di giuoco non fosse altro che leggera mancanza per un giovane cherico, potrebbe essere cosa molto più grave, o per le persone graduate, o per i sacerdoti impegnati per lo stato loro ad una vita più santa e più esemplare” (19).

 

In un volume sulla Svizzera Italiana dove l’autore descrive la sua storia, la geografia e tante altre materie, compresa la ‘Storia Naturale’, riguardo quest’ultima egli si lamenta del fatto che sia i benestanti, che i preti e frati (valutazione che immette i religiosi nella sfera di coloro che ben-stavano) avrebbero dovuto consacrare più del loro tempo agli studi della botanica e della mineralogia, piuttosto che perder tempo a giocare a tarocchi:

 

“Qui è da confessarsi l'estrema nostra povertà e miseria. I benestanti, i preti, i frati consecrar potrebbero del tempo agli utili ed ameni studi della botanica, della mineralogia e simili, con diletto ben maggiore e più morale che non quello delle cacce e del giuoco a tarocchi; ma non lo fanno punto per la causa principalmente che nelle scuole si è trascurato di iniziarli a que'primi rudimenti senza de' quali così arduo è nelle scienze lo studiare di per sè e di così scarso frutto” (20).

 

A conclusione, occorre ricordare il celebre gesuita Padre Claude-François Ménestrier (1631-1705), autore di numerosi volumi sull’araldica, sulla musica e la danza del suo tempo, oltre che dell’opera Le jeu de cartes du blason  (Il gioco di carte del blasone [insegna araldica] (21), un gioco dal carattere educativo atto a far rimandare alla mente, grazie all’utilizzo ludico di quelle carte, gli stemmi delle più importanti famiglie gentilizie di Francia.  

 

Note

 

1 - In nostri saggi abbiamo menzionato i seguenti gesuiti: Carl’Ambrogio Cattaneo in Casa di Dio, Casa del Diavolo; Piero Chiari e Saverio Bettinelliin I Tarocchi in Letteratura II; Roberto Personio (Robert Pearson) in Follia e ‘Melancholia’.

2 - Monologo delle Pie Memorie d’alcuni religiosi della Compagnia di Gesù raccolte dal Padre Giuseppe Antonio Patrignani della medesima Compagnia, e distribuite per quei giorni dell’anno, ne’ quali morirono. Dall’Anno 1538 sino all’Anno 1728, Tomo Primo che contiene Gennajo, Febbrajo, e Marzo, In Venezia, Presso Niccolò Pezzana, MDCCXXX [1730].

3 - Idem, p. 296.

4 - Ottavio Tasca? Invito d’un Biscottista alla predica d’un Gesuita, s.l., s.e., s.d. [c. 1840], p. 15. Una successiva edizione vide la luce a Losanna nel 1847per S. Bonamici e compagni.

5 - Lettera d’un Cavaliere amico fiorentino al Reverendissimo Padre Lorenzo Ricci, Generale de’ Gesuiti, Esortandolo ad una Riforma Universale del suo Ordine, In Lugano, s.e., 1761, pp. 3-4.

6 - Voce Benedizione in Pietro Fanfani “Voci e Maniere del Parlar Fiorentino”, Firenze, Tipografia del Vocabolario, 1870, p. 30. Es: “Bada, se continui a sbeffare quel prete, e’ ti darà la benedizione del papa monco”.

7 - Voce Badare in “Giovanni Pappafava, Vocabolario veneziano e Padovano co’ termini e modi corrispondenti Toscani”, Seconda Edizione, In Padova, Nella Stamperia Conzatti, M.DCC.XC.VI [1796], p. 20. “E’ conta quanto papa sei: presa la metafora dal giuoco dei Tarocchi dove il papa non conta nulla”.

8 - Lettera d’un Cavaliere amico fiorentino, op. cit., pp. 62-63.

9 - Ottavio Tasca? Invito d’un Biscottista, op. cit., p. 16.

10 - Roma Papale descritta in una serie di lettere con note da L. Desanctis, Firenze, Tipografia Claudiana, 1865, p. 214.

11 - Idem, pp. 225-226.

12 - Idem, pp. 214-215.

13 - Idem, p. 55.

14 - Idem, p. 59.

15 - Idem, p. 211.

16 - Idem, pp.222-223.

17 - Idem, p. 130.

18 - Idem, p. 225.

19 - Trattato de’ Doveri di un Parroco, il quale brama di salvarsi salvando il suo popolo. Opera che può servire a tutti i sacerdoti. Scritta dall’Abate Collet, Sacerdote della Congregazione della Missione e Dottore di Teologia, Tradotta dal francese in italiano dl Conte Gasparo Gozzi, Napoli, s.e., 1853, p. 36.

20 - Stefano Francisci ‘Ticinese’, La Svizzera Italiana, Volume Primo, Lugano, Tipografia di G. Ruggia e Comp., MDCCCXXXVII [1837], p. 383.

21 - Lyon, Thomas Amaulry, 1692.

 

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