Saggi di Andrea Vitali

Delle lodi alla Furfanteria

Tarocchi furfanti in un’opera di Iacopo Bonfadio (1538)

 

L’umanista e storico Jacopo Bonfadio nacque a Gazzane, sul Garda, prima del 1509. Dopo gli studi a Verona e Padova, si trasferì a Roma dove divenne segretario di diversi cardinali. Abbandonata la città eterna si recò a Padova dove venne assunto come precettore di Torquato Bembo, figlio del Cardinal Pietro. Successivamente insegnò filosofia all’Università di Genova, dove compose, con alti contenuti culturali e stilistici, la storia di quella città dall’anno 1528 al 1550, gli Annales Genuendis, ab anno 1528 recuperatae libertatis usque ad annum 1550. Le sue Lettere Familiari in lingua volgare, pervenute a noi soprattutto attraverso pochi apocrifi e alcune stampe cinquecentesche, vennero pubblicate in ordine sparso quando l’autore era ancora in vita, a testimonianza della qualità e del valore delle stesse (1). La sua traduzione in volgare dell'Orazione di Cicerone in difesa di Milone venne pubblicata postuma a Venezia nel 1553Bonfadio morì decapitato nel 1550 a Genova in seguito all’accusa di sodomia su denuncia delle famiglie Fieschi e Spinola, adirate per commenti non propriamente positivi espressi dallo scrittore nella sua opera sulla Repubblica genovese.(2). Alcuni ritengono che l’imputazione di sodomia celasse quella di eresia, abitualmente evitata dalle autorità genovesi, suffragata dai rapporti che il Bonfadio ebbe col Camesecchi e con il Valdés, entrambi noti per le loro idee riformistiche. Invano i maggiori intellettuali si mobilitarono per salvargli la vita;  la sua esecuzione risultò un tale atto di ingiustizia che ancora alla fine del Settecento la Repubblica di Genova veniva biasimata. Per questo motivo gli atti del processo vennero segretamente distrutti (3).

 

Dalle Lettere, giunte non complete e a volte frammentarie, comprendiamo la personalità del Bonfadio, intrisa di inquietudine, tormentata dalla crisi spirituale e morale che travagliava le menti più illuminate del tempo, tesa alla ricerca del bene perduto qual’ era stato il sublime ideale umanistico della supremazia e della celebrazione dell’individuo. In un'epoca dove il Riformismo suscitava inevitabili domande creando ansie religiose e confronti fra il mondo della realtà e quello della verità, le avversità del genere umano sembrano riflettersi nelle disavventure dell’autore, in costante bilico fra luce e tenebre. Sebbene le Lettere rivelino il suo amore per la vita e per i bei momenti passati troppo in fretta,  a risaltare è uno stato d’animo di tristezza, verso cui il carattere abulico dell’autore rifiuta qualsivoglia azione mediatrice o risanatrice, incline al rifiuto di tutto ciò che occupa la mente e i sensi.

 

Scrive il Bonfadio: “Quanto alle lettere certo io ne so meno di quel che vorrei, e quelle ancora non so magnificar molto, inimico in tutto d'arroganzia, però tirato per forza dalla natura mia all’altro estremo, che invero son poco ardito. Quanto alla vita e ai costumi, faccio maggior professio­ne di sincerità e di modestia che di dottrina e di lettere, amico so­prattutto di verità e di fede; né mai sarà alcuno che possa veramente imputarmi del contrario... Sono uomo di poche parole, non allegro come vorria, né però malinconico, ma pensoso molto, anzi tanto che mi nuoce. Dell’ambizione ho passato la parte mia in Roma, e vi ho imparato ancora a sopportare ogni incomodità, però né di quella mi curo, né di questa mi par strano quando viene, e senza cerimonie mi accomodo a qualsivoglia cosa. Fuggo dalli superbi, di chi mi mo­stra un minimo segno di cortesia son sempre umile servitore, né mai affronto alcuno” (4).

 

Il rifiuto di un’egoistica intransigenza è dettata dalla spinta verso un rinnovato evangelismo, seppur rimanendo come tanti altri fermamente rispettoso dell’ortodossia cattolica. Se da un lato i testi Paolini lo esortano al perdono e alla carità, dall’altro, quasi rifuggendo il pensiero dei riformatori, adombra le tristezze rifugiandosi in un paradiso pagano dove il godimento della beatitudine divina viene sostituito dal sogno di una vita tranquilla e felice in quanto priva di dolore.

 

Sente la sovranità di una sfortuna che costantemente lo accompagna, tanto da far ricordare che l’amico Marcantonio Flaminio quando pensava alla mala sorte si ricordava di lui. Da animo gentile amante della semplice verità e del bello, senza mai dimenticarsi del modello di vita ideale che era quello di una tranquillità e serenità vissuta a contatto con la natura, come un tempo sulla rive del Garda ebbe ad apprezzare  (5), non poteva accettare le manifeste bugie e l’inclinazione alle lodi che accomunavano nella fortuna i modi di tanti letterati. Lui che da segretario viveva costantemente senza raccogliere alcuna lode o denaro al servizio di potenti cardinali, come il Merini, il Ghinucci, Troiano Gesualdo, Rodolfo Pio, il Bembo, il Grimaldi. Cortigiano negletto in una Roma “ampio teatro di belli ingegni” come ebbe a dire al suo arrivo nella città, ma che deluse il suo senso genuino d’ambizione e fama, prima esaltando poi deludendo il suo umanistico desiderio di gloria.

 

Lasciata la città eterna, dopo gli insegnamenti universitari in quel di Padova, anch’essi forieri di delusione, sentì l’esigenza di occuparsi di studi ‘gentili e onesti’ lontano dalle trame e dalle ipocrisie che s’intrecciavano nelle grandi città, “bramoso di libera e tranquilla vita, più che mai cervo assetato di fonte” (6) e lontano dal cortigiano, “L’uomo…” che “dalla corte portò seco odio per me” (7).

 

In tutto ciò nelle sue Lettere i compromessi non mancano, come quando, nel rispetto delle precise norme che regolavano la sua professione di cortigiano, indulge in espressioni adulatorie e convenevoli che “inserendosi per necessità nella sua prosa elegante - come scrive Aulo Greco (8) - suonano come una moneta falsa, e rivelano contemporaneamente il contrasto, o piuttosto il tentativo di adeguarsi alle situazioni, pur rispettando una precisa linearità di condotta, non senza dignità, motivo per cui anche le domande di aiuto materiale vengono formulate in un modo, non mai estremamente servile”.

 

La descrizione dei sentimenti dell’autore trova spiegazione nel motivo di questo nostro saggio, consistente nella disamina di un suo componimento dal titolo Delle lodi della furfanteria al furfante Re della furfantissima furfanteria eletto (9) la cui esistenza ci è stata comunicata da Lothar Teikemeier. Che il componimento sia da attribuire al Bonfadio non v’è dubbio, data la medesima scrittura di una lettera inviata dal Nostro a Fortunato Martinengo dove si legge fra l’altro: “V.S. si ricordi della Furfanteria mia. Io non burlava, e quella la prese in burla” (10). L’assegnazione è doverosa in quanto il componimento appare erroneamente attribuito a Paolo Panciatico nel volume Delle Lettere Facete et Piacevoli raccolte da Dionigi Atanagi una trentina d'anni dalla morte dello scrittore (11).

 

Il furfante Re a cui vengono indirizzate le lodi della furfanteria è il Re che in tempo di carnevale veniva eletto settimanalmente dai membri dell’Accademia delle Virtù a cui il Nostro apparteneva, accademia sorta dalle ceneri dell’Accademia dei Vignaioli. Quella delle Virtù era stata fondata dall’umanista senese Claudio Tolomei, avendo come mecenate il Cardinale Ippolito de’ Medici, pomposamente proclamato “virtuosissimo e magnanimo signore… padre de’ virtuosi e di tutte le virtudi vera base e fermo sostegno” (12). I membri dell’Accademia, oltre a godere di succulente cene, si dilettavano nel comporre versi dal carattere burlesco e antipetrarchista. Il Caro, rivolgendosi all’amico Varchi gli comunicava che: “Il gioco delle virtù crebbe tanto che diventò Reame, e questo Carnovale vi si son fatte cose, perche ogni settimana sedeva un Re, che a l’ultimo havea da fare una cena, in fin de la quale ogniuno era comandato a presentarlo d’una stravaganza [argomento stravagante] e d’una composizione a proposito di essa, tanto che a gara l’uno de l’altro, e gli Re e i Vassalli hanno fatto cose notabilissime. Uno di questi Re è stato M. Gio. [Messer Giovan] Francesco Lione, il quale si trova (come sapete) un naso sesquipedale [esageratamente lungo]. Il mio presente è stato un guardanaso, che mettendogliene al volto con l’inclusa diceria [da intendersi: componimento], ha dato da ridere assai: s’haranno poi altre compositioni da gli altri, e manderannovisi” (Di Roma, a li 4 di Marzo. M.D.XXXVIII) (13).

 

Il Bonfadio, al di là del burlesco, coglie l’occasione con questo scritto di colpire la potente Curia romana dove tanti religiosi, a cui le norme del Vangelo apparivano estranee, arbitravano le sorti dei molti uomini di cultura che lavoravano al loro servizio. Fortuna volle che gli stessi non dessero troppo peso alle parole del Nostro, intendendo quello scritto come il prodotto di un’allegra Accademia, pressoché una burla, un frivolo motivo che piaceva ad una simpatica comitiva di amici. E pensare che l’autore, da cortigiano esacerbato, si era espresso più che chiaramente sia nella lettera sopra riportata “Io non burlava, e quella [la curia romana] la prese in burla” sia nel componimento stesso: “Dall'altra parte, voltando faccia, quanti giuntatori, ladri, tra­ditori, scelerati e viziosi furono mai al mondo, tutti gli trovarete nati e allevati in ricchezze, gentilezze, delicature e oci, da' qua­li tutti i vizi procedono. Considerate per esempio, per non andar lungi, la nostra Corte Romana (con buon ricorso sia) nella quale tanto anticamente, quanto a tempi nostri, non trovarete uomo al­cuno essere in quella pervenuto a degni, ricchi e onorati gradi, se non furfanti e per via di furfanteria, le particolarità della quale, come cose note e pubbliche le lasciaremo di dietro a chi le vuol cercare, a' quali Pasquino ne darà piena informazione e notizia”.

 

La scrittura inizia con una storia della furfanteria, nata con l’inizio del mondo stesso (mondaccio grande) come un modus vivendi ingenuo e libero, quando nell’età dell’oro, sotto la signoria di Saturno, gli uomini vivevano in pace e la furfanteria era considerata una virtù, permettendo a quegli ‘omaccioni, buononi, puroni’ di vivere ‘senza malizia alcuna’.

 

Ma passiamo al testo laddove si enumerano le tante situazioni di quel tempo che la furfanteria favoriva:

 

“Ogni cosa era commune, non ci era divisione di terreni, spartimento di robba, separazione di case, termini di vigne; ad ognuno era lecito lavorare quel terreno che gli piaceva, in quello gittare il suo seme, ognuno poteva por piante in qual orto gli pareva, ciascuno poteva impalar le vigne a suo modo; non era vietato il mangiar de' capretti, che tanto piacciono al furfante Banchi più che la vittella. Ogni donna era moglie d'ognuno, ogni uomo era marito di ciascuna, e d'ogni cosa i valenti furfanti facevano fascio. Quanto bene l'ufficio di stallone avrebbe fatto il nostro furfante Biello in questo secol d'oro! Non si stava in quel tempo con persona, non si litigava, non si rubavan le lepri, come fu fatto al nostro Fuligni furfante. Il qual tempo durò fino a tanto che gli uomini vissero da furfanti, e in loro regnò la beata furfanteria.

Ma dapoi, come venne quel foraficchio  [che fora / colpisce con i fulmini] di Giove, il qual non considerando ch'era nato furfante, sendo nato in una stalla e alle­vato come bestia, sendo stato lattato dalle capre, senza più far stima della santa furfanteria, cupido di regnare, cacciò con superchiarie grandissime il vecchion Saturno suo padre per forza dal regno d'oro. Per il che subito in questa mutazione di stato si mutò vita e condi­zione, si perse la libertà, e fra gli uomini ch'andavano dietro a' costumi del re Giove nacquero inimicizie, ire, sdegni, furori, crudel­tadi, incendi e rapine maggiori di quelle che il furfante Pateti fa alle tavole degli eletti furfanti.

Allora si cominciarono a dividere le possessioni e tutti i beni, e separar le vigne, gli orti e le case, e a serrarsi i cancelli, gli usci e le porte, e tener le donne strette, e per loro ad innamorarsi e quistio­nar gli uomini e combatter l'uno con l'altro, ferirsi, occidersi, e tanti altri mali che non si può dir più”.

 

Fortunatamente Giove non riuscì ad annullare la ‘beata furfanteria’ che ‘come cosa divina e immortale’ servì a lui e a ‘tutti gli altri suoi parenti’ per ‘vivere contenti e sicuri’ perché ogni qual volta poterono ben mangiare e bere lo fecero scroccando grazie alla furfanteria.

 

Lo scrittore seguita elencando le doti furfantesche dei tanti dei dell’Olimpo, che nella furfanteria giornalmente si esercitavano per ben imparar quell’arte: “Vulcano, come ognun sa, fu fabbro più fallito che il Bratti ferravecchio, Apollo un cacciatoruzzo che an­dava cacciando il naso per tutto, peggio che non fa il vostro Olgiato arcifurfante. Marte nel principio della gioventù sua fu malandrino che fece a' suoi dì mille assassinamenti, e da poi fuggendo le forche per ricuperar l'onor suo andò al soldo e fecesi un soldatello, che fu da poi chiamato Martino. Mercurio fu un messo, balio, castaldo, cursore, ovver mandatario o donzello, cioè citatore, accioché ognu­no intenda il suo essercizio. Plutone fornaciaio, e monna Proserpina sua gli aveva cura della fornace e in quella manteneva il fuoco. Nettuno pescatore, benché alcuni dicono che fu pescivendolo, Bacco fu barilaio, benché alcuni dicono che fu sensale di vini, Cupido fu un ruffianetto in cremesì. Delle donne loro, chi fu gallinaia come Giunone, benché fra le galline allevasse qualche pavone con le molte oche e ocazze, chi fu lavandaia come monna Diana. Di Venere sa ogniuno che era una sgualdrina, più che la Pullica in Fiorenza e Culaccio in Roma, che si lasciava a tutt'uomo seminare e lavorare i suoi poderi. E finalmente per abbreviare, tutti tanto maschi quanto femmine, o per amore o per forza, furono una schiera de furfanti e furono mille, millanta furfanterie”.

 

Lo sfogo di un esacerbato Bonfadio si trova quando scrive: “Oltra di questo, sacra maestà, discorrendo tutti gli altri regni e signorie del mondo, tanto greci quanto latini e barbari, trovarete che tutti hanno avuto principio, origine e fondamento dalla furfanteria; né mai uomini alcuni sono pervenuti in altezze ed eccellenze de’ stati, se prima non sono stati furfanti; né quelli con pace lungamente retti se non hanno perseverato nelle furfanterie” e di seguito allorquando parla della Curia romana, come sopra espresso, a cui l’autore giunge dopo un’ilare descrizione delle furfanterie dei maggiori uomini dell’antica Roma.

 

Poiché i grandi uomini sono divenuti tali grazie alla furfanteria, essa è “santa, perché in lei è fede, amore e carità; è divina perché fa gli uomini immortali; è beata perché fa gli uomini ricchi e potenti. E che si può dir di più di lei, sendo più madre delle virtù che la discrezione degli asini?”. Di opinione contraria, scrive l’autore, è il Modestino che per la sua natura di marchigiano (14), considera la furfanteria generatrice di tutti i piaceri e gli spassi, compreso il gioco dei tarocchi: “benché la opinione di zio Modestino per essere lui marchesano, sia in contrario, ché da lei derivino tutti i piaceri, le consolazioni e gli spassi fino al giuoco de’ tarocchi e delle piastrelle”. Un modesta opinione in effetti, se pensiamo agli attributi di 'santa, divina e beata' da mettere in ovvia relazione sarcastica con la Curia romana.  

 

Insomma, poiché la furfanteria alberga in ogni uomo d’intelletto e ad essa si deve la grandezza degli uomini, nessuno la rifiuta poiché “chi la schiffa e fugge, come fa Mathia, diventa fantastico, vizioso, ingrato, bizzarro e odioso a tutto ‘l mondo, e doppo morte andarà all’inferno maggiore”. Al contrario “Chi è vero furfante, è amato, riverito, corteggiato e desiderato da ognuno”.

 

Il componimento evidenzia quindi la battaglia dell’autore, sebbene espressa in toni ridanciani, contro il malcostume del tempo, il nepotismo, identificabile laddove scrive “Lascerovvi di dire le corbellerie de’ fratelli, figliuoli, nipoti, cugini, sorelle e parenti di esso Giove, i quali ancor che signoretti fussero e favoriti per parentado di Giove ancor loro, non ostante quello abbracciorono la furfanteria, anzi ciascuno pubblicamente faceva furfantissimi essercizi”, e nel sacrilego e blasfemo finale laddove la furfanteria viene ad essere proclamata ‘santa, divina e beata”.

 

Occorre domandarsi, conoscendo i sentimenti dell’autore, se la condanna del nepotismo fosse da addebitare esclusivamente ai principi universali dell’etica, anche di quella riformista, oppure alla mancanza di essere lui, al contrario di tanti altri, onorato e riconosciuto. Purtroppo o per fortuna, la sua natura tendeva a rifuggire le situazioni ambigue e i contrasti della mente, prediligendo le atmosfere serene e tranquille contro le quali non doveva per certo combattere.    

 

Note

 

1 - Aldo Manuzio ne diede alcune alle stampe nella raccolta delle Lettere volgari di nobilissimi huomini et eccellentissimi ingegni, scritte in diverse materie, Vinegia 1543, cc. 31-39, 75 77, 86 ss., 95 s., opera più volte ristampata.

2 - A sostenere questa tesi fu, tra gli altri, l’umanista Traiano Boccalini (1556-1613).

3 - Giovanni Delfino, Dei martiri e delle pene: il caso Bonfadio, in “Sodoma”, n. 1, 1984,  pp. 81-92. Sull’esecuzione si espresse anche l’umanista Paolo Manuzio nel Carmen ad eos qui pro salute Bonfadii laborarunt (similiter: De morte Bonfadii) pubblicato da Giovan Paolo Ubaldini in Carmina Poetarum Nobilium, Milano, apud Antonium Antonianum, 1563, p.94r.

4 - Al signor Giovanni Battista Grimaldo, Di Genova…[1548]. In Aulo Greco, Iacopo Bonfadio. Le Lettere e una scrittura burlesca, Testo con introduzione e commento di Aulo Greco, Roma, Bonacci Editore, 1978, p. 141.

5 - Alle bellezze del lago di Garda il Bonfadio aveva dedicato una raccolta di poesie elegiache in latino.

6 -  Al conte Fortunato Martinengo, Di Genova…[1548], Ibidem, p. 147. 

7 - A Monsignor [Pietro] Carnesecchi, [Roma,…1538], Ibidem, p. 71

8 - Ibidem, p. 18.

9 - Biblioteca Ambrosiana,  A 13, inf. misc. sec. XVI.

10 - Al conte Fortunato Martinengo, Di Genova, [1544], in Aulo Greco, op. cit, p. 137.

11 - M. Dionigi Atanagi, Delle Lettere facet. et piacevoli di diversi grandi huomini, et chiari ingegni, Scritte sopra diverse materie,  Libro Primo, In Venetia, 1582, p. 223.

12 - Cfr: Giulio Landi, La formaggiata di ser Stentato al serenissimo re della Virtù, Piacenza, Per Grassino Formaggiaro, 1542.

13 - Annibal Caro, Delle Lettere Familiari (Al Varchi, a Padova), Libro Primo, In Venetia, Appresso Aldo Manutio, 1572, pp. 18-19.

14 - “Non è improbabile”, scrive Aulo Greco, “che lo zio Modestino sia proprio il Caro [Annibale Caro], nato a Civitanova Marche in provincia di Macerata, il quale godeva di una posizione di privilegio nella corte dei Farnese. Nell’Apologia il Caro fa dire a Pasquino: “perché Banchi (se no’l sapete) è mio concorrente, e al Caro porto già molto tempo una gran colera, perché in tanti anni ch’io lo conosco non ha mai voluto darmi tributo de le sue composizioni, come quegli che non si diletta di dir mal d’altri”, in Iacopo Bonfadio, op. cit, p. 167.

 

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