Saggi di Andrea Vitali

La Luna

 

"Se discorri del Cielo, subito trovano la Luna, & la chiamano decoro della notte, madre della rugiada, ministra dell’humore, dominatrice del mare, misura del tempo, emula del Sole, muratrice dell’Aere".
(Thomaso Garzoni da Bagnacavallo, De’ Cervelloni universali, & ingegnosi, Discorso XXXIIII, in "Il Theatro de’ vari e diversi cervelli mondani", Reggio, 1585, pag. 157).


                                    Sole e Luna

                      Andrea Della Robbia, La Crocifissione (particolare con Sole e Luna), terracotta smaltata, 1481
                                                                 Cappella delle Stimmate, Santuario della Verna

 
La Luna viene rappresentata nei Tarocchi di Carlo VI (figura 1) e nei Tarocchi di Ercole I d'Este (figura 2) quale luminare oggetto di studi da parte di uno o più astrologi.
Nei Tarocchi Visconti (figura 3) troviamo una fanciulla che tiene in mano l'astro crescente secondo una tipologia comune in altre carte, come ad esempio in quella delle Stelle dello stesso mazzo e nella carta dei Tarocchi di Bartolomeo Colleoni. Nella Basilica di San Clemente a Roma, un affresco raffigura San Cristoforo nell'atto di traghettare il fanciullo Gesù che tiene in mano una Luna piena, quale novella di luce secondo il detto di Sant'Ambrogio "Ergo annuntiavit Luna misterium Christi".
Nel cinquecentesco foglio Cary troviamo un'immagine completamente mutata: l'astro sovrasta con i suoi raggi un paesaggio metà acquatico e metà terrestre. Nell'acqua è rappresentato un gambero o cancro, mentre sul terreno collinoso due costruzioni sono poste una di fronte all'altra (figura 4).
Il Cancro è sede zodiacale della Luna, ma anche animale simbolo dell’Incostanza come descritta nel trattato Iconologia di Cesare Ripa (figura 5): "Donna che passi co' piedi sopra un Granchio grande, fatto come quello, che si dipinge nel Zodiaco; sia vestita di color torchino, e in mano tenga la luna. Il granchio è animale, che cammina inanzi, e indietro, con eguale dispositione, come fanno quelli che essendo irresoluti, or lodono la contemplazione, hora l'attione, hora la guerra, hora la pace... La luna, medesimamente, è mutabilissima, per quanto ne giudicano gli occhi nostri; pero si dice, che lo stolto si cangia come la luna, che non sta mai un'hora nel medesimo modo..." (Ed.1669, pagg. 276-277). 
Un aspetto polisemico, per le diverse proprietà attribuite all’Astro dagli Antichi, connota la presenza delle due costruzioni turrite raffigurate nella carta: da un lato sono correlate al mito platonico della discesa delle anime nella generazione (per la descrizione del mito si rimanda all’analisi iconologica della carta delle Stelle); dall’altro assumono la funzione di fari.
Secondo il pensiero neoplatonico la Luna possiede un duplice aspetto: regno dei morti e luogo di nascita, che dissolve e rigenera i corpi. Il mito si trova descritto in vari testi degli Antichi fra cui nel De facie quae in orbe lunae apparet, di Plutarco: “La Luna appartiene a Persefone, figlia di Demetra che da parte sua possiede la terra; e in essa abitano i buoni dopo la morte del corpo, in attesa della seconda morte. Infatti l’uomo è composto non di due, ma di tre parti: corpo, anima e intelletto e la reciproca separazione degli ultimi due non è traumatica, come avviene per il distacco del corpo, bensì graduale e pervasa di lietezza. Le anime dei morti contemplano la natura della luna, che corrisponde al loro stato di transizione in quanto è una miscela di elemento terrestre e astrale….Alla fine l’intelletto si separa dall’anima per raggiungere la sede che gli è propria , ossia il sole: e solo le anime rimangono sulla luna, conservando l’immagine del corpo, finché si dissolvono del tutto, rapidamente e facilmente quelle dei buoni e dei sapienti, con lentezza e fatica quelle dei malvagi. Sarà poi la stessa luna a produrre nuove anime, e trasmetterle ai corpi nati dalla terra, fornendole dell’intelletto che le proviene dal sole” (Dario del Corno, introduzione a, Plutarco, Il Volto della Luna, Milano, 1991, pagg. 37-38).
Questo mito, assai conosciuto nel Cinquecento, ispirò l’Ariosto che nell’Orlando Furioso raccontò come Astolfo dovette recarsi sulla Luna, che si credeva depositaria del senno degli uomini, per recuperare quello di Orlando, che era impazzito. Un mito a cui si riferirono senza ombra di dubbio i creatori - o il creatore - delle immagini del foglio Cary, dotati di una profonda conoscenza filosofica.
Per Giamblico “Le anime abitano intorno o sotto la luna e di qui scendono nella generazione” (Laura Simonini, a cura di,  Porfirio, L’Antro delle Ninfe, Milano, 1986, pag. 176). Esiste pertanto un percorso continuo fatto di anime nuove che scendono dalla luna verso la terra e di altrettante anime di morti che salgono da questa verso la luna. In questo costante andirivieni, le due torri delimitano lo spazio che separa il regno della Luna governato da Persefone da quello della terra retto da Demetra. Un limite che non può essere valicato se non dalle anime rinnovate o da quelle che lasciano il corpo, ad eccezione dei demoni  che scendono dalla Luna sulla terra “per occuparsi degli oracoli, assistere e partecipare ai misteri supremi, fungere da guardiani e vindici delle ingiustizie e rifulgere salvatori in battaglie e sul mare” (Plutarco, op. cit., pag. 112).
Le due torri divengono pertanto come scrive Porfirio, le porte di discesa e di risalita delle anime verso e dalla generazione: il Cancro è la via per la quale scendono le anime e il Capricorno quella per la quale risalgono.
Occorre osservare, a proposito di queste porte, che Porfirio nel De Antro riferisce che i “teologi” (cioè i caldei, gli orfici e i pitagorici) consideravano invece come porte di discesa e risalita rispettivamente quella della Luna e del Sole (§29), una variante che non fu unica: ad esempio per Firmico Materno le anime scendevano dal sole e salivano per la luna (Cfr. Silio Italico, Pun., 13, 556).
A dimostrazione della conoscenza di questo mito troviamo che nella carta della Luna di Paul Marteau, i cui tarocchi realizzati nel 1930 ebbero il merito di codificare i simbolismi espressi nel Tarocco di Marsiglia, le gocce risalgono dalla terra verso il cielo a rappresentare la salita delle anime, secondo la teoria di Firmico Materno.
Già in Pindaro (fr.133 Snell-Maehler) Persefone è sovrana del ciclo delle rinascite. In Oriente la Luna è madre dell’universo e deposito di tutti i germi (Giovanni Lido, De mens. 2,6; 3,4; 4,53). Il duplice aspetto della Luna - regno dei morti e luogo di nascita, che dissolve e rigenera i corpi - affonda le sue radici nel fatto che la Luna è l’astro per eccellenza dei ritmi di vita, sottomesso alla legge universale del nascere, del crescere e scomparire: essa è “Il primo morto”. Kore-Persefone è detta Melitōdēs “dea mielata” già in Teocrito (Idilli, 15,94): gli scolii lo interpretano come appellativo eufemistico, perché Persefone, in qualità di Dea sotterranea porta alla vita degli uomini amarezza anziché miele. La Luna detta melissa “ape”, è l’entità che presiede all’entrata delle anime nella generazione, attraverso la Porta del Cancro, sua casa (De Antro, capp. 22, 28). Nel contesto del De Antro l’epiteto melitōdēs assume una diversa connotazione: se il miele è il piacere della generazione, Kore-Luna è “mielata” perché in essa le anime acquisiscono le facoltà generative (Laura Simonini, op.cit., pag. 175). Sulle qualità del miele in riferimento al mito si veda  quanto da noi descritto nell’analisi iconologica della carta delle Stelle.
Riguardo la funzione delle due torri quali fari occorre sapere che gli Antichi attribuirono alla Luna la proprietà di essere da sempre faro ai naviganti. Nell'opera Mythologiae di Natale Conte del 1551 l'autore scrive che la Luna era "Venerata dagli Egiziani col nome di Iside e preposta alle tempeste e ai naviganti come attesta Luciano nel Dialogo Zefiro e Noto" (Libro III, cap. XVIII, p. 468).
Il Cartari riporta un'immagine della dea (figura 6) recante in mano una navicella e definendola "Imagine d'Iside dea Egittia che è la Luna tenuta la dea de naviganti... e che sono poi stati di quelli, li quali le hanno dato nella destra mano una navicella, con la quale volevano farsi mostrare, che ella passò in Egitto, conciosia che quivi fosse celebrata una festa come scrive Lattanzio, dedicata alla Nave di Iside" (pagg. 85-86).
Il rapporto Luna-Iside quale Dea dei naviganti si evidenzia anche in un capitello trecentesco del Palazzo Ducale a Venezia, dove la Dea viaggia su una barca tenendo in mano la falce lunare, accompagnata dal Cancro esaltato nel suo domicilio ideale (figura 7).
Nelle Metamorfosi, Apuleio descrive il Navigio d'Iside dandoci una grande rappresentazione di questo rituale. II Pignoria, a proposito di un antico cameo raffigurante la dea scrive "Nel cameo s'e rappresentata Iside come si vede nelle medaglie antiche di Hadriano e di Antonino Pio;... et significa questa figura a mio giudicio il Navigio d'Iside, del quale si fa menzione nel Calendario Rustico Antico. Et nella medaglia d'Antonino si vede un Faro di Porto che tanto piu conferma la congettura. Leggasi Apuleio nell'11" (Lorenzo Pignoria, Annotazioni al libro delle Imagini del Cartari, in Vincenzo Cartari, "Imagini de gli dei de gli Antichi", 1647, p. 298). 
II Gabinetto Numismatico del Castello Sforzesco di Milano possiede varie monete conformi alle descrizioni fattane dal Pignoria. Si tratta di dracme bronzee alessandrine di epoca imperiale fatte coniare da Antonino Pio (138-161). In queste appare da un lato il busto di Iside e dall'altro "Iside Pharia", cioè la dea che naviga su un legno verso un faro (figura 8). 
La Luna era appellata "Triforme" dagli Antichi e i suoi tre aspetti erano messi in relazione ad altrettante virtù.
II Cartari nella sua opera scrive: "È chiamata Luna Hecate e Triforme, per le varie figure, ch'ella mostra nel corpo suo secondo che più, o meno si trova essere discosto dal Sole, onde sono parimenti tre le virtù sue. L'una è quando comincia a mostrare il lume a' mortali, porgendo con quello accrescimento alle cose…L'altra è quando ha già la metà di tutto il lume... La terza è nello intiero lume" (p. 80).
Nella carta sono rappresentati questi aspetti della Luna "Triforme": i fari posti ai due lati della carta raffigurano la Luna al suo primo apparire e la mezza Luna, l'astro splendente in alto, al centro della carta, evidenzia la Luna piena. E ancora, sono rappresentate le tre fasi lunari: crescente, piena e calante, altri aspetti del triplice appellativo della Luna, la cui luce in qualsiasi dei suoi tre stati è, per tutti i naviganti, faro nella notte. L' acqua presente nella zona inferiore della carta è da mettere in relazione al momento in cui la Luna non appare perché nascosta nel mare, secondo la credenza degli antichi.
A questo proposito il Cartari scrive: "Ritornando ad Apuleio, ei dice, che dormendo li parve vedere questa Dea (la Luna) la quale con riverenda faccia usciva dal Mare (perché finsero i Poeti, che il Sole, la Luna, e tutte le altre stelle tramontando si andassero a tuffar nel mare, e che quindi uscissero al loro primo apparire) e a poco a poco mostrò poi tutto il lucido corpo” (pag. 87).
In riferimento alla Luna oscura, citando Sant'Ambrogio, il Cartari sottolinea ancora una volta l'instabilità dell'astro, la cui incostanza diviene insegnamento morale da non imitare da parte dell'uomo: "Et acciocche questa immagine della Luna, oltre alle cose naturali, che in essa sono mostrate, ce ne insegni qualche altra più utile alla vita umana, riguardiamo a quello, che dice il Beato Ambrogio, il quale con l'esempio di questa, il cui lume si può chiamare ragionevolmente incerto, perche mutandosi tuttavia hor cresce, e hora scema, ci ammonisce, che fra le cose humane non è fermezza alcuna, e che tutte col tempo si disfanno. Et per questo dicevano alcuni, che gli antichi Romani di famiglia nobile portavano ne i piedi certe Lunette, con essere con quelle spesso ammoniti della istabilità delle cose humane, accioche non insuperbissero, ancora che fossero di molti beni copiosi, e abbondanti, perché le ricchezze, e altre cose tanto stimate da' mortali fanno apunto, come la Luna, la quale hora è tutta luminosa, e risplendente, hora assotiglia in modo, il lume, che di sé mostra più poco, e all'ultimo così diventa oscura, che più non vi pare essere" (pag. 91).
La presenza del cane nella vasta iconografia della Dea evidenzia il rapporto Luna-Diana, come ci informa, fra gli altri, Guglielmo Choul nel suo Discorso della religione antica dei Romani del 1569, descrivendo un' antica medaglia dedicata a Giulia Pia: "Et per mostrare anchora meglio che Diana et Luna erano in quel tempo una medesima cosa, io ho fatto qui mettere un'altra medaglia di bronzo de la medesima Giulia nella quale è scritto Luna Lucifera" (p. 81).
Nell'immagine la dea è raffigurata con un cane ai suoi piedi, mentre tiene sollevata una torcia. Dice il Cartari a proposito della fiaccola "Può l'accesa face in mano di Diana….mostrare anchora, ch'ella lucendo di notte fa la scorta a' viandanti, e perciò era chiamata quivi Diana Scorta, e duce" (pag. 78).
Una bella immagine della Dea con questi attributi (figura 9) si trova nell'opera Mythologiae di Natale Conte (Ed.1616).
Il cane e gli altri animali che la accompagnano, come i cervi e i serpenti, rappresentano gli istinti inseparabili dell'essere umano, da dominare per giungere alla "Città dei Giusti", che secondo Omero, la Dea prediligeva (J. Chevalier - A. Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, 1986, Vol. I, pag. 103). 
L'inserimento successivo nella carta della Luna di due cani, uno bianco e uno scuro, come si ritrova nei Tarocchi Marsigliesi (figura 10), trova precisi riferimenti in ambito medievale. La  rappresentazione del giorno e della notte era resa iconograficamente da due animali - generalmente cani, ma anche da altre specie - l’uno bianco e l’altro scuro, secondo un concetto assai comune che abbinava questi due colori a situazioni contrapposte, come ci informa il Cartari, che discorrendo del carro della Luna trainato da due cavalli, asserisce che "Di questo l'uno era negro, e l'altro bianco, come dice il Boccaccio, perché non solamente appare di notte la luna, ma si vede anche il dì" (pag. 75).
Ho trovato un ulteriore esempio di questo modo di raffigurare il giorno e la notte nello splendido dipinto Il Trionfo del Tempo di Jacopo del Sellaio (figura 11) ora al Museo Bandini di Fiesole: il Vecchio è assiso sopra il cerchio del sole nel quale sono numerate le ore. Al di sotto di questo, in corrispondenza delle ore di luce e di buio, sono raffigurati rispettivamente un cane bianco e un cane nero ad indicare che il tempo trascorre senza mai fermarsi, sia di giorno che di notte.
I colori dei cani nella carta della Luna stanno quindi a significare, secondo un concetto tipico del rinascimento, che la virtù dell'astro non viene mai meno, anche quando questo non appare, come afferma il Cartari: "La virtù sua ha forza non solamente in Cielo, ove la chiamano Luna, ma in terra anchora, ove la dicono Diana, e fin giù nell'Inferno, ove Hecate la dimandano, e Proserpina, perch'ella è creduta scendere nell'Inferno tutto quel tempo, che à noi sta nascosta" (pag. 80).
Nel medioevo e nel rinascimento, ma anche successivamente come ritroviamo nei trattati di iconologia, era prassi consueta rapportare allegoricamente le virtù umane a quelle del mondo animale. Sant'Ambrogio nell'Hexaëmeron (VI, c. IV,17) afferma che il cane dovrebbe essere preso a modello dai cristiani per la sua fedeltà e per la riconoscenza che mostra verso i suoi benefattori. Nell'opera Imprese pastorali di Mons. Arcivescovo Carlo Labia, Vescovo d'Adria del 1685, all' Impresa LXXX - Non valent latrare (pag. 906), le doti del cane quali "la capacità, la fedeltà, la pietà, la costanza, la gratitudine" vengono additate fra le qualità che ciascun Vescovo doveva possedere per svolgere al meglio la propria vocazione pastorale.
Uno splendido esempio in cui due cani, uno bianco e uno nero, vengono raffigurati in tal senso si trova in un affresco quattrocentesco al Tempio Malatestiano di Rimini. Il Tempio è una delle più splendide realizzazioni dell'Umanesimo italiano che l'architetto Leon Battista Alberti realizzò su incarico del Pandolfo Sigismondo Malatesta, Signore di Rimini. Questo edificio si configura più come un tempio pagano che una chiesa cristiana, assumendo l'immagine di un vero e proprio monumento neoplatonico. Il Valturio stesso dichiara esplicitamente che il piano iconografico del tempio si ispirava alla filosofia, anzi "ai più riposti segreti della filosofia" che solo i più esperti erano in grado di penetrare. Tant'è che una delle varie cappelle tratta dei Pianeti, con i simboli della civilizzazione e della teologia egiziana. L'Alberti iniziò i lavori nel 1450 e questi terminarono circa dieci anni dopo, in seguito alla condanna di Sigismondo Malatesta da parte di Papa Pio II Piccolomini. Quest'ultimo era un raffinato intellettuale e uno squisito umanista, "ma proprio perché il Papa conosceva bene e condivideva il clima intellettuale e il sistema di valori simbolici che sono alla base dell'edificio albertiano, seppe darne una lettura "ex contrario", perfidamente esatta e supremamente efficace" (Antonio Paolucci, Il Tempio Malatestiano, 2000, pagg. 9 -10). Definendolo luogo di riti pagani e tempio di "infedeli adoratori di demoni", Papa Pio II Piccolomini sfruttò il suo sapere per obiettivi strumentali di denigrazione politica.
Oggetto della mia indagine è un affresco che Piero della Francesca dipinse nel 1451 raffigurante Sigismondo in preghiera davanti a San Sigismondo (figura 12), un tempo presente presso la Cella delle Reliquie e ora collocato a lato dell'altare. L'interesse, in questo caso, è dato dai due cani raffigurati sulla destra dell'affresco, accovacciati e con il muso voltato verso direzioni opposte (figura 13).
La loro presenza è motivata da una precisa allegoria: la fedeltà e la gratitudine di Sigismondo verso il suo Santo protettore vengono qui esaltate nella raffigurazione di questi animali, da sempre considerati simboli di tali virtù.
I colori degli animali denotano che la fedeltà di Sigismondo era continuamente viva, sia durante il giorno che la notte. L'atteggiamento del cane nero che denuncia una maggiore guardia attraverso l'altezza del capo, indica che di notte la dedizione di Sigismondo verso il proprio santo necessitava di una  maggiore attenzione, in quanto i sensi, come sappiamo, tendono ad assopirsi.

Il loro muso rivolto verso opposte direzioni manifesta che la dedizione di Sigismondo verso San Sigismondo non era esclusivamente una prerogativa del tempo presente, ma che lo era sempre stata e lo sarebbe stata sempre: come nel passato così nel futuro. (Per quanto di mia conoscenza, si tratta della prima interpretazione iconologica di questo ulteriore aspetto dei due cani nell'affresco). 

Proseguendo nella nostra indagine sul simbolismo dei cani collegati alla Luna nel Rinascimento, troviamo che essi sono collegati all'inutilità dei forti eccessi che si compiono sotto lo sguardo dell'astro. L'emblema CLXV Inanis impetus (Ed. 1621, pag. 695) tratto dall'Alciati è significativo al riguardo (figura 14): "Lunarem noctu, ut speculum, canis inspicit orbem seque videns, alium credit inesse canem et latrat: sed frustra agitur vox irrita ventis, et peragit cursus surda Diana suos" (Di notte il cane mira la faccia della Luna, come se fosse uno specchio, e vedendosi crede che sia un altro cane e abbaia: ma inutilmente la vana voce si disperde ai venti e Diana continua insensibile i suoi viaggi).
Nel Tarocco Vieville, sotto l'astro lunare appare una donna che sta filando (figura 15). Come abbiamo accennato in riferimento alla carta del Sole dei Tarocchi di Carlo VI, il mito delle Parche è oltremodo collegato alla Luna in quanto dispensatrice di vita. Infatti la Luna, come già conoscevano gli antichi, influisce in vari gradi sugli umori degli uomini, sulla crescita delle piante, sulle maree e sulla nascita degli esseri umani. II Cartari scrive infatti che la Luna "Per essere pianeta humido affretta il tempo tal'hora con il suo flusso, onde ne nascono alle volte i figliuoli nel settimo mese, che è a lei sottoposto e fa quasi sempre il parto più facile" (p. 77).
A proposito delle Parche, lo stesso autore dice, riferendosi a Varrone, che queste dee "Sono state dette dal partorire, come a quelle ne toccasse la cura: donde venne che i Latini ne chiamarono una Decima, l'altra Nona, perche il tempo del maturo parto, è quasi sempre a l'uno di questi duo mesi, nono, e decimo. Ma perche chi ci nasce ha pur anco da morire, fu detta la terza delle Parche morta dalla morte, con la quale era creduta mettere fine al vivere humano" (p. 223).
(Dove non direttamente espresso, i riferimenti all'opera di Vincenzo Cartari Imagini de gli Dei de gli Antichi sono desunti dall'edizione stampata a Venezia nel 1609).

Copyright  1993 Andrea Vitali