Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

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Andrea Doria e i Tarocchi - 1550

Quando i cannoni tuonavano l’Ammiraglio giocava a tarocchi

 

Copyright Andrea Vitali  - © Tutti i diritti riservati 22 dicembre 2018

 

Andrea Doria (1446-1560), entrato in marina tardivamente all’età di 40 anni, per le sue doti strategiche venne nominato comandante supremo della flotta genovese. Non riporteremo il resoconto della sua vita, dato che informazioni in tal senso si possono trovare ovunque considerata la celebrità del personaggio.

 

Di nostro interesse risulta la campagna contro i pirati turchi, che, comandati dal celebre Dragut, infestavano il Tirreno ordendo assalti e razzie sulle coste sia liguri che della nostra penisola in generale. Ricevuto l’incarico di agire da parte dell’Imperatore Carlo V, turbato da quelle frequenti scorrerie, il suo comando al Doria fu di riportare l’ordine nelle acque tunisine, dove la flotta turca aveva stabilito il proprio quartier generale.

 

Il Doria salpò da La Spezia nel mese di aprile del 1550, forte di ben 20 galee a cui si aggiunsero a Livorno 3 galee del duca di Firenze Cosimo dei Medici comandate da Giordano Orsini e Chiappino Vitelli, mentre a Civitavecchia se ne unirono altre 3 del governo pontificio, capitanate da Carlo Sforza. Nel maggio dello stesso anno il numero delle navi si rafforzò con l’entrata in scena di Don Garcia di Toledo, cognato del Medici, con 13 galee e di Berenguer de Requesens con 10 galee siciliane, oltre all’intervento dei Cavalieri di Malta che, al comando di Claude de la Sangle, avevano messo a disposizione altre 4 navi. Nel giugno, il Vicerè di Sicilia Don Giovanni de Vega si aggiunse alla flotta con altre 2 navi imperiali.

 

Quindi con 55 navi e 3000 fanti, il Doria si apprestò ad affrontare il terribile Dragut. Ma quando nel pollaio ci sono troppi galli, come si suol dire, nascono le inimicizie e così, poiché Don Garcia di Toledo non intendeva sottostare agli ordini del viceré di Sicilia minacciando di andare personalmente con le proprie galee napoletane alla ricerca di Dragut, per non perderlo, Andrea Doria gli affidò il comando delle truppe di terra. Dopo aver conquistato Susa, pose sotto assedio la città di Mehedia (Al Mahdiyah), governata da Hisar Rais, nipote dello stesso Dragut, sperando con tale mossa che Dragut distogliesse le sue navi da una spedizione nel golfo di Genova per correre in aiuto del familiare. Una strategia che non può che rimandare alla mente quando Scipione sbarcò nei pressi di Cartagine, costringendo Annibale a tornare in patria per non lasciarla senza difesa contro il nemico.

 

I combattimenti furono dapprima a favore degli assedianti, ma un po’ alla volta i toni guerrieri si smorzarono per divenire, potremmo quasi dire, una guerra di trincea, con bombardamenti di artiglieria continui. D’altronde anche le truppe turche non erano da meno nel numero, potendo disporre di 1700 uomini, diverse centinaia di cavalli, oltre che di artiglieri e di 100 balestrieri inviati colà dal re tunisino Hamùda.

 

Non descriveremo le azioni, le conquiste e le perdite di entrambe le parti. Diremo solo che gli Spagnoli non fecero una grande figura come sappiamo da una delle tante lettere inviate da Francesco Babbi al Duca di Firenze, datata 23 luglio del 1550:

 

“[…] il Signor Don Grazia invia qui per 500 fanti spagnuoli, e per nuove provisioni e monizioni; poichè la muraglia è riuscita più gagliarda assai di quello si pensava, e quei di drento in maggior numero; verificandosi che, fra Turchi e Mori da combattere, sono duemila: quali si portano tanto bene, e con tant' ordine e con tanto animo, che per ogni uomo si dubita che per questa volta la non si pigli altrimenti; ritraendosi che drento sono vittovaglie, artiglierie, monizioni, e ogni altra cosa necessaria per la difesa d'una terra; e giorno e notte attendeno a fortificarsi con fossi, bastioni e altri ripari, chè la impresa è giudicata assai difficile. […] nell'esercito v'è tanto poco ordine e tanto poco governo, che non si può vedere peggio; e per quello che lui [il Priore della Lombardia] dice, non volendo però essere allegato, che il governo è in mano di giovani e di persone senza alcuna esperienzia; e che quei che alla ventura poterebbeno sapere, non son chiamati alli consigli, e se ne stanno da banda, senza ingerirsi in cosa alcuna, lassando abusarsi a quei giovani intorno alla muraglia: alla quale, circa a 500 Spagnuoli detteno un assalto da una parte che era andata a terra, e si portoreno con tanta viltà, che 200 Turchi che escirono della terra, gli seguitoreno fino alle lor trincere, ammazzandone e ferendone quanti volseno […]. Questo terzo di Napoli, nel vero, non è molto fino, e i capitani giovani, e fatti per fare. In somma, s'el si tira questa posta, sarà grande; ma lui l'ha per disperata, considerato il valore di drento, e il poco ordine e manco experienza di fuori” (1).

 

Veniamo ora all’atteggiamento assunto in quel frangente da Andrea Doria, più volte accusato dalle cronache, e cioè quello di starsene per tutto il tempo dei combattimenti nella propria galea ammiraglia a trastullarsi nel giocare a tarocchi con Giorgio, il suo nipote più giovane, così come riportano le diverse croniche a iniziare dalla stessa lettera sopra menzionata (2):

 

“Il Signor Principe non esce di galera, e tutto giorno giuoca a tarocchi, e non manca di andar qualche volta in villa con la brigata a piacere. Al Signor Vicerè non hanno voluto palesare tutte queste difficoltà, per facilitarlo a dar questi 500 fanti, e queste monizioni; e cosi non sa il secreto appunto come la cosa stia. Il Priore è assai mal sodisfatto, e come debbe essere ancora il Signor Giordano, non essendo stato loro observata cosa che fussi lor promessa: et il detto Priore non ha mai voluto obbedire a nessuno, salvo che al Principe; poi che ogni minimo Spagnuolo ha avuto ardire di comandar alli Italiani ogni vil azione: i quali non hanno servito ad altro che per guastatori, tirare l'artiglieria, far gabbioni, e simili altre mercenarie opere; e al primo, quando si dette la batteria, andò un bando che i soldati italiani non ce intervenissino: ma gli conforta solo, che facendosi fazioni, sperano di veder le loro vendette. E con questo fine, bacio le mani umilmente di V. Ecc., la quale Iddio feliciti.

 

                                                                                                                                       Di Napoli, alli 23 di luglio 1550”.

 

Di seguito l’evento come si trova descritto in altro testo: “Sopra la San Giorgio - vecchia capitana che ben conosceva il fumo del cannone – riparato sotto una tenda bianca orlata di rosso, i colori dei genovesi, messer Andrea Doria stava giuocando a tarocchi col più giovane de’ suoi nipoti Giorgio” (3).

 

Questo apparente disinteresse del Doria verso quella campagna militare si deve imputare esclusivamente all’arroganza di don Garcia di Toledo: “Dunque dissensioni fra i comandanti: lo Sforza, l’Orsino, e anche il Doria in disparte per l’arroganza di Don Garzia (4)”.  Scrive al riguardo il Sigonio “Percioche Don Gio. di Vega, Vicerè di Sicilia, il quale volontariamente s’era accompagnato con lui restando mal satisfatto, che il Doria gli havesse anteposto nel Generalato di terra, & favorito maggiormente Don Garzia,  mal soddisfatto che il Doria gli avesse anteposto Don Garzia suo emulo, si alienò da lui di tal maniera che gli diede pochissimo aiuto à conseguire quella vittoria” (5).

 

Per conoscere come si concluse quell’assedio, diremo che, come previsto dal Doria, Dragut tornò precipitosamente a dar man forte al nipote asserragliato nella città che alla fine cadde in mano alla coalizione cristiana. Nonostante la vittoria, Dragut riuscì a fuggire.

 

Occorre dire che a tarocchi non giocavano solo eminenti capitani, ma anche i soldati della truppa, essendo uno dei giochi più diffusi del tempo. Ne è esempio una vicenda occorsa durante la guerra che vide le truppe imperiali di Carlo V e dei Medici scontrarsi con i Francesi di Enrico II e gli Estensi per il predominio sulla Toscana.  

 

Comandava le truppe francesi Francesco D’Este, figlio di Alfonso I e di Lucrezia Borgia. Un nome, quello di Francesco, datogli dal padre in onore del Re di Francia vincitore nella battaglia di Marignano. Dopo ave cambiato bandiera più volte, in quell’occasione Francesco si trovò a comandare un esercito ormai alla disfatta che non riceveva la paga da ben quindici mesi.

 

Da una lettera inviata dal nostro al Re Enrico, veniamo a conoscenza di un tradimento, se così può essere chiamato, di un soldato che proprio perché senza denari era stato corrotto per favorire, attraverso la predisposizione di un lungo panno calato dalle mura con tanto di scala, la salita dei nemici sulle mura per entrare nella città di Grosseto dove l’esercito francese era di stanza. Dopo tutti quei mesi senza paga, la promessa di ricevere 50 scudi a operazione avvenuta oltre ad altri scudi di anticipo, avrebbero fatto gola a chiunque, considerato che gli eserciti erano composti in gran parte da mercenari anche se appartenenti ai singoli Stati in lotta. Purtroppo per il traditore, la ronda se ne accorse, e fu così che venne dato l’ordine di catturarlo. Il Governatore stesso si mosse con le guardie le quali lo scovarono mentre stava giocando a tarocchi con suoi commilitoni, come se nulla fosse.

 

Probabilmente il D'Este riportò nella lettera il disdicevole fatto per richiamare l'Imperatore ai suoi obblighi verso la truppa, esasperata per la mancanza del denaro promesso. L'aver scritto che il colpevole diede confessione di fronte ai capitani, ai luogotenenti e agli alfieri francesi giustifica appieno l'ipotesi. Tuttavia Francesco non sospettava che Enrico, avendone abbastanza delle grane sia militari che finanziarie derivatogli da questa guerra, stava per comandare di far ritirare l'esercito.

 

Di seguito il passo della lettera di nostro interesse, inviata da Francesco D’Este a Enrico II l’11 ottobre 1558:

 

“[…] dirò a V. M., come qui in Grosseto un soldato provenzale della compagnia ch’era del capitano Andrecastelli, haveva con un di Orbetello tenuto pratica di voler darli per misura una cortina di baloardo verso la porta di detto Orbetello, e dopo le prometteva la notte della sua sentinella a quella parte lasciargli liberamente appoggiar la scala e montar dentro: si che per la bontà divina il tutto si è scoperto, a causa che andando la nostra ronda in volta, lo trovò esso di sentinella, e vistoli sotto due pietre in viluppo, alzò delle pietre, et a caso prese in mano una cimosa lunga di panno avviluppata insieme e legata; la quale presa che l’hebbe, me la portò a mostrare; onde essendo conosciuto da me a che fine ella havesse potuto servire, mandai subbito il governatore in persona a pigliarlo (chè insieme stavano giocando a’ tarocchi); e cosi presolo e fattolo metter ai tormenti, ha confessato e ratificato dinanzi a tutti li capitani, luogotenti e alfieri francesi, la sua tristizia e perversa oppinione, confessando essere indulto a farlo dal premio di tre scudi e un testone che in denari contanti esso havea havuto, e da cinquanta scudi che gli promettevano, data che havesse nelle mani loro la misura sopradetta” (6).

 

Note

 

1 - Lettere di Francesco Babbi al Duca di Firenze, dagli anni 1549 e 1550, in “Archivio Storico Italiano ossia Raccolta di Opere e Documenti finora inediti o divenuti rarissimi riguardanti la Storia d’Italia”, Tomo IX, Firenze, Gio. Pietro Vieusseux, Direttore-Editore Al suo Gabinetto Scientifico-Letterario, 1846, pp. 133-134.

2 - Ibidem, p. 134.

3 - Italia! Letture mensili. Sotto gli auspici della Società Nazionale Dante Alighieri, Torino, Unione Tipografica Editrice, 1912, p. 413.

4 - P. Alberto Guglielmotti, La Guerra dei Pirati e la Marina Pontificia dal 1500 al 1560, Volume Secondo, Firenze, Successori Le Monnier, 1876, p. 208.

- Carlo Sigonio, Della Vita et Fatti di Andrea Doria Principe di Melfi, Libri Due,  Tradotti dal Latino di Pompeo Arnolfini nella nostra volgar lingua, In Genova, Appresso Giuseppe Pavoni, MDXCVIII [1598], pp. 289-290.

6Lettera del medesimo [Don Francesco da Este] allo stesso [Enrico II]. Da Grosseto, li 11 ottobre 1558 (Lib. R. MS., Vol. 8660, a c. 40). Con scritta a seguire “È originale”. (G. Molini).  Fa parte delle Lettere scritte al Re di Francia, e ad altri personaggi di quella corte, intorno agli interessi de’ Francesi in Italia, e alla Repubblica di Montalcino, Serie Quarta. Documento XXIV dei Documenti riguardanti la Repubblica Senese ritirata in Montalcino (1556-1558), pp. 440-441. In “Archivio Storico Italiano ossia Raccolta di Opere e Documenti finora inediti o divenuti rarissimi riguardanti la Storia d’Italia”, Appendice, Tomo VIII, Firenze, Gio. Pietro Vieusseux, Direttore-Editore al suo Gabinetto Scientifico-Letterario, Firenze, 1850.