Saggi di Andrea Vitali

Bologna e l'invenzione dei Trionfi

Trionfi, Tarocchi e Tarocchini a Bologna dal XV al XX secolo

 

L’ipotesi che il gioco dei Trionfi fosse stato ideato a Ferrara o a Milano verso la prima metà del XV secolo fu da me condivisa assieme ad altri storici in occasione della grande mostra internazionale sui tarocchi svoltasi presso il Castello Estense di Ferrara nel 1987 (Informazioni e video della mostra al link Le Carte di Corte. I Tarocchi).


Da quel tempo, le ricerche hanno portato alla luce numerosi documenti che hanno fatto sorgere perplessità su quanto era stato allora dato per scontato. Oggi ritengo che spetti a Bologna la palma dell’invenzione del gioco dei Tarocchi, come ho già avuto modo di chiarire in altri articoli (1).


Mi preme innanzitutto far comprendere che la data del primo documento storico ritrovato in cui i tarocchi vengono citati non può essere considerata la loro ‘data di nascita’, ma costituisce semplicemente un terminus ante quem: sappiamo cioè che in quella data i tarocchi esistevano, ma non possiamo dire con certezza da quanto tempo.


Riguardo le carte dei trionfi, grazie ai documenti fino ad oggi scoperti, siamo a conoscenza che il notaio e pubblico ufficiale Giusto Giusti di Anghiari, che intratteneva amichevoli rapporti con Sigismondo Malatesta, Signore di Rimini, nel 1440 gli portò in regalo carte da trionfi, che aveva fatto dipingere appositamente a Firenze con le insegne del Malatesta: "Venerdì a dì 16 settembre donai al magnifico signore messer Gismondo un paio di naibi a trionfi, che io avevo fatto fare a posta a Fiorenza con l’armi sua, belli, che mi costaro ducati quattro e mezzo" (2). Questa informazione, poiché il manoscritto originale non è sopravvissuto, ci deriva da documenti seicenteschi, fatto che giustifica in parte la frase "che io avevo fatto fare a posta", non conciliabile con i modi espressivi del sec. XV. Due anni dopo, il 10 febbraio del 1442 nel Registro di Guardaroba della Corte Estense vennero annotati quattro mazzi di carte da trionfi: “Maistro Iacomo depentore dito Sagramoro de avere adi 10 fiebraro per sue merzede de avere cho(lo)rido e depento.... 4 para de chartexele da trionffi, ... le quale ave lo nostro Signore per suo uxo...” (figura 1). Questi documenti attestano esclusivamente che a Firenze e a Ferrara in quegli anni si producevano trionfi e non che i trionfi siano stati inventati in quelle città e in quel periodo. Da notare che il termine paio, con le sue varianti para e paro, anche se in Italiano corrente significa due, in quei tempi in riferimento al Ludus Triumphorum, stava ad indicare un solo mazzo. Ciò deriva dal fatto che quel gioco era considerato essere composto da due mazzi diversi, cioè dai Trionfi veri e propri e dalle carte ordinarie (carte numerali e carte di corte): due insiemi che uniti creavano un solo mazzo. 

In riferimento al sopra accennato manoscritto, non sappiamo di quante e quali carte fossero composti i trionfi, dato che il 22, loro numero canonico, non si era  ancora standardizzato in quell’epoca. Sappiamo infatti che le varie corti inventarono giochi di carte alquanto personali, come era avvenuto, ad esempio, a Milano fra il 1415 e il 1420 quando il duca Filippo Maria Visconti commissionò a Marziano di Tortona un mazzo di nuova concezione, secondo un’abitudine che vedeva Filippo Maria e la sua corte inventare nuovi mazzi di carte con relative regole di gioco. Ci informa di questo Pier Candido Decembrio (1392-1477), uomo di corte e diplomatico, a cui si deve la Vita di Filippo Maria Visconti, duca di Milano dal 1412 al 1447. Sulla passione di Filippo per i giochi così scrive: "Variis autem ludendi modìs ab adolescentia ujus est; nam modo pila se exercebat, nunc folliculo, plerumque eo ludi genere, qui ex imaginibus depictis fit; in quo praecipue oblectatus est; adeo ut integrum earum ludum mille & quingentis aureis emerit, auctore vel in primis Martiano Terdonensi ejus Secretario, qui Deorum imagines, subjectasque his animalium figuras & avium miro ingenio, summaque industria perfecit" (3).

Marziano da Tortona commissionò il lavoro a Michelino da Besozzo (ca. 1370-ca.1455), pittore e miniatore, considerato oggi uno dei maggiori esponenti dell’arte gotica. Marziano scrisse un manuale di accompagnamento al gioco (ora alla Biblioteca Nazionale di Parigi), il primo conosciuto abbinato ad un mazzo di carte. Stranamente non parlò delle regole del gioco, ma esclusivamente dei contenuti allegorici delle figure. Possiamo infatti definire quelle carte, purtroppo perdute, come un insieme di icone strutturate su contenuti filosofici e moralizzanti, in quanto alle carte numerali dei quattro semi, composti da Aquile, Falconi (o Fenici), Colombe e Tortore, l’autore abbinò figure tratte dalla mitologia greca-romana connotate da valori allegorici: le Aquile erano capeggiate da Giove, Apollo, Mercurio, Ercole (Virtù); i Falconi (o Fenici) da Giunone, Nettuno, Marte, Eolo (Ricchezze); le Tortore da Diana, Vesta, Pallade, Dafne (Castità) e infine le Colombe da Venere, Bacco, Cerere, Cupido (Piaceri). In seguito questo mazzo, chiamato degli Dei, venne acquistato da un capitano veneziano di nome Jacopo Antonio Marcello che nel 1449 lo donò ad Isabella di Lorena, moglie di Renato d’Angiò. Nella sua lettera di accompagnamento, Marcello definì il mazzo “novum quoddam et exquisitum triumphorum genus”, un mazzo di trionfi quindi, anche se non aveva nulla a che vedere con i trionfi canonici che conosciamo.


Il mazzo di carte chiamato degli VIII Imperatori fu richiesto a Firenze nel 1423 da Parisina, Signora di Ferrara, ma non sappiamo con precisione come fosse strutturato. D’altronde non possiamo definire come un gioco di trionfi canonico il più antico mazzo milanese conosciuto, il cosiddetto mazzo Visconti di Modrone (ora alla Biblioteca di Yale). Di questo restano sessantasette carte di cui undici trionfi e diciassette figure, ma fra i primi troviamo allegorie che non appartengono ai tarocchi classici e cioè la Carità, la Speranza e la Fede, virtù teologali che ritroveremo invece nelle successive Minchiate di Firenze. Inoltre le carte di corte sono sei invece di quattro, con l’aggiunta di una Cavallerizza (figura 2) e di una Fantina per seme. Non conosciamo quindi di quanti trionfi fosse composto il mazzo che era basato certamente su regole di gioco diverse da quelle dei trionfi dei tarocchi, anche per il maggior numero delle carte di corte presenti.


In un libro estense delle Provvigioni, alla data 1 gennaio 1441 troviamo scritto: “...a Magistro Iacopo de Sagramoro depintore per XIIII figure depinte in carta de bambaxo et mandate a Madama Bianca da Milano per fare festa la scira de la Circumcisione de l'anno presente”. Anche in questo caso non siamo a conoscenza di quale gioco si trattasse, ma solo che il gioco era composto da 14 carte. Lothar Teikemeier sostiene che quelle 14 figure furono realizzate per essere aggiunte ad un mazzo tradizionale di quattro semi (spade, bastoni, coppe, denari), configurandosi come un ulteriore e quinto seme composto da trionfi. Questa sua teoria, detta 5 X 14, mi trova completamente d’accordo, ancor più se si considera che i venti trionfi del mazzo Visconti-Sforza più famoso, ora conservato fra la Pierpont Morgan Library di New York e l’Accademia Carrara di Bergamo, furono disegnati da due artisti diversi, di cui il primo realizzò 14 trionfi e il secondo 6 e per di più in epoca posteriore (La carta del Diavolo è mancante).


La qual cosa significa che il Ludus Triumphorum era formato inizialmente da 14 allegorie.


Un ulteriore documento ferrarese datato al 21 luglio del 1457, riporta la seguente informazione: “Maestro Girardo de Andrea da Vizenza dipintore de avere adi 21 de luglio ... de avere depinto para due de carte grande da trionfi, che sono carte 70 per zogo”, cioè 14 carte per i semi e 14 trionfi.


In seguito a questa indagine possiamo formulare alcune importanti considerazioni e cioè che le Corti inventarono giochi trionfali che nulla avevano a che vedere con i trionfi dei tarocchi, che il numero di questi trionfi variava in base al tipo di gioco ideato, che i trionfi presenti all’inizio nel gioco canonico erano 14 e che solo successivamente furono portati a 22. Tale incremento fu senz’altro dovuto alla necessità di strutturare le immagini secondo una gerarchia di valori che riflettesse il concetto di Scala Mistica cristiana (si legga a questo proposito L'Armonia Celeste inserito nel saggio "La Storia dei Tarocchi").

Per poter comprendere quando avvenne questo incremento si devono a mio avviso analizzare i Tarocchi Sola-Busca della fine del sec. XV e i cosiddetti Tarocchi del Boiardo descritti nell'opera Cinque Capitoli, sopra el Timore, Zelosia, Speranza, Amore et uno Triompho del Mondo, composta dal Boiardo indicativamente verso il 1461 ed edita per la prima volta nel 1523. I primi quattro capitoli alludono ai semi delle carte mentre il quinto, strutturato su 22 terzine, fa riferimento ai trionfi. Non sarebbe stato facile collegare l’opera ai tarocchi se l’autore non avesse inserito al termine del suo componimento due sonetti: nel secondo di questi, chiamato Sonetto excusato, egli si scusa appunto con i lettori per aver ideato tale composizione, mentre col primo, intitolato Argumento de li detti capituli di Mattheo Maria Boiardo sopra un nuovo gioco di carte, l’autore offre la vera chiave interpretativa dell’opera. La relazione fra le figure dei trionfi e gli esseri astratti che danno il soggetto ad ogni terzina non è immediata e ciò significa che il Boiardo nel comporre i suoi versi fece riferimento ad un mazzo di tarocchi di tipo fantastico.

Anche le carte Sola-Busca sono in un qual senso  tarocchi  fantastici in quanto l'autore (probabilmente il miniaturista Mattia Serrati dal monogramma M.S. inciso su numerose carte) non raffigurò nei trionfi le figure tradizionali ma, a parte il Folle, guerrieri e personaggi dell'antichità classica (ad esempio: Lempio, Catullo, Nerone, Sabino, etc) e in due casi personaggi desunti dalla tradizione biblica: Nabuchedenasor (Trionfo XXI)  e Nenbroto (Trionfo XX). Di quest'ultimo  è possibile creare un parallelismo con il significato della Torre in quanto il personaggio viene raffigurato  di fronte ad una colonna colpita da un fuoco scendente dal cielo. Le 56 carte minori presentano invece scene di vita quotidiana e di fantasia. Non sappiamo come queste carte venissero utilizzate. Dalla presenza dei personaggi storici è possibile pensare ad un gioco di  carattere educativo, inserendosi in tal modo nel novero di quelle carte realizzate su temi enciclopedici  a carattere moralistico ed etico.

All’inizio il Ludus Triumphorum non era ad esclusivo appannaggio dei nobili come la sopravvivenza di carte miniate farebbe supporre, ma era conosciuto e praticato anche a livello popolare. Il fatto che siano giunte a noi solo carte di trionfi miniate non significa che queste siano state le prime ad essere utilizzate. È evidente che essendo considerate, allora come oggi, vere e proprie opere d'arte, i nobili che le possedevano le conservarono con il dovuto rispetto. La mancanza di carte popolari di trionfi del XV secolo è facilmente giustificata dal fatto che queste, essendo costituite da semplice carta spessa e fatte oggetto di continua manipolazione, si consumavano rapidamente. Una volta divenute inservibili venivano quindi gettate dato il loro inesistente valore artistico. Se, come sappiamo, nella Firenze del 1450 una Provvisione relativa ai giochi di carte permessi includeva anche il triumpho e ancor prima, nel 1442 (come vedremo in seguito) la corte ferrarese comprò a Bologna da un merciaio un mazzo di trionfi di tipo popolare, significa che il Ludus Triumphorum era già conosciuto e praticato da tempo dal volgo, nella stessa epoca in cui a Ferrara e a Milano i nobili potevano permettersi carte di tipo miniato.


Quindi se nel 1442 erano presenti sia carte miniate che carte popolari di trionfi, ciò significa che la loro origine è da ricercarsi nei decenni precedenti. Si tratta infatti di una formulazione basata sul metodo storico di attribuzione per cui, in questo caso, occorre considerare il tempo necessario affinché tale gioco diventasse talmente popolare da essere prodotto anche sotto forma di opere d’arte presso le maggiori corti dell’Italia del Nord. La datazione dell’invenzione dei trionfi canonici è quindi da anticipare al primo decennio del Quattrocento, data che corrisponde ad una serie di situazioni presenti a Bologna da cui possiamo ipotizzare che la loro nascita sia avvenuta in quella città.

 
I Documenti

 
Il famoso sermone predicato in Piazza Maggiore a Bologna durante la Quaresima del 1423 da San Bernardino da Siena contro i giochi ebbe come conseguenza il falò di numerosi oggetti ludici consegnati da un popolo istigato dalle convincenti parole del Santo. Lo storico inglese Michael Dummett scrisse che gli Acta Sanctorum dei Bollandisti (4), in cui sono riportate tre distinte vite del Santo, parlano anche di Triumphales charticellae (5), ma che l’inserimento di queste ultime sarebbe stata operata solo tardivamente nella vita composta nel 1472, mancando invece nella vita più antica, datata al 1445. 

Il 28 luglio 1442 la corte di Ferrara pagò il bolognese Marchionne Burdochi, merzaro, cioè merciaio (6), per la fornitura di “uno paro de carte da trionfi; ave Iacomo guerzo famelio per uxo de Messer Erchules e Sigismondo frateli de lo Signore” (un mazzo di carte di trionfi; custodite dal  famiglio guercio Giacomo per l'uso di Messer Ercole e Sigismondo, fratelli del Signore). I famigli (dal latino famulus) erano persone adottate che vivevano e servivano a corte. In questo caso il mazzo dei trionfi era custodito da un tale Giacomo, che era guercio,  il quale all'occorrenza consegnava ai due sopra citati fratelli le carte quando questi le richiedevano. Il documento si riferisce ad un mazzo relativamente a buon mercato dato che costò appena cinque soldi. L’importante è considerare che mentre la Corte Estense proprio in quell’anno ordinava al pittore Sacramoro, come abbiamo sopra riportato, un mazzo di tarocchi miniati, a Bologna un merciaio vendeva carte di trionfi di manifattura popolare. Il che significa che  quelle carte dovevano essere presenti a Bologna da svariati anni.


Bologna a quel tempo era una popolosa e intraprendente città-stato con una università  frequentata da studenti provenienti da tutta Italia ed Europa. In tale situazione era inevitabile che il numero delle locande e delle osterie fosse molto elevato, luoghi di mescita ma anche dove si giocava a carte e a trionfi. Un' usanza che anche i nobili praticavano. Infatti se la Corte Estense si rivolse  al merciaio Burdochi per acquistare trionfi per la corte significa che anche la nobiltà bolognese vi ricorreva, una nobiltà che successivamente sosterrà di avere addirittura inventato i tarocchi (Si veda a questo proposito quanto scritto in riferimento a Francesco Antelminelli Castracani Fibbia nel saggio Il Principe).         


Un documento del 1427 riporta che Giovanni da Colonia, produttore nella città di “cartesellas depictas ad ludendum, ruppe una brocca d’acqua in testa al fornitore Zohane da Bologna, fabbricante di carta. Asserisce Girolamo Zorli che “La presenza di un produttore di carte tedesco nella città felsinea apre suggestioni di tecnologie bolognesi aggiornate sugli standard della innovativa e fiorente industria della stampa tedesca.  Nel 1463 il mazzo definitivo dei trionfi-tarocchi era già costituito da tempo. Le stamperie erano all’opera e lo producevano in serie per il consumo prevalentemente emiliano e toscano. L'Italia, Milano compresa, si adeguò al modello emiliano”. Continuando con i documenti reperiti, dalle cronache giudiziarie veniamo a conoscenza che un donzello del Podestà di Bologna, certo Floriano di professione barbiere, venne incolpato da Bindo da Prato di furto. Messo alla tortura, l’indiziato confessò la propria colpevolezza e la successiva perquisizione nella sua abitazione portò alla scoperta, fra le altre cose, di unum par cartarum a triumphis (7).


Di origine bolognese potrebbero essere i cosiddetti Tarocchi di Carlo VI (ora alla Biblioteca Nazionale di Parigi) della seconda metà del XV secolo, così chiamati perché erroneamente identificati nell’Ottocento con un mazzo menzionato nel 1392 in un libro di conti del re francese. Di questi sono sopravissute 17 carte, di cui 16 Trionfi e il Fante di Spade. L’ordine che li contraddistingue, nel caso che la  numerazione romana abbinata alle carte sia coeva alle carte stesse o di poco posteriore, risulta essere assai vicino a quello del Tarocco Bolognese e dei Tarocchi Toscani - importati questi ultimi da Bologna e prodotti prima dell'arrivo delle Minchiate composte da 97 carte - con la carta dell'Angelo a sovrastare il Mondo e con minime varianti nella numerazione di alcune carte. Nel caso che i numeri sulle carte siano stati inseriti tardivamente, il mazzo potrebbe essere stato realizzato a Ferrara per poi divenire proprietà di un bolognese che lo avrebbe numerato secondo l'ordine vigente nella sua città. Purtroppo è cosa non ci è data di sapere. Nello schema illustrato (figura 3) l' ordine dei Tarocchi di Carlo VI è rapportato con quello tradizionale bolognese. 

Alcune di queste carte recano versioni iconografiche tipiche del Tarocco Bolognese tradizionale, con minime varianti: nel Carro troviamo un guerriero in piedi su un carro trainato da due cavallli con una spada nel fodero e una alabarda nella mano (figura 4); la Forza è connotata da una fanciulla nell’atto di spezzare una colonna secondo l’iconografia della Fortitudo, virtù cristiana (figura 5); l’Appeso tiene nelle mani due sacchetti di monete come ritroviamo in un tarocco bolognese del secolo XVI (figura 6); la Morte è rappresentata da uno scheletro a cavallo (figura 7); la Torre possiede lo stesso aspetto di una porta-castello (figura 8); la Luna è connotata dalla presenza di astrologi (figura 9); il Sole da una donna che sta filando (figura 10). Infine nella carta del Mondo troviamo una donna (la Fama) posta con i piedi sopra la terra raffigurata all’interno di un tondo (figura 11).

Nel 1477 il notaio Alberto Argellata stipulò un contratto fra un Roberto Blanchelli riminese, che dimorava a Bologna, quale committente e il maestro Pietro Bonozzi, mazziere degli anziani. Quest’ultimo si obbligava a far osservare al proprio figlio alcuni patti riguardanti “el mestiero de le carte e triumphi da zugare” tesi a far provvedere al Blanchelli una certa quantità di carte da gioco di due specie differenti, e cioè carte normali e Trionfi.


Ecco il sunto di quanto specificato nel contratto, come lo riportò Emilio Orioli nel 1908: “In questo contratto, oltre il prezzo pattuito, si stabiliva anche il modo come le carte dovessero essere lavorate, secondo un modello preparato e da conservarsi presso una terza persona; che se non fossero identiche o riuscissero eseguite malamente, Pietro Bonozzi era obbligato a farle rifare; non dovevano avere sul dorso alcun disegno ma essere perfettamente bianche. Si obbligava pure detto maestro Pietro a non permettere che suo figlio od alcuno altro de' suoi lavorasse o vendesse carte per altri, eccetto che per il Blanchelli, nè che aiutasse o consigliasse altri intorno a detto mestiere nè molto meno lo insegnasse ad altri; prometteva invece che per lo spazio di diciotto mesi continui si sarebbe dedicato a preparare carte e trionfi unicamente per conto del Blanchelli; il quale a sua volta, doveva fornire la carta e i cartoni necessari per fare “dicte carte o vero triumphi” Oltre la mercede convenuta doveva anche il Blanchelli aggiungere soldi diciotto a titolo di spese, ogni centoventi mazzi di carte o per altrettanti di mazzi di trionfi corrispondenti, tenendo però conto del maggior numero di pezzi che occorrevano per formarne un mazzo, poichè “ha più iochi de li triumphi da quelli de le carte” (8).


Nel 1588 le autorità papali concessero ad Achille Pinamonti il diritto di riscuotere tributi sulle carte da gioco nella misura di 10 soldi per un mazzo di tarocchi (9).


Un documento presente presso l’Archivio di Stato di Bologna che non riguarda direttamente il tarocco bolognese, ma che riporta la figura dell’Imperatore Teodosio (figura 12) così come si ritrova nei cosiddetti Tarocchi del Mantegna (figura 13) è il codice manoscritto Costituzioni e privilegi dello studio bolognese del 1467 (10). In realtà la serie di 50 incisioni dei Tarocchi del Mantegna (ca. 1465) rappresenta un caso a parte, speciale, in quanto non si tratta di un vero e proprio mazzo di tarocchi. Un’errata valutazione ottocentesca lo attribuì al Mantegna, ma gli storici dell’arte sono concordi nell'assegnarla ad un autore ferrarese vicino a Francesco del Cossa. Tuttavia l’ordine delle figure, che illustrano le Condizioni umane, le Virtù, le Arti liberali, le Muse e le Sfere celesti dividendole in cinque gruppi ben distinti, esprime in senso ancor più compiuto il medesimo significato di Scala Mistica presente nelle carte dei tarocchi, che ritroviamo in questa serie con 15 immagini.


Presso il Museo Civico Medievale di Bologna un bassorilievo in pietra (11) della medesima epoca presenta la Carità (figura 14) con il Misero e il Zentilomo come raffigurati nei Tarocchi del Mantegna (figura 15 - figura 16).


Presso Palazzo Poggi a Bologna alcuni affreschi dipinti da Niccolò dell’Abbate (1512-1571) raffigurano uomini e donne intenti a diversi passatempi. Uno di questi li mostra mentre giocano a carte fra cui sono facilmente riconoscibili il Sei di Denari e di Spade e il Quattro di Bastoni, ma mancando immagini di trionfi non sappiamo se il gioco fosse quello dei tarocchi. Bartolomeo Crivellari realizzò da questi affreschi delle copie ad incisione che furono inserite nell’opera di Giampietro Zanotti Le Pitture di Pellegrino Tibaldi e di Niccolò Abbati, stampata a Venezia nel 1757 (figura 17).


A proposito della documentazione sui tarocchi utilizzati come gioco, dobbiamo osservare che la prima descrizione riguardante regole e metodi proviene proprio da Bologna. Questa preziosa informazione si deve a Lorenzo Cuppi, ricercatore e storico dell’Accademia del Tarocchino Bolognese. Essa era stata citata già nel 1754 da Carlo Pisarri nel suo Istruzioni necessarie per chi volesse imparare il giuoco dilettevole delli tarocchini di Bologna (12), ma era rimasta ignota fino a che una ricerca condotta da Lorenzo Cuppi presso la Biblioteca dell'Archiginnasio ha permesso di rintracciarne una copia nel ms. Gozzadini 140, vergata dal Priore dei Serviti Vincenzo Maria Pedini sul finire dell'estate del 1746. Vari passi permettono di riconoscere che il documento è copia del medesimo manoscritto dal Pisarri (13). Il fatto che Vincenzo Maria Pedini e Carlo Pisarri, a distanza di poco tempo, abbiano visto e copiato il documento definendolo antico (14), oltre ad un insieme di altre osservazioni fra cui il meccanismo delle poste e l’assoluto silenzio da osservare durante il gioco (a fronte della gran quantità di espressioni lecite a metà Settecento), hanno spinto il Cuppi a datare il documento originale, che nessuno ha finora rintracciato, alla metà del Cinquecento (15). Poiché il mazzo appare già ridotto a 62 carte è stato considerato come terminus a quo l’inizio del Cinquecento. Inoltre poiché Pisarri e Pedini lo considerano antico - termine che tutti i vocabolari (16) dall’inizio del Seicento ai primi dell’Ottocento definiscono invariabilmente con l’espressione “che è stato assai tempo avanti: trapassato di più secoli” - non dovrebbero essere varcati i limiti di quel secolo.


Altre opere fondamentali che hanno trattato dei metodi del gioco sono: Il giuoco pratico di Raffaele Bisteghi, apparso a Bologna nel 1753; la Lettera d’un dilettante della partita a tarocchi ad un Amico desideroso d’apprendere un metodo facile per conteggiare colla massima sollecitudine li diversi giuochi, che in essa si apprendono di Camillo Cavedoni stampato a Bologna nel 1812, e infine Il Tarocco, ossia giuoco della partita di T. Verardini Prendiparte del 1841.


Non vi è dubbio comunque che da quando il mazzo venne ridotto, circa mezzo millenio fa, il sistema del gioco, nella sua forma popolare da Pisarri chiamata Partitaccia, sia rimasto praticamente invariato a Bologna fino ad oggi, mentre una modalità più prossima a quella settecentesca viene utilizzata nell’antica enclave di Castel Bolognese.

 
Il Tarocchino

 
Nel Cinquecento fu operata una riduzione del mazzo bolognese che portò il numero complessivo delle carte a 62, con l’eliminazione delle carte numerali dal 2 al 5 di ciascun seme, dando così origine al mazzo chiamato Tarocchino. Questo avvenne in seguito all’introduzione in Italia di una moda proveniente dalla Spagna e diffusasi un po’ ovunque: il tarocco siciliano conta 22 trionfi contro 41 carte di seme, i tarocchi austriaci 22 contro 32 carte di seme, mentre i Germini (o Minchiate di Firenze), contano addirittura 41 trionfi contro le 56 carte di seme. Queste varianti, tutte nate indipendentemente l’una dall’altra, sono state chiaramente originate dal maggior interesse che il gioco assumeva aumentando il potere del seme di trionfi, che svolgeva funzione di briscola, sugli altri semi attraverso un aritmetico meccanismo di gioco.


Nel nuovo ordine che ne derivò, definito di tipo A, troviamo l’Angelo come carta più alta mentre le tre virtù sono raggruppate assieme:


             L’Angelo
             Il Mondo
             Il Sole
             La Luna
16        La Stella
15        La Saetta
14        Il Diavolo
13        La Morte
12        Il Traditore
11        Il Vecchio
10        La Roda
9          La Forza
8          La Giusta
7          La Tempra
6          Il Carro
5          L’Amore
            I Quattro Papi
            Il Bagattino (Begato)
            Il Matto

 

Verso la fine del Settecento venne aggiunta la numerazione sopra esposta dove si può vedere che gli ultimi quattro e i primi cinque trionfi rimasero senza numero. Le carte del Papa, della Papessa, dell’Imperatore e dell’Imperatrice vennero chiamate con l’appellativo di Papi, consuetudine dovuta alla pratica del gioco, dove ciascuna di queste carte possedeva lo stesso valore. La sostituzione delle figure dei quattro Papi con quattro Moretti avvenne, come si vedrà in seguito, nel 1725.


Di sicura provenienza bolognese sono due fogli del sec. XVI presenti uno alla École des Beaux Arts di Parigi e l’altro presso la collezione Rothschild al Louvre, entrambi appartenenti allo stesso mazzo dove troviamo il Sole, il Mondo, l’Appeso, la Ruota, l’Angelo e l’Eremita nel primo (figura 18), la Torre, la Stella, la Luna, il Diavolo, il Carro e la Morte nel secondo (figura 19). Queste immagini assomigliano in maniera oltremodo convincente a quelle presenti nei tarocchi bolognesi del Seicento, come argutamente ha sottolineato Michael Dummett: “fin nei dettagli più piccoli, come i caratteristici gruppi di archi concentrici sui due angoli superiori delle carte” (17).


Uno splendido esempio di tarocco bolognese del sec. XVII si trova presso la Biblioteca Nazionale di Parigi: si tratta di 56 carte (su 62) incise su legno e colorate a mascherina che riportano la scritta Carte Fine Dalla Torre in Bologna (figura 20- figura 21). Le immagini sono molto simili a quelle presenti nelle carte dei due fogli sopra citati e le figure dei Quattro Papi evidenziano molto bene sia l’aspetto maschile sia quello femminile come l’autorità imperiale o papale che li contraddistingue. Sulla Regina di Bastoni appare lo stemma della Famiglia Fibbia (figura 22). (Si legga a questo proposito il saggio Il Principe).


Appartiene al secolo XVII il primo esempio completo di carte di tarocchini, quando il celebre incisore Giuseppe Maria Mitelli ne realizzò un mazzo fra il 1663 e il 1669 per la famiglia Bentivoglio. Soggetti riguardanti le carte e i giocatori non erano estranei alla produzione del Mitelli il quale realizzò diverse incisioni sul tema, come una Conversazione considerabile che ci mostra diverse macchiette di giocatori di carte attorno ad un tavolo (figura 23), l’incisione Chi gioca per soldi perde per necessità con un uomo che si sta denudando per aver perso praticamente tutti i suoi averi (figura 24), e anche un’incisione, tratta dalla serie Le ventiquattr’hore dell’Humana felicità del 1665, raffigurante un giocatore quasi danzante vicino ad un tavolo sul quale appaiono carte, dadi e monete, elementi presenti anche in terra (figura 25). Due quartine poste sotto la figura riflettono un ammaestramento morale. La prima, dal titolo Il Giocatore, riporta i seguenti versi: “Sempre il giocar fù mio diletto, e cura / Che ben il tempo nel giocàr si spende / D’ogni rendita il gioco à me più rende / E senz’esser Ebreo vivo d’usura”. Nella seconda, intitolata Morte, è scritto: ”Sino à l’estrema età da la più verde / È gioco l’huom d’instabile fortuna, / E se per lei tallor tesori aduna / Più sovente per lei l’anima perde”.


Il Gioco di Carte di Tarocchini venne inciso dal Mitelli in sei tavole: due da undici carte e quattro da dieci. Le varianti iconografiche rispetto ai mazzi precedenti riguardano diverse carte: nel Mondo viene raffigurato Atlante; nel Sole troviamo Apollo; l’Eremita ci mostra un viandante sotto un cielo stellato con un fardello sulle spalle e un lume nelle mani; la Torre un uomo viene colpito da un fulmine in sostituzione del crollo della porta-fortezza; l’Appeso-Traditore mostra un uomo nell’atto di colpire alle spalle, con un grande martello, una persona addormentata (evidente richiamo alla vicenda biblica di Caino e Abele); la Fortuna è connotata da una fanciulla nuda, seduta su una ruota, con la mano destra alzata dove tiene un sacchetto dal quale fa cadere monete; nel Carro troviamo egualmente una figura di donna che regge le redini legate a due uccelli; l’Amore è rappresentato da un Cupido bendato con arco e frecce, mentre con la mano sinistra solleva un cuore infiammato, secondo una versioni iconografica tipica del Rinascimento; il Bagatto diviene una specie di giullare danzante (figure 26 - figura 27 - figura 28).


La sostituzione dei Quattro Papi - Papessa, Imperatrice, Imperatore, Papa - con altrettanti Moretti avvenne nel 1725 ad opera di un canonico di nome Montieri che pubblicò un tarocchino geografico, abbinando alle immagini ridotte dei trionfi, e riportate nelle parti superiori delle carte, informazioni geografiche inerenti l’Italia, l’Europa e il mondo intero, inserendo stemmi araldici nelle carte dei semi. Questo gioco, chiamato L’Utile col diletto, ossia geografia intrecciata nel giuoco de Tarocchi con le insegne degl’Illustrissimi ed Eccelsi Signori Gonfalonieri ed Anziani di Bologna dal 1670 al 1725 si inserisce in una moda consueta nei secoli XVII e XVIII, tesa ad istruire sui più disparati argomenti attraverso le carte da gioco, secondo il concetto dell’ars memoriae. Ricordiamo, a titolo di esempio, il famoso mazzo di carte Jeu de la Geographie inciso da Stefano della Bella per il Re di Francia.


Il Montieri illustrò “Le dieci parti principali” dell’Europa, l’America, l’Africa e l’Asia con figure di Mori che rappresentavano, senz’altro meglio dei Papi, l’aspetto esotico degli ultimi tre continenti. Nel libretto informativo sul gioco, abbinato al mazzo, che ebbe l’imprimatur per la stampa il 6 agosto del 1725, egli spiegò che “vi sono cambiati i quattro Papi in quattro Satrapi, e questi fanno lo stesso Giuoco de Papi, cioè uno prende l’altro” (18).


Sta di fatto che il buon canonico venne arrestato, e con lui tutti coloro che erano stati coinvolti nella pubblicazione del mazzo, su ordine del legato Cardinal Ruffo, per aver descritto nella carta del Matto (figura 29) come Misto il governo di Bologna, governo che da tempo faceva parte dello Stato Pontificio, anche se secondo un accordo godeva fin dal 1447 di un’ampia autonomia. La bolla, emessa il 12 settembre 1725 citava “mille irregolarità vane, ed improprie Idee, degne del più esemplare castigo, come altresì di darle alle fiamme, e di proibirne affatto l’uso, e il commercio con pubblico nostro Editto”. Temendo che una severa condanna agli autori fosse interpretata come un atteggiamento troppo repressivo contro le libertà cittadine, il canonico e le altre persone che erano state imprigionate, furono liberate dalle autorità in breve tempo (19). In seguito a quell’avvenimento tutti gli stampatori di tarocchini bolognesi inserirono i Moretti al posto dei Papi, valutando come possibile una eventuale e ulteriore ritorsione delle autorità pontificie a causa della presenza nel mazzo delle figure del Papa e della Papessa.


La produzione di carte nel Settecento fu a Bologna assai ampia. Le botteghe che le fabbricavano non realizzavano soltanto carte normali o  tarocchi per i Bolognesi, ma anche mazzi di giochi diversi o destinati all’esportazione fuori regione, come le minchiate fiorentine. Ricordiamo diverse botteghe, il cui nome derivava dall’insegna che le distingueva, appesa in alto fuori dal negozio, come Al Leone, Al Mondo, All’Aquila, Alla Colomba, Al Soldato e All’Imperator, botteghe nelle quali lavoravano celebri fabbricanti come Davide Berti, Giacomo Zoni, Antonio Comastri, Angelo Marisi e Gaetano Dalla Casa. La produzione di carte all’ “uso di Bologna” rappresentava, come diremmo oggi, una garanzia di qualità, sia per i materiali impiegati sia per la cura del disegno e la coloritura. Nella seconda metà dell’Ottocento fabbricarono carte Alessandro Grandi, Luigi Montanari, Gaetano Provasi e verso la fine del secolo troviamo Emilio Nardi, Pietro Barigazzi, Federico Rinaldi e Pietro Marchesini.


Note


1 - 
Per comprendere appieno l'ipotesi dell'origine bolognese si leggano gli articoli Il Principe e L'Ordine dei Trionfi.
Se intendessimo individuare il luogo di origine dei Trionfi basandoci sulla struttura a base 22 che, come più volte abbiamo riferito aderisce al concetto della Scala Mistica (riguardo la Scala si vedano i saggi La Scala Mistica e il paragrafo "L'Armonia Celeste" nell'articolo La Storia dei Tarocchi), che vede nella conoscenza del Divino (nei trionfi rappresentato dalla carta del Mondo) l’ultimo gradino da raggiungere, l’obiezione che potrebbe sorgere circa l’attribuzione bolognese riguarda la posizione superiore dell’Angelo rispetto al Mondo, così come troviamo nell’ordine di quella città. Sarebbe più plausibile pensare a Milano o a Ferrara dove il Mondo sovrasta il Giudizio. Ma come abbiamo anche per questo caso più volte espresso, i trionfi divennero 22 dopo un elaborato percorso di anni che portò gli iniziali 14 a diventare 16 e infine 22. Il concetto della Scala non permeò fin dall’origine il gioco dei trionfi, ma solo successivamente quando questi furono portati a 22. Poiché né a Bologna, né a Milano o a Ferrara si giocava verso la metà del secolo XV con 22 Trionfi, ma con numero inferiore, appare evidente che l’origine del Ludus Triumphorum dovrà essere ricercata in altre motivazioni, risultando fra l'altro irrilevante in questo contesto il ruolo dell'Angelo quale carta superiore. Fra tutte queste città, Bologna risulta essere la più eleggibile.
2 - Nerida Newbigin, I Giornali di ser Giusto Giusti d' Anghiari (1437-1482). Anno 1440, in "Letteratura Italiana Antica", III (2002) 41-246. Le informazioni su questo testo sono state comunicate alla comunità scientifica da Tierry Depaulis. Si veda anche il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani, Vol. 57, 2002, alla voce "Giusto Giusti". Per un maggiore approfondimento sul documento si legga, in lingua inglese, l'articolo Studies on Giusto Giusti di Franco Pratesi al link http://trionfi.com/giusto-giusti
- Questa descrizione sulla vita di Filippo Maria Visconti venne riportata anche dal Muratori in Rerum Italicarum Scriptores, Vol. 20, "Vita Phil. M. Visc.",  C. 61. 
- Tomo XVI (Maggio, Vol. V). Anversa 1685, al 20 maggio. Citazione menzionata da Michael Dummett in Il Mondo e l'Angelo, Napoli, 1993, pp. 217-218.
- Ibid., p. 267, col. 1.
6 - Archivio Estense, Modena. Registro di Guardaroba, 4, Conto di Debiti e Crediti, 28 luglio 1442, carta 135.  Il documento fu trovato nel 1904 da Giulio Bertoni che ne parlò, senza menzionarne la provenienza, nell'articolo Nuovi Tarocchi Versificati, in "Giornale Storico della Letteratura Italiana", 43, p. 57, n. 5  e successivamente nel 1917 in Poesie, Leggende, costumanze del Medio Evo, pp. 126-127. La notizia venne ripresa da Adriano Franceschini nel 1996  in Note d'archivio sulle carte Ferraresi in "Ludica" 2, p. 170.  A Ross Sinclair Caldwell si deve l'aver identificato,  attraverso ulteriori documenti d'archivio, l'origine bolognese del mercante Burdochi e di aver portato in rete la conoscenza di questi documenti. Nella versione inglese di questo articolo, alla medesima nota, abbiamo riportato la descrizione del complesso evolversi di questa ricerca come comunicataci dallo stesso Ross Caldwell.
-  E. Orioli, Sulle carte da giuoco a Bologna nel secolo XV, "Il libro e la stampa", anno II, 1908, pp. 109 - 119, p. 112.
- E. Orioli, op. cit., p. 113.
9 - L. Frati, La vita privata di Bologna dal secolo XIII al secolo XVII, Bologna,1890, p. 133.
10 - Cod. ms. 40, c. 2r.
11 -  Inv. 1571.
12-  In particolare alle pp. 5-9.
13 - Alcuni esempi si possono trovare in L. Cuppi, Tarocchino bolognese: due nuovi manoscritti scoperti e alcune osservazioni, "The Playing-Card" 30 (2001-02) in particolare a p. 84.
14 - Cfr. Ms. Gozzadini 140, 40v Bologna, Biblioteca dell'Archiginnasio e C. Pissarri, Istruzioni necessarie per chi volesse imparare il giuoco dilettevole delli tarocchini di Bologna, Bologna, 1754.
15 - Cfr. L. Cuppi, op. cit., 82-83.
16 - Si confronti ad esempio: L. Salviati, Vocabolario degli accademici della Crusca, Venezia 1612; A. Cesari, Vocabolario degli accademici della Crusca, I, Verona 1806; anche i bolognesi P. Costa - F. Cardinali, Dizionario della lingua italiana, I, Bologna 1819.
17 - M. Dummett, Il Mondo e l’Angelo, Napoli, 1993, p. 222.
18 - P. 10. Il libretto fu stampato a Bologna “per il Bianchi alla Rosa”.
19 - Un resoconto completo di questa vicenda si trova in Gian Battista Comelli, Il «governo misto» in Bologna dal 1507 al 1797 e le carte da giuoco del can. Montieri, in «Atti e memorie della Reale Deputazione di storia Patria per la Romagna», serie 3, Vol. XXVII, 1909.

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