Saggi di Andrea Vitali

René Guenon e il Tarocco

I residui di una scienza tradizionale indiscutibile

 

 di Gerardo Lonardoni


L’opera e la figura del celebre tradizionalista francese René Guenon (1886-1951) sono troppo conosciute perché sia necessario spendervi più di poche parole; ma non è altrettanto noto che fosse un buon conoscitore del simbolismo dei Tarocchi.


Guènon dedicò la sua vita allo studio dei molteplici aspetti assunti, nel corso delle civiltà, dalla “tradizione primordiale”, che considerava caratteristica dell’umanità vissuta nell’età dell’oro. Questa tradizione primordiale costituiva il patrimonio spirituale e la sostanza stessa di quell’umanità ancora congiunta al Sacro; era al tempo stesso dottrina e modo di vita di un’epoca in cui l’uomo viveva consapevolmente secondo lo spirito. Ma con il trascorrere delle età in senso involutivo - dell’argento, del bronzo e del ferro - e la degenerazione progressiva dell’umanità quella tradizione primordiale dapprima si frammentò in molteplici rivoli costituenti altrettante tradizioni minori, quindi giunse fino quasi alla sparizione, specialmente nell’Occidente materialista moderno. Le religioni del pianeta - induismo, cristianesimo, Islam, etc. - sono forme di quella tradizione primordiale di cui peraltro costituiscono soltanto un riflesso; attraverso di loro tuttavia l’uomo interiormente qualificato può ritornare alla sorgente e ritrovare la Via che conduce al Sacro.


Guénon approfondì lo studio delle forme di spiritualità che riteneva ortodosse, per trovarne l’origine comune nella tradizione delle origini, la cui sede era stata un centro spirituale ormai passato in occultamento. Egli affermava che la reintegrazione dell’uomo decaduto della nostra epoca può avvenire solo mediante una iniziazione regolare, come quella massonica oppure il battesimo cristiano, conferita da un maestro qualificato e seguita dalle pratiche spirituali previste nella forma tradizionale cui appartiene quell’iniziazione.



Guenon



Nel corso della sua ricerca René Guénon incontrò ovviamente anche l’opposto della tradizione primordiale, che definì “l’Antitradizione” (cfr. Il Regno della quantità e i segni dei tempi, citato in bibliografia): ovvero forme completamente degenerate e “invertite” di essa, che potevano condurre l’uomo, anziché a ritrovare la via verso il Sacro, alla definitiva disgregazione spirituale e morale. Questa Antitradizione avrebbe trovato il suo culmine nel materialismo della nostra epoca, che avrebbe anche avuto l’effetto di far risorgere quegli aspetti psichici inferiori che costituiscono l’antitesi della vera spiritualità. Di queste forme antitradizionali secondo Guénon fa parte anche l’occultismo, nel senso di dottrine o pratiche apparentemente spirituali ma sganciate e avulse da qualunque contesto realmente tradizionale e quindi atte a spingere l’uomo ancora più lontano dal proprio centro interiore.


Con queste premesse, ci si potrebbe aspettare che Guénon respingesse con sdegno come “occultista” e antitradizionale il Tarocco, di cui nessuno conosce l’esatta origine e che oggi viene purtroppo usato soprattutto dai cartomanti per predire il futuro. Ma la realtà è ben diversa, come subito vedremo.


Dobbiamo anzitutto precisare che la conoscenza del Tarocco da parte di Guénon si rivela tutt’altro che superficiale, ma risente dei limiti dell’epoca in cui scriveva: al suo tempo mancava quasi completamente uno studio sul Tarocco accurato dal punto di vista storico e simbolico, a parte le speculazioni più o meno accettabili degli esoteristi. Il tradizionalista francese infatti si avvale palesemente delle opere scritte da questi ultimi, spesso per criticarli, allorché parla del Tarocco. Dal punto di vista storico Guénon non appare in grado di aggiungere alcunché alle conoscenze della sua epoca sul Tarocco; tuttavia la sua posizione riguardo agli Arcani e alla sapienza che celano in sé è molto interessante. I suoi brani che andiamo a citare si troveranno riportati per esteso nella seconda parte del presente articolo.


Anzitutto Guénon vede nel Tarocco “i residui di una scienza tradizionale indiscutibile, qualunque sia stata la sua origine reale, benché caratterizzata da aspetti assai tenebrosi”; questa frase merita una considerazione approfondita. “Residui di una scienza tradizionale indiscutibile” significa che l’origine del simbolismo del Tarocco affonda nella notte dei tempi, risalendo nientemeno che alla tradizione primordiale; e ciò contraddice totalmente gli storici moderni che invece sostengono che il Tarocco è un mero gioco di carte d’invenzione moderna. Guénon non è in grado di spiegare o anche solo di intuire la esatta origine degli Arcani - “qualunque sia stata la sua origine reale” - ma è certo per lui che sono sopravvivenze di una sapienza autentica e antichissima.


Secondariamente, egli ritiene sorprendentemente che le figure del Tarocco siano state poco modificate dal corso del tempo, anzi che offrano “una grande possibilità nel loro insieme di conservare più fedelmente il simbolismo originale. In fondo, la trasmissione del Tarocco è alquanto paragonabile a quella del “folklore”, anzi costituisce un semplice caso particolare di esso, e la conservazione dei simboli è salvaguardata nel medesimo modo; in un dominio simile, ogni innovazione dovuta a una iniziativa individuale è sempre pericolosa, e come nelle sistemazioni letterarie dei racconti detti “popolari”, può appena indebolire od oscurare il senso, mescolando “abbellimenti” più o meno fantasiosi e in ogni caso superflui”.


Il tradizionalista francese pensa quindi che il mazzo classico - si fa qui evidentemente riferimento ai Tarocchi di Marsiglia - conservi integralmente o quasi tutta la propria valenza simbolica originaria, il che non è poco per uno strumento passato attraverso decine di disegnatori e stampatori di ogni epoca; e in tal modo si dimostra del tutto contrario ai tentativi di “ricostruire” la supposta forma originaria del Tarocco, in cui si sono cimentati gli occultisti di ogni epoca successiva a Court de Gébelin: Etteilla, Wirth, Jodorowsky e quant’altri. Questi tentativi gli appaiono superflui o dannosi, conservando il realtà il Tarocco odierno tutta la sua valenza esoterica.


Ma se mettiamo in relazione fra loro queste due affermazioni nel loro pieno valore, la conclusione è una sola: il mazzo dei Tarocchi di Marsiglia rappresenta una completa via simbolica tradizionale, pochissimo alterata rispetto ad un originale che affonda le proprie origini nella tradizione primordiale.


Perché dunque René Guénon non ha maggiormente approfondito lo studio di queste misteriose e antiche carte?


Una spiegazione si ricava facilmente dai suoi stessi scritti: egli infatti sostiene che la scienza del Tarocco, benché tradizionale, è “caratterizzata da aspetti assai tenebrosi; non pretendiamo di fare allusione con ciò alle abbondanti elucubrazioni occultiste cui ha dato luogo e che in gran parte mancano di qualunque spessore, bensì a qualcosa ben più reale, che rende il suo uso ben più pericoloso per chiunque non stia abbastanza in guardia contro le “forze dal  basso”.


Possiamo ipotizzare che secondo Guénon il Tarocco, residuo di forme tradizionali ormai privo di rapporto diretto con ogni iniziazione ortodossa, esponga chi lo pratica al rischio di venire risucchiato dalle “forze dal basso” contro le quali egli mette in guardia chiunque si avventuri sulla via spirituale senza essere saldamente ancorato ad una tradizione regolare. Guénon doveva vedere nella pratica della divinazione o della meditazione con le carte un inutile aprirsi a pericolose influenze psichiche contro le quali gli arcani stessi a suo parere non offrivano alcun valido scudo. Da questo punto di vista la sua posizione era coerente con la sua impostazione generale rispetto ai pericoli che presenta ogni tentativo dell’uomo di riaccostarsi al proprio centro interiore.


Sul piano pratico notiamo che Guénon correttamente riconosceva il Tarocco cosiddetto di Marsiglia come l’unica forma autentica del suo simbolismo; lo si ricava “a contrario” dalla sua affermazione che “il numero 8 può qui avere una certa relazione con il simbolismo cristiano del Sol Iustitiae o Sole di Giustizia (confronta il simbolismo dell’VIII arcano del Tarocco)”, in cui l’ottava lama è attribuita alla Giustizia e non alla Forza come oggi avviene nei mazzi di origine anglosassone, secondo lo schema in uso nella Golden Dawn.


Per parte nostra, non possiamo che ribadire quanto abbiamo già scritto in altri articoli pubblicati su questo sito, e nel nostro testo La Via del Sacro - I simboli dei Tarocchi fra Oriente e Occidente: l’esoterismo del Tarocco non fu “inventato” da Court de Gébelin come vogliono gli storici contemporanei (ma si stanno ricredendo: si veda il nostro articolo “Court de Gébelin e la tradizione occulta”). La tradizione esoterica concernente gli Arcani era custodita all’interno delle consorterie settecentesche e fu dalle conoscenze segrete che vi circolavano che Court de Gébelin trasse il materiale per il suo saggio “Il gioco del Tarocco” che lo rese celebre. È comunque nostro parere che de Gébelin non avesse una completa conoscenza di questa tradizione, e che nell’attribuire a sé la scoperta di ciò che invece era un sapere condiviso abbia commesso un falso, cui si sono accompagnati diversi errori nell’esposizione. 


Trascriviamo di seguito i brani in cui René Guénon si riferisce al Tarocco. Ringraziamo doverosamente il prof. Federico Gonzàlez, dal cui sito http://www.simbolismoyalquimia.com/
abbiamo tratto l’elenco delle citazioni.

 
Dalle opere di René Guénon

 

1)     Il re del Mondo, cap. XI: “d’altra parte, ricorderemo una volta di più che possono anche esistere simultaneamente, fuori del centro principale, molti altri centri che si relazionano con esso, e che sono come altrettante sue immagini, il che è una fonte di confusioni abbastanza facili da commettere, tanto più nella misura in cui questi centri secondari - essendo più esteriori - sono per tale motivo più visibili del centro supremo”. 1

 
     1     Secondo l’espressione che Saint-Yves prende dal simbolismo del Tarocco, il centro supremo sta fra gli altri centri come “lo zero chiuso dai ventidue arcani”.


2)     Il regno della quantità e i segni dei tempi, cap. XXXVII: “la peggior cecità sarebbe quella che consistesse nel vedere qui nient’altro che una mera questione di “moda” senza reale importanza; d’altra parte potrebbe dirsi altrettanto della crescente diffusione di certe “arti divinatorie” che certamente non sono così inoffensive come possono sembrare a tutti quelli che mai arrivano al fondo delle cose; in generale si tratta dei resti incompresi delle antiche scienze tradizionali quasi completamente perdute,  cosicché, oltre al pericolo inerente alla loro natura “residuale”, si dispongono e combinano in forma tale che la loro messa in funzione, sotto pretesto della “intuizione” (coincidenza con la “nuova filosofia” che risulta già abbastanza degna di nota in se stessa) apre la porta all’intervento delle influenze psichiche di carattere più dubbio”.

     1    
Ci sarebbe molto da dire a questo riguardo, soprattutto dell’uso del Tarocco in cui si incontrano i residui di una scienza tradizionale indiscutibile, qualunque sia stata la sia origine reale, benché caratterizzata da aspetti assai tenebrosi; non pretendiamo di fare allusione con ciò alle abbondanti elucubrazioni occultiste cui ha dato luogo e che in gran parte mancano di qualunque spessore, bensì a qualcosa ben più reale, che rende il suo uso ben più pericoloso per chiunque non stia abbastanza in guardia contro le “forze dal  basso”.


3)     La grande triade, cap. XV: “un punto che dà motivo di un paragone particolarmente rimarchevole tra la tradizione estremo orientale e le tradizioni iniziatiche occidentali, è ciò che concerne il simbolismo del compasso e della squadra: questi come abbiamo già indicato, corrispondono palesemente al cerchio e al quadrato, cioè alle figure geometriche che rappresentano rispettivamente il cielo e la terra. Nel simbolismo massonico, conforme a questa corrispondenza, il compasso si colloca normalmente sopra e la squadra sotto; in genere fra entrambi si raffigura la Stella risplendente, simbolo dell’Uomo, e più precisamente dell’ "uomo rigenerato” e che così completa la rappresentazione della Grande Triade.

     
 In effetti, il compasso, simbolo “celeste”, poi yang o maschile, appartiene propriamente a Fo-Hi, e la squadra, simbolo “terrestre”, poi yin o femminile, a Niu-kua; però al contrario quando vengono rappresentati congiunti e uniti per le loro code di serpente (corrispondendo così esattamente ai due serpenti del caduceo), è Fo-hi quello che porta la squadra e Niu-kua il compasso. Questo si spiega in realtà con uno scambio paragonabile a quello di cui si è trattato in precedenza per ciò che concerne i numeri “celesti” e “terrestri”, scambio che, in un caso simile, può qualificarsi molto appropriatamente come “ierogamico”: non si vede come, senza un simile scambio, il compasso potrebbe corrispondere a Niu-kua, tanto più che le azioni che le si attribuiscono la rappresentano soprattutto mentre esercita la funzione di assicurare la stabilità del mondo, funzione che si riferisce al lato “sostanziale” della manifestazione, e che la stabilità si esprime nel simbolismo geometrico mediante la forma cubica”. 2


     1    
Quando si inverte questa posizione, il simbolo prende un significato particolare che deve essere posto in relazione con l’inversione del simbolo alchemico dello Zolfo per rappresentare il compimento della “Grande Opera”, così come con il simbolismo della lama 12 del Tarocco.


     2    
Con l’inversione degli attributi tra Fo-Hi e Niu-kua occorre porre in relazione il fatto che, nelle lame 3° e 4° del Tarocco, si attribuisce all’Imperatrice un simbolismo celeste (stelle) e all’Imperatore un simbolismo terrestre (pietra cubica); inoltre, numericamente e per il grado di queste due lame, l’Imperatrice è in corrispondenza col tre, numero dispari, e l’Imperatore col numero 4, numero pari, il che riproduce di nuovo la stessa inversione”.


4)     La Grande Triade, cap. XXIII: “l’idea della ruota, inoltre, evoca immediatamente per se stessa quella di “rotazione”: tale rotazione è la raffigurazione del cambiamento continuo cui è sottomessa tutta la manifestazione, e perciò si parla anche della “ruota del divenire”; in un movimento del genere, non c’è che un solo punto che rimanga fisso e immutabile, e quel punto è il centro”. 1

   
      1     “confronta la “Ruota della Fortuna” nell’antichità occidentale, e il simbolismo della lama 10° del Tarocco”.


5)     Simboli della Scienza Sacra, cap. III: “In effetti, in tutte le parti vediamo, non solo in Egitto, l’assimilazione simbolica stabilita fra il cuore e la coppa o il vaso; in tutte le parti il cuore è considerato come il centro dell’essere, centro al tempo stesso divino e umano nelle applicazioni molteplici che permette; in tutte le parti, inoltre, la coppa sacrificale rappresenta  il Centro o il Cuore del Mondo, la “dimora d’immortalità”. 1

         
       1    
“avremmo potuto ricordare anche l’ athanor ermetico, il vaso in cui si compie la “Grande Opera” il cui nome, secondo alcuni, deriverebbe dal greco athanathos, “immortale”; il fuoco invisibile che si mantiene perpetuamente in esso corrisponde al calore vitale che risiede nel cuore. Avremmo potuto ugualmente stabilire collegamenti con un altro simbolo assai diffuso, quello dell’ uovo, che significa resurrezione e immortalità e sul quale avremo forse occasione di tornare. Segnaleremo d’altronde, quanto meno a titolo di curiosità, che la coppa del Tarocco (la cui origine è, per il resto, assai misteriosa) è stata rimpiazzata dal cuore nelle carte francesi, il che è un altro indice dell’equivalenza di entrambi i simboli.”


6)      Simboli della Scienza Sacra, cap. XXV: “in un articolo del numero speciale di Le Voile d’Isis dedicato al Tarocco, il signor Auriger, a proposito dell’arcano XVI, ha scritto ciò che segue: “Sembra esistere una relazione fra le pietre di grandine che circondano la Torre colpita dal fulmine e la parola Beyt-el, “dimora divina”, da cui si è ricavata “betilo”, parola con cui i semiti designavano gli aeroliti o “pietre del fulmine”. Questa relazione è stata suggerita dal nome di “dimora di Dio” dato a quell’arcano, nome che è, in effetti, la traduzione letterale del Beyt-el ebreo; però a noi sembra che ci sia in quella considerazione una confusione fra cose diverse abbastanza differenti, e che potrebbe offrire un certo interesse puntualizzare questo argomento”.


7)    Simboli della Scienza Sacra, cap. XXXI: “questo triangolo rovesciato è ugualmente lo schema del cuore, e quello della coppa, che è assimilata a quello nel simbolismo, come abbiamo mostrato particolarmente in ciò che concerne il Santo Graal”. 1

          1     “nell’antico Egitto il vaso era il geroglifico del cuore. La “coppa” del Tarocco, corrisponde altresì al “cuore” delle carte comuni francesi”.


8)      Simboli della Scienza Sacra, cap. XXXVII: “ come le porte solstiziali danno accesso, come abbiamo detto sopra, alle due metà ascendente e discendente del ciclo zodiacale, che in esse hanno i loro rispettivi punti di partenza, Giano, che abbiamo già visto apparire come “il Signore del triplice tempo” (designazione che si applica anche a Shiva nella tradizione indù) è altresì, per quanto abbiamo detto, il “Signore delle due vie”, quelle due vie, di destra e di sinistra, che i pitagorici rappresentavano con la lettera Y 1, e che sono in fondo identiche rispettivamente al deva-yana e al pitr-yana. È quindi facile comprendere che le chiavi di Giano sono in realtà quelle stesse che, secondo la tradizione cristiana, aprono e chiudono il “Regno dei cieli” (corrispondendo in questo senso al deva-yana la via per cui vi si giunge), e ciò tanto più in quanto quelle due chiavi, da un altro punto di vista, una d’oro e l’altra di argento, erano anche rispettivamente quella dei “grandi misteri” e quella dei “piccoli misteri”.


          1     “è quello che rappresentava anche, in forma exoterica e “moralizzata”, il mito di Ercole fra la Virtù e il Vizio, il cui simbolismo si è conservato nel sesto arcano del Tarocco. L’antico simbolismo pitagorico per il resto ha mantenuto altre “sopravvivenze” assai curiose; lo si ritrova così nell’epoca rinascimentale nel marchio dello stampatore Nicolas du Chemin, disegnato da Jean Cousin”.


9)     Simboli della Scienza Sacra, cap. LIX:  “il Màkara è il coccodrillo (çiçumara) dalle fauci aperte che si sostiene “contro la corrente” e rappresenta la via unica per la quale ogni creatura deve necessariamente passare, presentandosi così come il “guardiano della soglia” che quella deve attraversare per liberarsi dalle condizioni limitanti (simbolizzate anche dal paça di Varuna) che lo trattengono nel dominio dell’esistenza contingente e manifestata”. 1


     1    
Vedere “l’attraversamento delle acque” [cap. LVI]; questo coccodrillo è l’ ammit degli antichi egizi, mostro che  attende il risultato della “psicostasis” o “pesatura delle anime” per divorare quelli che non hanno passato soddisfacentemente questa prova. È anche lo stesso coccodrillo che, aperte le fauci, spia il “folle” del primo arcano del Tarocco; il “folle” si interpreta generalmente come l’immagine del profano che non sa da dove viene né dove va, e procede ciecamente senza coscienza dell’abisso in cui sta per precipitare”.


10)     Simboli della Scienza Sacra, cap. LX: “il sole è stato rappresentato spesso, in tempi e luoghi diversi incluso il Medioevo occidentale, con raggi di due tipi, alternativamente rettilinei e ondulati; un esempio notevole si trova in una tavoletta assira del Museo Britannico che data al I sec. a.C.; in essa il sole appare come una specie di stella a otto raggi”. 1

        
     1     il numero 8 può qui avere una certa relazione con il simbolismo cristiano del Sol Iustitiae o Sole di Giustizia (confronta il simbolismo dell’8° arcano del Tarocco); il Dio solare di fronte al quale è collocata questa raffigurazione ha, per il resto, in una mano “un disco e una barra, che sono rappresentazioni convenzionali della riga e della misura di giustizia”; rispetto al primo di questi due emblemi, ricorderemo la relazione che esiste fra il simbolismo della misura e quello dei “raggi” solari”.


11)     Simboli della Scienza Sacra, cap. LXVII: “W. Deonna, che ha avuto l’opportunità di citare il “quattro numerale” fra altri simboli che figurano in armi antiche, si riferisce, in modo per il resto assai sommario, all’origine e al significato di quel contrassegno e menziona l’opinione secondo la quale esso rappresenta ciò che denomina in modo ben più stravagante “il valore mistico della cifra 4”; senza respingere del tutto questa interpretazione, ne preferisce tuttavia un’altra, e suppone “che si tratti di un segno astrologico”, quello di Giove. Questo, in effetti, presenta nel suo aspetto generale una certa somiglianza con la cifra 4; ed è altresì sicuro che l’uso di questo segno può avere qualche relazione con l’idea di “maestria”; però, nonostante ciò, e contro l’opinione del sig. Deonna, pensiamo che non si tratta che di un’associazione secondaria, che, per legittima che sia 1, non fa tuttavia che aggiungersi al significato primario e principale del simbolo”.


     1     “troviamo, del resto, un altro caso della stessa associazione fra il simbolismo di Giove e quello del quaternario nel quarto arcano del Tarocco”.


12)     Studi sulla Massoneria e il Compagnonaggio, Vol. II, pag. 147: “uno studio di J.-H Probst-Biraben su “l’esoterismo araldico e i simboli” riunisce nei numeri da luglio a ottobre (rivista Symbolisme 1947) una documentazione considerevole su questo soggetto: insiste soprattutto sull’origine orientale delle insegne araldiche e le loro relazioni con l’ermetismo, che sono inoltre comuni a “le figure del Tarocco, gli emblemi delle corporazioni” e, senza dubbio con altre cose che nel Medio Evo avevano un carattere simile: “senza la conoscenza del simbolismo ermetico, l’arte araldica si riduce la maggior parte delle volte a essere incomprensibile”.

         
Ciò che troviamo ben più sorprendente è che l’autore non voglia ammettere che “simboli esoterici siano stati introdotti nelle insegne dagli stessi nobili” perché costoro “non erano in generale né istruiti né soprattutto iniziati” e non avrebbero pertanto nemmeno sospettato il senso reale; non ha udito mai parlare di una iniziazione cavalleresca, e immagina forse che l’istruzione esteriore debba costituire una condizione preliminare all’iniziazione?  Che dei chierici e degli artigiani abbiano talvolta collaborato alla composizione degli stemmi è certamente possibile, ma questo non accadeva semplicemente perché dovevano esserci fra costoro e i nobili delle relazioni d’ordine iniziatico come si trovano in tanti altri indizi, soprattutto proprio nel dominio dell’ermetismo?”.


13)     Forme tradizionali e cicli cosmici, cap. “la tomba di Ermete”: “Non è il corpo di Idris quello che si seppellì nella Grande Piramide, ma la sua conoscenza; e, con ciò, alcuni intendono che si tratta dei suoi libri; però, che verosimiglianza ha che alcuni libri siano stati seppelliti così, puramente e semplicemente, e che interesse avrebbe potuto offrire ciò da qualunque punto di vista? (non occorre far notare che il caso dei libri depositati ritualmente in una vera tomba è diverso da questo). Disgraziatamente per la supposizione, non ci sono nella Grande Piramide né iscrizioni né rappresentazioni simboliche di alcun genere”.  1

     1     “Su questo fatto si trovano a volte affermazioni singolari e più o meno completamente fantasiose; così nello Occult Magazine, organo della H.B. di L., abbiamo incontrato una allusione alle “78 lame del libro di Hermes che giace sepolto in una delle piramidi” (numero di dicembre 1885, pag. 87); si tratta qui chiaramente del Tarocco, ma questo non ha mai rappresentato un libro di Hermes, di Thoth o di Enoch, all’infuori di certe concezioni molto recenti, e non è più egizio degli zingari cui a volte si è dato tale nome” (Sulla H.B. di L., cfr. il nostro libro La Teosofia)”.


 14)     Comptes Rendus, recensione sulla Cabala mistica di Dion Fortune: “consideriamo allo stesso modo l’esagerazione che esiste nel considerare l’ “albero della vita” da un punto di vista esclusivo come costituente la base unica di tutto il simbolismo, così come l’importanza un po’ eccessiva attribuita al Tarocco”.


15)     Comptes Rendus, recensione su Le Tarot. Histoire, iconographie, èsoterisme di Gérard Van Rijnberk: “questo gran volume è il risultato di lunghe e pazienti investigazioni su tutto ciò che riguarda da vicino o da lontano il Tarocco. Nella prima parte, ha riunito tutto ciò che è possibile trovare in libri e documenti d’archivio sull’origine del Tarocco e delle carte da gioco e l’epoca della sua apparizione in differenti paesi d’Europa, e bisogna dirlo, non ha potuto giungere ad alcuna conclusione sicura. Tutto ciò che si può affermare, è che le carte da gioco sono state conosciute verso la fine del secolo XIII; soprattutto nei paesi mediterranei, e che la parola “Tarocco”, la cui etimologia è inoltre impossibile scoprire, non cominciò a essere utilizzata che a partire dal secolo XV, benché la cosa sia di per sé sicuramente più antica. L’ipotesi di un’origine orientale, sulla quale alcuni hanno tanto insistito, non è in alcun modo provata; e noi aggiungeremo che, in ogni caso, anche se fosse vero che gli arabi avessero svolto qui un ruolo di “trasmettitori”, non sarebbe per questo meno inconcepibile, per più di una ragione, che le carte abbiano avuto nascita in un ambiente islamico, cosicché la difficoltà sarebbe semplicemente spostata più indietro. Inoltre, contrariamente alle affermazioni di Vaillant, il Tarocco era conosciuto in Europa occidentale prima dell’arrivo degli zingari; ed è così che tutte le “leggende” occultiste evaporano appena le si sottopone a un serio esame!”.

         
Nella seconda parte, l’autore esamina tutto ciò che, in scritti e opere d’arte dell’antichità classica e del Medioevo, gli sembra presentare qualche relazione con le idee espresse dal simbolismo degli arcani del Tarocco; alcune somiglianze sono abbastanza nette, però ce ne sono altre che sono ben più vaghe o lontane. Va da sé, inoltre, che questi accostamenti sono sempre molti frammentari, e non raggiungono che certi punti particolari; inoltre, occorre non dimenticare che l’uso degli stessi simboli non costituisce mai la prova di una filiazione storica. Non abbiamo ben compreso perché, a proposito di questi accostamenti e delle idee cui si riferiscono, il signor Van Rijnberk parla di “exoterismo del Tarocco” né cosa intende esattamente con questo, né che differenza vede con ciò che al contrario designa come il suo “esoterismo”.


16)     Comptes Rendus, recensione su Il Tarocco. Saggio d’interpretazione secondo i principi dell’ermetismo, di Jean Caboseau: “questo libro sul Tarocco è scritto da un punto di vista ben diverso dal precedente, e sebbene sia molto meno voluminoso, ha pretese apparentemente maggiori, malgrado la sua modesta qualifica di “saggio”; noi non discuteremo del resto che possa essere legittimo cercare una interpretazione astrologica e anche qualcun’altra ancora, con la condizione di non presentare nessuna di esse come esclusiva; però questa condizione è soddisfatta quando si considera l’ermetismo come “la base stessa del simbolismo del Tarocco?” è vero che occorrerebbe anzitutto intendersi sul senso delle parole; l’autore a noi sembra voler estendere troppo ciò che egli attribuisce all’ermetismo, al punto d’inglobare quasi tutto il resto, compresa la Cabala; e sebbene egli rimarchi sufficientemente bene la relazione e la differenza fra l’ermetismo e l’alchimia, non è meno vero che esiste la pretesa di una forte esagerazione, così come lo fa, identificando il primo con la “conoscenza totale!” Di fatto, i suoi commenti sulle lame del Tarocco non si limitano inoltre strettamente all’ermetismo, perché, anche prendendolo come punto di partenza, effettua numerosi accostamenti a dati provenienti da tradizioni assai differenti; non è certamente questo ciò che gli rimprovereremo, ben lungi da ciò, ma che a volte non abbia verificato sufficientemente se erano tutti ben giustificati e, nella forma in cui tutto questo è presentato, si sente un po’ troppo la persistenza dello spirito “occultista”: sarebbe bene, per esempio, rinunciare a utilizzare la figura di Adda-Nari (cioè Ardha-Nari, combinazione androgina di Shiva e Parvati) che non ha più relazione col Tarocco degli strani assemblaggi che le ha fatto sopportare Eliphas Lèvi. Le intenzioni dell’autore non sempre si sviluppano, d’altra parte, con  la sufficiente chiarezza che si potrebbe desiderare, e particolarmente quando cita alcuni brani di nostri scritti non siamo molto sicuri, vedendo il contesto, che li intenda come li intendiamo noi stessi. Il sig. Chaboseau ha tentato inoltre, dopo un certo numero di altri, di “ricostituire” a suo modo le figure del Tarocco; va da sé che, in casi simili, ciascuno include sempre molte delle sue idee particolari e non c’è ragione per considerare queste “ricostituzioni” come le une più o meno valide di altre; noi riteniamo che è molto più sicuro rimettersi semplicemente alle figure ordinarie, che sono rimaste poco deformate dal corso del tempo e offrono una grande possibilità nel loro insieme di conservare più fedelmente il simbolismo originale. In fondo, la trasmissione del Tarocco è alquanto paragonabile a quella del “folklore”, anzi costituisce un semplice caso particolare di esso, e la conservazione dei simboli è salvaguardata nel medesimo modo; in un dominio simile, ogni innovazione dovuta a una iniziativa individuale è sempre pericolosa, e come nelle sistemazioni letterarie dei racconti detti “popolari” non si può più che appena indebolire od oscurare il senso mescolando “abbellimenti” più o meno fantasiosi e in ogni caso superflui. Queste ultime riflessioni, sia chiaro, non si rivolgono al sig. Chaboseau più che ai suoi predecessori, e noi riconosciamo anche con piacere che lo stile “medievalista” che ha adottato per le sue illustrazioni non ha la inverosimiglianza di un Tarocco detto egizio o indù, però questa non è che una questione di grado. Tuttavia noi ci poniamo qui nel punto di vista del valore simbolico; in un ordine di considerazioni più “pratico”, si può credere che le influenze psichiche che sono incontestabilmente unite alle lame del Tarocco, qualsiasi siano inoltre la sua origine e qualità, possano incontrare tuttavia un supporto efficace in tutte queste modificazioni arbitrarie delle figure tradizionali?”.


Bibliografia


1. Le Roi du Monde, Librairie Charles Bosse, «Les Cahiers du Portique», 1927, Éditions Gallimard, Paris
2. Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, Éditions Gallimard, Paris, 1945
3. La Grande Triade, Revue de la Table Ronde, Nancy, 1946 
4. Symboles fondamentaux de la Science sacrée,  Éditions Gallimard, Paris, 1962 
5. Études sur la Franc-Maçonnerie et le Compagnonnage, (2 voll.), Éditions Traditionnelles, Paris, 1964
6. Formes traditionnelles et Cycles cosmiques, Éditions Gallimard, Paris, 1970
7. Comptes Rendus, Éditions Traditionnelles, Paris, 1973