Saggi di Andrea Vitali

Odi et Amo

Dell'Amore e dell'Odio per il 'Giuoco de' Tarocchi'

 

Il  gioco dei tarocchi è stato considerato da sempre il più bello fra i giochi di carte. Seppure oggi sia relegato in piccole enclave, in passato è stato amato da persone di ogni ceto sociale: da imperatori, re, conti, duchi, cardinali, letterati, artisti, popolani, soldati, tavernieri, etc. Come nella migliore iconografia della Danza Macabra dove i medesimi personaggi sopra elencati vengono raffigurati al seguito di uno scheletro danzante, lo stesso potrebbe essere tratteggiato per il gioco dei tarocchi: tutti accalcati attorno ad un tavolo ad aspettare il proprio turno per giocare.


Un passatempo, a volte un vizio, amato e odiato in egual misura quello dei tarocchi, a cui si dedicarono - almeno nel Sette e Ottocento - personalità come Mozart (1), Monti, Parini, Rossini, Verdi e tanti altri.


In questo articolo parleremo di due letterati (uno era anche un celebre matematico) che seppure vissuti a più di due secoli di distanza l'uno dall'altro, provarono nei confronti dei tarocchi lo stesso sentimento di amore e odio, tanto da dedicare loro un componimento letterario.


Del primo, nato a Firenze all’incirca nel 1508, e divenuto in seguito ferrarese, abbiamo in parte già scritto nel nostro saggio i Tarocchi in Letteratura I (paragfrafo: Due letterati ferraresi). Si tratta di Flavio Alberto Lollio, autore  della famosa (per gli amanti della storia dei tarocchi) Invettiva contra il Giuoco del Tarocco (2), in cui polemizza contro i giuochi d’azzardo in generale e i tarocchi in particolare, dopo l’ennesima partita persa giocando ‘col Podestà e Giulio Cardinale’:


Ma voi dite ch’è purtroppo disfatto,
Quando un bel gioco vi va in tutto male
Et ch’alli due servir siete costretto
Come se foste proprio un’ orinale,
Dando una carta a questo, un’altra a quello,
et solo a Voi restar spennate l’ale…
Ditemi un poco, il di, che per rivale
Pigliaste questo giuoco, non giocaste
Col Podestà, e con Giulio Cardinale?

 

Benché il Lollio fosse considerato ai suoi tempi principe dell’Oratoria, molto stimato come letterato per aver composto l’Aretusa, una commedia pastorale in endecasillabi, con la quale precorse l’Aminta del Tasso, è oggi ricordato soprattutto per quella sua Invettiva, motivo per il quale si potrebbe dire che i tarocchi gli hanno ‘dato tanto’.


Per comprendere la figura del Lollio ci avvaliamo di quanto Giovan Mario Crescimbeni scrisse nel De Comentarj intorno all’Historia della Volgar Poesia (3), da cui riportiamo, integrandole, anche le sue note al testo:

 
“Alberto Lollio Ferrarese figliouolo di Francesco, professò varia dottrina, e coltivò a tal segno l’eloquenza, che fu riputato uno de’ principali Oratori del secolo XVI. Fece egli diverse Opere in nostra lingua, che si riferiscono dal Ghilini (a), e particolarmente le Orazioni, per le quali, non può esprimersi con parole, quanto il suo nome acquistasse fama internazionalmente. Ma per quello, che si appartiene alla nostra Poesia, l’anno 1563, compose l’Aretusa, a compiacenza D’Alfonso II Duca di Ferrara, la quale dalle Favole Pastorali è ben delle prime del tempo, ma non già le prime nel valore; imperciocchè sebbene ella è di buon carattere, e d’adeguato costume tessuta; nondimeno molto inferiore si resta  a dispetto dell’Aminta del Tasso. Si trovano altresì gli Adelfi  di Terenzio da lui felicemente tradotti in versi volgari e varie sue Rime per le raccolte; e il Sonetto che diamo per saggio, è estratto dal Tempio di Donna Giovanna d’Aragona pubblicato dal Roscelli l’anno 1554 dal quale chiaramente si vede, che egli era buon Rimatore; ma in questa professione non arrivava all’eccellenza, che aveva nell’altra dell’Oratoria. Si esercitò finalmente anche nel genere bernesco, e molto graziosa è l’invettiva, che egli fece in terza rima contra il giuoco de’ Tarocchi. Insomma per suo vario, e pieno sapere, fu egli grandemente stimato, di maniera che conseguì anche l’onore della Medaglia in bronzo, che si vede con la sua effige. Fiorì egli negli anni suddetti 1554. ed essendo giunto nell’ultima vecchiaia, morì a15. di Novembre l’anno 1569. come si legge nell’iscrizione del suo sepolcro nella Chiesa di S. Paolo di Ferrara, riportata da Marco Antonio Guarini (b). Celebrano con ogni giustizia questo il Ghilini nel Teatro (c), il Doni nella Libreria (d), e gli Accademici Fiorentini nelle loro notizie (e).

 

(a) Teatr. Vol. I [Abbate Girolamo Ghilini, Teatro d’Huomini Letterati, Venezia, 1647]
(b) Comp. Hist. Ch. Fer. Lib. 3. pag. 184 [Marco Antonio Guarini, Compendio Historico dell'Origine, Accrescimento, e Prerogative delle Chiese, e Luoghi Pij della Città, e Diocesi di Ferrara, E delle memorie di que' Personaggi di pregio che in esse son sepelliti: In cui incidentemente si fa menzione di Reliquie, Pitture, Sculture, ed altri ornamenti al decoro così di esse Chiese, come della Città appartenenti. Opera non meno curiosa che dilettevole Descritta per D. Marc' Antonio Guarini Ferrarese, Beneficiato nella Catedrale, A' Santi Giorgio e Maurelio Martiri Protettori della Città, ed al Commune di lei dedicata, Libro III, Ferrara, Heredi di Vittorio Baldini, 1621]
(c) Teatr. Vol. I [Abbate Girolamo Ghilini, citato]
(d) Trat. I, pag. 18 [Anton Francesco Doni, La libraria del Doni fiorentino. Nella quale sono scritti tutti gl'autori vulgari con cento discorsi sopra quelli. Tutte le tradutioni fatte all'altre lingue, nella nostra & una tavola generalmente come si costuma fra librari, Trattato I, Venezia, Gabriel Giolito de Ferrari, 1550]
(e) Par. I. pag. 242. [Jacopo Dioniso Orsini, Notizie Letterarie ed Istoriche intorno agli uomini illustri dell’Accademia Fiorentina, Parte Prima, Piero Matini, 1700]

 

Riguardo l’ Invettiva, così scrive il curatore delle note all'opera del Crescimbeni:

 

“Fu il Lollio fondatore dell’Accademia degli Elevati di Ferrara, che si raunò [radunò] la prima volta in sua casa nel 1540…. La sua Invettiva contra il Giuoco de’ Tarocchi non è in terza rima, come dice il Crescimbeni, ma in verso sciolto, e va impressa dietro alcune edizioni del Caporali e di altri Autori, e altrove. Prima però fu stampata da se sola per il Giolito in Venezia del 1550. in 8. dove anche non semplicemente Alberto Lollio, ma Flavio Alberti Lollio si nomina. Fa menzione di questo Autore il Doni nella Libreria, dove dà notizia ché compose due libri, l’uno delle Virtù degli Accademici passati, e l’altro della Nobiltà e creanza de’ presenti: ma sopra tutti l’autore delle Notizie degli Uomini illustri dell’Accademia Fiorentina, a car. 242, dove se n’ha la vita, e vi s’afferma lui esser nato in Firenze” (4).



                                           Invettiva 2

                                                               Prima pagina dell'Invettiva del Lollio


INVETTIVA DI M. ALBERTO
LOLLIO ACADEMICO PHILARETO
CONTRA IL GIUOCO DEL TAROCCO


Non fù mai mio costume di biasmare
   Alcuna cosa; ne dir mal d'altrui;
   Anzi usai sempre insin da fanciullezza,
   Lodar ciò che si sta; tenendo poi
   Quel, che paruto mi fosse il migliore.                                     5
   Hora dovendo il mio buono instituto
   Abbandonar, da giusto odio sospinto:
   A' voi chieggio perdon dotte sorelle,
   Habitatrici del sacro Helicona:
   Et prego, che la gratia, e 'l favor vostro                               10
   Non mi neghiate alla bramata impresa.

L’altro autore, oggetto della presente disamina, fu uno dei più celebrati matematici del Settecento. Basti pensare che alla sua morte scrissero, per onorarlo, Vincenzo Monti, Stendhal, Napoleone e altri ingegni del tempo. Si tratta di Lorenzo Mascheroni (1750-1800), amico e collega di Lazzaro Spallanzani e Alessandro Volta.

 

Nato a Castagneta di Bergamo, non ancora ventenne successe ad Ottavio Bolgeni alla Cattedra di Retorica del patrio Seminario e subito dopo alle pubbliche scuole del Collegio Mariano. Dedicatosi dapprima alla poesia, volse i sui interessi verso la matematica e le scienze filosofiche fino a diventare professore nel 1780 di questa ultima disciplina. Nel 1785 pubblicò il saggio Nuove ricerche sull’equilibrio delle Volte e, assunta la cattedra di geometria e algebra all’Università di Pavia dove insegnò fianco a fianco con Lazzaro Spallanzani e Alessandro Volta, le Aggiunte al Corso Matematico di Bossut, il Metodo per misurare i poligoni piani (1787) e le Annotazioni al calcolo integrale di Eulero (1790-92). In quest’ultimo lavoro sciolse i problemi ancora esistenti di quel geometra, considerato fra i maggiori del XVIII secolo. Nel frattempo, poiché aveva continuato a dedicarsi alle belle lettere, nel 1793 presentò l’Invito a Lesbia (L'invito di Dafni Orobiano a Lesbia Cidonia), un'epistola in 529 endecasillabi sciolti con cui il poeta (in Arcadia (5): Dafni Orobiano) invita la contessa Paolina Secco Suardo Grismondi (in Arcadia: Lesbia Cidonia) a visitare le collezioni di storia naturale e i gabinetti scientifici dell'ateneo pavese.

 

Il componimento suscitò entusiastici commenti fra i critici letterari del tempo: “Ben essere in ira alle Muse chi nol conosce” (Ferdinando Landi); “Le cose difficilissime a dirsi sono da lui dette maravigliosamente” (Bertola); “Verace maraviglia è in me venuta dall’altissimo ingegno e saper suo, dalla lettura di que’ suoi versi, la cui bellezza e magnificenza potè destare invidia nello stesso Diodoro” (Clementino Vannetti), etc.



                                                                       Mascheroni Lorenzo

                                                                         Ritratto di Lorenzo Mascheroni

Mascheroni fu in sostanza, al di là delle sue qualità letterarie, un grande matematico e scienziato del sec. XVIII. Napoleone lo apprezzò a tal punto da far stampare a Parigi diverse sue opere. Incompleto rimase il poema in cinque canti in terzine dantesche che Vincenzo Monti gli dedicò alla sua morte, dal titolo Mascheroniana (In morte di Lorenzo Mascheroni), mentre Stendhal a cui era piaciuto immensamente l’Invito, lo riverì con diversi versi in Rome, Naples, Florence (lettera del 16 dicembre 1816). In suo onore, l’asteroide 1996 XW8 è stato chiamato 27922 Mascheroni.

Tutto ciò non può che far pensare ad un altro personaggio dell’epoca dei Lumi, anch’egli scienziato, uno fra gli astronomi più famosi di tutti i tempi, il tedesco William Herschel che eccelse tal punto in musica da essere acclamato dai suoi contemporanei come lo fu Mascherobni per le belle arti.


Mascheroni era un grande appassionato del gioco dei tarocchi. Come accadeva al Lollio, a volte vinceva e a volte perdeva. Un gioco amato e odiato nello stesso tempo, soprattutto amato, tanto da dedicare ad esso un sonetto, riportato nel volume Poesie di Lorenzo Mascheroni raccolte da’ suoi manoscritti per Eloisio Fantoni (6):


Sul Giuoco de’ Tarocchi

1783

     
       Che venir possa il canchero negli occhi,

E cada si, che il collo, e il cul s'ammacchi,

E nido sia di cinquecento acciacchi,

Chiunque loda il gioco de' tarocchi.

      Gioco da scioperon, gioco d'allocchi,

Che la mia borsa malamente intacchi,

Va al diavol; che i sonagli alcun t'attacchi,

Poichè m' hai rovinato ne' bajocchi.

      E tu, speranza, che sempre agli orecchi,

Susurri le promesse a’mammalucchi,

Di rifar con vittoria i danni vecchj;

      Che l'àncora di mano alcun ti spicchi:

L' àncora vana, colla qual ci cucchi;

E sopra quella a ciel seren t'impicchi.

 

Anche se ad una prima lettura potrebbe non apparire, l’autore menziona o rievoca nel loro significato alcuni Trionfi:

 

e cada si, che il collo e il cul s’ammacchi = la Torre

Gioco da scioperon = il Bagatto (da bagatella, cosa di poco valore adatta a persone dello stesso talento)

Va al diavol =  il Diavolo

che i sonagli alcun t'attacchi = il Folle

E tu Speranza = la Speranza (che troviamo nel gioco delle Minchiate)

Sussurri le promesse = il Papa

da rifar con vittoria i danni vecchi = la Giustizia

con vittoria = il Carro

i danni vecchi = l’Eremita

Che l'àncora di mano alcun ti spicchi = la Morte

L'àncora vana, colla qual ci cucchi = la Fede = la Papessa (l’ancora è attributo iconografico in certe versioni della Fede)

A ciel sereno = il Sole

t’impicchi = l’Appeso

 

Si tratta insomma di una composizione di una certa raffinatezza, al di là della parvenza di modeste scurrilità.

 

Una composizione breve, se rapportata all’Invettiva del Lollio, composta da ben 308 versi. Di questi ne riportiamo alcuni in cui viene appieno evidenziato l’amore/odio dell’autore verso quel gioco:

 

Questa squadra di ladri et di ribaldi,                         227

   Questi, che il volgo suol chiamar Trionfi,

   M’han fatto tante volte si gran torti,

   Si manifeste ingiurie, ch’io non posso

   Se non mai sempre di lor lamentarmi

   Che lor non feci mai oltraggio alcuno.

   Anzi cercav’haverli per amici,

   Per quanto à pari lor si convenia:

   Et essi, co’l mostrarmi allegro viso,

   Come sogliono far gli adulatori,

   M’han poi assassinato: onde ho perduto

   Per colpa lor, di molti et molti scudi (7)                 238


Note

 

1 -  Si legga in proposito l’articolo Vinto io. Giocato a Tarocchi
2 - Ms. CLI, 257. Biblioteca Comunale, Ferrara.
3 - Giovan Mario Crescimbeni, De Comentarj intorno all’Historia della Volgar Poesia, Vol. III, in “L’Historia della volgar poesia”,Vol. IV, Libro I, Venezia, Lorenzo Basegio,  1730, pag. 78.
4 - Ibidem, pag. 79.
5 - L'Accademia dell'Arcadia, a cui il Mascheroni aveva aderito, venne fondata a Roma nel 1690.
6 - Firenze, Felice Le Monnier, 1863, pag. 398. 
7 - Per la lettura dell’intera Invettiva si rimanda al sito http://www.tretre.it/ che riporta la trascrizione completa effettuata dal manoscritto originale (vedi nota 2) curata da Girolamo Zorli, componente dell’Associazione Le Tarot. Per accedere al testo cliccare qui. 

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