Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Trionfi e Canti di Carnevale a Firenze - sec. XV

Il ‘Canto di Berriquocolai’ di Lorenzo e il ‘Canto de Giucatori’ dell'Ottonaio

 

Saggio di Andrea Vitali, dicembre 2020

 

 

Ogni anno a Firenze si celebravano tre grandi feste: Carnevale, il cui culmine era il Giovedì Grasso; Calendimaggio, cadente il primo di quel mese e San Giovanni, il patrono della città, festeggiato il 24 giugno.

 

In occasione del Carnevale, cantori mascherati, soprattutto giovani in rappresentanza dei vari mestieri, percorrevano in lungo e in largo la città inscenando canzoni in onore delle donne spettatrici, in cui le lodi delle proprie attività si alternavano a versi dai velati doppi sensi, esprimenti un’accesa propensione verso le gioie della carne. Anche se la tradizione assegna a Lorenzo de Medici la paternità di queste feste carnevalesche, in realtà di trattava di eventi che erano celebrati da anni pressoché in tutti i paesi europei. Si deve a Lorenzo, invece, la proposta avanzata ai cantori di strada di organizzarsi in gruppi e di allestire scene su carri da condurre in processione per la città.

 

Fra le numerose canzoni dei diversi mestieri ricordiamo il Canto degli uccellatori di starne, il Canto di pastori bacchiatori di bassette, il Canto de’ profumieri, il Canto dei capi tondi, il Canto degli spazzacamini, il Canto de molinari, etc.

 

Durante la Festa di San Giovanni venivano allestiti grandi Trionfi, ovvero rappresentazioni allegoriche con scenografie e personaggi tratti dalla mitologia e dalla storia antica, disposte su suntuosi carri in grado di ospitare addirittura diciassette persone fra attori, cantanti e musicisti. La rappresentazione di una singola allegoria poteva coinvolgere anche più carri.

 

Fra i tanti Trionfi ricordiamo quelli del Carro della Morte (versi di Antonio Alamanni); della Dea Minerva (M. Agnolo Divizio di Bibbiena); di Diavoli (Nicolò Macchiavelli); delle quattro Complessioni (Anonimo); di Venere, e di Giunone (Iacopo Nardi), i cui testi venivano cantati accompagnati da strumenti.

 

Anche a Lorenzo de’ Medici si devono componimenti scritti per tali occasioni: tredici Canti composti per il Carnevale e due Trionfi per la festa di San Giovanni.  Questi i Canti per il Carnevale:

 

Carro delle Fanciulle, e delle Cicale
Canto delle Foresi di Narcetri
Canto di Berriquocolai
Canto di Filatrici d'oro
Canto di Poveri, ch'accattano per carità
Canto di Mogli giovani e di Mariti vecchi
Canto di Mulattieri
Canto di Romiti.
Canto di Calzolai
Canto di Rivenditore
Canto di Facitori d'olio
Canto di Votacessi
Canto di Cialdonai

Fra i Trionfi il celeberrimo Trionfo di Bacco, e Arianna assieme al Trionfo de i sette Pianeti.

 

In questa sede prenderemo in considerazione il Canto di Berriquocolai di Lorenzo per essere l’unico fra i tanti di Carnevale - di cui se ne contano diverse centinaia - in cui vengono citati giochi di carte e lo faremo riportando anche il Canto de Giucatori, composto da Giovan Batista dell’Ottonaio, araldo della Signoria di Firenze, che si presenta come un vero e proprio monito contro i giochi d’azzardo.

 

I testi di tutti i Canti e Trionfi ci sono stati tramandati da Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca che nel 1559 diede alle stampe un volume al riguardo (1).

 

Con il termine Berriquocolai venivano chiamatii biscotti secchi di forma rotonda bucati al centro, composti, oltre che da farina, da canditi e mandorle, anche se a volte gli ingredienti potevano variare. Nel canto Lorenzo cita anche i confortini, tipo di ciambella di forma allungata.

 

 

Canto di Lorenzo

 

                        Canzona dei Confortini, da "Canzona per andar in maschera x carnasciale facte da diverse persone",

Particolare del frontespizio, c. 1480, Biblioteca Marucelliana, Firenze.

Nell'immagine Lorenzo il Magnifico assiste all'esecuzione di tre cantori vestiti alla turchesca

i quali, accompagnati da due fanciulli, eseguono il suo Canto di Berriquocolai. 

Due  di loro tengono in alto nelle mani un biscotto. 

 

 

Il testo, che mette in bocca ai venditori di questi dolcetti il loro vantarsi verso le donne affacciate alle finestre sulla bontà unica del loro prodotto, già nei primi versi evidenzia doppi sensi dal carattere erotico: le donne nel periodo della mestruazione rischiano di perdere il loro tempo, per cui si suggerisce un rapporto contro natura, senza stare a pensare ad alcun impedimento o al disonore. Le donne momentaneamente impedite sono invitate pertanto ad accogliere l’uomo nel posto vicino, in quanto due vicini sono in grado di aiutarsi l’un con l’altro. Fare sesso è da garzoni, da giovani, e i cantori sanno molto bene come farlo per cui le donne non devono aspettarsi un tal genere di favori da altri, ma concedersi a loro con generosità dato che quelle che non lo faranno saranno costrette a soddisfarsi da sole. Conviene pertanto che esse giochino e che in quel gioco mettano tutto il loro impegno.

 

Leggiamo quindi i versi che descrivono quanto sopra, nel loro significato letterale a cui aggiungeremo qualche informazione riferita ai doppi sensi:

 

Canto di Barricucolai.


Berricuocoli, Donne, e confortini,

   Se ne volete, i nostri son de’ fini.

Non bisogna insegnar come si fanno,

   che ‘l tempo perso, ed è pure un gran danno;

   Ma chi lo perde, come molte fanno,

   Convien che faccia poi de' Pentolini.
Quand'egli è ‘l tempo vostro, fate fatti,

   E non guardate à impedimenti, ò ’mbatti;
   Chi non ha ‘l modo, dal Vicin l'accatti,

   Che preston l’un, all’eltro i buon vicini.

Il far quest' Arte è cosa da garzoni,

   Basta ch'i nostri Confortin sien buoni;

   Non aspettare ch’altri vegli doni,

   Convien giucare, e spender buon quattrini.

 

Donne, se volete berricuocoli (ricordiamo la loro forma con il buco in mezzo) e confortini (forma allungata che ricorda il sesso maschile), i nostri sono i migliori da gustare. Non bisogna insegnare come si fanno, perché si perderebbe tempo e ciò procurerebbe un grande danno, ma quelle che perdono tal tempo, come molte fanno, dovranno poi a casa loro farsi una minestrina nel pentolino (pentolino, piccola pentola, ma anche parola toscana del tempo a indicare il didietro). Quando è giunto il vostro tempo (delle mestruazioni), agite senza badare a impedimenti, dato che coloro che non hanno la possibilità di fare i biscotti chieda al vicino i necessari ingredienti, dato che i buoni vicini si prestano sempre cose l’un l’altro. Fare i biscotti è un’arte che saprebbero preparare anche i garzoni, l’importante è che vengano buoni, quindi non state ad aspettare che altri ve li donino, conviene pertanto giocare e puntare i propri soldi.

 

Seguono poi versi dove, attraverso il resoconto di una partita al gioco di carte della Bassetta, si entra nel vivo di un rapporto carnale, con gli inevitabili doppi sensi sottesi alle regole del procedimento di quel gioco. Pertanto, conviene “che l’un’alzi, e l’altro metta” che uno lo alzi (il sesso maschile) e l’altra lo inserisca nel posto giusto, “Poi di qua, e di la spesso si getta / O tre, ò quattro, ò sotto, ò sopra chiedi” (allusione alle diverse posizioni amorose), “Che ti struggi dal capo, infino à i piedi / Infin che viene; e quando vien poi vedi / Stran visi, e mugolar come Mucini” (resoconto di quanto avviene al culmine dell’amplesso), “Chi si trova di sotto, all'hor si cruccia, / Scontorcesi, e fa viso di Bertuccia;  / Che 'l suo ne va stralluna gli occhi, e suceia, / E piangono anche i miser; meschini” (riferimento alla tristezza di coloro che falliscono nel rapporto), “Chi vince: per dolcezza, si guazza, / Dileggia, e ghigna, e tutto si diguazza; / Con dir che la Fortuna è cosa pazza, /Aspetta poi, pur che si pieghi, e chini” (versi riferiti a chi ottiene soddisfazione nel rapporto).

 

A questo punto lasciamo ai lettori il compito non ingrato di comprendere nei versi successivi i velati doppi sensi, ricordando che il secondo gioco citato è quello del Flusso (qui Frussi), antenato del poker, dove vinceva chi riusciva ad avere quattro carte dello stesso seme. Inoltre, Lorenzo cita Bettini Sforza, suo agente personale in numerose missioni.

 

Proseguiamo quindi con il testo originale:

 

Noi habbiam carte, a fare alla Bassetta,

   E convien che l’un’alzi, e l’altro metta.

   Poi di qua, e di la spesso si getta,

   Le carte, e tira, se non indovini.

O tre, ò quattro, ò sotto, ò sopra chiedi,

   Che ti struggi dal capo, infino à i piedi

   Infin che viene; e quando vien poi vedi

   Stran visi, e mugolar come Mucini.
Chi si trova di sotto, all'hor si cruccia,

   Scontorcesi, e fa viso di Bertuccia;
   Che 'l suo ne va stralluna gli occhi, e suceia,

   E piangono anche i miser; meschini.
Chi vince: per dolcezza, si guazza,

   Dileggia, e ghigna, e tutto si diguazza;
   Con dir che la Fortuna è cosa pazza,

   Aspetta poi, pur che si pieghi, e chini.
Questa Bassetta, è spacciativo Giuoco,

   E ritto, ritto fassi in ogni loco;
   E solo ha questo mal, ch'ei dura poco,

   ma spesso bee, chi ha bicchier piccini.

Il Frussi, ci è, ch’è giuoco maladètto,

   E chi volesse pure Uscirne netto;
   Metta pian, piano; e cavi poie, e stretto

   Ma lo fanno hoggi infino i contadini.

Chi mette tutto il suo in uno invito,

   Se vien Frussi, si trova à mal partito;
   Se lo vedessi, ei pare un’huom ferito,

   Che maladetto sia Sforzo Bettini.
Trarr'à malgiuoco, à spizzico si suole

   Usare, e la diritta, à nessun duole;
   Chi ha le carte in man, faccia che vuole,
   Sia ben fornito di Grossi, e Fiorini.

Se volete giucar, com’ habbiam mostro,
   Noi siam contenti metter tutto il nostro;
   In una posta hor qui, pel mezzo il vostro,
   Fino alle casse, non che i confortini.

 

Per concludere quanto descritto in questo Canto di Lorenzo, occorre dire che i cantori di cui abbiamo parlato, non erano espressamente i garzoni degli artigiani che producevano i biscotti, ma veri e propri musicisti professionali, assoldati dagli stessi artigiani per rappresentarli.

 

Riguardo alla musica con cui vennero rivestiti i versi, il Lasca, nella dedica a Francesco Medici, Principe di Firenze, della sua opera, scrive “…gli huomini di quei tempi, vìavano il Carnovale, immascherandosi, contraffare le Madonne, solite andar per lo Calendimaggio: e così travestiti à uso di Donne, e di fanciulle cantavano Canzoni à ballo la qual maniera di cantare, considerato il Magnifico esser sempre la medesima, pensò di variare, & non solamente il canto, ma le invenzioni e il modo di comporre le parole; facciendo canzoni con altri piedi vari; e la musica suvi poi comporre con nuove, e diverse arie: e il primo canto, ò Mascherata che si cantasse in questa guisa, fu d’huomini, che vendevono Berriquocoli, e confortini; composta à tre voci da un certo Arrigo Tedesco; maestro all'hora della Capella di San Giovanni; e musico in quei tempi, riputatissimo”.

 

Il Lasca scrisse circa 70 anni dopo quegli eventi e probabilmente citò il musicista allora più famoso quale autore delle note, ma oggi sappiamo che si deve a un anonimo musicista l’aver rivestito di musica i versi di quel canto.

 

Di seguito riporteremo integralmente il Canto de’ Giucatori composto da Giovan Battista dell’Ottonaio, araldo della Signoria Fiorentina e autore di numerosi canti carnascialeschi, che si presenta come un vero e proprio monito contro il gioco d’azzardo, denunciando tutte le manchevolezze nelle quali un giocatore poteva incorrere seguendo quel vizio: contro sé stessi, contro gli amici, la famiglia e contro Dio. Fatto sta, che il gioco di carte, minchiate comprese ovvero il tarocco fiorentino, era troppo piacevole per essere messo da parte e la sua allusione nell’indicarlo praticato anche da religiosi, trova conferma nella Risposta di Vincenzo Imperiali alla celebre Invettiva contro il Giuoco del tarocco del ferrarese Flavio Alberto Lollio, dove in rima egli si rivolge all’amico, indignato per aver perso “tre paia di scudi” esortandolo invece a cantarne le lodi e ad apprezzare la dignità dei suoi compagni di gioco, il Podestà e Giulio Cardinale (4). E in effetti, l'elenco dei cardinali che amavano giocare a tarocchi è vastissimo fino all'Ottocento: fra i tanti di questa ultima epoca ricordiamo il cardinale Giuseppe Albani, che anche nella sua vecchiaia  rimase sempre vispo, allegro, amante della musica, delle donne e del gioco tanto che ogni sera non si faceva mancare la sua partita ai tarocchi (5).

 

Canto de Giucatori, Tremtesimonono.

 

L’Amor, che 'l ciel, Fiorenza, hoggi ti porta,

   Ci ha l’ossa, e panni, che qua gia portamo,
   Qual vede ogniun, per questo di prestati,
   E della infernal porta,
   Ove dannati in sempiterno siamo,
   Siam per hoggi cavati,
   Accio dir vi possiamo,
   Ch'al mondo ogniun di noi fu giucatore

  E perdè roba, vita, alma, e honore.

 

Noi fummo tanto ciechi in questo vizio,

   Che quel di ricco mercante honorato,
   Disperato in prigion mori fallito;
   Quel giucò il benefizio;
   Quel si diè morte, e da quel rinegato
   Ne fu Christo, e tradito,
   Quellà ne fu impiccato;
   Che 'l fin del giuoco o trista, o buona sorte,

   E povertà, disperazion, e morte.

 

Con mille doppi dadi, e carte false,
   Mettemmo in mezzo glı amici piu cari;
   Vincemmo, anzi rubammo qualche volta,
   Ma niente ci valse:
   Che piu somma, piu presto, e da piu bari,
   Ci fu vinta, e ritolta,

   E per haver danari,
   Ponemmo ogni virtu, e ‘l ciel da parte;
   Che sempre il nostro Dio fur dadi, e carte.

 

Piu volte in fu la paglia nudi, e scalzi

   Lasciamo i figliolini a freddi, e a venti,

   Et le povere mogli senza panni:

   Sempre stemmo in trabalzi:

   Sempre giuntammo gli amici, e parenti

   Con furti, pegni, e inganni

   Sempre ascosi, e scontenti,

   Stemmo tra disperari, urla, e romori,

   Sagramenti, bestemmie, odi, e rancori.


Di questa pece è ciaschedun macchiato,

   D'ogni qualità, stato, o condizione,
   Giuocano i Maroffin (1), co i lor casieri:
   Ogni degno prelato
   Del giuoco hoggi fan professione;
   Vescovi, e cavalieri,
   Seguon tal gonfalone;
   E giuoca il secolare, il prete, e 'l frate,

   E infino co suoi monaci l'Abate.


Non dunque ingrati voi che in vita siate

   A tanto esempio, che mai fu, ne fia,
   Dal grato ciel permesso ad huom mortale,
   Giovani, e vecchi amate,
   La virtu santa, e real mercanzia,

   Che 'l pentir poi non vale;
   Che posto che non sia,
   Giusto alcun giuoco mai, vi è tanta guerra,
   Che si comincia haver l'inferno in terra (6).

 

(1) Maroffin = sergenti del Bargello

 

Note

 

1 - Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca (a cura), Tutti i Trionfi, Carri, Mascheaate [sic] ò canti Carnascialeschi andati per Firenze, Dal tempo del Magnifico Lorenzo vecchio de Medici; quando egli hebbero prima cominciamento, per infino à questo anno presente 1559, In Fiorenza, s.e., [Lorenzo Torrentino], MDLVIIII [1559], pp. 6-8.

2 - Ibidem, IIv - IIIr.

3 - Ibidem, pp. 377-379.

4 - Lollio-Imperiali, Invettiva di F. Alberto Lollio accademico Philareto contra il giuoco del tarocco e Risposta di M. Vincenzo Imperiali, ms. 257, c. 1550, Ferrara, Biblioteca Ariostea.

5 - David Silvagni, La Corte e la Società Romana nei Sec. XVIII e XIX, Volume Terzo, Roma, Forzani e C. Tipografi del Senato, 1885, p. 155.

6 - Canzoni, O Vero Mascherate Carnascialesche, di M. Gio. Battista Dell’Ottonaio, Araldo gia della Illustriss. Signoria di Fiorenza, In Fiorenza, Appresso Lorenzo Torrentino, MDLX [1560], pp. 74-76.

 

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