Saggi di Andrea Vitali

Santo Taraco

Dei martiri cristiani appesi per un piede o per entrambi a testa in giù

 

Nell’anno di nostro Signore 304, Diocleziano imperante, tre pagani convertitisi alla religione cristiana, su delazione del centurione Domero furono condotti davanti a Massimiano (Massimo), presidente del tribunale contro i cristiani per essere giudicati. I loro nomi erano: Taraco (Tarachos, chiamato anche Tharacos e Tarachus), soldato romano, nativo di Claudiopoli in Isauria, di anni sessantacinque; Probo (Provos), di origini plebee, nato in Panfilia e il giovinetto Andronico (Andronicus), rampollo di una delle famiglie più facoltose di Efeso. Nonostante le impressionanti torture subite affinché abiurassero la loro fede in ben tre dibattimenti avvenuti a Tarso, a Mopsuestia e a Anazarbus di Cilicia, i cristiani mantennero un atteggiamento di assoluta fermezza nel loro credo.

 

Abbiamo inteso descrivere la storia di questi santi martiri per evidenziare in particolare la pena imposta dall’autorità romana di appendere i rei a testa in giù quale supplizio riservato ai traditori della religione, in questo caso quella pagana (1). 

 

Quanto dovettero subire viene succintamente descritto in un’opera cinquecentesca sulla vita dei tre Santi a cui la Chiesa dedicò il giorno 11 di ottobre (2):

 

L’UNDICESIMO DI DI OTTOBRIO

 

Di Santo Taraco prete & Andronico martiri

 

“Taraco, Probo, & Andronico, furono martirizati in Tarso regnando Diocletiano, sotto Massimiano presidente. Taraco Romano soldato, & d'anni sessantacinque, rifiutò la militia per Iesu Christo, il Secondo di Panfilia, & il Terzo più giovane di Efeso. Questi accompagnati insieme, furono accusati per christiani da Domero Centurione a Massimiano presidente. Il quale prima fece battere Taraco ne le mascelle con verghe; & Probo con nervi nel ventre, & Andronico giovanetto, fece levar al palo, & battutolo estremamente, gli fece fregar le ferite con pezzi di mattoni, & gli pose in prigione.  Et condottili in Susa, gli fece gettar li denti di bocca & ardere le mani, dipoi appiccare con il capo in giu, con il fumo sotto, et stillargli ne le orecchie aceto con sale & senape, con aceto ne le nari. Dipoi fece battere la bocca a Probo, et con ferro infocato ardergli le labra, & fecelo battere crudelmente, & pestar la faccia con pietre. Andronico fu ligato su quattro pali & batuto ne le spalle & nel ventre, & finalmente furono imprigionati. Condotti poi ad Achabor, Taraco fu battuto in faccia, & tagliateli le orecchie, & raduto il capo, & posto sopra le bronze. Probo fu appiccato à capo in giù & arsicciato con ferri ardenti, & punto con aghi ne gli occhi, Andronico fu con varij ferri ardenti abbrucciato, & cacciategli i denti, & con ferro acceso, gli tagliarono la bocca & poi furono imprigionati. Dipoi alquanti di il presidente vedendogli risanati, gli fece dar a le bestie, le quali ammazzati molti de i Gentili, lingevano i piedi de i Santi. Finalmente havendo superato ogni tormento, furono decapitati, & posti ad ardere, ma levata una tēpesta, le guardie fugirono, & il fuoco s’estinse. Et alcuni christiani vedendo una Stella sopra ciascun corpo, gli sepelirono in Tarso”.

 

Questa vicenda venne raccontata all’epoca dei fatti in una lettera che i fedeli di Cilicia inviarono a quelli di Iconio nella Licaonia, avendola appresa da Sebasto ‘speculator’, termine  con il quale veniva indicata una guardia del corpo romana oltre a colui che era incaricato ad eseguire le sentenze di morte e i supplizi. Sebasto parlò dietro ricompensa di 200 denari (3).

 

Si deve allo storico e benedettino francese Thierry Ruinart (1657-1709) l’aver raccolto per primo nel volume Acta Primorum Martyrum Sincera et Selecta del 1689, l’intero corpus degli Acta fino a quel momento pubblicati in maniera frammentaria, creando in tal modo le basi dell’agiografia scientifica moderna (4).

 

Per descrivere quanto di nostro interesse faremo riferimento alla traduzione italiana dell’opera del Ruinart, pubblicata a Roma nel 1778 (5).

 

Ma veniamo alla descrizione di alcuni passi del primo processo avvenuto nella città di Tarso riguardanti Taraco dove ci preme sottolineare l’attribuzione di pazzo che Massimiano rivolge a Taraco, come ai suoi compagni, veri folli di Dio nell’accezione di dedizione completa e fede incrollabile. Uno status che nella Scala Mistica dei tarocchi si configura quale massimo gradino di conoscenza e perfezione (6) :

 

“Essendo consoli  Diocleziano, e Massimiano ai 21. di Maggio in Tarso metropoli della Cilicia sedendo giudizialmente nel suo publico tribunale Numeriano Massimo presidente, Demetrio centurione disse: signore, Eutolmio Palladio spiculatore hà mandato da Pompejopoli alla vostra signoria alcuni pessimi ed empi cristiani, i quali non vogliono ubbidire ai comandamenti degli imperatori Romani nostri padroni: e sono questi, che io rappresento dinanzi al tribunale della vostra signoria. Massimo presidente si rivolse a Taraco, e gli disse: tu sei d’età più vecchio degli altri, e però si conviene, che io ti esamini il primo: dimmi dunque come ti chiami? Taraco rispose: io sono cristiano. ….. Massimo disse ai carnefici: battetelo gravemente in faccia, e ditegli, che non risponda una cosa per un altra, ma che risponda a quello, di cui è interrogato…. Che condizione è la tua? Rispose Taraco: io sono Romano, e soldato; e nacqui in Claudiopoli città della Isauria. E perche sono cristiano, hò lasciato il mestiere dell'armi, e la milizia. Massimo disse: empio, tu eri indegno di militare ma pure io voglio sapere in qual modo tu hai abbandonata la milizia Romana. Taraco rispose: io domandai a Pullione mio capitano la dimissione, ed egli me la diede. Massimo disse: or bene considera, che tu sei vecchio: e io voglio che sii uno di quelli, che ubbidiscono ai comandi degl’imperatori, e tu riceverai da me grand’onore. Dunque t’accosta, e sacrifica ai nostri dei, perche così comandano i nostri sovrani, ed eglino adorano quelli dei, e gli fanno adorare da tutto il mondo. Taraco rispose: e per quello essi sono in un grandissimo errore, e sono ingannati dal diavolo. Massimo gridò ai carnefici: rompete le mascelle a quello scelerato, che hà avuto ardimento di dire, che i nostri imperatori sono in errore. ……Taraco rispose: io servo, e adoro l’unico e vero Iddio, e su Lui offerisco il sacrifizio del cuore, tenendomi lontano da ogni vizio, e da ogni colpa e Iddio cerca da noi il sacrifizio d’un cuore innocente e mondo, e non il sangue degli animali; che gli non hà bisogno di queste vittime carnali. Massimo disse: …Io ti consiglio a lasciare cotesta pazza vanità troppo indegna d’un uomo ragionevole, e d’ un vecchio grave: ubbidisci agli imperatori, e sacrifica agli dei. Rispose Taraco: io non caderò mai in tanta empietà: io osserverò sempre costantemente la legge del mio Signore…. Massimo disse ai carnefici: percuotetelo in capo, e nel percuoterlo ditegli, non parlare così pazzamente. Taraco rispose: io non lascerò mai quella pazzia, che mi fa salvo. Massimo disse: eppure io ti caverò dal capo cotesta pazzia, e ti farò tornare in senno. Rispose Taraco: fà quel, che tu vuoi; hai potestà sopra del mio corpo. Massimo disse ai carnefici: spogliatelo, e battetelo colle verghe. Taraco, essendo stato battuto, disse al presidente: ora si, che m’hai fatto savio e prudente, perciocché m’hai confortato con queste battiture. Io desidero grandissimamente, che tu mi dii tali conforti, per poter sempre meglio sperare in Dio e in Gesù Cristo…..” (7).

 

Il processo riprese successivamente nella città di Sciscia (8): nonostante le continue mutilazioni inflittegli, egli non cessò mai di lodare il suo Signore. Allora “Massimo disse ai carnefici: rompetegli la bocca co’ sassi, e nel percuoterlo ditegli: lascia codesta tua vanità e pazzia. E Taraco diceva al presidente: se io fossi vano e pazzo, e non pieno della prudenza di Gesù Cristo, avrei già prima d’adesso fatto quello, che fai tu, che sei insensato affatto, e sacrifichi agli dei insensatissimi…Massimo presidente disse: bestia insensata, e dopo tante pene non vuoi ubbidire ancora?...legatelo e sospendetelo in alto (9) e poi fategli sotto fumo grandissimo, e fetente, sicche ne resti quasi affogato…”. Poiché Taraco continuava a mantenere una straordinaria calma e beffardamente ringraziava il suo carnefice per tutte le prove che gli sottoponeva, Massimo esclamò: “Nella prossima sessione penserò ad altri tormenti, e gli troverò tali, che bene ti guariranno della tua pazzia…” (10).

 

Il terzo esame avvenne nella città di Anazarbo e anche in questa occasione Taraco mantenne una fermezza straordinaria, nonostante le innumerevoli torture. La sua pazzia, come Massimo continuò a chiamarla, non gli permise di cedere neanche per un secondo. Anzi, in tal modo il martire si rivolse al suo interlocutore quando questi ordinò di scorticargli il capo: “Io desidero che i miei tormenti siano molti, e lunghi, e però ti priego a darmi modo, e tempo da dover fare assai difficili, e sanguinose baitaglie…” (11).  

 

Massimo, una volta terminato il terzo interrogatorio, resosi conto che le piaghe inflitte ai martiri erano state miracolosamente risanate, decise di farli condurre nell’anfiteatro affinché venissero divorati dalle bestie feroci. Ma sia i leoni, che una grande tigre e un orso terribile, avvicinatisi ai tre cristiani, si dimostrarono mansueti, leccando loro i piedi. Massimo, colmo d’ira, mandò allora dei gladiatori i quali trafissero con le spade i tre “invitti confessori di Gesù Cristo”. Massimo ordinò alle guardie di confondere i loro resti con quelli dei gladiatori morti precedentemente affinché nessuna parte dei loro corpi fosse riconosciuta. I fedeli cristiani, presenti in incognito, volendo dare sepoltura ai loro amici pregarono Dio affinché le guardie si allontanassero. In quel momento si scatenò una grande tempesta che costrinse i soldati romani a lasciare l’arena. Fattosi immediatamente sereno, una stella discese dal cielo per posarsi sulle singole membra dei martiri che vennero in tal modo ricomposte. La stella indicò poi il luogo esatto di un monte dove i martiri dovevano essere sepolti (12).

 

Ovviamente l’attendibilità di quanto descritto in questi Acta è minima. Si tratta tendenzialmente di una ricostruzione ideale volta a rafforzare la fede nel Signore attraverso i suoi miracolosi interventi.

 

Ciò che rimase dei corpi dei tre santi, in forma di reliquie, prese diverse destinazioni.  Nel medioevo il cranio di Taraco giunse a Modena, così come riportato nel volume Il Duomo ossia cenni storici e descrittivi della Cattedrale di Modena, pubblicato nel 1845:Le sacre Reliquie de’ nostri santi Martiri ebbero culto speciale in Anazarbo di Cilicia, e poscia in altre parti d’oriente ove furono in parte trasferite. Una delle più insigni fra esse si è quella, che si conserva e venera nella nostra Chiesa Cattedrale, cioè dire il cranio della testa di S. Taraco. Non si ha memoria accertata del come e quando ci venisse d’oriente sì prezioso e venerabile pegno; forse fu trasportato in Italia al tempo delle Crociate: il certo si è, che veneravasi in Modena fino dal secolo XIV, poiché il bel Reliquiario, che lo sostiene, fu fatto fare dal Vescovo di Modena Aldobrandino d’Este, che resse la nostra Chiesa dall’anno 1352 al 1373. Il santo Cranio è scoperto soltanto nella sommità, per darlo a baciare ai divoti fedeli in quella parte ove sofferse il più atroce tormento; poiché, dopo scorticatagli la testa, ci misero sopra bragie ardenti; ed in riguardo a quell’atroce martoro il Santo si venera qual Tutelare sopra il dolore di capo. Quel Reliquiario è d’argento dorato, e consiste di un piede esagono, che sostiene un tondino sul quale posa il sacro Cranio. Intorno al detto tondino ricorre un cerchio a foggia di corona, coperto di smalto azzurro, con la seguente scritta in così dette lettere gotiche divisa in otto spartimenti:

 

HOC - OS - || EST - CAPI || TIS - SANTI (sic) || THARACHI - || MILITIS - E || T - MARTYRI  || S

 

HOC  OPVS  FECIT  FERI (sic) ALDROVANDIN  ESTENSIS EPISCOP’ MUTINEÑ

 

Questo cranio è la testa di Santo Taraco, milite e martire.

Quest'opera  (il reliquario) si deve ad Aldobrandino d'Este vescovo modenese (Nostra traduzione)

 

Il piede è adorno di sei Aquile argentee in campo azzurro, poste ne’ sei campi o spartimenti, e di sei Dragoncelli alati d’argento dorato posti agli angoli; ma quattro di questi Dragoncelli ora mancano" (13).

 

A questo punto una domanda sorge spontanea: il termine Taroco con le sue varianti Tarocco, Tarrocco e Tarochus, che oggi sappiamo significare “folle, pazzo” (14) può essere messo in relazione con Taraco, Taracco, Tarachus Tharacos e Tarachos?

 

Se viaggiassimo con la fantasia e prendessimo in considerazione l’attribuzione di folle e pazzo furioso che Massimo indirizzò continuamente a Taraco, potremmo ipotizzare una derivazione (15). L’attribuzione verso la fine del Quattrocento del termine tarocco a quel mazzo di carte potrebbe essere stata quindi opera di qualcuno che conosceva la storia di Taraco, della sua pazzia e del culto a lui riservato in Modena, che sappiamo vivo fin dalla metà del sec. XIV. Ma come detto stiamo fantasticando. Ciò che invece è reale e che corrisponde al fine ultimo insegnato dalla Scala Mistica dei Tarocchi è la pazzia di questi santi martiri consistente nell'assoluta dedizione a Dio. Dirà Andronico in occasione del primo interrogatorio: “Questa mia pazzia è molto buona; e salva tutti quelli, che mettono la loro fiducia nel Signore” (16) e Probo nel terzo esame: “Quanto a te pajo più stolto, tanto divengo più savio e prudente nella legge del Signore” (17).

 

Il sacrificio dei tre martiri ebbe una vastissima risonanza. A Istambul nella Chiesa di San Salvatore in Chora, l'arco traversale meridionale è occupato sul lato orientale e su quello occidentale da una decorazione musiva parietale rappresentante due personaggi a figura intera, i martiri di Cilicia, Andronico e Taraco, festeggiati il 12 ottobre, secondo il calendario costantinopolitano, e un santo non identificato. Al centro, sono visibili i frammenti di un medaglione e di un'iscrizione: tale medaglione, probabilmente, conteneva il busto del martire Probo. I due martiri ancora esistenti hanno il capo nimbato, sono caratterizzati da vesti regali e reggono nella mano destra una piccola croce: sotto le tuniche riccamente gemmate, fermate in vita da una cintura, indossano gli anaxyrides, ossia pantaloni tipici persiani; calzano, inoltre, stivali riccamente decorati. Sopra le tuniche, portano la clamide: quella di Andronico è slacciata, mentre quella di Taraco è fermata in corrispondenza del collo con una fibbia. Taraco, dal punto di vista fisionomico, appare come un uomo di mezza età, con una folta capigliatura che cade quasi sulle spalle e con una corta e scura barba; Andronico è raffigurato come un giovane imberbe, con il volto lungo e ovale e con i capelli ondulati che cadono sulle spalle. I martiri non sono rappresentati in un contesto terreno, ma nel loro stato di beatitudine, in trionfo dopo la morte: la croce non indica la loro morte terrena, ma testimonia la loro sofferenza e diventa l’emblema della loro vittoria sulla morte, come la croce di Cristo (18).

 

Fra gli altri tormenti, dovette subire il supplizio di essere appeso a testa in giù anche il giovinetto Agapito, di anni quindici, nativo di Palestrina, l’antica Praeneste. Come Andronico, anch’egli apparteneva ad una famiglia di alto rango. Inviato a Roma dai genitori per studiare diritto romano, si convertì al cristianesimo sotto l’influenza del suo maestro Porfirio. Saputo della sua conversione, venne condotto dinanzi all’imperatore Aureliano che lo esortò a rinunciare alla nuova fede celebrando un sacrificio agli dei (19). Di fronte al suo fermo diniego ordinò che fosse punito incaricando il prefetto di Roma, Flavio Antioco (o Antiochiano), di seguire direttamente i supplizi e di eseguire la sentenza di morte nel caso in cui il giovane non avesse ritrattato. Le pene inflitte ad Agapito si fecero via via sempre più crudeli. Venne lasciato senza cibo e acqua per giorni interi cercando di farlo sconfessare con lusinghe e minacce. Risultate vane queste ultime, vista la sua irremovibilità, si decise di rovesciargli addosso un vaso pieno di braci ardenti. L’azione, però, non diede l’effetto desiderato: Agapito, invece di contorcersi e urlare per il dolore, alzò con limpida voce un ringraziamento a Dio, che in tal modo metteva alla prova la sua fede. Irritato oltremodo il Prefetto ordinò che fosse nuovamente percosso e quando i suoi aguzzini smisero, accusando stanchezza, fu ordinato di legarlo ad un albero a testa in giù e di esporlo alle fiamme di un focolare (20).

 

 

 

Santo Appeso

 

 

                                                              S. Agapito, scultura di Marc'Antonio Prestinari, 1607  

                                                                    Sale Borromaiche, Museo del Duomo, Milano

 

 

La storia di Agapito ricalca pedissequamente quella dei tre martiri. Vista vana ogni possibilità di fargli abiurare il cristianesimo e di fronte alla sua guarigione miracolosa grazie all’intervento di un angelo, venne condotto nell’arena della sua città natale, dove i leoni, invece di sbranarlo, gli leccarono i piedi. Portato fuori dall’anfiteatro venne infine decapitato in un luogo indicato dalle fonti con le parole “ubi sunt duae viae o ubi sunt duae columnae” (dove vi sono due vie o due colonne). Era il 18 agosto dell’anno del Signore 275.

 

Ma veniamo ad una descrizione sommaria di quanto il martire dovette subire: “Diede ordine l’Imperator, che fosse preso: & vedendolo da una parte di sì tenera età et dall’altra sì fervente, & desideroso di martirio, lo fece crudemente con duri nervi frustare, credendo, che con questo castigo si dovesse mutare. Ma perché il Santo fanciullo tanto più s’infiammava nell’amor di Christo, quanto più era sferzato, & battuto, fu dall’Imperatore consignato ad un suo Presidente, chiamato Antioco, acciochè al tutto lo facesse sacrificare” (21).

 

I tormenti ripetono quanto dovette subire Taraco: dopo avergli scorticato il capo ponendovi sopra braci ardenti “Fu poi sospeso ignudo pe’ piedi col capo in giù, & postali molta materia sotto di cose immonde, vi fu attaccato il fuoco accioche il fumo, che gli dava in faccia gravissimamente lo tormentasse” (22).

 

Insomma, le punizioni, come pure la sua morte, risultano da un modus narrandi teso ad una esaltazione agiografica del martire basata sulla fede incrollabile e sull’intervento miracolo del Signore. Una propaganda che trova espressione nella conversione al Cristianesimo di un soldato romano che aveva assistito ai tormenti inflitti al martire e alla sua miracolosa guarigione ad opera dell’angelo, subendo egli stesso, dopo tre giorni, il martirio: “Si commosse per questo esempio un principale soldato, chiamato Anastasio, et si convertì alla Fede di Christo, & indi a tre giorni meritò la corona del martirio” (23).

 

Le reliquie del Santo furono donate dall’imperatore Arnolfo di Carinzia all’Abazia Benedettina di Kremsmunsten in Austria dove sono ancora conservate, mentre l'osso metacarpale è stato donato dalla stessa Abazia  alla Chiesa parrocchiale di Sant'Agapito, paese che in onore del martire porta il suo nome (24).

 

I Santi Martiri, oggetto della presente trattazione, non furono i soli a subire il martirio dell’essere appesi per un piede o per entrambi. Eusebio di Cesarea (265-340) nella sua Historia Ecclesiastica ricordando i “Martiri della Tebaide” così descrive la tortura inflitta alle donne cristiane appese per un piede “1. […] donne legate per un piede, sollevate in alto con dei mangani a testa ingiù, col corpo completamente nudo, senza abiti, offrivano a quanti le vedevano il più ignominioso, crudele e disumano di tutti gli spettacoli” (25).

 

Sul modo con cui i Gentili, cioè i pagani, appendevano i cristiani per un piede, per entrambi o per un braccio o altro ancora, è fonte autorevole Il Trattato de gli Instrumenti di Martirio e delle varie maniere di martoriare usate da’ Gentili contro Christiani (26) di Antonio Gallonio, sacerdote appartenente alla Congregazione dell’Oratorio, e nello specifico il paragrafo “Delle maniere di sospendere” (27).

 

Riguardo l’essere appesi per un piede, terzo modo dopo l’essere “appiccati per le mani rivolte dietro le spalle” e “per le due dita grosse legate assieme”, così si esprime l’autore: “Di questa maniera appẽdevano [appendevano] i servi del demonio bene spesso, come scrive Eusebio nel 8. al 9. le donne Christiane. Quãto [Quanto] poi a’ modi, è da sapersi ché erano molti: perche alle volte simplicemente per un piè gli sospendevano, alcune altre con fumo sotto, e da più ministri gli facevano con verghe in un medesimo tempo battere, & altre finalmente piegavano loro un de’ piedi sopra il ginocchio, e così con un ferro legandogli insieme, attaccavano di poi il Martire in alto per questo medesimo piede, e metẽdo [mettendo] all’altro che restava libero un gran peso di ferro, gli lasciavano stare in tal modo pendenti, quanto piaceva loro. Nel primo di questi modi patì S. Barachisio, nel secondo S. Gregorio di Armenia, nel terzo S. Samona” (28).

 

Note

 

1 - Riguardo a questo tipo di pena comminata ai traditori si leggano i saggi L’AppesoGenia di Traditori e Il Traditore.

2 - Prima Parte delle vite de i Santi nella quale si contengono esse vite per tutto l’anno a giorno per giorno raccolte succintamente da molti degni Authori, per rendere più facilità nel leggerle, In Venetia, Ne la Contrada di Santa Maria Formosa, al segno de la Speranza, MDLVI [1556], p. 85v.

3 - Atti dei tre santi martiri Taraco, Probo e Andronico del primo de' quali si conserva e venera una reliquia insigne nella Chiesa Cattedrale di Modena, Modena, Per gli eredi Soliani Tipografi Reali, 1838, pp. 9-10.

4 - Theoderici Ruinart, Acta Primorum Martyrum Sincera et Selecta, Parisiis, Excudebat Franciscus Muguet, Regis & Illustrissimi Archiepiscopi Parisiensis Typographus, MDCLXXXIX  [1689], pp. 454-492. (Admonitio. In Acta sanctorum Tarachi &c. Martyrum, pp. 454-457 - Acta Sanctorum martyrum Tarachi, Probi & Andronici, pp. 457-492.

5 - Atti Sinceri de primi martiri della chiesa Cattolica, Raccolti da P. Ruinart e tradotti nella lingua Italiana con prenozioni e note da Francesco Maria Luchini, Tomo III, In Roma, nella Stamperia di S. Michele a Ripa, Presso Paolo Giunchi, MDCCLXXVIII [1778].

6 - Si legga il saggio Il Matto.

7 - Atti Sinceri de primi martiri della chiesa Cattolica, op. cit., pp. 350-352.

8 - In Siscia civitate… Nella versione Latina è nominata la città di Siscia; nel testo Greco si dice invece che questo secondo esame fu fatto ad Anazarba. In alcuni testi manoscritti è indicata la città di Mopsuestia, in altri in Tarso. Nell’incertezza possiamo dire che i nostri santi furono per la seconda volta esaminati in una delle città della Cilicia governate da Numeriano Massimo presidente. Cfr: Atti Sinceri de primi martiri della chiesa Cattolica, op. cit., p. 356.

9 - Per il fatto che Massimo ordinasse di predisporre del fumo sotto Taraco affinché questi ne rimanesse quasi affogato, possiamo dedurre che il martire venne appeso a testa in giù, come infatti riporta la cronaca cinquecentesca menzionata.

10  - Atti Sinceri de primi martiri della chiesa Cattolica, op. cit., pp.356-359.

11 - Ibidem, p. 365.

12 - Ibidem, cfr. pp. 378-382.

13 - Il Duomo ossia cenni storici e descrittivi della Cattedrale di Modena, Modena, Antonio ed Angelo Cappelli Tipografi-Editori, 1845, p. 82. Il reliquario con il Cranio del santo è oggi purtroppo perduto non trovandosi né presso il Duomo né al suo Museo. Nostre ricerche per scoprire una possibile destinazione ha dato al momento esiti negativi.

14 - Si leggano al riguardo i saggi Il significato della parola Tarocco e Dell’Etimo Tarocco

15 - L'eminente storico Flavio Poli suggerisce, visto il contesto anatolico, che il nome del martire fosse greco-ellenistico Tarachos, cfr. Tarasso: agitare, turbare, inquietare. 

16 - Atti Sinceri de primi martiri della chiesa Cattolica, op. cit., p. 355.

17 - Ibidem, p. 371.

18 - Cfr: Decorazione musiva parietale di S. Salvatore in Chora, I santi Andronico e Taraco e un santo non identificato

http://www.mosaicocidm.it/Mosaico/Read_full.action;jsessionid=693EA2F2440B2F0C332BC3699BF20E69?cardNumber=598&leaves=0

19 - Aureliano sostenne fortemente il culto del Sol Invictus (Sole Invitto) elevandolo a culto ufficiale dello Stato, tentando di rianimare una religiosità che si stava sgretolando giorno dopo giorno di fronte ai nuovi culti, di provenienza tendenzialmente orientale, animati da una maggior rapporto di intimità con il divino.

20 - Crf: Santi e Beati, online al link http://www.santiebeati.it/dettaglio/92898

21 - Padre Pietro (Pedro) Ribadeneira, Flos Sanctorum, cioè Vita de’ Santi, Venetia, Per Nicolò Pezzana, MDCLXVII [1667], pp. 565.

22 - Ivi

23 - Ibidem, p. 566. Ovviamente il periodo indicato di tre giorni si connette simbolicamente alla Resurrezione del Cristo.

24 - Sant'Agapito si trova in Provincia di Esernia nel Molise.

25 -  Libro Ottavo, Paragrafo 9.

26 - Trattato de gli Instrumenti di Martirio…, op. cit. nel testo, In Roma, Presso Ascanio, e Girolamo Donageli, 1591.

26 - Ibidem, p. 5 e sgg.

28 - Ibidem, p. 7

 

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