Saggi di Andrea Vitali

Genia di Traditori

Della pena all'infame ovvero dell'Appeso

 

Proseguendo la nostra indagine sulla figura del “traditore” che, come da noi evidenziato nel saggio iconologico L’Appeso, venne rappresentato nei tarocchi attraverso la pena comminata per questa azione infamante, di seguito forniamo diversi esempi, alcuni famosi e altri pressoché sconosciuti, di personaggi storici che incorsero in tale infelice situazione o, in quanto considerati traditori, ritenuti degni di essere raffigurati in quel modo, cercando di fornire anche le motivazioni del tradimento. Erano tendenzialmente condannati a questo tipo di colpa coloro che venivano ritenuti traditori della patria. Solitamente i malcapitati venivano prima uccisi e poi appesi per essere esposti alla pubblica riprovazione quale esempio da non imitare.

 
'Do Bernardino da Corte'

Di Bernardino da Corte, governatore del Castello Sforzesco, che in seguito a corruzione aprì nel settembre del 1499 le porte ai Francesi e a Gian Giacomo Trivulzio tradendo in tal modo gli Sforza, nel commento posto in margine al testo in alcune edizioni successive de L’Historia d’Italia del Guicciardini (1) risulta come questo traditore, schernito da tutti, persino dai Francesi, in poco tempo morisse di dolore. I soldati francesi lo disprezzarono a tal punto che quando giocavano a tarocchi, invece di dire “do la carta del traditore” dicevano 'Do Bernardino da Corte'. Ma veniamo alla descrizione dell’evento così come riportata dal Guicciardini nell’edizione originale del 1561:


“[Lo Sforza] deputò, sebbene ne fosse sconfortato da tutti i suoi, alla guardia del Castello di Milano, Bernardino da Corte Pavese, che allhora n’era Castellano antico allievo suo, anteponendo la fede di costui a quella del fratello Ascanio, che se gli era offerto di pigliarne la cura: & vi lasciò tre mila fanti sotto Capitani fidati, & provisione di vettovaglie, di munitione, & di denari bastante a difenderlo per molti mesi…; il Castellano di Milano, eletto da lui per il più confidato trà tutti i suoi, senza aspettare nè un colpo di artiglieria, né alcuna spetie d’assalto; dette il duodecimo giorno dalla partita sua al Rè di Francia, il castello, che era tenuto inespugnabile, ricevuto in premio di tanta perfidia quantità grande di danari, la condotta di cento lancie, provisione perpetua, & molte altre gratie, & privilegj: ma con tanta infamia, & con tanto odio, eziandio appresso a Francesi, che rifiutato da ogn’uno come di fiera pestifera, & abominevole il suo commercio, & schernito per tutto dove arrivava con obbrobriose parole, tormentato dalla vergogna, & dalla conscientia, potentissimo, & certissimo flagello di chi fa male, passò non molto poi per dolore all’altra vita. Parteciparono di questa infamia i Capitani che con lui erano rimasti nel Castello, & sopra gli altri Filippino dal Fiesco: il quale, allievo del Duca, & lasciatovi da lui per molto fedele, in cambio di confortare il castellano a tenersi; acciecato da grandissime promesse; lo confortò al contrario; & insieme con Gianmaria Palavicino, che interveniva in nome del Rè, trattò la deditione” (2).

 

Così il commento a questo passo “Questa quantità di denari che Bernardin Corte ricevè da’ francesi per premio di tradimento è dal Bembo specificata che fossero 250 libre d’oro. Bernardin di Corte traditor fu tanto odiato anco da' Franzesi stessi, ch’ essi quando giuocavano al giuoco de' tarocchi, & volevano dar la carta del traditore, dicevano“Do Bernardino di Corte”: da che si vede esser vero il detto di Plutarco negli Apostegmi: Proditionem amo, sed proditorem non laudo. Et Demostene disse, se però parlasse anch' egli latino; Proditor pro hoste habendus. Ma certo parmi, che in questa subita mutation dello Stato di Milano, & perdita di quel fortissimo Castello per tradimento si potrebbe molto convenientemente recitare i versi di Claudiano nel liber 2 contra Ruffino: Quod tantis Romana manus contexuit annis, Proditor unus iners angusto tempore vertit” (3).

 

Traditori a Bologna

 

Nel diario manoscritto di Iacopo Rainieri, che riporta notizie e vicende accadute a Bologna dal 1535 al 1549 (4), troviamo scritto: “Adi 21 detto fu atachati su li cantoni de la piaza uno foglio de carta nel quale li era depinto Cesaro di Dulcini e Vicenzo de Fardin ditto il Vignola li quali erano apichati per uno piedo per tradittori de la patria li quali avevano portato în la città di Trento il mestiero del fillatoglio de lavorare la seda et aveano taglia drieto che li amazava guadagnava ducati 100 e chi li deva vivi ducati 200. Notta che il ditto Cesaro Dolsino feva l’arte dela seda et Vicenzo feva l’arte del ligname zioe faceva li filatogli”. Sembra che esistesse un quadro che raffigurava i due personaggi appesi. Ogni qual volta che i colori iniziavano a scolorire, questi venivano rinfrescati: “Si conservano in quadro i loro ritratti appesi un piede all’uso de traditori, con inscrizione infamatoria, e quando sono logorati dal tempo li rinovano” (5).


Anche un certo “Ugolino la portò à Modona [l’arte di filare la seta], & ad altri luoghi, e parimente questo, come traditore, per un piede appiccato fù dipinto, come di presente si vede dalle prigioni rincontro la Dogana, che prima era sul canto della publica Piazza” (6).Questi uomini vennero “aphicati per uno piede” perché avevano insegnato l’arte del filare la seta in altre città, creando quindi i presupposti per un’eventuale concorrenza che poteva essere deleteria al commercio cittadino. In pratica un tradimento verso la patria.


Altro personaggio raffigurato a Bologna appeso per un piede, fu  il Pretore Guido di Camillo che esercitò così malamente il suo mandato da fuggire di nascosto per non sottostare alle ire del popolo: “Anno di Cristo 1519. Guido di Cammillo, fatto libero dalle mani dei Parmensi, venne Pretore pei primi mesi, poi gli successe Gerardo Roberti. Capitano del popolo fu il sunnomato Guelfo da Prato, cui susseguì Jacopo degli Orvelli nativo di Aquila negli Abruzzi. Il Cammillo così malamente esercitò l'ufficio suo, e con tanto disgusto del popolo, che conoscendo da sè stesso il cattivo procedere che teneva, troppo paventando la tempesta che vedevasi addensare sul capo, poco prima della Pasqua fuggì notte tempo di Bologna. Laonde il Consiglio, per quetar forse lo schiamazzo del volgo che gridava punizione al fuggitivo, lo fece dipingere nelle parti più visibili della piazza comune, appeso a guisa di traditore per li piedi” (7).


Allo stesso modo, nel 1520 venne punito in effigie, e precedentemente ucciso dai suoi parenti, Paglierino da Cuzzano, il quale aveva commesso delittuosi atti contro il Governo bolognese: “Or Pagliarino da Cuzzano, omai troppo famoso nei nefasti di questi Annali nostri, giunto al segno dove l'eterna giustizia attendevalo, mercè del suo mal vivere, non cadde no nelle mani delle milizie felsinee, ma da' suoi stessi compaesani, dai suoi congiunti, da' suoi antichi amici ebbe pena di morte. Imperciocchè da Zaccaria detto Chiozzo, e da Mazzarello, fratello il primo e figliuol l'altro di Gualtiero da Cuzzano, ambidue fuorusciti di Bologna, venne il detto Pagliarino cogl' irrequieti suoi seguaci assalito ed ucciso. Ed in Bologna poi, nella pubblica piazza, fu egli co' suoi correi appeso morto al patibolo per esempio e spettacolo atroce, e la sua effigie venne dipinta sul muro del palazzo, appiccata per li piedi come costumavasi a significare un traditore. E per la morte di colui vennero gli uccisori cassati dal bando, di che mostraronsi lietissimi; però non vollero i denari promessi per taglia, mostrando con parole e col fatto, che non ingordigia di oro, ma il desiderio di purgar la terra da siffatti uomini infesti, avevali mossi ad un tal passo”(8).


Nella medesima sorte di Guido di Camillo incorse nel 1585 il Conte Lucio Tedesco: inviato dai Bolognesi “con duecentosessanta lance fra sue ed inglesi” a rioccupare il castello di Barbiano caduto in mano a Rinaldo e Giovanni da Barbiano, venne da questi dissuaso a muovere battaglia grazie a tremila ducati d’oro. Il Senato di Bologna, dopo aver richiamato più volte il Conte Lucio senza ovvio successo, gli comunicò che “Bologna non avea  più d’uopo né di lui né di sue milizie, e che in conseguenza li licenziavano tutti quanti, per la qual cosa, vedendosi Lucio abbandonato, partì di notte nascostamente da Barbiano, colle poche reliquie che gli erano rimaste. Ed il Senato di Bologna, fece dipingere nel palazzo degli Anziani, l’infido uomo appiccato per un piede, come traditore, insieme con altri suoi compagni,  acciocchè si tenesse viva fra il popolo la memoria del disleale, e perché tutti vedessero di quale supplizio i traditori si puniscano” (9). 


Traditori del Papa


Allo stesso supplizio venne condannato Muzio Attendolo Sforza dall’Antipapa Giovanni XXIII che nel 1412 lo denunciò come traditore, per essersi alleato ad un suo nemico, il re di Napoli Ladislao. Nei suoi Annali d’Italia (10) il Muratori scrive che il Papa si sentì tanto offeso che lo fece dipingere impiccato per il piede destro, con sotto un cartello in cui veniva condannato reo di dodici tradimenti”.

Una più dettagliata informazione ci giunge dalle cronache del tempo: “Per ordine del Signor nostro Papa fu dipinto su tutti i ponti e su tutte le porte di Roma, sospeso pel piede destro alla forca, quale traditore della Santa Madre Chiesa, Sforza Attendolo e teneva una zappa nella mano destra, e nella mano sinistra una scritta che diceva così: Io sono Sforza vilano de la Cotignola, traditore, che XII tradimenti ho facti alla Chiesa contro lo mio honore, promissioni, capitoli, pacti aio rocti” (11). Il motivo per cui lo Sforza venne chiamato “vilano”, cioè contadino, risiede nel fatto che i contadini, non partecipando come gli abitanti delle città alla vita politica e sociale, non sentivano come proprie le problematiche della comunità. Essendo il loro interesse esclusivamente legato al cibo e alla sopravvivenza, potevano mutare atteggiamento in base al proprio tornaconto ritenendo logico passare ai nemici, considerati tali solo dalle autorità politiche, se trovavano in questi una più favorevole disponibilità (12).


Nel 1553 la città di Montalcino venne assediata dalle milizie imperiali e medicee comandate dallo spagnolo Don Garcia de Toledo, Vicerè di Napoli. Montalcino resistette, ma con la successiva capitolazione di Siena, dovette sottomettersi a Cosimo I de' Medici ed entrare a far parte dello Stato mediceo. In occasione di quell’assedio, venne impiccato per un piede una spia spagnola fintamente datasi agli assediati.

Troviamo la descrizione della vicenda in un antico testo anonimo dal titolo Assedio di Montalcino (13):“A di 8 detto, avvisato il signor Giordano [Orsino, comandante della Città], da una spia che stava nel campo nemico, che gli aggressori avevano tirato due cannoni a certe gabbionate presso la casa di Niccolò dell'Oca, e per guardia vi tenevano circa cinquanta soldati; onde stimò facile tórli detta artiglieria: ordinò, dunque, che uscissero per la porta del Moretto, e per la porta al Cassero, o per lo sportello di S. Martino, trecento tra armati e archibusieri, con funi e ferri da tirare detta artiglieria. Ma appena aperta la porta, li nemici, per la doppiezza e infedeltà della spia, cominciorno a dare all'arme; e si trovavano doppo li detti gabbioni forse mille armati: e l'artiglieria avevano addirizzata alla porta per la quale i nostri dovevano uscire, giuocava così bene, che ammazzò tre dei nostri, e moltissimi restorno feriti. Ma non sapendosi né figurandosi i nostri il doppio trattato della spia, avanzarono alla volta del fuoco: ma cólti da una imboscata del nemico, furono necessitati tirarsi al coperto della piazza, con molto svantaggio; essendovi restati circa dodici morti, e molti feriti e prigionieri. E non ostante questo nostro svantaggio, combatterno i nostri con tutto il valore a spada a spada; e delli nemici ne restorno morti più di cento; e molti valorosi soldati tra questi. E questo valore e ardire de' nostri ha posto in tanto pensiero l'inimico, che non si tengono sicuri dentro i loro forti e ripari. ………A di 12 detto, abbiamo avuto nelle mani quella spia di nazione spagnuolo, che si teneva nel campo nemico, e che fece il tradimento, come si è narrato sin sotto la giornata ottava: onde, attaccato alla corda, confessò subito la sua doppiezza. Onde, comandò subito il signor Giordano che fosse appeso per un piede fuori del baluardo di S. Martino; dove ha ricevuta la giusta mercede del suo tradimento”.

 

Altro personaggio raffigurato appeso per un piede fu il Duca Fulvio Alessandro della Corgna. Governatore Papale di Castiglione del Lago, in occasione dell’assedio della città da parte dell’alleanza che aveva riunito la famiglia Farnese, Signori di Parma e Piacenza, il Granducato di Toscana, la Repubblica di Venezia e il Ducato di Modena contro le mire espansionistico di Papa Urbano VIII, solo dopo quattro giorni di assedio - che aveva comportato appena sette vittime fra gli assediati, ma almeno cinquanta fra gli assedianti – preoccupato per la sua vita e le sue sostanze si arrese. Dopo aver costretto i suoi ufficiali a firmare l’atto di resa il 29 giugno 1643 si sottomise come feudatario al Granduca di Toscana, dirigendosi successivamente alla volta di Firenze. Ovviamente il Papa si adirò contro quel suo vigliacco, lo scomunicò e con l’accusa di alto tradimento, lo condannò a morte in contumacia. Nel novembre del 1643 sui muri dell’abitazione dei Della Corgna a Perugia, venne affissa una tela che raffigurava il conte Fulvio Alessandro a testa in giù appeso per un piede. La scritta sul quadro recitava: “Fulvio della Corgna perugino, scomunicato, ribelle, traditore, per aver ceduto in mano all’inimico Castiglione del Lago” (14).   


Traditori a Venezia


Come abbiamo sopra scritto, venivano appesi per un piede o raffigurati in tal modo se non erano ancora stati catturati, coloro che erano ritenuti traditori della patria. Più alta era la carica che questi ricoprivano più infamante era considerato il loro tradimento.

Un passo interessante sull’argomento si trova nell’opera Raguagli Historici, e Politici di Gregorio Leti (1630-1701): “Certò e dunque che quei che sono più obligati alla Patria, con honori, con carichi, con Dignità, più son tenuti di mostrargli più svisceratamente il loro amore, e di mettere al suo servitio una vita più degli altri se un’altra ne havessero. Da quello nasce che dalle Leggi, in generale, e da’ Costumieri in particolare si condannano li Traditori con più, o meno rigore gli uni degli altri, secondo che più, ò meno sì trovano avanzati nella gratia del Soprano [Governo o Capo del Governo]. Per esempio nella Città di Venetia se un Senatore che si trova nelle Dignità, e nelle Cariche più sopreme dello Stato, nel Corpo del Senato, diviene traditore, e per tale scoperto, resta condannato dalle Leggi alla Forca per il piede per essere più ignominiosa la morte. Un’altro Nobile che non sarà stato ancora ammesso alla partecipattione del segreto, e che non haurà cominciato ancora ad entrar ne’ Carichi, trovato traditore non sarà che impicato semplicemente per la gola all’uso ordinario. Un semplice Cittadino sarà condannato alle Galere; e gli stranieri alla frusta, & al bando, eccetto se vi sia (come ancora al Cittadino) della perfidia, ò che si prova che sia venuto per suscitar sedittioni nel Paese. Jo hò veduto mezo secolo fa, e più, inpiccate nel mezo delle Colonne di san Marco in Venetia, per il piede come traditore, un tal Lorenzo Cornaro. In somma se quei li quali più s’avvicinano alle Gratie & alle beneficenze del Soprano, meritano più castigo divenendo traditori; chiara è la consequenza che questo  medesimo grado si deve osservare nell’Amore verso la Patria dovendolo far conoscere con gli effetti, più quello che più riceve dalla Patria, delle benificenze, e degli Honori” (15).


A Venezia il luogo deputato ad ospitare la pena per i traditori era lo spazio ubicato fra le due colonne che si trovano in Piazza San Marco. Esse vennero innalzate dall’ingegnere-architetto Nicola Barattieri, al quale il Doge aveva promesso, in caso di buona riuscita della loro sistemazione, di ricompensarlo con ciò che più avrebbe desiderato. La sua richiesta, visto il successo dell’operazione, fu alquanto bizzarra: chiese infatti che lo spazio fra le due colonne fosse franco per tutti i giochi allora vietati.

Ma continuiamo con quanto scrisse Jules François Lecomte al riguardo: “Il doge, piuttosto che ritirare la sua parola, preferì tollerare un abuso, e l'ingegnere godette il privilegio. Egli ne usò più che potè a grave malcontento del senato, il quale vedevasi costretto a soffrire rimpetto il Palazzo Ducale una scandalosa contravvenzione alle leggi della Republica. Tramandato di generazione in generazione, venduto dagli uni agli altri, questo privilegio durò pressoché 400 anni: tanto rispettavasi dal governo republicano la parola e la fede data. Ma finalmente un membro del senato imaginò un mezzo originale di far abbandonare il posto ai privilegiati ed alle loro pratiche ... È fu questo: di consacrare lo spazio tra le due colonne all'esecuzione dei condannati. Allorquando i giuocatori videro sovra il loro capo penzolar impiccati, di cui non era difetto in que' tempi, abbandonarono il loco, ed il privilegio cessò da se stesso. Non si sa se il cessionario, rovinato ne' proprii interessi, siasi impiccato per disperazione! Più tardi allorquando il Consiglio dei Dieci, specialmente incaricato di perseguitare e mandar a morte i rei di stato, rimase lungo tempo senza trovare individui degni dell'estremo supplizio, ed affinchè nel popolo non venisse meno il terrore, tolse cadaveri dall'ospitale e fecelì impiccare alle colonne. Questo genere di morte era riservato in particolar modo ai traditori dello stato, od a coloro che avevano tentato di tradirlo, o finalmente ai soli sospetti. Il popolo veneziano riguardò sempre lo spazio fra le due colonne come nefasto, ed un proverbio antico diceva: Guardati dall'inter colonne” (16).  


Accusato di consegnare documenti di una certa rilevanza all’ambasciatore spagnolo, il nobile Antonio della famiglia Foscarini venne giudicato traditore, seppure innocente, e appeso per un piede. Affinché non venisse macchiato l’onore di una dama che abitava nella casa contigua a quella dell’ambasciatore, alla quale il Foscarini saltuariamente faceva visita con opportuno travestimento per non farsi riconoscere dato i suoi sessanta anni di età, il nobile non si oppose a che quel suo travestimento fosse interpretato come un sotterfugio per non farsi riconoscere nella consegna dei documenti all’ambasciatore.

“Mi sì rimette in questo momento nel pensiero un evvenimento d’un Senator veneto, che sarebbe un delitto alla Penna di passarlo sotto sìlentio. Tra li più benemeriti, e celebrati Senatori attuali del Senato nel principio di quello Secolo corrente avanzato di qualche Lustro, ve n’era uno della Casa Foscarini, che veramente era un Catone, & un Cicerone della Patria in Zelo, & in eloquenza. In tanto questo splendor della sua Patria, dopo 35. anni di gloriosissimi servigi resi alla Republica, venne accusato d’esser traditore; li tre Inquisitori di stato informati da tre Testimoni (ch’etano falsi) fù arrestato prigioniero, e nel terzo giorno impicato per il piede, come suol farli à traditori, corrispondendo un’inditio allegato da’ tre falsi Callunniatori, che haveano conspirato la sua morte, per haver ciafcuno quei 300. ducati che si promettevano à quei che scoprivano tradimenti, cioè ch’ egli trasvestito quasi ogni notte andava à conferire li segreti della Republica con l’Ambasciator di Spagna: & in fatti andava benche in età di 6o. anni, à render visita trasvestito ad una delle principali Dame di Venetia, che havea la Casa molto contigua à quella dell’Ambasciator Spagnolo. Li Testimoni però giurarono falsamente d'haverlo veduto uscire dalla Casa di detto Ambasciatore, cosi trasvestito, e con tal trasvestimento venne preso, e per non portar pregiudicio all’honor della Dama tacque: e come in cose di questa natura si contentano della scorza degli indizi senza penetrare il midollo, la stella del Foscarini lo portò in tal maniera alla Forca” (17).


La sua innocenza venne scoperta solo più tardi quando un giudice del Consiglio dei Dieci che aveva preso parte a quel tribunale accusatorio, tenne un processo contro uno dei tre testimoni, accusato di falsa testimonianza: “Casualmente fu scoperta la sua innocenza nel leggersi qualche tempo dopo un processo nel quale convincevansi certi uni per testimonij falsì, poiche uno del Consiglio de' Dieci ch'era stato giudice del Foscarini si risovenne subito che quel tale pure era stato testimonio nella causa criminale del detto Foscarini onde interrogato confessò de plano come per ingordigia di quel lucro ch’ è grandissimo per coloro che rivelano alla Republica delitti ò crimini di Stato sera con altro accordato à congiurare per tal via nell' esterminio di quel Senatore. E come non era possente la Republica à risuscitarlo ad altra vita che alla metaforica, et ideale dell’onore con tutta la sua nobilissima famiglia deturpata con quella ignominia, e che co parenti, et amici alzava in gran romore per tal conto fù dalla Republica reintegrata nella prima fama col seguente decreto del Consiglio:

 
Bando del Consiglio dei Dieci 


POICHÉ la previdenza del Signor Dio con mezi veramente meravigliosi et impensabili all’ingegno humano hà disposto che dalli medesimi autori, et Ministri delle falsità, et imposture macchinate contra il già diletto nobile nostro Antonio Foscarini Cavaliere fù del Signor Nicolò per le quali da fraudolente depositioni segui necessariamente per ragione e per giustitia la sentenza contra esso Cavaliere habbino dipoi senza impulsione overo eccitamento d'alcuno manifestato se stessi, e confessato la fraude, et inganno da loro commesso, onde di tanta iniquità hebbero castigo all' ultimo supplitio; conviene alla giustitia, e pietà di questo Consiglio al quale sopra tutte le cose incombe per quiete, e sicurezza universale il protegere l’indennità dell’onore, e reputatione delle famiglie sollevare in questo si può quelli che indebitamente restano oppressi con nota d’infamia secondo che in altri accidenti è stato osservato; Però.
L’anderà parte che per giusto sollivo delli Nobili huomini Nicolò, e Girolamo Foscarini fù del Signor Alvise, nipoti del sudetto Cavaliere lontanissimo da ogni celpa, e per ciò meritevole d'essere per ogni rispetto di giustiztia suffragati nelle persone loro, e de’ posteri si come la Divina provvidenza ha voluto che miracolosamente questo Consiglio habbia havuto fondato, e chiaro lume della perfidia di quei che iniquamente testificarono, e fecero apparire il falso contra il sùdetto Signor Foscarini secondo che si è inteso dalle scritture, e processi letti, e diligentemente esaminati nel medesimo Consiglio; cosi resti con publico decreto attestata, e manifestata la verità del fatto, e questa famiglia veramente degna di ccmmiseratione ristorata nel pristono stato di onorevolezza, e riputatione; e la presente parte sia letta nel primo Maggior Consiglio ad intelligenza di Cadauno. Antonio Padavin Notaio Ducale” (18).

 

Fra i tanti personaggi condannati a Venezia per tradimento nel Registro di sentenze capitali degli Inquisitori di Stato (19) si legge in data 23 settembre 1617: “Il Signor Alessandro Spinoza Romano d’anni 35, per ordine supremo fu strozzato nelle carceri, indi appeso per un piede alla forca come ribelle e traditore”.

 

Dall’opera Memorie recondite dall’anno 1601 al 1640 di Vittorio Siri veniamo edotti di una congiura ordita contro la città di Venezia nel 1618. Dei condannati alla medesima pena, riportiamo quanto scritto riguardante il cospiratore Lorenzo Brular: “Interrogato che era ostinato, e che questo lo doveva fare per la fedeltà al suo Principe, che se però luì diceva quanto sapeva, li saria perdonata la vita nè alcuno saprebbe cosa che egli dicesse, non volse dir nulla. Finalmente fatto condurre al suo luogo, e gli Eccellentissimi signori Inquisitori di Stato considerato bene il tutto fu risoluto che morisse, e così fu ordinato che se voleva confessarsi lo facesse perchè doveva morire, il che fù eseguito la notte stessa, fù strangolato, e poi la mattina à vista di tutti fù posto alle forche, appeso per un piede. Fù lungamente trattato, se si doveva salvare la vita al capitano Lorenzo Brular, ma per le molte considerationi fatte sopra la già fatta determinatione che ognuno che in questa materia fosse macchiato dovesse morire, li fù denuntiata la morte, & al suo compagno, e furono ambi strangolati, e sepolti la notte a’ santi Gio: e Paolo” (20).

 

Nel 1599 un uomo di nome Bembo fu arrestato con la gravissima accusa di aver “propalato” segreti di stato al Granduca di Toscana in cambio di denaro. Si era venduto per miseria: sposato due volte probabilmente aveva figli da mantenere. Gli inquisitori erano in possesso di scritture inoppugnabili e l’incauto confessò. Il 6 luglio, di mattina, le guardie lo fecero salire su un palco, a Piazza San Marco, fra le colonne. Assistette all’esecuzione dei suoi complici - due bergamaschi, un veronese, un giovane vicentino e un vecchio di  86 anni - quindi “fu fatto morire infamemente in pubblico”: venne cioè impiccato e poi appeso alla forca per un piede  (21).

 
A Vicenza troviamoUn traditore di Montecchio Precalcino è bruciato vivo infilato in uno spiedo (anno 1356), un altro traditor, tale Bonissolo da Barbiano è pure bruciato con lo stesso rogo essendo appeso sul fuoco per i piedi a una forca” (22).

 

Traditori a Firenze

 

Cosimo di Giovanni de' Medici detto il Vecchio o pater patriae (1389-1464) nel 1433, dichiarato ‘magnate’ cioè tiranno, fu imprigionato sotto la spinta di una rivolta capeggiata dalle famiglie degli Albizi e degli Strozzi. Cosimo si comprò la libertà con diverse bustarelle e andò in esilio. L’anno seguente, poiché gli Albizi stavano diventando sempre più impopolari, la nuova Signoria, di tendenza filo medicea, convocò il parlamento che decretò la revoca della sentenza d’esilio dei Medici. Così  Cosimo nell’ottobre di quell’anno rientrò trionfalmente in Firenze. Agì astutamente non serbando per sé alcuna carica ma dirottando le più alte cariche istituzionali a uomini a lui fedeli. Anche se appariva che la Repubblica fosse stata formalmente mantenuta, in realtà era stata svuotata nella sostanza. Cosimo riuscì a far esiliare molti dei suoi nemici e ad impedire che molti fossero privati del diritto di accedere a cariche pubbliche. Dopo i bandi si giunse alle impiccagioni. Una volta uccisi, i traditori vennero effigiati, a grandezza naturale, appesi per un piede sulla facciata del Palazzo del Podestà.

 

Altro personaggio considerato traditore della patria, anche se l’azione da lui commessa rese felici la maggior parte dei Fiorentini, fu Lorenzo (Lorenzino) di Pierfrancesco de' Medici, detto anche Lorenzaccio (1514-1548) il quale uccise nel 1527 il Duca Alessandro de’ Medici per cause ereditarie. I due erano stati per lungo tempo amici, compagni di eccessi licenziosi e nella frequentazione di bordelli. La sera del 5 gennaio mentre Alessandro riposava negli appartamenti di Lorenzo, quest’ultimo assieme ad un sicario di nome Scoronconcolo, riuscì ad ucciderlo dopo una violenta lotta. Per questo motivo, il successore di Alessandro, Cosimo I, lo condannò in contumacia.  

Ma veniamo a quanto scrisse in proposito l’abate Giuseppe Maria Mecatti nella sua Storia Cronologica della Città di Firenze: “Ai 24. d'Aprile fu bandito pubblicamente ribello Lorenzo di Pierfrancesco de Medici con taglia di Fiorini quattromila a chi l'ammazzasse, e con dare all'uccisore, ed a' suoi eredi, durante la sua Linea, cento Fiorini d'oro l'anno, e di più potesse rimettere dieci Banditi a sua elezione (23) con altri privilegj, ed esenzioni: ed a chi lo desse vivo la taglia, ed ogni altra grazia se gli raddoppiasse. Fu anche Lorenzo in vece di acquistarsi sempiterna gloria, dipinto in Fortezza come Traditore col capo all'ingiù, appiccato per un piede; e come traditore della Patria, gli furono tagliate dal tetto ai fondamenti sedici braccia della sua Casa, e fu fatta una Viuzza, che fu detta il Chiassolo del Traditore” (24).

 

In occasione delle lotte per il governo della città di Firenze fra la famiglia Medici e i suoi oppositori, va ricordato Gherardo Corsini che, a fasi alterne fu filo mediceo e antimediceo, ma soprattutto il figlio Alessandro (1486-1552) che svolse per i Medici importanti incarichi politici. Dopo essere stato condannato il 1 ottobre del 1529 al pagamento di 30 fiorini d’oro come multa per una lettera ingiuriosa inviata ai Rettori del Comune, il 14 ottobre “ebbe bando di ribellione”, fuggendo da Firenze per Roma, dove venne benevolmente accolto da Clemente VII (Giulio di Giuliano de' Medici). Da questo venne inviato a difendere Pistoia, ma poiché in tale occasione si fece molti nemici, il Papa si trovò costretto a richiamarlo. Nonostante questo fallimento, ricevette come premio dal Papa il titolo di Conte Palatino e nel 1533 il commissariato di Pisa. I Fiorentini invece, non appena compresero il suo tradimento avendo egli preso parte attiva contro la patria, lo fecero “dipingere sulla facciata del palagio del Podestà, in mantello e cappuccio, appeso per un piede, e con un cartello che additava il suo delitto” (25). Ovviamente, si diventa traditori per una fazione, ma uomini fedeli per un'altra.

 

 Un traditore a Roma 


Famosa fu la rivolta di Cola di Rienzo (Nicola di Lorenzo Gabrini, 1313-1354) che tentò di restaurare il comune nella città di Roma straziata dai conflitti tra papi e baroni. Nominato tribuno  (‘l'ultimo dei tribuni del popolo’ egli amava definirsi), in seguito venne ucciso dal popolo stesso per aver introdotto nuove gabelle. Il potere gli aveva dato alla testa: si convertì in tiranno, mentre la sua mente evanescente si andava attestando su strane forme di pazzia. Quando il popolo lo inseguì per ucciderlo cercò di fuggire travestito da pezzente, ma venne riconosciuto dai braccialetti che non si era tolto (Erano 'naorati: non pareva opera de riballo). Portato in luogo deputato al giudizio, nessuno dei presenti osava toccarlo (Nullo uomo era ardito toccarelo), finché uno del popolo impugnò mano ad uno stocco e glielo conficcò nel ventre  (impuinao mano ad uno stocco e deoli nello ventre). Il suo cadavere venne trascinato fino a San Marcello, di fronte alla casa dei Colonna, e lì lasciato appeso per due giorni e una notte. Il terzo giorno, il suo corpo venne bruciato presso il Museo di Augusto, in Ripetta (sempre territorio dei Colonna).

Dalla Vita di Cola di Rienzo, scritta in volgare romano da un anonimo trecentista, riportiamo la vicenda dal momento della sua uccisione: ”Venne uno con una fune e annodaoli tutti doi li piedi. Dierolo in terra, strascinavanollo, scortellavanollo. Così lo passavano como fussi criviello. Onneuno se ne iocava. Alla perdonanza li pareva de stare. Per questa via fu strascinato fi' a Santo Marciello. Là fu appeso per li piedi a uno mignaniello. Capo non aveva. Erano remase le cocce per la via donne era strascinato. Tante ferute aveva, pareva criviello. Non era luoco senza feruta. Le mazza de fòra grasse. Grasso era orribilemente, bianco como latte insanguinato. Tanta era la soa grassezza, che pareva uno esmesurato bufalo overo vacca a maciello. Là pennéo dìi doi, notte una. Li zitielli li iettavano le prete. Lo terzo dìe de commannamento de Iugurta e de Sciarretta della Colonna fu strascinato allo campo dell'Austa. Là se adunaro tutti Iudiei in granne moititudine: non ne remase uno. Là fu fatto uno fuoco de cardi secchi. In quello fuoco delli cardi fu messo. Era grasso. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri. Staievano là li Iudiei forte affaccennati, afforosi, affociti. Attizzavano li cardi perché ardessi. Così quello cuorpo fu arzo e fu redutto in polve: non ne remase cica. Questa fine abbe Cola de Rienzi, lo quale se fece tribuno augusto de Roma, lo quale voize essere campione de Romani” (26).Cola venne appeso per un piede in quanto aveva tradito il popolo nelle sue più profonde aspettative (27).

 

Un Traditore a Napoli

Marco Antonio Brancaccio (ca.1570-ca.1650) nato con animo guerresco, combatté per gli Spagnoli, i Veneziani e i Francesi, e prese parte attiva nel 1647 alla rivolta di Masaniello. Dopo la morte di quest’ultimo, nell'ottobre di quell’anno venne eletto dai popolari ‘maestro di campo’ agli ordini del generalissimo del popolo Francesco Toraldo. Quest’ultimo il 21 ottobre venne ucciso dai popolari stessi in quanto sospettato di tradimento. Il Brancaccio, che con ogni probabilità aspirava alla carica del Toraldo, prese parte attiva nel calunniarlo, procurandolo di farlo processare. Il popolo dopo aver decapitato il Toraldo e posto la sua testa sopra una picca, portarono il suo corpo al mercato dove lo spogliarono nudo e lo appesero per un piede. Prima gli cavarono il cuore e lo mandarono alla moglie, per l’occasione ritiratasi in un convento, in un bacino d’argento (28).Il Brancaccio, temendo che le incontrollabili oscillazioni dei sentimenti della plebe potessero riservargli la medesima sorte toccata al Masaniello (29) e al Toraldo, rinunziò alla carica di generalissimo a favore di Gennaro Annese. In più occasione il Brancaccio venne a sua volta considerato traditore dagli Spagnoli i quali, col tempo, giunsero a confiscargli tutti i beni (30).

 

Traditori a Palermo

In occasione della rivolta palermitana contro la tirannide spagnola del 1647 capeggiata da Giuseppe D’Alesi, soffocata nel sangue, numerose furono le persone prima uccise e di seguito appese ad un piede unitamente ad un cartiglio che le denunziava come traditori della patria. Dei tanti, si riporta quanto occorse a tre di loro:


“Martedì, 17 di detto [Dicembre, 1647].  Questa mattina comparve, nella detta maniera del Serletti e dell’Albamonte, Santo da Patti messinese, uomo di penna, capo principale e fautore delli detti uomini infami, appeso per un piede. Avea nel petto l’iscrizione della medesima continenza degli altri due, cioè: Santo da Patti per traditore di Dio, di Sua Maestà e della patria”.


“Venerdì santo, 10 di detto [Aprile, 1648].  Questa mattina, solita a passarsi così quieta, così pia e così dolorosa per la morte del Salvator del mondo, si passò anche ben mesta con lo spettacolo che siegue. Comparve nel piano dell’ottangolo, volgarmente detto le Quattro Cantoniere, il sopradetto dottor D. Pietro Milana, strozzato la precedente notte, appeso per ambidue i piedi ad una forca, con questo epitafio al petto: D. Pietro Milana, come traditore d’ Iddio, di Sua Maestà e di questa fedelissima patria”.

 
“Sabbato, 23 di detto [Aprile, 1648]. La notte passata fu strozzato il sacerdote D. Gabriele Platanella della terra di Bivona, degradato da quattro abbati per ordine dell’arcivescovo di Palermo. E comparve appeso per un piede nel mezzo dell’ottangolo, col seguente epitafio: D. Gabriele Platanella, della terra di Bivona, è condannato a morte, convinto e confesso d’aver fatto trattato di dar questa fidelissima città e questo regno alla protezione del re di Francia, con rimessione e perdono del Vespro Siciliano, spendendo falsamente il nome del publico. E cui tali fa tali paga” (31).  


Giuseppe D’Alesi fuggì per un passaggio segreto che dalle fogne conduceva fuori città. Per sua sventura, un cunicolo risultò troppo stretto per lui data la sua grossa corporatura. Non riuscendo a passare, ritornò indietro ma sbucò presso la scalinata di Santa Maria della Volta, proprio in mezzo ai suoi nemici. Al lettore lasciamo immaginare la sua fine.


Un Traditore dei Savoia


Durante la guerra che coinvolse buona parte degli stati europei contro le mire espansionistiche di Luigi XIV, il Re Sole, Vittorio Amedeo II Duca di Savoia si schierò contro i Francesi. La storia che narreremo si riferisce ad un Referendario del Duca, di nome Gian Giacomo Trucchi da Savignano. Poiché il Duca gli aveva chiesto di acquistare una certa quantità di grano che il Trucchi aveva pagato anticipatamente a sue spese a tre lire e mezzo la misura, una volta richiesto il rimborso si vide rimborsare molto meno di quanto aveva speso. Inoltre poiché aveva provvisionato personalmente diverse spie per ottenere informazioni sul nemico, cosa per la quale si aspettava di essere ringraziato, non solo non ebbe tale soddisfazione ma non fu neppure rimborsato. In seguito, dato che alcuni ‘scorridori’ francesi avevano devastato i suoi poderi egli chiese al Governatore di Pinerolo che gli accordasse dei soldati a difesa dei suoi possedimenti. Poiché il Governatore rifiutò, il Trucchi si senti in animo di passare ai nemici, e si diede pertanto ai Francesi. Con un certo Matteo Musso, capo di diversi scontenti e con il marchese di Monforte oltre al figlio Stefano che aveva inviato personalmente dal Re francese perché gli comunicasse la sua fedeltà, si accordò con i nuovi alleati per far aprire le porte di Savignano e incitare alla ribellione i contadini del Mondovì. Ma il tradimento venne smascherato dal Duca e il Trucchi e il Mussi furono tratti in prigione a Torino. Nel contempo vennero spedite truppe contro il marchese di Monforte.

L’intera vicenda venne descritta da Domenico Carutti nella Storia del Regno di Vittorio Amedeo II dalla quale riportiamo per esteso quanto successe ai malcapitati traditori: “Il processo contro il Trucchi e il Musso fu istrutto dal gran Cancelliere, da un primo Presidente del Senato e dall'Auditor generale di guerra; abbondavano le prove del tradimento, e la sentenza non tardò a discendere sul capo dei colpevoli. Doveano strangolarsi, lasciarsi i cadaveri per ventiquattr'ore appesi per un piede alle forche, staccarsi quindi le teste dal busto e farne spettacolo in Mondovì; atterrarsi la casa dei congiurati in Savigliano con divieto di riedificarla. Ma più della sentenza fu orribile la tortura che la precedette. I giudici volevano conoscere i complici; Gian Giacomo Trucchi, uomo di cinquantaquattr' anni, fu sottoposto ai più atroci tormenti; collato e ricollato, tentato coi dadi e con tutte le crudeli inquisizioni dei tempi domandava pietà al gran Cancelliere, lo supplicava non gli si facesse dannar l'anima accusando un qualche innocente per isfuggire il dolore; pregava Dio, recitava versetti dei salmi, urlava di spasimo; ma resistette allo strazio, non pronunziò alcun nome; per lui non perirono altre vittime. Questo coraggioso silenzio non assolve il traditore che vendeva il suo paese all' inimico, ma lo salva dal disprezzo” (32).

 

Un Traditore Francese


Durante la tragica notte di San Bartolomeo (23-24 agosto 1572), tramata alla corte di Caterina de’ Medici e scatenata dal partito del duca di Guisa in occasione dei festeggiamenti per le nozze tra la cattolica Margherita di Valois, sorella del re Carlo IX, e il protestante Enrico di Borbone (il futuro re Enrico IV), fu assassinato Gaspard II de Coligny (1519-1572), ammiraglio di Francia passato al Calvinismo e divenuto capo politico e militare degli Ugonotti. Dopo la sua uccisione “fu condennato il corpo dell' Ammiraglio ad essere prima tirato à coda di cavallo per la Città; poi ad essere appeso per un piedi, come traditore, alle forche publiche di Monfalcone, con una coda di vitello cacciatagli nel sedere; ove si stava con incredibil piacer di tutto ‘l popolo, che correva à veder quel corpo proprio, la cui effigie, ò statua poch'anni prima v’haveva vista” (33).


Un Traditore al tempo del Sacro Romano Impero d’Oriente

 

Il passaggio dalla stirpe dei Comneni a quella degli Angeli sul trono del Sacro Romano Impero d’Oriente non avvenne senza spargimento di sangue. Quando Alessio Comneno II salì al potere a 15 anni, iniziò a dimostrare una grande inclinazione verso i Latini d’Occidente (aveva sposato una figlia del Re di Francia)  e questo fece ben sperare in una nuova Crociata per liberare la Palestina dagli Infedeli. Ciò non piacque molto ai Greci che repentinamente chiamarono a Costantinopoli Andronico, stretto parente dell’Imperatore. Per ringraziare i Greci di averlo chiamato strangolò Alessio e una volta preso il potere scacciò tutti i Latini compiendo nei loro confronti orribili nefandezze. Ma dopo alcuni anni, Isaccio Angelo lo trattò in maniera ancora peggiore di quella che lui aveva usato con il parente. Preso il suo trono, Isacco  “lo fece in sua presenza caricar di catene di ferro, poi gli fù strappata la barba; gli furono rotti quasi tutti i denti a forza de’ colpi che dati gli furono sulle guancie; ed oltre a ciò, essendogli stata recisa la mano diritta, e cavato un occhio, fù sposto alla derisione del popolo, conducendolo per la Città sopra un Cammello rognoso, gittandogli questi dello sterco in faccia e pungendogli quelli i fianchi cogli spiedi; e per fino una femina della più vil feccia del popolo gli versò sopra il capo una caldaja d’acqua bollente: finalmente fù appeso per li piedi ad una pubblica forca e in quello stato gli furono con le spade trapassate le coscie, e strappate gli furono le parti vergognose prima di dargli l’ultimo colpo di morte. In tutti questi tormenti ebbe l’infelice Principe sempre in bocca queste parole: Signor Dio abbiate pietà di me, e ricevete la mia pover’ anima nelle vostre mani” (34).  

 

Cupido, il traditore dell’umanità, appeso per i piedi da un villano in una Commedia del ‘500

 

Per concludere, riportiamo alcuni passi tratti da una commedia del ‘500, opera di Piero Francesco da Faenza (35). L’argomento di questa Commedia Nuova, molto Diletevole e ridiculosa, scritta in italiano e in dialetto romagnolo del ‘500, mista in prosa e versi, tratta di un ‘vilano’ (contadino) che dopo aver fatto prigioniero Cupido, intende appenderlo per i piedi come traditore. Il Dio viene liberato grazie all’intervento degli Dei e soprattutto di Venere, che riscatta la sua liberazione con un consistente numero di monete d’oro e  d’argento.


Il comportamento rozzo del Villano contrasta con la raffinatezza degli altri protagonisti, nobili e acculturati, mentre la sua parlata, un dialetto faentino infarcito di volgarità, contrasta col linguaggio aulico degli altri personaggi.

 

Orfeo nella Quinta Ottava dell’introduzione così si esprime:

 

Qui immaginar potrete, o spectatori

Nobili, excelsi e di sublimi ingegni,

l’invidie, l’avaritie e gli ranchori

de i superbi vilan falsi e malegni,

che per le sete d’acquistar thesori  

fanno ogni mal, come ne mostra segni

in questa nostra comedia nuova.

nova sì ch’ altra scritta non si trova.

 

Nel seguente modo il villano, subito dopo, giustifica il rapimento di Cupido:

 

Sopra giunge el Vilano parlando agli spectatori:

 

Vilan Vit vit, dumandie, ch'a m’ò sfogà le man e i pie contra a quest die de l'amor. O donne, vidì aqui el traditore che tradisse tutta la gente, che l'ò lighià sì strettamente ch'a 'n cre' che '1 possa fugir, ch'a sò dliberà de fal pentì de quent mei che '1 fe' mè al mondo, ch'à fat andar al fondo, per quant ho inteso, non so in quest paese, ma i Rumen e i Grighe e i Troieni e quent humne e donne fu mè, ch'à zà tutti ruvinè, st'asasin da chistien. Ma u ’n  m'insirrà dal  mie men, ch'a ie farrò fà la penitentia di sue pichiè.

 

(Villano Vedi vedi, domineddio, che m'ho sfogato mani e piedi contro questo dio dell'amore. O donne, vedete qui il traditore che tradisce tutta la gente, che l'ho legato sì stretto che non credo che possa fuggire, ché sono deli­berato di farlo pentire di quanto male fece mai al mondo, chè ha fatto andare al fondo, per quanto ho inteso, non so in questo paese, ma i Romani e i Greci e i Troiani e quanti uomini e donne furono mai, che ha già tutti rovinati, quest'assassino da cristiani. Ma non mi uscirà dalle mie mani, ché gli farò far la penitenza dei suoi peccati) (36).                 

 

Un Amante, giunto nei pressi del villano e di Cupido legato , così si esprime:

 

Amante 1       O mio Signor Amor, qui qual cagione

                         legato sei? Ov’è la tua potenzia

                         che sei de toi pregion fatto pregione?

Cupido 2        Più della mia vale la costui potenzia

                        chè contra a un. cor Vilan nulla posso io

                        e fatto n'ho più d'una experientia.

Amante 3      Donque in van sei da ognun chiamato Dio.

Vilan              E base de sì ch'a so ie el die, e no lu. (Traduzione letterale: Pare di sì, che sono io il Dio e non lui)

Amante 4      Ohymè, chi t'ha lo honor, la gloria tolto?

                        O ciel crudel, o caso accerbo, e rio!

                        Ben veggio reggici il mondo sottosopra volto.

5                      O infelici, o miserelli amanti,

                        ahymè, preghiamo ognuno Amor sia sciolto;

                        se non, vivremo sempre in doglie e in pianti.

 

Dopo un lamento di Cupido che si duole della sua situazione, interviene nuovamente il villano che così lo rimbrotta parlando poi fra sé e sé:

 

Vilan  Piangi pu tu, e ie ridrò, o furbison, cu m’ pa ben ben che tebbe del coglion, a dighe de vacca. Sta volta u m’ha schappa, ar fè del mie…., ch’a ‘l voglio apichià pr i pie adesso adesso, e ssì ‘n valrà che ‘nsun mi priega, c’a ‘n voglio ch’u m’apichià, se bene u m’aracomanda.

 

(Villano Piangi pur tu e io riderò, o furbison, che mi pare ben bene che hai avuto del coglione, dico di vacca. Stavolta non mi scappa, alla fede del mio…, ché lo voglio appiccare per i piedi adesso, adesso, e così non varrà che nessuno mi preghi, ché non voglio che lui mi appicchi, anche se mi si raccomanda).

 

Il villano intendeva appendere per i piedi Cupido perché aveva tradito l’umanità rendendola infelice a causa dell’amore. Una pena, quella di esser impiccato per un piede (a volta per entrambi i piedi), riservata ai traditori e che tutto il popolo, anche quello di un piccolo paese come era Faenza nel '500, ben conosceva.

 

Note

 

1 - L’Historia d’Italia, scritta dal Guicciardini fra il 1537 e il 1540, venne pubblicata per la prima volta a Firenze nel 1561. In essa si narra la storia italiana dalla morte di Lorenzo il Magnifico, avvenuta nel 1492 a quella di Clemente VII nel 1534.

2 - M. Francesco Guicciardini, L’Historia d’Italia, In Firenze, Appresso Lorenzo Torrent, 1561, pag. 205.

3 - Da nostre indaginirisulta che questo commento, che venne successivamente riportato da altri curatori dell’opera, venne inserito per la prima volta da Thomaso Porchacchi nell’edizione da lui curata: Venezia, Appresso Pietro Maria Bertano, 1616, pag. 122.

4 - Jacopo Ranieri, Diario di cose seguite in Bologna dalli 20 settembre 1533 fino li 25 dicembre 1549, Bologna, Biblioteca Universitaria, ms. 615, 12 marzo 1532, c. 40r.

5 - Romano Molesti, Economisti e Accademici  nel Settecento Veneto. Una visione organica dell’economia, Milano, Franco Angeli, 2006, pag. 106.

6 - D’Antonio di Paolo Masini,Bologna Perlustrata, Erede di Antonio Benacci, 1666,pag. 420. 

7 - Salvatore Muzzi, Annali della città di Bologna: Dalla sua origine al 1796, Tomo II, Bologna, Pe’ Tipi di San Tommaso d’Aquino, 1840,  pag. 582.

8 - Salvatore Muzzi, op. cit., pagg. 594-695.

9 - Salvatore Muzzi, op. cit., Vol. III, 1841, pag. 484-485.

10 -  Ludovico Antonio Muratori, Annali d’Italia, Milano, 1744, Anno, 1412, pag. 62

11 -  Nicola Ratti nella sua opera Della Famiglia Sforza, Roma, 1795, Parte I, ritenne che in realtà lo Sforza fosse rimasto in buoni rapporti con il Papa perché egli passò agli stipendi di Re Ladislao dopo essere stato congedato dal Pontefice (pag.10), e che “Simili voci ingiuriose allo Sforza di Villan da Cotignola, di Generale preso all’Aratro furono messe fuori dalla facione Braccesca perpetua nemica, e rivale della Sforzesca buonamente credute e riportate dall’Alberti, dal Loschi, dall’Astolfo, ed altri Autori di men fino criterio” (p.11).

12 - Sull’attribuzione dell’appellativo di “traditore” ai villani, si leggano al saggio Ruzante il Villano i passi riguardanti le commedie La Pastoral e La Moscheta. 

13 - Appendice all’Archivio Storico Italiano. Tomo VIII, N. 25, Firenze, Gio. Pietro Vieusseux, 1850, pagg. 367-368. 

14 - Cfr: Maria Gabrielli Donati Guerrieri, Lo Stato di Castiglione del Lago e i della Corgna, 1972, pag. 283 e Lorenzo Giommarelli, Castiglione del Lago e la guerra di Castro. Storia di un affresco, online al link http://www.bibliocastiglione.it/Affresco.pdf

15 - Gregorio Leti, Raguagli Historici, e Politici òvero Compendio delle Virtù Heroiche soprà la Fedeltà de’ Cittadini, & Amore verso la Patria, Amsterdam, Appresso Teodoro Boeteman, 1700. Parte Seconda, Raguaglio I, pagg. 45-46. La prima edizione venne stampata sempre ad Amsterdam nel 1699. 

16 - Jules François Lecomte, Venezia, o colpo d’occhio letterario, artistico, storico, poetico e pittorico sui monumenti e curiosità di questa città, Prima edizione Italiana, Venezia, Gio. Cecchini, 1848, pag. 116. 

17 - Gregorio Leti, op. cit., pagg. 219-220. 

18 - Vittorio Siri, Memorie Recondite. Dall’Anno 1619 fino al 1625,  Lione, Anisson e Posuel, 1679, pag. 381-382.

19 - b. 1256. 

20 - Vol. IV, Parigi, Appresso Sebastiano Mabre - Cramoisy, 1677, pagg. 464 - 465. 

21 - Melania G. Mazzucco, Jacomo Tintoretto & i suoi figli. Storia di una famiglia veneziana, Rizzoli, 2009, pag. 565. 

22 - Conforto da Costoza, Annalium patriae fragmenta ab anno MCCCLXXI usque ad annum MCCCLXXXVII, Voce ‘Giustizie’, Parte prima, Volume 11. In “Rerum Italicarum Scrptores”, Vol. 13, S. Lapi, 1728, Reprint Carlo Stainer, pag. 93.

23 - Sulla pratica ‘Liberal Banditi’ (liberare condannati) quale ricompensa, si veda al saggio Tarocchi e Inquisitori.
24 - Edizione di riferimento: Napoli,  Stamperia Simoniana, 1755, Parte Seconda, pag. 631. 

25 - Luigi Passerini, Genealogia e Storia della famiglia Corsini, Firenze, M. Cellinie C, 1858, pag. 117.

26 - Anonimo,Vita di Cola di Rienzo, Cap. XXVII: ‘Como missore Nicola de Rienzi tornao in Roma e reassonse lo dominio con moite alegrezze e como fu occiso per lo puopolo de Roma crudamente’, sec. XIV.

27 - A Cola di Rienzo il compositore Richard Wagner  dedicà  l’opera lirica ‘Rienzi, l’ultimo dei Tribuni’.

28 - I motivi di quell’esecuzione sommaria sono stati variamente interpretati: la volontà del Toraldo di mantenere la dinamica della rivolta nel solco del lealismo spagnolo; l’aspirazione del luogotenente Marcantonio Brancaccio a farsi eleggere Generalissimo del Popolo; il rifiuto, opposto dal Toraldo ai ribelli, di divenire il responsabile primario di trasformazioni istituzionali e politiche” in Aurelio Musi, La Rivolta di Masaniello nella scena politica barocca, II Edizione, Napoli, Guida, 2002, pag. 154. 

29 - Masaniello accusato di pazzia a causa di un comportamento sempre più dispotico e stravagante, venne tradito da una parte degli stessi rivoltosi e assassinato. Aveva ventisette anni.

30 - Sulla morte del Toraldo e sul ruolo del Brancaccio si veda: Deputazione Napoletana di Storia Patria (a cura di), Archivio Storico per le Province Napoletane, Vol. 2.Presso gli editori Detken & Rocholl e F. Giannini, 1877, pag. 61.

31 - Gioacchino di Marzo, Diari della Città di Palermo dal sec. XVI al XIX, pubblicati sui manoscritti della biblioteca comunale, Biblioteca Storica Letteraria di Sicilia,Vol. III, Palermo, Luigi Pedone Lauriel, 1869. Martedì, 17: pag. 236 - Venerdì santo, 10: pag. 282 -  Sabato, 23: pag. 307.

32 - Domenico Carutti, Storia del Regno di Vittorio Amedeo II, Torino, Tipografia Paravia e Compagnia, 1856, pagg. 130-131. La vicenda venne narrata anche da Luigi Cibrario, Storia di Torino, Torino, Vol. II, 1846, e da Carlo Denina, Storia dell’Italia Occidentale, Torino, Libro XIII, Cap. 9.

33 - Camillo Capilupi, Lo Stratagema di Carlo IX. Re di Francia, contro gli Ugonotti rebelli di Dio e suoi, Roma, 1572,  pag. 44.

34 - Pierre Gaultruche, L’Historia Santa, Tomo III,s.l. - s.d.,pagg. 22 - 23. 

35 - Commedia Nuova composta per Piero Francesco da Faenza molto diletevole e ridiculosa, Firenze, ad istanza di Baldassarre Faentino, 1545. Ringraziamo Mauro Benedetti, partner della nostra Associazione, per aver portato alla nostra conoscenza l'esistenza di questa Commedia.

 36 - Le traduzioni in italiano dei testi in dialetto romagnolo furono inserite dall'autore a piè di pagina nell'opera stessa.  


Copyright  1997 Andrea Vitali