Saggi di Andrea Vitali

Farsa Satyra Morale

Sminchiata voise dir da sciocchi

 

Uno dei primi se non il primissimo documento a stampa in cui troviamo citati assieme tarocchi e minchiate risultando nel contempo importantissimo per la commedia dell'arte nei riguardi dello studio della maschera del Capitano (da ricondursi quanto alle origini, agli antichi schiavi plautini), è il componimento Farsa satyra morale di Venturino Venturino da Pesaro (?-1530) stampata a Milano da Johanne de Castione. L'anno di stampa non viene riportato, ma la Biblioteca Braidense di Milano che ne possiede un esemplare, lo data  "circa 1510" (1). Si dovrà dunque valutare un periodo compreso fra il 1508 e il 1512. Ci troviamo  pertanto di fronte ad uno dei primi documenti in cui la parola tarocco viene utilizzata in riferimento al gioco.


L'opera si presenta come un componimento di carattere morale (Moralità), un genere drammatico coltivato particolarmente in Francia dai Clercs de la Bazoche (2) che venne così definito dal D'Ancona: "Costoro indulgendo al genio nazionale, che si compiaceva già da gran pezza nei poemi didattici con personificazioni di enti astratti, dalle proprie consuetudini di dispute curiali trassero fuori cotesto genere, nel quale idee, nozioni, fatti, oggetti raffigurati in personaggi, si pongono fra loro in drammatico conflitto" (3).

In questa Farsa, tesa all'esaltazione degli aspetti moralizzanti attraverso figure simboliche (Voluttà, Virtù, Fortuna, ecc), l'introduzione di un elemento comico desunto dal teatro popolare, cioè la figura di un Capitano ridicolo e sconquassato di nome Spampana, rende l'opera alquanto singolare, distaccandola dalle consorelle d'Oltralpe (4). Questo personaggio è di interesse per la nostra ricerca in quanto in un dialogo fra lo stesso e l'attore principale della Farsa, cioè il giovine Asuero, troviamo il riferimento ai tarocchi e alle minchiate, laddove le "galante sfogliose", espressione per indicare le carte da gioco nel gergo furbesco del Rinascimento, trovano ampia enumerazione.


Prima di riportare i versi in questione, introduciamo la trama dell'opera, che ebbe in seguito varie imitazioni (5), nella quale vi troviamo riprodotta la favola di Ercole al bivio fra il Vizio e la Virtù. Phylarete, padre del giovane Asuero intende ammaestrare il figlio facendogli scegliere, attraverso il libero arbitrio, la via che più ritiene giusta. Dopo una lunga scena di avvertimenti, assicurazioni e propositi svoltasi tra padre e figlio, quest'ultimo rimane solo attendendo l'arrivo di due donne come annunciate dal padre. Per prima avanza una figura femminile, la cui grande bellezza fa credere ad Asuero che possa trattarsi di una "di quelle del Castallio fonte" (cioè una ninfa). Alla richiesta del giovane di fornire il suo nome, ella non risponde invitando invece Asuero a seguirla. Poiché questo resiste alle sue lusinghe, la donna lo abbandona sdegnata. Subito una seconda figura femminile "in bianca gonna" si presenta al giovane, spargendo fronde che la didascalia chiama "le venerande foglie de Minerva e de Apollo". Anche in questo caso Asuero non risponde all'invito lasciandola partire. Ma subitamente si pente ponendo mente di attendere il suo ritorno, poiché ha riconosciuto in lei l'immagine della Virtù e nell'altra donna la figura della Voluttà. Nel frattempo, mentre Asuero si dispone a raccogliere le fronde lasciate dalla Virtù, giunge ad impedirglielo la Fortuna in veste di mostro bifronte (6), così come Asuero racconterà in seguito ad un vecchio sapiente amico del padre:


Un mostro strano subbito comparse
Velato, et dimostrava haver dui volti
Coperti a chiome, et lieto trastullarse
Parea del cielo e dei suoi lumi folti:
E in man tenea figurata la sphera
Che i cieli e li elementi tien racolti.


Il giovane e la Fortuna iniziano a lottare, ma mentre il primo sta per avere la meglio, lo scontro viene interrotto dall'entrata in scena del Capitano Spampana il quale inizia un animato dialogo con Asuero. Al termine di questo colloquio che contiene i riferimenti di nostro interesse, Spampana esce di scena mentre Asuero è riconosciuto dal sopraggiunto Astrete, un filosofo misantropo amico del padre, il quale lo consiglierà spiegandogli con una "Fabula nova, come la voluptate nascesse", in pratica una lunghissima digressione mitico-filosofica a cui fa seguire una disquisizione sulla Virtù. E "mentre così ragionano sonno interrotti da un rumore, e vedono il bravo fuggir ferito: e qui se nota quel che se raporta da giochi, da triste compagnie, e da seguir vitii". Al termine il filosofo si propone di guidare Asuero al tempio di Minerva.


Dopo che già altri episodi si son succeduti sulla scena, il giovane incoronato di alloro ritorna dal Tempio accompagnato da un coro di Muse, da Minerva e dal filosofo che lo aveva accompagnato:


Choro


Nymphe leggiadre e belle
Qui siamo: e nel ciel stelle
Da virtù fide ancelle, ecc.


Un fanciullo vagabondo, di cui si son conosciute le gesta nel corso della commedia, alla vista di tanto onore tributato ad Asuero, divenuto alfine conscio del valore della virtù, si pente dei suoi trascorsi. Al termine giunge un Nunzio che, dopo aver espresso agli spettatori la moralità dell'azione rappresentata, congeda il pubblico:


Perho levate al ciel le aperte ciglia
Scacciando tutti volupta dal petto:
Siccome il bello exempio ve consiglia.
Per questa sera nel vostro cospetto
Altro non venira; perho che a cena
Minerva e gli altri stan col giovenetto.
E da lor parte con fronte serena
Io ve ringratio de la bona audientia
Che ci havete prestata grata e piena:
Sì che andate felice e con licentia.


Si riporta di seguito il testo dell'accennato dialogo fra il Capitan Spampana e il giovane Asuero. L'importanza di questo documento appare straordinaria in quanto, oltre ad essere uno dei primi documenti dell'inizio del sec. XVI che cita sia i Tarocchi che le Minchiate, conferma chiaramente il significato di "sciocchezza" attribuito al termine Minchiata (nel testo "sminchiata") "sminchiata voise dir da sciocchi", come altrove abbiamo da tempo accennato (7).

Asuero in un cantone ascosto così dice:


Asuero
Adiutatime sacri dei celesti.
Dubito che costui me mangi vivo:
Tanto ha braue parole e fieri gesti
Non mi bisogna esser de ingegno priuo;
Ma mi conuien mostrar sicura fronte:
Chel temer fa piu ardito ogni catiuo.
Segli mi parla, io con parole prompte
Responderolli de total manera
Da non darli cagion che in furia monte.

Spampana

Ma chi e quel che la stasse? bona sera.
Bona dies, bona nocte.


Asuero
O el ben giunto.


Spampana
Da che el ben giunto?


Asuero

Da una bona cera.


Spampana
Qual cera e seuo parli? fa tuo cunto
Se hai parlato per dirmi villania:
Che homo non sei tu per avermi punto.


Asuero
Sio thaggio punto, el ciel iuclice sia
Che sol per farte honore to ho risposto:
E se tu voi passare ecco la via.


Spampana
Tu hai ventura chio ritorno tosto.
Horsu voglio gioccar dieci grossoni?
Far con teco amicitia son disposto.
Guarda se belli son da parangoni.
Pigliala come voi: o a dadi o a carte.
Son tutti i giochi per chi vince boni.


Asuero
Tu me perdonerai, non è mia arte


Spampana
Non e tua arte? questa mosca ho presa.
Trova pur chi te creda in altra purte.
Hor non teniam la cosa piu suspesa:
Con dadi a passa dece, a sanza, al sozzo,
A darli la man larga e ben distesa;
Minoretto, sbaraglio, ad urta gozzo,
A trichetrac, et a torna galea;
Vedi se come un pipion te ingozzo.
Ah, ah, scio quel che vuoi, no te intendea:
Eccole qui le galante sfogliose :
Chiama te: fante; ve, chel te venea.
Io voglio contentarte in tutte cose;
O voi alla crichetta, o alla fluxata,
A rompha, a fluxo, et a le due nascose;
Primera, al trenta, et alla condannata;
A rauso, a cresce el monte; hor apre gli occhi:
Che tua o mia sara questa giornata.
Mancava anchora el gioco de tarocchi,
Chesser mi par tuo pasto: e un altro anchora
Minchion, sminchiata voise dir da sciocchi.
Hor prende qual tu voi, chel fugge lhora.


Asuero
Altro non intendo io, che quel de scacchi.


Spampana
Ne quello anchor sapresti. Da laurora
Infine a sera, dimmi in che te stracchi?
Quale e il tuo spasso? Intorno non ti veggio
Ne cavalli, ne ucei, levrier, ne bracchi.
Per admonirte queste cose chieggio:
Tu non sciai giochi, ne ti dai piacere:
Ne mi par che ami donne, che ancor peggio.


Asuero
Ogniun se regge con el suo parere.
Io me dilecto sol parlar con morti:
Dimorando con loro a mio potere,


Spampana
Con questo dire tutto me conforti.
Dimmi, fratel, sei forse negromante ?
Se questo fai vien sol da incanti forti.
Se me ne doni un bon, certo e galante
Ad amor, te faro si riccho dono,
Choggi te valera pin dun bisante.
El Spampana mi chiamo: e un homo sono
Che facci a altrui paura col sol sguardo;
Ma ad chi ben voglio non mai lo abandono.
Homo al mondo piu bravo e piu gagliardo
Di me non si ritrova: e te vo dire
Tutte le prove mie senza riguardo
Milli in un giorno ne ho facto morire


Asuero
Si de le mosche. ecc 

Note

1 - Per la data della stampa cfr: Ennio Sandal, Editori e tipografi in Milano nel Cinquecento, Baden-Baden, 1977 - 1981. 
2 - cfr: Adolphe Louis Fabre, Etudes historiques sur le Clercs de la Bazoche, Parigi, 1856.
3 - Alesssandro D'Ancona, Origini del Teatro Italiano, II, 13. Firenze, 1877.
- Basandosi su questa farsa è possibile determinare l'apparizione della maschera del Capitano, con tutte le sue caratteristiche più spiccate - Spampana esce bravando e dimostrandois in parole o in gesti bravissimo bravo - alla fine del Quattrocento. Troviamo infatti un teatro profano di schietto carattere popolare che si discosta sia dalle sacre rappresentazioni come dagli spettacoli aristocratici, al principio del secolo XVI, a cui risulta facile ravvicinare il Capitano Spampana del dramma pesarese. Di questo teatro popolare profano è pregevole testimonianza una farsa di Francesco Villani pubblicata dal D'Ancona: La guerra di Pontriemoli "fatta pel magno capitano Nevazzo contro a Pocadosso da manco havere, capitano di detto Pontriemoli Opera nuova, et dilettevole, et puossi recitare in Comedia". Nevazzo, che apre la recitazione a guisa di Prologo, si presenta con le seguenti parole: "Io son Nevazzo, quel gran Capitano /
che signoreggio tutte le colline, / et nomar fommi per monte, e per piano, / tanto son buoae le mie medicine: / appiè cavalco un bel cavai sovrano, / sol per pigliar Pontriemol col confine, / con dua mia condottier eh' ho da ventura, / che a tutto 'l mondo farebbon paura". 
5 - Una di questi è rappresentata dal libro chiamato Desir, che Guido Mazzoni dichiara «un poemetto dialogico in un migliaio di versi», la cui prima stampa, a Monteregoli in Plano Vallis (Mondovi) per Vincentium Bernerium, è del 1609. Una seconda è la Dolcina di Gr. M. Cecchi. 
6
Questo passo appare interessante per gli aspetti iconografici: la Fortuna si presenta come un mostro in quanto mostruosamente condiziona la vita dei mortali ed è velata per non essere riconosciuta, altrimenti non potrebbe interferire indisturbata sugli eventi degli uomini. La sua doppia faccia la identifica come portatrice di effetti legati al fortunium e all'infortunium, cioè alla buona e alla cattiva sorte, mentre la sfera tenuta nelle mani la rende Imperatrix Mundi, di cui gestisce le sorti. Sull'iconologia della Fortuna si veda la disamina al relativo saggio iconologico. 
7 -  Si legga al riguardo il saggio Dell'Etimo Tarocco.

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