Saggi di Andrea Vitali

Mnemotecnica e Meditazione

Teatro della Memoria e Misticismo iconico

 

Di Giuseppe Maria Silvio Ierace



Nel Fedro di Platone, Socrate racconta dell’incontro tra il dio egizio inventore della scrittura, Theuth, e il faraone Thamus. Orgoglioso della sua creazione, avrebbe voluto concederla a tutto il popolo: “Questa conoscenza renderà i tuoi sudditi più sapienti”, ciononostante trovò una forte riluttanza da parte del re nell’accettare il dono, che per Thamus, avrebbe invece ingenerato: “la dimenticanza nelle anime di coloro che l’impareranno… Fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesimi; dunque tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza, non la verità; infatti essi divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre come accade per lo più, in realtà, non le sapranno, e sarà ben difficile discorrere con essi perché sono diventati  conoscitori di opinioni invece che sapienti”.


Eppure con la scrittura riusciamo a superare i nostri limiti psicobiologici, evitando errori, fraintendimenti e dimenticanze umanamente inevitabili. La scrittura assicura una trasmissione immutabile che può essere diffusa nel corso delle generazioni e divulgata nello spazio. Già ai suoi tempi, Tommaso d’Aquino (1225-1274) ammetteva che “si scrivono le cose sui libri materiali per venire in aiuto della memoria” (Summa Theologica, I, XXIV, I).


Negli anni in cui Platone elaborava i suoi celeberrimi dialoghi, i testi venivano riportati su rotoli lunghissimi, composti da fogli di papiro importati dal porto fenicio di Byblos, da cui Bibbia per libri. Allorquando prese il sopravvento la biblioteca di Pergamo, nonostante le sanzioni comminate da Tolomeo V Epifane, si fece ricorso al vellum (da vitellum), più conosciuto come pergamena, in onore al capoluogo della Misia.


L’inesistenza di spaziatura nella scrittura greca rendeva difficile l’impatto a una prima lettura, senza precedente conoscenza dell’argomento, tant’è che il verbo leggere era sostituito da ànagignòsko, che significa conoscere di nuovo, e quindi richiamare alla memoria. Il direttore della rivale biblioteca di Alessandria, Aristofane di Bisanzio, per rendere più agevole questa scrittura priva di interruzioni (scriptio continua), inventò i segni di interpunzione: un punto superiore, analogo al nostro punto; uno mediano, come virgola; e quello inferiore, paragonabile al punto e virgola, perché indicante una pausa di lunghezza intermedia. Il punto esclamativo si rintraccia per la prima volta, molto più tardi, nel Catechismo di Edoardo VI e quello interrogativo nell’Arcadia di Philip Sidney, del 1587.


Nella scriptio continua le lettere esprimevano dei suoni, alla stessa stregua delle note musicali, per cui si era costretti a leggerle ad alta voce, così come si canta dinanzi a uno spartito. E per richiedere attenzione all’uditorio, si gridava: prestate orecchio.


La tradizione recitativa sopravvive ancora nella lettura della Torah; privo non solo di punteggiatura, ma anche di vocali, l’ebraico adottò la spaziatura ancor prima del greco. Le parole vanno riconosciute come unità a sé stanti, senza essere cadenzate, la lettura ne risulta rallentata, ma con una maggiore appropriatezza di linguaggio.


Anche nel linguaggio parlato le frasi scorrono senza cesure, indistintamente, e soltanto il contesto del discorso ci aiuta a distinguere la fine di una parola dall’inizio della successiva, secondo una convenzione, apparentemente arbitraria, che suddivide i suoni in significati semantici (oronimi).


La suddivisione in capitoli di un libro venne introdotta nel XIII secolo, insieme con l’indice, ma la definitiva facilitazione nel consultare un testo divenne possibile solo trecento anni dopo, con l’invenzione degli scaffali nei quali disporre i libri in sequenza con i dorsi rivolti all’esterno. Ivan Illich (1926-2002) attribuisce all’avvento del sommario, con il riferimento ai numeri di pagina, il valore di una sorta di spartiacque da un’epoca in cui occorreva ricordare le parti salienti, dopo aver letto il testo per intero, a una in cui, come sostiene Douwe Draaisma, in Metaphors of Memory: A History of Ideas about the Mind, era sufficiente sapere come e dove trovare le informazioni per essere ritenuti eruditi. Questi ultimi vengono definiti da Mary J. Carruthers, in The Craft of Thought: Meditation, Rethoric, and the Making of Images, 400-1200, come “repertori viventi di concordanze”. E uno di essi, Pietro da Ravenna (1448-1508), ci lasciò scritto: “quando lascio la mia patria per visitare come Pellegrino le città d’Italia, posso dire veramente omnia mea mecum porto”. Classificò il suo archivio mentale, secondo un ordine alfabetico: de alimentis, de alienatione, de absentia, de arbitris, de appellationibus, et de similibus quae iure nostro habentur incipientibus in dicta littera A, e a ogni argomento assegnò un indirizzo.


Per gli autori classici e per quelli medievali l’allenamento della memoria non si limitava alla facilitazione di accesso alle informazioni archiviate, bensì costituiva un sistema di rafforzamento dell’etica individuale e un programma di completamento della personalità e di realizzazione del sé. La concezione dell’esercizio mnemonico si estendeva sino a inglobare la pietas, il senso di partecipazione sociale, la capacità di giudizio e di critica. A forgiare il carattere comunque non poteva che essere la qualità stessa dei testi memorizzati, oltre alla loro collocazione in un determinato spazio mnemonico, che, se si considera insufficiente la semplice lettura, di per sé non costituirebbe una solida base culturale. La conoscenza proviene infatti dal confronto dei contenuti alla luce della verità e dalla “moderazione” che si trae dai loro insegnamenti. Ciò che si impara, e si riesce a trattenere, fornisce i maggiori contributi alla sapienza.


Il libro stampato con la cera della cortesia / ne vale mille sulla scansia
. Questi versi del poeta e incisore olandese Jan Luyken (1649-1712) evidenziano il rapporto che si stabiliva un tempo tra lettori ed opere. Non si trattava di dare una semplice occhiata ad un testo, che piuttosto invece veniva sottoposto ad analisi per essere interpretato e compreso, poi ci si rimuginava sopra e lo si metabolizzava. La familiarità acquisita di certi brani era tale che letteralmente ce ne si appropriava. Il Petrarca (1304-1374), in una sua lettera (Familiarum Rerum: XXII, 2), così descrive quest’operazione di pedagogica masticazione e ruminazione culturale: “Gustai la mattina il cibo che digerii nella sera: mangiai fanciullo per ragumare da vecchio, e tanto con loro mi addomesticai, talmente mi passarono, non dico nella memoria, ma nel sangue e nelle midolle”. Del resto, se si è imbevuti di un autore, si finisce per imitarlo anche nel linguaggio, e, solo quando gli autori si moltiplicheranno, si inizierà a essere del tutto originali. Il metodo proposto dall’autore della Rhetorica ad Herennium, che sia stato Cicerone in persona, Cornificio, o qualsiasi altro, sembra parallelo: “…Quelli che vogliono fare le cose più semplici, senza fatica e fastidio, bisogna che precedentemente si siano esercitati in cose più difficili”.


Lo storico tedesco Rolf Engelsing parla di una specie di “rivoluzione” culturale, più propriamente una “rivoluzione nella lettura” (Leserevolution), avvenuta nel XVIII secolo,  al momento del passaggio da una lettura intensiva a una estensiva. In The Kiss of Lamourette: Reflections in Cultural History, Robert Darnton descrive la situazione, precedente la diffusione della stampa e la moltiplicazione dei libri, in questi termini: “Avevano solo pochi libri – la Bibbia, un almanacco, una o due opere devozionali – e continuavano a leggerli e rileggerli, di solito collettivamente e ad alta voce, in modo che una quantità esigua di letteratura tradizionale restava profondamente impressa nella loro coscienza”.


Al giorno d’oggi si legge molto di più, ma ogni volume una volta soltanto, e senza prestarvi un’attenzione eccessiva. Questo deficit di qualità di concentrazione rende “estensiva” la nostra lettura orientata verso la dispersione degli interessi intellettuali.


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Gli antichi trattatisti della materia distinguevano due tipi di memoria, evidenziando così come qualsiasi discorso si potesse affrontare: o registrandone ogni parola (verborum), oppure ricordandone il senso (rerum). Marco Fabio Quintiliano parteggiava dichiaratamente per quest’ultima forma di appiglio, perché le immagini da creare nel primo caso sarebbero state davvero molto più numerose e, spesso, inopportune, improprie e inefficaci, quanto instabili e fuorvianti, se non puntualmente tra loro concatenate. Anche Cicerone, nel De oratore, sostiene la maggiore efficienza nel trattenere i vari temi, creando un’immagine per ciascuno da collocare poi nel locus o topos più appropriato, di modo ché venisse spontaneo elencare, come tuttora si è soliti fare: In primo luogo… in secondo…, ecc..


Del resto, il nostro cervello non è stato attrezzato, nel corso dell’evoluzione, per ricordare tutto pedissequamente. I ricordi basati sulla memoria verborum di solito sono infedeli, equivoci persino, mentre è più agevole prestare maggiore attenzione ai punti salienti e al succo della questione, inserendolo in un quadro complessivo. Lo scopo principale del nostro cervello sembra quello di prevedere e pianificare, rendersi conto cioè di cosa accade momento per momento e preparare nell’immediatezza un’idonea reazione. Va sempre mantenuto un ordine rigoroso, sia nel ricevere le informazioni sia nell’interpretarle; un’opera di filtraggio dei dati da introdurre e di loro gerarchizzazione, in modo da escludere i “rumori di fondo” e occuparsi solo di ciò che ha più rilevanza. Quello che conta è il senso, il nocciolo, il significato, la res, perché invece le parole (verba, significanti) spesso rientrano nel “rumore di fondo”, dato che, il più delle volte, nel comunicare ricorriamo a un linguaggio di rappresentanza, ponendone in maggior rilievo particolari funzioni, le quali, secondo il modello di Roman Jakobson, vanno da quella emotiva alla fàtica, dalla conativa alla referenziale, dalla metalinguistica alla poetica.  


Eppure, fino a non molto tempo addietro, quando la cultura non poteva che essere trasmessa oralmente, il miglior metodo per far circolare le idee e trasmetterle alle generazioni successive era proprio la poesia. Per il filologo inglese Eric Alfred Havelock (1903-1988), il pensiero occidentale avrebbe risentito della profonda frattura consumatasi nel momento in cui la filosofia greca convertì in nuove forme letterarie la sapienza orale arcaica. “Un vasto patrimonio di conoscenze utili, una specie di enciclopedia di etica, politica, storia e tecnologia, che il cittadino efficiente doveva assimilare come nucleo del proprio bagaglio educativo…” fu come demandata ad altri. Un calzante aneddoto lo aveva raccontato Lucio Anneo Seneca nelle sue “Lettere a Lucilio” (III, 27). Il ricco aristocratico romano, Calvisio Sabino, aveva ingaggiato degli schiavi che, in sua vece,  ricordassero tutte le grandi opere: “… uno che sapesse a memoria Omero, un altro Esiodo, ne assegnò, inoltre, uno a ciascuno dei nove lirici. Non c'è da stupirsi che avesse speso tanto: non ne aveva trovati già istruiti, cosicché li fece istruire a sue spese. Dopo essersi procurato questa servitù, cominciò a tormentare i suoi invitati. Aveva ai suoi piedi questi schiavi, ai quali chiedeva i versi da recitare, e tuttavia spesso se li dimenticava a metà di una parola. Satellio Quadrato intendeva persuaderlo ad avere degli schiavi letterati come raccoglitori degli avanzi della mensa (verborum). Dopo che Sabino gli ebbe riferito che ogni servo gli costava centomila sesterzi, ribatté: A minor prezzo avresti comprato altrettante casse di libri”.


Per quattro secoli, prima che, nell’isola di Ceylon, venissero affidati alla scrittura, gli insegnamenti del Budda furono trasmessi in un’ininterrotta catena di tradizione orale. L’intera classe sacerdotale degli indù era incaricata di rammentare i diecimila versi del Rigveda. La comunità ebraica si è servita dei “declamatori” (tannaim), ripetitori e insegnanti di Midrash, Mishnah e Talmud, la cosiddetta Torah orale, l’interpretazione rabbinica della tradizione giuridica. I rawi (recitanti) dell’Arabia preislamica svolsero ufficialmente la funzione di mnemonisti di professione della poesia tradizionale fino all’ottavo secolo, allorquando vennero sostituiti dagli huffaz (guardiani), custodi del Corano e degli aādīth (racconti) della Sunna (codice di comportamento).


I due poemi considerati archetipi della letteratura classica dell’Occidente, perché i primi ad essere trascritti nell’alfabeto greco, appartennero dapprima, e chissà per quanto tempo, alla tradizione orale. Tra loro la critica ha infatti colto, non solo una differenza qualitativa, ma un eccesso di stereotipica ripetitività.  Il protagonista dell’Odissea è sempre “astuto”, Achille “piè veloce”, Afrodite “ridente”, Atena “glaucopide”, Egisto “irreprensibile”, e le dita dell’aurora inequivocabilmente “rosee”... La standardizzazione della struttura e dei temi sembra voluta, affinché sia prevedibile, e le unità narrative si ripresentano con poche e trascurabili modifiche: l’adunata, la descrizione delle armi, la sfida, la spoliazione dei vinti, il consiglio…


“L'epopea omerica – scrisse Antoine Meillet (1866-1936), in Les origines indo-européennes des mètres grecs (1923) - è interamente composta di formule, trasmesse di poeta in poeta. L'esame di un passaggio qualsiasi rivelerà subito che esso è composto di versi e frammenti di versi che sono riprodotti parola per parola in uno o molti altri passaggi. E anche quei versi, le cui parti non si ritrovano in nessun altro passaggio, hanno il carattere di una formula ed è senza dubbio per un puro caso che non si ritrovano attestati altrove”.


Le questione omerica nacque forse con il primo critico letterario che la storia ricordi, Teagene di Reghion, nel VI secolo a. C.. Tre secoli più tardi, i grammatici alessandrini, Xenone ed Ellanico, che avevano sottolineato le discrepanze tra Iliade e Odissea, vennero etichettati “chorizontes”, separatisti. Cicerone attribuiva la responsabilità della redazione ufficiale dei poemi omerici al tiranno ateniese Pisistrato. Successivamente, nel I secolo della nostra era, Giuseppe Flavio aveva riferito: “dicono che Omero non abbia lasciato i suoi poemi per iscritto, ma tramandati dalla memoria” (Contra Apionem, I, IV, 12). Nel 1767, in “Essay on the Original Genius of Homer”, il diplomatico e archeologo “dilettante” Robert Wood (1717-1771) aveva insinuato che Iliade e Odissea fossero state concepite per essere declamate a mente. Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), nell’Essai sur l'origine des langues, pubblicato postumo, tre anni dopo la sua morte, nel 1781, ipotizzava una fin troppo tormentata gestazione per delle opere attribuite ad un unico autore: “Questi poemi restarono a lungo scritti soltanto nella memoria degli uomini; furono raccolti per iscritto molto tardi e con gran difficoltà”. Nel 1795, il filologo tedesco Friedrich August Wolf (1759-1824), in Prolegomena ad Homerum, suggerì che Iliade e Odissea andassero interpretati come raccolte di narrazioni separate, trasmesse oralmente da aèdi diversi, e quindi passibili di continue modifiche, successivamente riunite insieme nel VI secolo a. C.


Milman Parry (1902-1935), discepolo di Meillet, mise in evidenza come reiterazioni degli epiteti, vezzi stilistici, elementi stereotipati, ricorrenti intrecci, non fossero altro che espedienti per rispettare metrica e cadenza ritmica del verso, aiutando a memorizzare e facilitando la rievocazione del ricordo. Il ricorso a formule fisse ed espressioni ripetute risponde a esigenze metriche, ma la serie di stereotipi, espressioni e sintagmi, utilizzati a proposito di un personaggio o di un'azione ricorrente, permetteva, all'aèdo che recitava, di imparare più facilmente i versi a memoria. L’abbinamento  nome ed epiteto - formula omerica –, così come interi versi più complessi, divengono la cellula base della composizione linguistica di quell’epopea. Stereotipi e cliché risultavano, allora come oggi gli strumenti indispensabili della memorabilità, per cui non potevano mancare nella struttura portante di ogni narrazione orale.


Inevitabile quindi, in una cultura basata sulla tradizione orale, in cui la memoria è essenziale, che un autore, come sostiene Walter Jackson Ong (1912-2003), “formuli pensieri facili da ricordare”. Le rime sono più semplici da memorizzare dei versi liberi, i termini concreti più degli astratti, le immagini in movimento vanno meglio di quelle statiche. Di grande aiuto è poi la ripetizione di una lettera, una sillaba, o più in generale di un suono all'inizio di parole in sequenza, per formare la figura retorica dell’allitterazione (dal latino adlitterare, allineare le lettere in successione). Negli Annales, Quinto Ennio ci ha lasciato esempi di allitterazione della lettera "t": "at tuba terribili sonitu taratantara dixit".


Etnomusicologi, come Bruno Nettl, ritengono che il genere musicale più semplice sia costituito da brevi frasi ripetute, proprio come nella cosiddetta “formula omerica”, nelle ninne nanne, e nelle canzoni che ricorrono tra i giochi infantili.


“Il canto è il supremo meccanismo di strutturazione del linguaggio”, afferma Joshua Foer, in L’arte di ricordare tutto (Trad. it. Elisabetta Valdré, Longanesi, Milano 2011), quasi facendo eco alle tesi di Dean Falk, esposte in Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio (trad. it. Paolo A. Dossena, Bollati Boringhieri, Torino 2011): “Ovunque nel mondo ci si serve della musica per accompagnare le danze o celebrare importanti avvenimenti; essa costituisce un fattore importante della ritualità, è presente anche in altri contesti associati al sovrannaturale, e viene usata per influenzare i sensi degli individui o l’atmosfera di una riunione sociale…”.


Immagini, ripetizioni, allitterazioni, termini concreti, memoria rerum… rimarcano come la nostra mente funzioni e, setacciando tra le informazioni degli schemi da allineare ad altri, ricavi un significato dal mondo circostante. Parole in rima e musica non fanno altro che arricchire di ulteriori schemi le strutture linguistiche del pensiero.


Albert Bates Lord (1912-1991) aveva seguito Milman Parry negli studi sul campo stimolati da Meillet,  presso lo studioso sloveno Matija Murko (1861-1952), che a lungo si era occupato, anche con l'aiuto di registrazioni fonografiche, della tradizione eroico-epica balcanica, soprattutto in Bosnia-Erzegovina.


La storia in sé, ha rilevato l’autore di The Singer of Tales, potrebbe non possedere un testo definitivo, venendo riportata in innumerevoli varianti, ciascuna spesso improvvisata nell'atto stesso di raccontarla, sulla scorta di una riserva di formule verbali, costrutti tematici, e narrativi, regole e vincoli, che ne permettano ogni volta una ricostruzione indipendente. Questa improvvisazione appare però in gran parte inconscia, perché i “bardi” slavi non ne colgono le differenze e sono convinti di attenersi fedelmente al testo originario. “Gli studiosi del folklore  hanno perciò paragonato questo tipo di poemi ai sassi levigati dall’acqua, dove la levigatezza è il prodotto delle tante ripetizioni che hanno smussato le asperità e reso più facile il ricordo e la riproduzione di un testo orale… - conclude Joshua Foer, in L’arte di ricordare tutto (Trad. it. Elisabetta Valdré, Longanesi, Milano 2011) - E’ la struttura a scrivere il poema”. Parole, digressioni, figure retoriche, allitterazioni, metrica devono rientrare necessariamente nel modello della memorabilità!


Quando iniziò a diffondersi la scrittura, queste tecniche di trasmissione orale basate sul ritmo e le formule ripetitive si dimostrarono inadeguate e vennero relegate, secondo Havelock (Preface to Plato, 1963), al ruolo di semplice intrattenimento. Fu allora che la poesia assunse la forma moderna di arte: la singola parola viene selezionata meticolosamente, allontanandosi da ogni stereotipo.


E’ qui che la Carruthers farebbe intervenire la memoria verborum, per registrare quindi accuratamente particolari espressioni, piuttosto che per ripetere meccanicamente una memorizzazione letterale.


Per superare l’inconveniente della difficoltà di visualizzare certi termini astrusi o incomprensibili da rendere in immagini, Metrodoro di Scepsi elaborò un sistema simil-stenografico che avrebbe preso il posto dei connettori sintattici, articoli e congiunzioni compresi. “So – recita la Rhetorica ad Herennium  - che i più dei greci, i quali hanno scritto della memoria, hanno fatto in modo di tracciare le immagini di molte parole, perché le avessero pronte quelli che volessero impararle, per non spendere alcuna fatica a cercarle”. Avvalendosi di conoscenze astrali come luoghi mnemonici, Metrodoro di Scepsi ricavò pure ben 360 loci dai dodici segni zodiacali.


Si può operare la visualizzazione di termini inimmaginabili, ricollegandola ad assonanze o a giochi di parole. In De Memoria Artificiali (ca. 1335), Thomas Bradwardine (1290- 1349), chiamato Doctor Profundus, elaborò il metodo di memoria sillabarum, associando ad ogni sillaba un’immagine, capovolgendola qualora la sillaba si presentasse invertita.


Scabroso e sconcio, il linguaggio della memoria visiva non poteva non finire con l’essere denunciato dai puritani del XVI secolo. Nel suo The Art of Prophecying (or, A treatise concerning the sacred and onely true manner and methode of preaching), pubblicato postumo nel 1607, il predicatore e teologo inglese William Perkins (1558-1602) definì la mnemotecnica “sacrilega, perché evoca pensieri assurdi, insolenti, portentosi e di consimile empietà, che stimolano e accendono perverse pulsioni carnali”.


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Fino al XV secolo si è creduto che anche il trattato sulla retorica latina potesse essere stato scritto da Cicerone, autore dell’opera De oratore, in cui viene raccontata la vicenda del banchetto di Simonide, il lirico di corte degli scopadi di Crannone, il quale, ad ulteriore conferma dell’eccezionale importanza della sinestesia nella codifica elaborativa della mnemotecnica, era solito definire la pittura “poesia silenziosa” e la poesia “pittura vocale”.


L’Institutio oratoria, che Marco Fabio Quintiliano dedicò a Vittorio Marcello, compendia un’esperienza di formazione durata un ventennio dal 70 al 90, e rappresenta un manuale propedeutico. Poi ci furono gli autori medievali, da Ugo di San Vittore (1096-1141) ad Alberto Magno (1206-1280), da Tommaso d’Aquino a Pietro da Ravenna.


In un mondo in cui i libri costituivano una straordinaria rarità, la memoria non poteva certo essere trascurata. Plinio il vecchio, nella sua Naturalis Historia aveva citato i personaggi storici mnemonicamente più dotati e tra essi annoverava: Ciro, il quale chiamava per nome ognuno dei suoi soldati; Scipione, che conosceva quasi tutti i cittadini romani; l’ambasciatore di Pirro, Cinèa, che il giorno dopo aver messo piede nell’urbe, aveva familiarità con la maggioranza di senatori e cavalieri della città; Charmadas, il quale recitava automaticamente i libri che gli venivano indicati.


La memoria, insomma, in epoca classica, veniva considerata la massima virtù, in quanto rappresentava, più di ogni altra conoscenza, l’interiorizzazione dell’universo esterno.


Sia aborigeni che indiani nativi apache, rispettivamente in Australia e nel sud-ovest degli stati uniti d’America, applicarono il metodo dei loci alla topografia del loro territorio per tenere unita la trama delle loro narrazioni ed evocarla mediante il paesaggio, finché la mappa non arrivò a coincidere con il mito, e il loro forzato trasferimento non costituì un duplice spaesamento. Inconsciamente potrebbe accadere qualcosa di analogo in quanti emigrano da una località a un’altra, sottovalutando il vigore di un legame che, volenti o nolenti, ci trattiene in un determinato suolo piuttosto che altrove.


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Quasi tutte le caratteristiche psicobiologiche degli esseri umani, dalla posizione eretta al linguaggio, ma pure la visione e la memoria, sono il prodotto del lento processo di selezione naturale in un ambiente completamente differente da quello in cui viviamo attualmente. La trasformazione del cervello è avvenuta durante il pleistocene, l’era iniziata all’incirca un milione e ottocentomila anni fa e terminata una decina di migliaia di anni addietro. Durante quel lungo periodo, i nostri antenati erano impegnati ancora nella caccia e nella raccolta di erbe e frutti  spontanei, per cui fu a quelle esigenze che avvenne il primo e più importante modellamento delle funzioni mentali. Scarseggiando le risorse alimentari, i nostri antenati furono costretti a sviluppare una particolare predilezione per cibi energetici, quali grassi e zuccheri, non più adatti a un’epoca in cui facilmente ci riforniamo di ogni cosa al supermercato sotto casa. Ebbene, lo stesso si può dire della memoria, quasi fuori luogo nell’era dell’informatica. Gli ominidi invece non potevano assolutamente dimenticare la distinzione tra piante commestibili e tossiche, neppure l’esatta ubicazione delle risorse alimentari, né le modalità di rientro al luogo dal quale erano partiti. Da queste semplici abilità mnesiche dipendeva tutta la loro vita. Oggi non possiamo dire che sia più indispensabile, eppure, da allora, per soddisfare quelle esigenze, l’evoluzione ha continuato a seguire sempre la medesima direzione.


Partendo quindi dall’assunto che il cervello umano non è stato predisposto per conservare le più svariate informazioni tutte allo stesso modo, qualsiasi tecnica mnemonica deve prendere in considerazione il diverso impatto emotivo, a seconda se debbano ricordarsi immagini, volti, per i quali siamo abbastanza predisposti, piuttosto che nomi, parole, numeri, dati che ci risultano invece più ostici da trattenere nel nostro archivio mentale. La finalità dell’arte della memoria è allora quella di riprodurre giusto quei meccanismi istintivi che ripropongano dati difficili da rammentare trasfondendoli in informazioni che la struttura cerebrale è meglio predisposta a registrare, quasi stimolando artificialmente una sorta di sinestesia. Il principio fondamentale della mnemotecnica è dunque questa cosiddetta “codifica elaborativa”. Per lo più si traduce un’informazione, che ci lascia del tutto impassibili e che non riusciremmo ad agganciare altrimenti, in un elemento che ci possa risultare eccitante, pittoresco, o talmente singolare da rendersi per noi indimenticabile.


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Secondo la leggenda, gli inizi della mnemotecnica risalirebbero al V secolo avanti la nostra era, allorquando il poeta Simonide di Ceo si ritrovò unico superstite di una tragedia, il crollo del tetto di una sala in cui stava declamando un’ode in onore di Scopa II, re di Tessaglia. Proprio poco prima della catastrofe venne invitato ad uscire dalla stanza per una comunicazione urgente che avrebbero dovuto recapitargli dei messaggeri stranieri. Questa coincidenza, per lui fortunata, gli salvò la vita, e lo rese insostituibile testimone di quanto era accaduto poco prima. All’arrivo dei congiunti delle vittime, la scena che si presentò fu davvero raccapricciante, perché nessuno dei loro cari era riconoscibile e, tra le macerie della sala dove si era tenuto il banchetto, rimanevano assai pochi gli indizi che consentissero di risalire alle identità di quei poveri resti umani. Per dare degna sepoltura e consegnare i corpi straziati alle rispettive famiglie, Simonide si concentrò e nella sua mente fece scorrere il tempo a ritroso, rallentandolo, e fissando lo sguardo sui posti occupati da ognuno dei commensali. Quel giorno il poeta lirico comprese che tutto ciò che si riusciva a visualizzare e, facendo ricorso alla collocazione spaziale, anche conservare secondo un certo ordine potesse rimanere impresso più facilmente.


Questa ipotesi delle immagini visive appassionanti da disporre mentalmente in uno spazio virtuale fu ripresa e descritta  nel più antico testo latino di retorica intitolato al mecenate Gaio Erennio e attribuito, ma senza certezza alcuna, al sofista Cornificio, citato da Quintiliano. Rhetorica ad Herennium sarebbe stato scritto tra l’86 e l’82 a. C. e tratta degli usi e della struttura dell’arte della persuasione, risentendo dell’influenza dello stoicismo di Crisippo di Soli, cui si devono importanti contributi alla logica delle proposizioni. Incomincia col discernere tre tipologie di discorsi (giudiziario, deliberativo, elogiativo), per poi affrontarne gli ambiti di competenza: inventio (Libri I e II), dispositio, memoria, actio (Libro III), ed elocutio (stile). Questo libello illustra 64 figure di parola e di pensiero e descrive per la prima volta la tecnica dei loci, o tòpoi, e una mnemotecnica esaltata da Cicerone nel De oratore e sviluppata nel De inventione. L’anonimo autore della Rhetorica ad Herennium, alla memoria vera e propria dedica solo una decina di pagine, iniziando col distinguerla in una di tipo naturale, l’altra artificiale: “Naturale è quella che è ingenita nelle nostre menti e nata insieme con il pensiero; artificiale è quella che la rafforzano una certa stimolazione e il sistema di insegnamento”. Quest’ultima si compone soprattutto di immagini e luoghi, le prime stanno a rappresentare il contenuto di ciò che si desidera ricordare, i loci sono invece il posto in cui tali immagini vengono immagazzinate. La tecnica della memoria consiste allora nel creare, con gli occhi della mente, uno spazio, un luogo familiare, facile da visualizzare per occuparlo con le immagini che rappresentano ciò che si deve ricordare.


Questo metodo dei loci, in seguito divenne noto come palazzo della memoria. Eppure, non necessariamente deve trattarsi di dimore, o edifici, perché possono essere percorsi, creature mitologiche, segni zodiacali… Quello che risulta importante è che rispettino l’ordine, grazie al quale poter essere collegati tra loro, e di cui ovviamente si possieda intima conoscenza.


Hieronymous Marafioti (1595-1626), nel suo breve trattato sull’Ars Memoriae (1602), applicò ad una serie di immagini, quelle di quattro mani (anteroposteriore destra ed anteroposteriore sinistra), un tradizionale sistema strutturale di loci “architettonici”. Il metodo del francescano calabrese includeva così un totale di novantadue posti, suddivisi tra il lato palmare e il dorsale di entrambe le mani. Facendo così ricorso a ogni parte di questi nobili organi prensili, comprese le giunture delle dita e altre aree dei monti e delle linee sino al polso, Marafioti assegna a ciascuna delle quattro localizzazioni (palmare e dorsale destra, palmare e dorsale sinistra) ventitre siti individuali, corrispondenti al numero delle lettere dell’alfabeto latino. L’originale abbinamento topico-chirologico finiva con l’esercitarsi in pose analoghe ai mudra dello yoga.


La strategia moderna di Konstantin S. Stanislavskij (1863-1938) consiste invece nell’associare più cose inserendole in un contesto di suggestioni fisiche ed emotive; si spezzano le battute da recitare in ritmi tanto brevi da contenere l’intenzione con cui identificarsi, fino a far emergere una connessione con i sentimenti.


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Per molto tempo e per numerosi autori, la mnemotecnica la si faceva consistere esclusivamente in una creazione squisitamente mentale di spazi architettonici, e questo almeno fin quando il filosofo e alchimista Giulio Camillo (1480-1544), detto Delminio, o il divino Camillo, non propose di rendere concreta questa concezione. Il “palazzo della memoria”, da immaginario sarebbe dovuto divenire reale, un vero edificio da costruire di legno in forma di teatro. Il teatro della memoria sarebbe dovuto servire da biblioteca enciclopedica perché avrebbe potuto contenere tutte le informazioni registrabili. Frances Amelia Yates (1899-1981) ha provato a ricostruire il progetto grafico del teatro del Delminio nel suo famoso saggio del 1966, The Art of Memory. Ci si sarebbe dovuti porre al centro di un anfiteatro per guardare verso le sette gradinate, dove venivano distribuiti, in vece degli spettatori, le figure mitologiche e cabalistiche. Per lochi et imagini dovevan essere disposti tutti quei luoghi che possono bastare a tenere a mente et ministrar tutti gli humani concetti, tutte le cose che sono in tutto il mondo. Quest’impresa colossale sarebbe stata in un certo qual modo facilitata da simboli magici in grado di rappresentare organicamente tutto; immagini dall’incommensurabile forza rappresentativa sarebbero state capaci di racchiudere ogni concezione dell’universo. Del grandioso progetto incompiuto, quell’umanista, che i suoi detrattori chiamavano “l’impostore”, lasciò una sorta di testamento a futura memoria, intitolato: L’Idea del Theatro. Col senno di poi, lo si deve considerare forse un utopista un po’ eccentrico, ma certo anche un precursore dei sistemi operativi Mac e Windows, per via di quella memoria disposta sul desktop in cartelle e icone. Per Giulio Camillo, grazie alle immagini mentali, si avrebbe avuto accesso al regno delle idee platoniche. Dischiudendo la visualizzazione le porte dell’occulto, durante questa mistica meditazione, la struttura stessa dell’universo si sarebbe manifestata nella sua epifania.


Nel De umbris idearum (1582), Giordano Bruno (1548-1600), con la medesima arte vagheggiava di potenziare le facoltà dell’anima; da pratica mistica la mnemotecnica mirava alla realizzazione interiore di sé e all’illuminazione spirituale. Ispirandosi all’arte combinatoria del mistico catalano Ramon Llull (1232-1316), ricreò mentalmente una serie di cinque ruote concentriche per convertire qualsiasi parola, ridotta a un insieme di sillabe, da accoppiare a figure simboliche e mitologiche, oggetti, aggettivi, condizioni, categorie e azioni, in vivide immagini in movimento. Allineando le ruote, per ogni sequenza di parole, si otteneva una teoria visionaria.


Le scene animate sono ovviamente più facili da ricordare degli oggetti immobili; lo sottolinea l’Ad Herennium, secondo cui, vale lo stesso per quanto risulta eccessivo, sia in un senso che nell’altro, così la “bellezza eccelsa”, da una parte, o la “singolare bruttezza”, dall’altra. “O se con qualche cosa le deturperemo, come, se una rappresentiamo insanguinata, o impiastrata di fango, o imbrattata di argilla rossa…”.


Si deve trattare di scene movimentate, arricchite di particolari che diano loro maggior risalto. Anche il ridicolo tende a restare memorabile, alla stregua delle battute che divengono un vero e proprio tormentone. Il palazzo della memoria va adeguato man mano al contenuto e crescerà come di solito crescono gli edifici allorquando la famiglia che vi risiede si allarga.


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Il principio di Simonide sfrutta la raffinatezza della memoria spaziale per fornire una forma compiuta alle informazioni difficili da immagazzinare. L’ignoto autore della Rhetorica ad Herennium suggeriva di adottare lo stratagemma di trasformare ciò che si desidera ricordare in immagini in grado di catturare l’attenzione spontanea. Non funzionando quest’ultima, per antonomasia, a comando, la si deve trattenere con particolari ammiccanti. Per quanto elaborate, le immagini dovranno pure essere intensamente vivaci, seducenti, tanto da garantire un affidabile immagazzinamento; insomma dovranno risultare appunto memorabili.


“Se infatti nella vita vediamo alcune cose piccole, usuali, quotidiane, non sogliamo ricordarle, perché l’animo non è colpito né da cosa nuova né strabiliante; ma se qualcosa vediamo o sentiamo particolarmente indecente, ripugnante, insolita, grande, incredibile, ridicola, siamo soliti ricordarla a lungo” (traduzione di F. Cancelli)


Più l’immagine è esuberante meglio aderisce al suo locus; una creazione originale e stravagante, magari recante allusioni, doppi sensi e giochi di parole, diviene pertanto più indimenticabile di altre. L’importante però è saperla poi decodificare!


Allusioni, doppi sensi, giochi di parole, battute, quanto più sono salaci e irriverenti, tanto più sono memorabili. Pietro da Ravenna, autore del testo sulla memoria (Phoenix, sive artificiosa memoria, 1491) più famoso di un’epoca particolarmente pudica, pur chiedendo venia, confessa: “un segreto che ho a lungo taciuto per pudore: se desideri ricordare presto, colloca nei luoghi vergini bellissime; la memoria è infatti eccitata dalla collocazione delle fanciulle”.


“Avere il chiodo fisso del sesso può essere di grande aiuto”, scrive Joshua Foer , in L’arte di ricordare tutto (Trad. it. Elisabetta Valdré, Longanesi, Milano 2011). Difatti l’erotizzazione è il miglior sistema per rendere particolarmente interessante ogni cosa e ogni attività.


Si tratterebbe di una delle pratiche dello yoga tantrico, che, grazie a varie forme di concentrazione e di meditazione, sviluppa ed esercita una facoltà assolutamente centrale per quella che è stata ed è la tradizione esoterica occidentale. Lo storico delle idee religiose, Ioan Petru Culianu (1950-1991), nel suo celebre saggio sulla congiunzione astrologica del 1484 e l’Eros nel Rinascimento, definisce la magia come una “scienza dell’immaginario”, affermando come: In quanto scienza della manipolazione dei fantasmi, la magia si rivolge in primo luogo all'umana immaginazione, nella quale tenta di suscitare impressioni persistenti. Il primo titolare di una cattedra di storia dell’esoterismo occidentale alla Sorbona, Antoine Faivre, sostiene che proprio l’immaginazione costituisca le fondamenta stesse dell’occultismo moderno, dichiarando: Sarebbe istruttivo fare la storia dell'immaginazione in Occidente, cioè del suo statuto. Si metterebbe in luce così l'importanza del tipo di immaginazione di cui ci occupiamo.


Esiste persino una stretta correlazione della mnemotecnica rinascimentale con l’esperienza del sesso tantrico, dei “sogni lucidi” e dei “viaggi astrali”, effettuata tra gli adepti ad alcuni ordini iniziatici. In virtù dell’esercizio dell’immaginazione l’epopta s’immette in una dimensione parallela a quella oggettivamente reale, in cui può muoversi, procurarsi sensazioni e compiere significative sperimentazioni, anche se di tipo squisitamente simbolico.


Come la memoria, l’immaginazione è una facoltà che va allenata, con la concentrazione. Il mago può persino praticare i suoi rituali sul piano dell’immaginazione, ricorrendo alla visualizzazione della propria solitudine, come del luogo sacro in cui celebrare; all’interno del tempio, con tutti gli arredi esistenti soltanto nella sua mente, proietta un’immagine di sé, che, incurante di quanto accade intorno, rimane intenta a svolgere le operazioni cerimoniali previste.

 
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