Saggi di Andrea Vitali

Il Tasso e i Tarocchi

Due componimenti sul gioco

 

Ora sono stanco e vo' giocare ai tarocchi


In occasione di una ricerca tesa ad individuare la parola Tarocchi nei testi dei grandi letterati del nostro Rinascimento, dopo la Cassaria dell’Ariosto, ci siamo imbattuti nei Dialoghi del Tasso. Due di questi, dedicati al gioco, risultano di grande rilevanza sia perchè l'autore cita i tarocchi sia per comprendere i suoi sentimenti verso il gioco, la fortuna, l’amore e altri argomenti che egli tratteggia con caratteristiche quasi filosofiche.


Il Tasso era un gran giocatore ed estimatore dei tarocchi, tal da considerarne il gioco quasi un’arte: ne siamo informati da una sua lettera del 16 settembre 1575 inviata “Al Molto Magnifico Sig. Luca Scalabrino” di Roma. Ad un certo punto scrivendo di macchine sceniche e di altre meraviglie egli così conclude la sua lettera “E perché questo mirabile portentoso come che si convenga ad ogni parte del poema epico, in quella però che tratta d’errori sia necessario, scriverò un’altra volta, ch’ora sono stanco, e vo’ giocare ai tarocchi, ché l’arte mi riesce meglio che la poetica” (1).


Il Tasso scrisse i due dialoghi sul gioco ad una anno di distanza l’uno dall’altro: Il Romeo, o‘vero del Giuoco, composto durante il suo primo anno di prigionia, apparve nella Parte prima delle Rime del signor Torquato Tasso, insieme con altri componimenti del medesimo (Venezia, Aldo Manuzio, 1580) mentre Il Gonzaga Secondo, o ‘vero del Giuoco, dialogo del signor Torquato Tasso venne pubblicato a se stante nel 1582(Venezia, Bernardo Giunti e fratelli).


Quest’ultimo, che si configura come una correzione (così può essere definita) del Romeo, fu scritta dal Tasso all’ospedale di Sant’ Anna di Ferrara nell’anno 1581, vale a direun anno dopo aver scritto il Romeo, per poi venire stampata ancora l’anno successivo.


Tasso


Argomento  de Il Romeo, o‘vero del Giuoco

" Nel carnovale del 1579 il conte Annibale Romei, cavaliere ferrarese, non pure di ogni sorta di giuochi, ma di ogni maniera di scelte e belle lettere intendentissimo, in presenza di Margherita Gonzaga, sposata di fresco al duca Alfonso II d'Este, e delle due principesse di Ferrara, Lucrezia ed Eleonora, tenne lungo discorso del Giuoco. Finge pertanto l'Autore, che Annibale Pocaterra, giovine molto studioso della filosofia, il quale aveva inteso quel ragionamento, trovandosi nella conversazione della signora Margherita Bentivogli, entri con questa dama a favellare di giuochi, ed a misura ch' ella interroga, le venga sponendo le principali cose dell' udito discorso. Del qual colloquio, che dal detto Romei Il Romeo s'intitola, tale è la somma. Si parla prima del piacere, che si prova piuttosto di un giuoco che di un altro. Si discorre appresso del giuoco degli scacchi, dell'origine sua, e dello studio che richiede: e passando quindi ad esaminare la voce Giuoco, si nota ch' ella ha doppio senso, perciocchè significa non solo quelli, della vittoria de' quali è premio il danaro o cosa di cui il danaro sia misura; ma ancora alcune imitazioni di cose vere, come sono i torneamenti, gli assalti ec. Lasciata per altro da parte questa seconda maniera di giuochi, si prende a definire la prima, dicendo ch' essa è una contesa di fortuna e d'ingegno fra due, o fra più, fatta per diletto o per trattenimento di animo, il pregio della cui vittoria è il danaro o cosa dal danaro misurata. La qual definizione s'illustra poi mostrando come il giuocatore debb' esser cupido d'onore, e facendo conoscere distesamente quale parte abbiano in tal sorte di giuochi la fortuna e l'ingegno. Si parla finalmente di quella mistura di speranza e di timore, che sente colui che giuoca ; e si pon termine al colloquio con alcune considerazioni sopra la dolcezza del vincere" (2).


IL ROMEO, O ‘VERO DEL GIUOCO


Interlocutori
: Annibale Pocaterra e Margherita Bentivoglia


Quel carnevale (3) che la serenissima signora Margherita Gonzaga, condotta dal serenissimo signor Principe suo fratello, giovinetto di nobilissimi e soavissimi costumi e d'ingegno mirabile, venne a marito; il conte Annibal Romei, cavalier ferrarese, non solo d'ogni sorte di giuoco, ma d'ogni maniera di scelte e belle lettere intendentissimo, discorse lungamente del Giuoco, in presenza de la serenissima signora Margherita e de le signore Principesse di Ferrara, principesse non solo atte ad intendere ogni nobile ragionamento, ma a giudicarne. Il qual ragionamento fu udito da Annibal Pocaterra, giovine che ne gli studi di filosofia molto s'avanza, figliuol d'Alessandro, antico e fedel servitore de la casa d'Este; e fu da lui riferito a la signora Margherita Bentivoglia, mentre ella stava riguardando il signor Conte suo marito che con altri cavalieri giuocava a primiera, o più tosto la sostanza e la somma d'esso. Ma perché il replicar cosi spesso «cosi disse» e «cosi rispose» suole a le fiate di noia esser cagione; io, per ischivar questa noia, ho eletto di recar il ragionamento in quella maniera de' dialogi, li quali a' poemi dramatici s'assomigliano. Ora udiamo la signora Margherita che comincia.

M. B. E voi non giocate?

A. P. Io son più vago di rivolger le carte Socratiche, che di maneggiar queste altre: nondimeno alcuna volta non ischivo il giuoco di primiera; ma gli altri non egualmente mi piacciono. E poi ch'in questa compagnia non era per me luogo a la primiera, ho eletto anzi di rimirar giuoco piacevole, che disfidarmi con alcuno a trappola o sbarraglino.

M. B. Avresti trovati compagni da tarocchi.

A. P. A tal giuoco non ricuserei di giocare.

M. B. Et onde aviene, che più de l'una che de l'altra maniera di giuoco vi dilettiate?

A. P. Ciò da due cagioni può procedere: e da la natura stessa de' giuochi, perciochè l'uno de l'altro è per natura più dilettevole, e da la inclinazion mia; perciochè può ben essere, che quello ch' in sua natura è più piacevole, a me non sia più piacevole; si come vediamo avenire che 'l dolce, che fra' sapori è gratissimo al gusto, non piace ad alcuno. Ed io non tanto perchè o bisognoso sia di danari o cupido (se ben non nego d'esser povero, nè me ne vergogno), quanto perchè non sono inclinato a l' azioni affatto temerarie, non posso dilettarmi di quei giuochi, ne' quali la fortuna cosi liberamente signoreggia, che 'l consiglio o l'industria de l'uomo non vi può aver parte: e quinci aviene che dal giuoco de' dadi non trarrei diletto alcuno. Ma nè anco quei giuochi mi piacciono, ne' quali senza parte de la fortuna signoreggia l'industria; quale è il giuoco de gli scacchi: perchè essendo i giuochi stati ritrovati per riposo de l'intelletto affaticato ne l'azioni o ne le contemplazioni, il giuoco de gli scacchi, il quale è anzi di fatica che di quiete, non par che conseguisca quel fine, per lo quale i giuochi furono ritrovati, e ch' in conseguenza questo nome non ben gli si convenga. Onde, o Palamede o quale altro si fosse che ne sia stato l'inventore, anzi di sottile che di piacevol trovato si può stimar ritrovatore.

M. B. Piacemi di aver udito che l'origine de gli scacchi si rechi ad uomo cosi saggio e cosi giusto, qual fu Palamede; il qual peraventura il ritrovò non tanto per trastullo quanto per esercizio de' soldati, accioch' in quel tempo ch' i Troiani non uscivano da le mura di Troia non marcisser ne l'ozio, ma con una industriosa imagine di guerra esercitassero l'ingegno a ritrovar gli stratagemmi militari.

A. P. Certo, signora, che a creder mio non vi dilungate da la verità; perchè si dice che 'l medesimo Palamede de l'ordinanze fu ritrovatore: onde vediamo che l'imagine d'uno esercito ordinato volle ne gli scacchi rappresentarci.

M. B. Ma ditemi di grazia, perch' egli tanto attribuì a le donne, e cosi poco a' re. Forse perchè Priamo di rado usciva a combattere, ed Agamennone cedeva a molti de l'esercito greco, ove Pentesilea nel troiano ebbe pochi che la pareggiassero?

A. P. Questa ne fu peraventura la cagione; ma forse anco l'opinione, ch' egli aveva, che i re con tardità e con consiglio dovesser muoversi, e non espor la lor persona a i pericoli de la guerra, se non in occasione di grandissima importanza. L'opinion vostra nondimeno è approvata da Girolamo Vida, il quale in tutti quei suoi leggiadrissimi versi, che compone de gli Scacchi, chiama sempre le reine Amazoni: e forse la distinzion del nero e del bianco, che distingue i due eserciti, fu tolta da gli Sciti e da gli altri popoli settentrionali, che seguirono Pentesilea, i quali bianchissimi sono, e da gli Etiopi, che passarono sotto la condotta di Mennone figliuolo de la Aurora. Onde si legge nel nostro Poeta:


…….  et nigri Memnonis arma.


M. B.
Cotesto, che voi dite, molto mi piacerebbe, se non fosse ch'io non trovo menzione di Palamede in Omero; il quale per mio diporto soglio alcuna volta leggere tradotto in latino ed in ispagnuolo: onde posso argomentare, ch' egli fosse morto innanzi il nono anno de la guerra, nel quale seguirono le cose da Omero descritte. Ma cosi Pentesilea come Mennone arrivarono dopo la morte non sol di Palamede, ma di Ettore; onde i fatti loro non da Omero, ma da altri son descritti. Parte per questa cagione, e parte perch'io veggo nel giuoco de gli scacchi i rocchi, che ci rappresentano l'uso de gli elefanti, vengo in opinione che 'l giuoco non s'usi a punto ora tale, quale da Palamede fu ritrovato, ma ch'in alcune cose da' posteriori sia stato variato; perciochè gli elefanti non erano a' tempi de' Troiani adoperati in guerra, ne furono adoperati sin al tempo de la monarchia: ma forse in vece d'elefanti, su lo scacchiero di Palamede dovevano esser i carri falcati, su' quali leggiamo in Omero ed in Vergilio che gli eroi combattevano; non ancora falcati, perciochè l’uso del falcar i carri è più moderno. Comunque sia, perchè questo poco importa, poi che del giuoco siamo venuti in ragionamento, vorrei che non del giuoco de gli scacchi, o d'altro in particolare, ma del giuoco in universale mi ragionaste: chè se vero è, che niuna cosa sia, la cui natura da' filosofi non sia considerata, non deve a voi meno esser nota la natura del giuoco, di quel che sia a molti, che tutto il giorno cosi miseramente vi consumano il tempo: anzi molto più esser dee, se voi tal sete ne la filosofia, quale è l'opinion che s'ha di voi.

A. P. A gran ventura mi recherei, nobilissima signora, che voi si onorata opinione portaste del mio sapere, se non fosse che siamo in occasione, ne la quale agevolmente potrete accorgervi che v'ingannate: onde non tanto m'allegro del vostro per me dolce inganno, quanto mi vergogno che la vostra cortesia mi costringe in un medesimo tempo a scoprirvi il vostro errore e la mia ignoranza; la quale a gli occhi de l'altre donne crederei forse di poter nascondere, ma a gli occhi del vostro intelletto per alcun mio artificio non potrà giamai esser celata, s'io ragiono.

M. B. La vostra ignoranza, s'alcuna n' è in voi, accompagnata da la vostra modestia è cosi bella, che non vi dee spiacer di scoprirlami; e men bella certo mi parrebbe la scienza di molti rustici filosofi, che da molta presunzione è accompagnata.

A. P. Non mi spiace che, dovendosi del giuoco ragionare, cominciate a prender giuoco di me; pur ch' a me ancora sia lecito di rivolgere in giuoco alcuna di quelle vostre dimando, a le quali mal sapessi rispondere.

M. B. Or non indugiate a dar principio al ragionamento del giuoco.

A. P. Ecco, io comincio: ma voi prendete quel che da me sarà detto, non come mia cosa, ma come altrui; perchè io son simile ad un vaso pieno di preziosi liquori, il qual, facendone altrui parte, non fa parte di cosa alcuna di suo. Chè ben sapete, ch' alcuna volta mia fortuna m'introduce a le stanze de la serenissima Margherita Gonzaga, principessa non solo di bellezza di corpo, ma anco d'ingegno e d'animo inestimabile; ed ivi alcuna volta ritrovo madama Lugrezia sua cognata, alcuna madama Leonora, alcuna ambedue, et odo da le lor bocche angeliche uscir parole divine, piene di dolci ed alti intelletti: ed una volta, fra l'altre, ivi mi avenni in tempo che'l conte Annibal Romeo discorrea del giuoco; si che s'alcuna cosa or ne dicessi, che laudabil vi paresse, sua cosa si deve stimare. Ma cominciando dico, che questo nome Giuoco è un di quelli che son di doppia e varia significazione; perciochè significa quei fatti, de la vittoria de'quali è premio il danaro, o altra cosa la cui valuta sia misurata dal danaro e co 'l danaro s’agguagli; e significa ancora alcune imitazioni di cose vere, le quali per lo più sono imitazioni di guerra: perciochè giuochi sono i torneamenti e le barriere, e giuochi gli assalti de' castelli, e giuoco è quel de le canno e de' caroselli: e di coloro ch'in si fatti giuochi s'esercitano, quel si può dire che disse Lucrezio, belli simulacra cientes; chè veramente essi altro non sono, che rappresentazioni ed imagini di guerra. E molti n' avevano gli antichi, che se non erano appunto questi, avevano alcuna similitudine e convenienza con questi in essere imagine e rappresentazione di cose vere; chè ne' Circensi e ne gli Olimpici, e 'n tutti gli altri, alcuna cosa si rappresentava. Ma di qual maniera de' giuochi volete voi che si ragioni ?

M. B. Lasciam stare ora alquanto da parte questa seconda maniera, ch'è propria de' teatri, e de l'altra parliamo, che molte fiate ne le domestiche camere si suole usare; tutto ch'alcuna volta in publico si faccia; la qual anch'ella mi par ch' abbia similitudine con la prima in esser imitazione. Perciochè non solo il giuoco de gli scacchi ci rappresenta la guerra; ma quel de la palla e de' tarochi, e molti altri di questo genere, par che d'alcuna cosa sia imitazione. Si fanno, oltre ciò, alcune sorti di giuochetti fra noi donne ne le private camere, le quali a me pare che da' primi e da' secondi siano distinte.

A. P. Cotesto è vero: ma i vostri giuochi non sono quasi in considerazione; e bench' in essi ancora sia alcuna imitazione, nondimeno, perchè l'imitazione è molto più viva e più espressa ne' primi, si possono da gli altri dividere; e si possono distinguere per lo fine ancora, perché 'l fine de gli uni è peraventura il diletto ed il trattenimento publico, e de gli altri il privato. Onde, di questi parlando, io direi che 'l giuoco fosse una contesa di fortuna e d'ingegno fra due o fra più, fatta per diletto e per trattenimento d'animo; il pregio de la cui vittoria è il danaro, o cosa dal danaro misurata.

M. B. Avari molto saranno i vostri giuocatori, se 'l premio de la vittoria loro sarà il danaro solamente.

A. P. Non ne segue necessariamente; perchè s'essi non faranno maggiore stima de' danari di quel che debbano, non dovranno ragionevolmente esser avari giudicati, nè avranno picciola occasione di dimostrar la lor liberalità in disprezzare il danaro.

M. B. Ma come può il giuocatore disprezzare il danaro, se 'l danaro è pregio de la vittoria?

A. P. Il liberal giuocatore non prezza il danaro in quanto egli è danaro, ma lo stima in quant' egli è segno di vittoria; onde cosi piacerà il danaro guadagnato in giuoco al liberal giuocatore, come i doni a gli ambiziosi: de' quali parlando Aristotele dice; che i doni piacciono a gli avari ed a gli ambiziosi, ma per diversi rispetti; a gli avari per l’utile, a gli ambiziosi per l'onore.

M. B. Cupido d'onore, dunque, bisogna che sia il nostro giuocatore.

A. P. Si certo: perchè essendo la vittoria cosa dolcissima, a coloro solamente ella è tale, che d'onor son desiderosi. Ma di quei giuocatori, che non pongono nel giocare altro fine che 'l guadagno semplice, scompagnato da ogni utile e da ogni diletto, si può affermar senza menzogna, che ragionevolmente fra' ladri e fra gli ingiusti son da Aristotele collocati; e tanto son essi de gli altri peggiori, quanto che da gli amici procurano guadagno, da' quali non dovrebbono procurarlo.

M. B. S'è illecito il procurar guadagno da gli amici, non dovrebbe anco esser lodevole il procurar d'esser superiore a gli amici.

A. P. Chi con esso voi giocasse, graziosa signora, potrebbe ragionevolmente por la vittoria nel perdere, ed a bell' arte lasciarsi vincere; come fanno alcuni cortesi, i quali, giocando con le dame, si lasciano vincere a bello studio: do' quali si può dire quel che di Cesare, vinto da Cleopatra, disse il Petrarca:

 

                    Or di lui si trionfa; ed è ben dritto,
                    Se vinse il mondo, ed altri ha vinto lui, 
                    Che del suo vincitor si glorii il vitto.


Ma si come è creanza e cortesia il lasciarsi vincere da le donne, cosi sciocchezza sarebbe quella di colui, che da gli uomini volontariamente vincer si lasciasse; perche ciascuno dee procurare d'esser altrui superiore ne le cose oneste e lodevoli. Ma onestissima e lodevolissima è la vittoria; onde si legge:

 

                    Fu il vincer sempremai laudabil cosa,
                    Vincasi per fortuna o per ingegno. (4)

 

M. B. Quella de gli uomini che da le donne vincer si lasciano, che da voi è chiamata creanza e cortesia, da me è stimata inganno ed artificio; perchè, come poco anzi diceste, non si lascian vincere se non per vincere.

A. P. Non nego ch' alcuni non ce ne siano, che per disegno si lascin vincere, o d'amore o d'altro che si sia; ma molti ancora il fanno semplicemente per creanza.

M. B. E perchè riputate voi creanza il perder con le donne? forse perchè la vittoria solo allora è laudevole, ch'ella ha contrasto? Ma lo donne non possono con gli uomini né d'ingegno nè di fortuna contendere.

A. P. Benchè a me vera paia la vostra ragione, non ardirei nondimeno confermare, che le donne con gli uomini, d'ingegno non potesser contendere; parendomi che niuno ingegno di cavaliere sia tale, che debba sdegnarsi di venire in paragone co 'l vostro. Simile ed egual giudicio fo de l'ingegno di quelle divine Principesse, le quali abbiam nominate. Ma di fortuna voglio ben credere che voi con gli uomini non possiate contendere, se ben in Roma il tempio de la Fortuna muliebre fu edificato.

M. B. Sventurata cosa dunque è l'esser donna, tuttochè la Fortuna donna e dea si dipinga; la quale a quelle del suo sesso, anzi ch'agli uomini, esser dovrebbe favorevole. Ma forse questo nome di fortuna è un nome vano, a cui niuna cosa corrisponde: onde se noi cediamo di fortuna, questo avviene perchè cediamo di forze, tuttochè d'ingegno siamo eguali. E la violenza de gli uomini è fabricatrice di questa fortuna; che, se pur alcuna cosa è (ch'io ne dubito), altro non è ch'effetto de la lor tirannide.

A. P. Io crederei più tosto, che la bellezza de la donna fosse fabricatrice de la fortuna de gli uomini; perchè, s'in alcuna cosa ha forza la fortuna, l'ha ella nel giuoco e ne l'amore. Ma nel regno d'Amore signoreggia la Fortuna feminile; perciochè la donna, in quanto amata, è sempre superiore a l'amante, se bene, in quanto moglie, è inferiore al marito.

M. B. Mi par ch' a voi stesso contradiciate; perchè, se le donne sono a gli uomini superiori ne la fortuna d'amore, come vero è quel che poco anzi diceste, che siano di fortuna inferiori?

A.P. In tutti gli altri uffici de la vita nascono a l'uomo inferiori: solo Amore è forse quel, ch'agguagliando le lor disagguaglianze, rende le donne eguali a gli uomini.

M. B. Se fortuna è nel giuoco, e fortuna ne l'amore, come voi presupponete, e fortuna anco ne gli altri uffici de la vita, questa fortuna dee pur essere alcuna cosa; se non dea con la fronte crinita e co'piedi alati, quale io l'ho veduta in un quadro di Rafaello, almeno una di quelle tante cose, che sono

fra quelle che sono. Ma io, per me, molto dubito s'ella sia cosa alcuna: perciochè, se ben mi rammento, udii una volta dire da un don Lelio padre del Giesù, per quel ch' a me ne parve, padre di molte lettere, e di bello e saldo giudicio, che sant'Agostino non riceve nel cristianesimo questo nome di fortuna. Ed egli il dicea consolando la signora mia suocera, ch'afflitta per la morte del marito, de la fortuna si lamentava: mostrandole, che tutti gli effetti di quaggiù si debbon recare a la previdenza d'Iddio, e che la fortuna, ch'è tutta temerità, non può insieme star con la providenza, ch'è tutta consiglio. Ma chiedo a voi, che filosofo siete, quel che di questa fortuna crediate.

A. P. Il nome di fortuna non si trova molto spesso usato da’ gli antichi filosofi; percioch'in Omero (che più di tutti gli altri è antico, e dal quale, quasi rivi de l'oceano, son derivate l'arti e le scienze) mai no 'l leggiamo: e cosi egli, come gli altri, ch'attribuirono ogni cosa al fato o a la providenza, non lasciarono luogo a la fortuna o al caso. Democrito, nondimeno, che fu de gli antichi, volle che 'l mondo fosse da gli atomi fatto a caso; ed Empedocle eziandio si vale del caso e de la fortuna, ragionando de l'aria in quel verso che da Temistio è addotto:


Sic cecidit volitans aliter quoque saepius aer.

 
Ma questi non ricevevano il fato: ma il nostro Aristotele insieme al fato ed a la fortuna diede luogo; se ben a l'uno ed a l'altro molto negò di quella autorità e di quella forza che da gli altri è concessa loro. E Virgilio, ch'aveva molto ben letti i libri d'Aristotele che in Italia da Siila furon portati, tuttochè d'Omero fosse emulo ed imitatore, cosi del fato come de la fortuna fa ne' suoi versi menzione. Se crediamo dunque a Virgilio e ad Aristotele, è la fortuna alcuna cosa reale, ed è una de le cagioni incerte e indeterminate: perchè de le cagioni alcune certe sono, alcune incerte; ed alcune producono gli effetti loro sempre, altre per lo più, altre di rado. Gli effetti de la natura o de l'arto sempre, o per lo più, dipendono da le lor cagioni certe e determinate; gli effetti de la fortuna di rado avengono, e da cagione incerta dipendono: perochè sempre il sole porta il giorno, e sempre quando egli è in Ariete agguaglia  le notti e i giorni, e quando è in Tauro o in Gemini fa vincitore il giorno; e sempre, o per lo più, l'architetto fa il palagio conforme al disegno prima fatto; e lo scultore introduce ne' marmi la forma che egli aveva conceputa.

M. B. Ma 'l capitano nondimeno sempre non vince, nè 'l medico sempre risana, nè l'oratore sempre persuade: e pur arte è quella del medico, de l'oratore e del capitano.

A. P. L'arti propriamente dette son certe; percioch'arte altro non è, ch'un abito de l'intelletto, che con certe ragioni fa gli effetti suoi. Ma queste, che d'alcuna incertitudine sono mescolate, non si chiamano arti, se non con giunta di fortunose o di congietturali; perciochè, se ben gli effetti di tali arti dipendono principalmente dal senno e dal saper de gli artefici, non dipendono nondimeno nè certamente nè necessariamente, ma hanno alcuna dipendenza ancor da le cose esterne: e quinci avviene, che la fortuna in loro ha molta parte, la qual ne l'arti de gli scultori e de' pittori non n'ha peraventura alcuna. È dunque la fortuna cagione incerta di quegli effetti che di rado a vengono, ed è distinta da la natura e da l'arte, che sono certe o quasi certe cagioni de gli effetti, che succedono sempre o per lo più: nondimeno, spesso si mescola ne le cose ch'a la natura ed a la fortuna son sottoposte; onde de la natura e de la fortuna e de l'arte si fa quasi una compagnia. Ma un'altra condizione aggiungerò, per dichiarar meglio la natura de la fortuna; e questa è, ch'ella è cagione non per sè, ma per accidente. Perchè se l'aratore arando trae utile da la terra, l'arare è di quella utilità cagion per sè: ma s'egli arando trova tesoro, l'arare sarà cagione accidentale de la trovata del tesoro; perchè egli non s'era messo ad arare con quella intenzione. È dunque la fortuna cagione accidentale di quegli effetti ch'avengono oltre l'intenzione de l'operante, ed è distinta dal caso; il quale è parimente cagione accidentale, e si dice di quegli effetti accidentali, i quali si riducono, com'a cagion propria e per sè, a la natura; come la caduta, che percuote alcuno, si reca a la gravità del corpo, ch'è cagion naturale: ma la fortuna sta in quegli effetti che da la volontà de gli uomini dipendono, come ne la volontà de gli uomini consiste l'arare, il non arare, il navigare, il non navigare, il combattere, il non combattere.

M. B. Molti dubbi in un tempo mi nascono da le vostre parole: i quali mentre vogliono da me tutti in un tempo uscire, l'uno l'altro impedisce.

A. P. Fate che l'uno a l'altro ceda, e cominciate a scoprirgli.

M. B. Se la fortuna è cagione di quegli effetti ch' avengono oltre l'intenzione de l'operante, non sarà mai la fortuna cagione de la vittoria del capitano o del giuocatore: perciochè 'l capitano, quando combatte, combatte con intenzione di vincere; e il giuocatore senza proponimento di vincere non si mette a giuocare.

A. P. Il dubbio che movete, è dubbio ch'a me lungo tempo ha dato molestia, a cui una sola risposta ho che mi sodisfaccia; e questa è, che la fortuna, presa nel suo strettissimo significato, si dice di questi effetti soli, ch'avengono oltre l'intenzione de l'operante: ma più largamente presa, è cagion di tutti quegli effetti, i quali, comechè siano nel proponimento de l'operante, non sono nondimeno in podestà sua. Ed in questo significato è presa la fortuna da Aristotele ne la Retorica, quando la numera fra l'altre cagioni. Può nondimeno a le volte a venire, che se bene il giuocatore giuoca per vincere, non vincendo come aveva proposto, vinca oltre l'intenzion sua, e vinca per fortuna: come vediamo succedere quando alcuno, avendo fatto del resto su le prime con trentacinque di bastoni contra alcuno ch' abbia in mano il punto di trentasette, non si veda sopragiungere carta alcuna di bastoni; ma sopragiungendogli poi trentasette di spade o di coppe, scarta le prime carte, e vincendo con le seconde, a le quali arriva soccorso, vince, se ben non contra la sua volontà, almeno contra quel determinato proponimento ch'aveva di vincere; perchè con bastoni credeva di vincere quando invitò.

M. B. In questo modo il signor Conte mio pur ora tirò un gran resto; perciochè, andando a primiera, non gli sopragiunse la carta de' quadri ch' egli aspettava, ma il sette di fiori gli fece far trentanove. Vedo, dunque, come in alcun modo vinca il giuocatore oltre l'intenzion sua, parlando di quella intenzione ch' è ristretta al modo: si ch' assai paga resto del primo dubbio. Or, venendo al secondo, ditemi se nel giuoco può aver cosi parte il caso come la fortuna: perchè se 'l caso consiste in quelle cose le quali com' a propria cagione si recano a la natura, a me pare che nel giuoco di passadieci, al quale io co ‘l signor Conte mio soglio alcuna volta giuocare, possa il caso considerarsi; perchè la gravità del dado è cagione, che senza dubbio concorre al suo movimento; e l'esser più o men grave, e d'angoli eguali o diseguali, di superficie piana o alquanto curva, saran tutte cagioni che, potendo alterare il suo movimento, potranno a la natura recarsi: onde ne gli effetti loro maggior parte potria dirsi ch' abbia il caso che la fortuna. Ed il medesimo a me pare che si possa affermare del giuoco de la palla, del pallone, e del palla e maglio; ne' quali noi vediamo alcuni effetti talora mirabili, che anzi al caso ch'a la fortuna possono recarsi.

A. P. Cotesto par vero: nondimeno, perchè tutti questi giuochi son maneggiati da le mani de gli uomini, il moto de le quali è più tosto volontario che naturale, signoreggia più in lor la fortuna che 'l caso, e si dicono giuochi di fortuna; se ben ne gli instrumenti del giuoco il caso può avere alcuna parte. L'occasioni ancora del giuoco, i principi e i fini tutti a la volontà si riducono com'a cagion per sè, ed a la fortuna com'a cagione accidentale.

M. B. Ditemi anco, ch'io vengo al terzo dubbio: credete che di questi giuochi si possa formar alcun'arte simile a quelle ch'arti congietturali o fortunose abbiam nominate?

A. P. Gli effetti del giuoco maggiormente dipendono da la fortuna e da le cose estrinseche, che gli effetti de le arti congietturali non fanno; onde non pare ch'egualmente si possano ridurre ad arte. Se ne può nondimeno formare alcuna osservanza o perizia; la qual se pur sarà arte, sarà arte imperfetta molto: avrà nondimeno sue regole non certe e necessarie, ma tali ch'ai giuocatore riusciran vere, non ardisco dire il più de le volte, ma molte volte.

M. B. Se 'l più de le volte vere non riescono, come sopra loro alcuna osservazione potrà fondarsi? perchè su le cose, che di rado avengono, non si fonda osservazione alcuna.

A.P. Su gli effetti,che di rado avengono, non si può in alcun modo formare alcun' arte o alcuna osservazione: ma quei del giuoco, sopra' quali l'osservazione de'giuocatori è fatta, non son fra quelli ch'avengono di rado; ma o per lo più avengono, o almeno tante volte, quante i contran loro: e se per alcuna ragione debbono più spesso avenire, si possono ad osservazion ridurre. E la ragion si toglie non da alcuna animosa superstiziosità del giuocatore, il qual più a spade ch'a coppe, o più a cuori ch'a picche sia affezionato; ma dal numero de le carte scartate, e da quelle che son nel mazzo, e da la congiettura di quelle che deve avere in mano il nemico: perch'è ragionevole molto, che più facilmente soprarrivi alcuna di quelle de le quali è maggior numero, e più difficilmente di quelle de le quali resta nel mazzo numero minore. Ma non bastando ch'ella soprarrivi, se non soprarriva tal che dia la vittoria, va il giuocatore argomentando da le carte scartate, da gl' inviti fatti, dal modo de l'invito e de l'accettare, e dal volto e da gli atti del nemico eziandio, le forze proprie e quelle de l'avversario, misura i resti, e considera anche la prosperità de la fortuna; e con queste considerazioni si muove ad invitare, a fuggire, a cacciare, a star su la difesa: e la ditta altro non è, che la prosperità de la fortuna, la qual si conosce a molti indici, de' quali alcuna certa ragione non si può rendere. Ma in quella guisa ch' i nocchieri da una nuvoletta lontana nel volto del sole e de la luna, da un lampo, da un picciol mormorar de' venti, dal cader de le stelle, da l'apparir de' delfini, dal volar d'alcuni augelli vanno argomentando tempesta o serenità; la quale alcuna volta segue secondo il loro avviso, alcuna non segue; in quella guisa ancora il giuocatore fa vari pronostichi de la fortuna futura: perciochè non essendo la prosperità de la fortuna altro che favorevol concorso di molte cagioni accidentali, l'una de le quali cosi suol dietro a l'altra seguire, come l'una onda va dietro a l'altra; quando il giuocatore è stato favorito dal primo favore, aspetta ragionevolmente il secondo, e dopo il primo danno a gran ragione del secondo suol dubitare. Questa è quella che ditta o disditta si dice; la quale, come che sia effetto di fortuna, può nondimeno recarsi, come tutti gli altri effetti di fortuna si recano, al fato, ed a quella catena de le cagioni superiori; la qual non operando necessariamente ne le cose di qua giù, non toglie il libero arbitrio, nè impedisce la fortuna. La qual cosa essendo considerata, per quanto io imagino, da gli antichi, con molto maggior misterio ordinarono i giuochi de' lor dadi, che non sono i nostri ordinati; perch'io ho letto in Aristotele: Qui toto  die talos iactitaverit, quandoque Venerem iaciet. Ed ho letto in Svetonio alcune epistole d'Augusto, ove egli parla del trattenimento che si prendea co' dadi. Da le quali cose io raccolgo, che ne' dadi fussero i segni celesti significatori di qualche leggiadro senso occulto, e di qualche profondo misterio, dentro a' cui secreti non oserei in alcun modo di porre il piè; perchè quando io son fuori del Liceo, ho bisogno di chi mi guidi. Ma pure, perch'io sono stato su l'uscio de le scuole di Pitagora, se ben a dentro non son penetrato, direi che da la ragion de' numeri, con la quale egli era solito di filosofare, si potrebbon forse trarre molte secrete cagioni de gli effetti mirabili del giuoco. Voglio nondimeno che mi giovi di lasciar tutta questa parte a la speculazione del signor conte Annibale, la qual fu da lui, in quel ragionamento che ebbe con le tre Principesse, più tosto accennata che dichiarata.

M. B. Voi tal diletto mi porgete ragionando, che di niun giuoco giamai mi ricordo d'averlo preso eguale. Perchè 'l diletto, ch' io prendo de' vostri ragionamenti, non è mescolato d'alcuna noia; ove la dolcezza del giuocare, per lo più, di alcuna amaritudine è accompagnata.

A. P. Chi sempre vincesse, alcuna noia nel giuoco non sentirebbe, perchè la vittoria è oltre ad ogni altra cosa dolcissima.

M. B. Forse anco quella soverchia dolcezza offenderebbe il gusto di quegli animi che non sono affatto avari, e forse la speranza e 'l timore che precedono, rendon molto più grata la vittoria quando soprarriva.

A.P. La vittoria non si sente se non nel fine del giuoco; nel qual godendosi quasi del frutto di tutto il giuoco, si sente un piacere perfetto. Ma mentre si giuoca, la speranza e i timori accompagnati fanno una mistura simile a quella che da gli amanti è sentita: onde a me pare ch' i prosperi giuocatori a' prosperi amanti possano assimigliarsi; i quali lietamente servendo a le donne loro, non si possono nondimeno addimandar felici, sino a quel tempo che de la cosa desiderata non sono possessori. Ma mi pare che 'l nostro ragionamento abbia avuto il suo fine e la sua perfezione insieme co 'l giuoco di questi signori: perchè vedete che già si son levati da giuocare, e che 'l conte mio cognato, più ricco de' danari del giuoco che niun'altro, fa altrui parte de' danari guadagnati, con volto si ridente, che si può comprendere che non meno gli piaccia il donare che 'l vincere: presagio certissimo de la buona riuscita che s'aspetta di questo valoroso fanciullo; il qual, non men bello d'animo che di corpo, tira a sè con istupore e con diletto gli occhi di tutti i riguardanti.

Qui ebbe fine il ragionamento del Pocaterra e de la signora Margherita Bentivoglia; ed a queste parole il signor conte Annibale tale nel volto era divenuto, che niuna porpora sparsa sovra l'avorio sarebbe cosi vaga a riguardare: ma non potendo sostenere l'applauso de le dolci lodi che da gli altri tutti in quel proposito gli eran date, usci de la camera, e concesse a gli altri il poter di lui senza suo rossore ragionare.

 

Il GONZAGA SECONDO


A proposito del Gonzaga Secondo così scrive Cesare Guasti (5) nelle sue “Notizie Bibliografiche”

“Interloquiscono nel Gonzaga Secondo i due che parlano nel Romeo; ed a loro s' aggiunge Giulio Cesare Gonzaga, da cui il dialogo prende il nome. Non è questi da confondersi con Cesare Gonzaga, dal quale s'intitola il dialogo del Piacere onesto: perché Cesare era figliuolo di Ferrante principe di Molfetta, e Giulio Cesare nasceva di Carlo conte di San Martino di Bozzolo, che fu pure genitore del cardinale Scipione tanto amico del Tasso. Dirò d'Annibale Pocaterra, che fu figliuolo di queil ' Alessandro a cui il dialogo è dedicato, e che della sua letteratura diede saggio stampando in Ferrara nel 1592 due dialoghi intorno alla Vergogna. Finalmente, la interlocutrice Bentivogli fu dal nostro autore onorata di varie rime, che ce la mostrerebbero non meno per i natali che per le virtù ragguardevole. Fu donna del fratello maggiore di quel conte Annibale Turco che sposò la bella Laura Peperara”.


Data la lunghezza estrema di questo secondo dialogo si riporta esclusivamente l’Argomento, che apprendiamo sempre attraverso uno scritto del Guasti (6):


Argomento de Il Gonzaga Secondo

 
Non contento l'Autore del modo con cui aveva trattato nel Romeo la materia del Giuoco, prende nel presente dialogo a riformarla, aggiungendo un terzo interlocutore ai due in quello introdotti, e facendo che in luogo di narrar cose udite, ciascuno di essi entri a discorrere intorno al proposto come co' suoi propri sentimenti. Finge egli pertanto, che Margherita Bentivogli, la quale aveva inteso dover un giorno il conte Annibale Romei ragionar del giuoco colle Principesse di Ferrara, non potendo a quel discorso esser presente, ecciti Giulio Cesare Gonzaga ed Annibale Pocaterra, che presso lei si trovavano, ad esporre su tal soggetto i loro pensamenti.

Cercasi in questo dialogo primamente, come possa definirsi il giuoco in genere, e si stabilisce esser egli una contesa di fortuna e d'ingegno fra due o fra più, nella quale per trattenimento s'imita una vera contesa. Fatto indi motto dell' origine di quello degli scacchi e di altri giuochi illustri, si viene a dire che sebbene riducansi tutti ad una sola cagione, cioè al trattenimento per cui furono ritrovati, siccome però questo trattenimento può essere o pubblico o privato, cosi anch' essi in due specie possono distinguersi, cioè in giuochi di pubblico ed in giuochi di privato trattenimento. Accennasi poscia in che consista si fatto trattenimento: come il diletto che in esso provasi, proceda non meno dalla vittoria che dall'operazione del giuocatore: come eziandio a chi rimira, questa operazione sia piacevole; e in quali giuochi finalmente sia maggiore il diletto. Ragionasi appresso delle vincite che vanno accompagnate dal danaro o da altro prezzo, e mostrasi che queste sono le più piacevoli. Dicesi poi che nel giuoco, quantunque l'uno sia come nemico dell'altro, tuttavolta il desiderio del guadagno dee essere moderato, e particolarmente in que' giuochi che colle donne si fanno. Toccate per ultimo alcune cose circa il modo di discernere i giuocatori avari da quelli che giuocano per mero trattenimento, circa il perdere colle donne, ed anche circa il costoro ingegno, si passa a discorrere della fortuna. Si dimostra in primo luogo ch'ella è una delle cagioni accidentali, la quale si dice propriamente esser cagione di quegli efietti che fatti con alcun umano proponimento, avvengono altramente da quello che l'uomo si aveva presupposto: definizione che la distingue dal caso; il quale si dichiara esser quello sotto cui si riducono tutti gli effetti che possono venir cagionati dalla natura per se stessa. Parlasi susseguentemente delle varie significazioni in che si prende il nome di fortuna; si esamina quindi qual parte abbiano nel giuoco il caso, la fortuna e l'arte: ed ha fine il colloquio con alcune considerazioni intorno agli accordi, allo scopo di essi, ed alla ragione con cui debbon essere stabiliti.

 

 NOTE

1 - La lettera apparve nel volume Lettere inedite di Torquato Tasso, tratte da Manoscritti di Marc’Antonio Foppa che si conservano in Roma nella libreria di Casa Falconieri dall’Abate P. A. Serassi (Pisa, 1827)
2 - Cesare Guasti, I Dialoghi del Tasso, Vol. II, Firenze, 1858, pag. 3 
3 - Il Carnevale del 1579
4 - Ariosto, Orlando Furioso , c. XV, st. 1.
5 - Cesare Guasti, op.cit., pag. III 
6 - Cesare Guasti, op.cit., pag. 45

 
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