Saggi di Andrea Vitali

I Tarocchi in Letteratura III

Le Minchiate e i Germini

 

Luigi Pulci - Pietro Aretino - Antonfrancesco Grazzini - Gigio Artemio Giancarli - Brunetto Latini / Chiaro Davanzati - Agnolo Firenzuola - Alessandro Allegri - Michelangelo Buonarroti il Giovane  - Gio. Battista Fagiuoli - Gregorio Bracceschi - Lorenzo Panciatichi - Giovan Santi Saccenti - Carlo Goldoni - Giovanni Maria Lampredi - Filippo Pananti -  Ippolito Neri


Il tema qui trattato completa quanto descritto nei saggi I Tarocchi in Letteratura I e II. Nello specifico è stata compiuta un'ulteriore indagine sugli aspetti letterari riguardanti le Minchiate, cioè il tarocco toscano. In questa sede anticiperemo che nel sec. XV con il termine Minchiate (o Sminchiate) si designava un gioco in cui erano presenti un certo numero di trionfi. Tale termine venne sostituito per buona parte del Cinquecento con quello di Germini, corruzione del nome latino Gemini, anch'esso utilizzato, cioè il segno zodiacale dei Gemelli. Con il nome mutò anche la consistenza numerica dei trionfi (40 più il matto) fra i quali il segno dei Gemelli, posto sulla carta XXXV, rappresentava il più alto dei Trionfi supplementari. Dal Seicento in poi per indicare il gioco dei Germini venne recuperato il termine Minchiata. Un differente nome si ebbe in Liguria e in Sicilia dove venne chiamato gioco dei Ganellini o Gallerini, termine attribuito al Trionfo n. I cioè il Bagatto o Giocoliere, come ci informa il più antico trattato sulle Minchiate che abbiamo ultimamente rinvenuto. Anche se il termine Sminchiate venne utilizzato senza significato indecoroso fin dal sec. XVII dai giocatori bolognesi per indicare uno specifico intervento durante la partita, la stessa parola derivata dal termine Minchiata stava ad indicare in origine una cosa sciocca, di nessun valore (1) coincidendo in tal senso con il significato della parola Tarocco (2).

La Letteratura

 
Uno dei primi - se non il primo - documento in cui appare il termine minchiate in riferimento al gioco, è una lettera che  Luigi Pulci (1432-1484) indirizzò il 23 agosto 1466 al giovane  Lorenzo' de Medici. In essa il Pulci, fra le altre cose, scrive di non vedere l'ora di sfidarlo alle minchiate, a passadieci e a sbaraglino Riportiamo di seguito la lettera nella sua interezza (3): 

A Lorenzo

 

Egli è ben vero, che come io mi discosto da te, mio Lauro, mi parto dalla ragione; e, per questo peccato ch' io ti lasciai, Febo indignato con meco, m’à lasciato infermare (1). Ieri per disperato mi fuggì per una maglia (2) di mano del Bisticci (3): qui con certi alberelli (4) e consigli di Salay (5) mi governo. Sarei venuto a te a rendermi in colpa. Ma non vorrei che Cristo si facessi però tanto di casa, che se ne venissi un tratto insino al letto a farmi la mattinata (6). Pure, se avessi cavallo, ho sì gran voglia di rivederti, ch' io verrei costì per isvisarti (7) alle minchiate, a passadieci, a sbaraglino, come tu sai ch' io ti concio; e anco mi ricordo che s’avea a fare non so che sonetti. Sforzeromi venire presto, se starai costì qualche giorno;  per oggi sono di schiatta di pesello fresco (8). Ser Mariano mi disse tu dicesti si mandassi per la cornamusa e pel trombone; essi mandato; e credo sieno acconci. La cornamusa feci aconciare prima partissi. Vorrassi pure avergli costì; e s' io fussi stato di miglior forza, gli arei arrecati. Mandai a madonna Lucretia uno sonetto, mandoti la copia. E racomandomi a te, saluta il mio Piero Allarmimi e Sigismondo, e, se v'è, Cosimo Bartoli; e tutti vi ricordate di me. E, se degnassi col nostro aconcio venire un giorno in qua, sai dove è una antica povera casa; e tutti ci rallegrerai. Vale. A dì 23 d'Agosto 1466.

                                                                Luigi tuo al Palagio

 

Vorrei mi mandassi un fiasco di vin bianco; ché qui non se ne truova se non forti e cattivi. Fallo dare allo aportatore; e avvisami quanto ci starai, chè vorrei pure vederti.

 

(1) m’ha lasciato infermare = ha permesso che io mi ammalassi; per questo motivo Pulci non si è recato da Lorenzo e lo informa su piccole faccende.

(2) fuggì per una maglia = fuggii a stento.

(3) di mano del Bisticci = forse dalle mani del medico Jacopo Bisticci.

(4) alberelli = vasetti di unguento

(5) Salay=L’arabo Beritteo Salyasse detto Squarciaferro, forse dall’arabo sallâ(y), parte della formula che accompagnava il nome di Maometto, intesa come nome del Profeta e poi di potenza. 

(6) a rendermi in…la mattinata = a scusarmi,ma non desidererei di correre il rischio di morire, cioè che Cristo, metaforicamente la morte, si fosse avvicinato tanto da venirmi a cantare di notte presso il letto, come fanno gli innamorati mentre cantano la mattinata (Canto mattutino dedicato alla donna amata, analogo alla serenata, che è canto serale).

(7)  isvisarti = sfidarti

(8) sono di schiatta di pesello fresco = sono di scarsa tempra

 

Oltre al termine minchiate dobbiamo al Pulci due suoi derivati e precisamente minchiattarri (in alcune edizioni critiche anche minchiantarri) e minchionacci. Troviamo le due parole in alcuni sonetti di cui il primo (4), che si presenta come una satira antimilanese e antivegetariana, fu composto quando il nostro si trovava a Milano Qui il termine non si riferisce a giocatori di carte, ma ai Milanesi considerati minchioni, vale a dire balordi, sciocchi, 'coglioni', equiparati dal poeta agli assioli, cioè ai chiù, per la cadenza della loro parlata certamente non gradita al poeta.

 
Luigi Pulci sendo a Milano


Sonetto LXXXVII


Questi magna ravizze rave, e verzi,
     Che ne mangiava un sol per tre giganti,
     Tanto che son ravizi tutti quanti,
     Non sapranno ricever poi gli scherzi.

 
Ma perch'io gli scudisci un poco, o sferzi,
     Non è opera umana, ma di santi;
     Ma e' bisogna volger dietro a' canti,
     Se non ch'è metterien le mani a' berzi.

 
Et dicon gniffigner, e gniffignarri
     Le ravizie, e' racimol pinchieruoli,
     Da far, non che arrabbiare i cani, i carri.

 
Milan può far di molti ravïuoli,
     Tal ch'io perdono a que' mie’ minchiattarri
     S'e' non facessin chiù come assïuoli.

 
                                    Qui non è muricciuoli,
Sanza riposo è questa gente vana.
E fa quel  che fare' impazzar Befana

                                    La zolfa all 'mbrogiana:
Et anco credo che da scarafaggi
Non c'è ancor terra, che Milan vantaggi.

 
Questa la traduzione in Italiano corrente:

 

Questi mangia broccoli, rape e verze
tali che un uomo sol ne mangiava quanto tre giganti,
dato che tutti si sono  assimilati ai loro cibi stessi,
non sapranno neppure intendere le mie scherzose allusioni.

 
E il fatto che io li scudisci e li sferzi,
non sembra opera di uomo, ma di un santo! [dato che la mia satira è pedagogica, benefica]
Ma bisognerà che io sia cauto
dato che potrebbero mettere mano ai piedi [cioè potrebbero darmi dei calci]

 

Essi chiamano gniffigner e gniffignarri
i broccoli e i racimoli pinchieruoli,
cosa che farebbe arrabbiare cani e carri. [poiché gniffigner and gniffignarri, sono in assonanza con sgraffignare, cioè rubare, e pincheruoli con mariuoli, cioè delinquenti, in questo passo il Pulci chiama ladri i Milanesi, che fanno arrabbiare sia i cani - che abbaiano quando qualche estraneo entra in casa - sia i carri, i quali vengono riempiti fino all’orlo così che, se potessero parlare, si arrabbierebbero per il peso eccessivo con cui sono stati caricati]. 


Milano può fare molti ravioli,
cosa per la quale io potrei perdonare questi minchiantarri
se essi non dicessero chiù come gli assioli. [riferimento alla cadenza della parlata milanese]

 

Qui non vi sono muretti: [su cui sedersi e oziare come sono a Firenze]
questa gente senza senso non riposa mai.
E fa ciò che farebbe impazzire la Befana

 

cioè la solfa all'ambrogiana (cantilena milanese, l’inflessione della lingua milanese, ma zolfa anche come solfa = cosa che infastidisce)
E credo inoltre che per gli scarafaggi
non esista luogo migliore che superi Milano.

 

Un medesimo atteggiamento critico è rivolto dall'autore  alla città di Napoli, dove, in occasione di un suo soggiorno, compose un sonetto (5) che inviò a Lorenzo de Medici: i Napoletani, come i Milanesi, sono chiamati minchiattarri e Napoli un bel porcile.

Luigi Pulci a Loreno (sic) de’ Medici sendo a Napoli

 

Sonetto LXXXXIII

 

Chi levassi la foglia, il maglio, e ‘l loco

     A questi minchiattar Napoletani,

     O traessi del Seggio i Capovani,

     Parrebbon Salamandre fuor del fuoco.

Imbiza Janni lo’ngegno allo joco, (1)

     Ch’ho già sentito meglio abbaia cani

     E tutti i gran mercianti son marrani

     E tal Signor, che non fare’ buon cuoco.

Que’ huogli (2) dicer di Napoli jentile? (3)

     La gentilezza sta ne’ cantarelli,

     Rispondo presto, e parmi un bel porcile.

Ah questi Fiorentin gran joctoncelli:

      Ch’hanno tutti lo tratto sì sottile:

     Così si pascon questi minchiattelli.

                                      Se tu cerchi baccelli,

Rispondon tutti come gente pazza.

Gongoli vuoi accattar (4): loco alla chiazza.

 

(1) Verso napoletano

(2) huogli = vuoi

(3) jentile = gentile

(4) accattar = comprare

 

Traduzione in Italiano

 

Se togliessimo gli ortaggi, il gioco della pallamaglio, e il luogo

a questi Napoletani minchiattari (persone di poco valore)

o se togliessimo la gloria nobiliare ai Capuani (Capuani=abitanti di Capua)

essi sembrerebbero delle salamandre fuori dal fuoco (cioè persone fuori dal loro posto ideale).

Poni attenzione, Giovanni, al gioco,

che io ho sentito meglio abbaiare i cani (che ho sentito abbaiare i cani in modo migliore di quanto tu stia attento)

e tutti i gran mercanti sono marrani (privi di scrupoli)

e chi a Napoli gode fama di signore, da noi non potrebbe essere stimato neppure come cuoco (da noi sarebbe stimato meno di un cuoco)

Cosa vorresti (vuoi) dire della nobile Napoli?

Rispondo subito che la nobiltà sta nei vasi da notte (la nobiltà si trova nei recipienti usati per le esigenze fisiologiche, che venivano svuotati di notte nelle strade)

e mi sembra un bel porcile.

Ah questi Fiorentini, persone molto raffinate (con valore ironico, poiché il Pulci li considera il contrario)

che sono tutti tanto delicati:

così trascorrono la loro vita questi minchiattelli (persone da poco)

Se tu cerchi fave (con significato ambiguo perché la fava è anche l’organo sessuale della donna)

tutti rispondono come se fossero pazzi.

Vuoi comprare dei molluschi (con doppio senso riferito ai femminielli)? Là in fondo alla piazza!

 

Nel terzo sonetto (6), sempre composto in occasione di una visita dell'autore a Milano, abbiamo il termine minchionacci che possiamo interpretare con balordi, superficiali, buoni a nulla, "coglioni", etc. Il Pulci, che senza ombra di dubbio non sopportava la parlata milanese e la sua cadenza, come abbiamo visto nel primo sonetto, contraffà la parlata milanese di coloro che vanno gridando per le strade vendendo le loro merci. Una contraffazione ottenuta attraverso l’inserimento di espressioni toscaneggianti  che mirano a creare, grazie a onomatopee, doppi sensi di carattere satirico tesi a sbeffare il popolo milanese. La sua conclusione è sempre  feroce in quanto augura ai Milanesi di essere impiccati 'caldi caldi', cioè ancora da vivi (7).   

 

Nel riportare il sonetto ci siamo valsi dell’edizione critica di Paolo Orvieto (8), basata sul manoscritto di Benedetto Dei (9), coevo del Pulci, e sulle edizioni successive a stampa.

 

Luigi Pulci sendo a Milano

 
Sonetto LXXXXIV

 

 «O ti dia Iddio zaine e bocchè!»

    « I ofel, i ofel (1): i’ò mal che Dio ti dia!

    « Cazzu, incu gh’è (2): quel primo al cul ti sia!

    « O scove, o sprelle (3); o venga pure a te!

 «O schiappalegne (4): o che ti schiappi el pé!

    « O concie zibre: o serba a befanía! (5)

    « Palpé, palpé (6): ti palpi la moria!

    « O fusalocchio: e ’n capo «el convercé» (7)

«O castem peste» (8): o pesto ti sia ‘l core!

    « O lacc im b(r)och (9): o preso sie’ tu a’ lacci!

    « O chi l’ha rotto , donne, o chi ha le more» (10)

« O pití peli, peccini, e burracci» (11)

    « O ravinculo» (12), e sian le foglie fuore!

    « Navon (13): pur(l)ì», ti forin ferri, e stracci!

                             «O verzi (14), o minchionacci!

     Cazzi, melat, ravize, e manigoldi»: (15)

o che v’inpicchin tucci coldi coldi! (16)

 

(1) Ofel era una sorta di ciambella e “I ofel, i ofel” era il grido dei pasticceri, ma occorre considerare l’inevitabile equivoco che il grido produceva all’orecchio dei fiorentini in quanto per loro significava “io ho fiele” (l’itterizia).

(2)   Cazzu, incu gh’è = Oggi c’è il mescolo, con triviale assonanza dell’espressione “incu gh’è”

(3)  “O scove, o sprelle” era il grido del mestichiere. La sperella era un erba utilizzata per pulire le stoviglie. In Toscano spelle significava malattia (probabilmente la spellatura)       .

(4) Schiappalegna = spaccalegna per conto di altri, adattamento toscaneggiante dello s’cepalegn.

(5) Il conscia zibre era l’aggiustatore di pianelle. O serba a befanía! = conservale per la befana [cioè per quando sei vecchio].

(6) Palpe = termine milanese per carta.

(7) Fusalocchio = adattamento toscaneggiante del füserocch milanese, cioè il fusaio, e insieme il grido del fusaio: fus e rocch, con duplicità semantica di fus a l’occhio=‘i fusi nell’occhio. Fra le diverse interpretazioni riteniamo più plausibile che il convercè faccia riferimento ad una carta pergamenacea con cui si ricoprivano i fusi e le rocche a mo’ di coperchio; così il significato della frase sarebbe: “e in testa ti sia messo il coperchio”.

(8) Castem peste = castagne secche.

(9) lacc im b(r)och = latte in brocca, latte freschissimo (grido del lattaio).

(10) Chi l’ha rotto = grido dell’aggiustatore di ogni cosa, con evidente sarcastico doppio senso. O chi ha le more = O chi non le ha (more, da morosità. L'autore fa quì riferimento a coloro che, non avendo pagato per mancanza di denaro, hanno delle necessità. Per estensione "chi non ha le cose che gli servono").

(11) O pití peli, peccini, e burracci = O piccole pelli, cenci, e penne (Grido dei cenciaioli)

(12) O ravinculo= grido dei venditori di piccole rape, naturalmente toscanizzato e adattato a possibilità equivocanti.

(13) Navon puri = radici cotte / Navon pur lì = radici sempre in quel posto (nel sedere, come da verso precedente)

(14) O verzi = o mangiatori di cavoli (tal da diventare un tutt’uno con le verze - Si veda la sopracitata poesia Questi magna ravizi).

(15)  Cazzi, melat, ravize, e manigoldi = venditori di mescoli, di mele, di rape e bietole (manigoldi = bietole come spiega il Pulci stesso in altro suo componimento).

(16) che v’inpicchin tucci coldi coldi! = che possiate essere impiccati tutti caldi caldi  (da vivi, dato che in diversi casi venivano impiccate anche persone già morte). In questo caso significa anche “Che possiate essere impiccati mentre state ancora lavorando”.

 

In diversi componimenti letterari, soprattutto commedie troviamo l'espressione "far gemini dei tarocchi", a significare  un accoppiamento carnale o uno scambio di effusioni. Nella commedia La Cortigiana di Pietro Aretino (10), Scena 11, Atto Quinto, con la frase "poco starete a far gemini dei tarocchi con Livia", si avvisava il destinatario di queste parole della scarsa possibilità che avrebbe avuto di accoppiarsi con quella signora. Ad informarci chiaramente sul significato di questa espressione è un passo della commedia La Pinzochera di Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca (11). In occasione di un dialogo fra un vecchio e il suo servitore, le parole di quest'ultimo si rivelano chiarificatrici al riguardo: "Giannino. Cosi come il trentacinque de' germini si dipingon due ignudi abbracciati insieme; cosi vuol significare che starete voi con la Diamante vostra".


La Pinzochera- Atto Secondo – Scena VI
Gerozzo, vecchio
Giannino, servitore


Giannino.
Adagio, disse il Fibbia: egli ci è la madre, che bisogna contentarla, la prima cosa.
Gerozzo. Che vuol ella?
Giannino. Danari.
Gerozzo. Come danari!
Giannino. Al comando vostro.
Gerozzo. E quanti ?
Giannino. Io non ho ancora fatto i patti.
Gerozzo. Dunque, che vuoi tu ch' io faccia?
Giannino. Che voi ve ne andiate in casa; intanto io andrò a trovarla, e rimarrò seco d'accordo: a voi basta innanzi sera contrafare il trentacinque dei germini.
Gerozzo. Che diavolo hai tu detto?
Giannino. Non vi meravigliate, che se io non intendo i vostri latini, voi non intenderete anche i miei.
Gerozzo. Oh, è cotesta grammatica?
Giannino. Messer no, anzi è cifera; ed ècci sotto il più bel segreto di Maremma.
Gerozzo. Deh fa' di grazia ch' io l'intenda un poco.
Giannino. Cosi come il trentacinque de' germini si dipingon due ignudi abbracciati insieme; cosi vuol significare che starete voi con la Diamante vostra.
Gerozzo. Tògli! oh che dolce, saporoso e onnipotente motto! lo vo' portare scritto addosso.
Giannino. Si, padron mio da bene: or fate quel ch'io v'ho detto, e io andrò a fare il mercato.


Troviamo tale espressione anche in un passo de La Zingana, commedia del rodigino Gigio Artemio Giancarli (?- dopo il 1561) pittore, drammaturgo e attore in vari spettacoli veneziani, considerato un precursore della Commedia dell'Arte per l'uso di moltissimi dialetti con i quali compose le sue due commedie, La Capraria (1544) e La Zingana (1545). In quest'ultima la vertiginosa mescolanza di linguaggi, veneziano, schiavonesco, pavano, bergamasco, stradioto, lingua zerga ecc. fa da contrappunto alla varietà della trama, impostata su un'abile combinazione di almeno quattro vicende diverse.


La Zingana


Cassandro
. Voi avete ordinato benissimo il tutto; onde chiedete qual grazia vi piace, che l'amore e l'obligazione ch'io vi ho, farà lecito l'illecito.
Agata. E ve domando donca, che avanti che vu fè el gemini con madonna Anzelica, che vu la dobbiè sposar e tuorla per mogier, azò che la poveretta non fosse po sforzà a deventar femena del mondo danando l'anema soa e la vostra e la mia insieme, e cusì anche ghe ho promesso.


L'origine di questa espressione si deve far risalire al componimento Mare Amoroso, composto fra il 1240-1246 e attribuito a Brunetto Latini o a Chiaro Davanzati (12). In quest'opera composta da 333 endecasillabi, l'autore chiede mercé alla sua donna, essendo stato preso come pesce all'amo. Non vorrebbe andare incontro al tipo di morte in cui incorsero Ceice e Acione, così come descritta da Ovidio Maggiore; ma poiché il primo bacio ricevuto lo aveva reso forsennato, egli non può far a meno di cercare nella donna amata la vita o la morte. Descrive poi le bellezze di questa signora, alludendo a quanto ha di più meraviglioso il cielo e la terra. Vorrebbe infine entrare con lei nella barchetta magica di Merlino per poi passare il braccio di un certo mare, da cui non vi può essere più ritorno. Ma poiché il poeta sa perfettamente che ciò non gli sarebbe stato mai concesso, non gli rimane altro se non navigare in un mare amaro, per poi morire della morte dei cavalieri della Tavola Rotonda.


Coinvolgendo nel suo afflato poetico in lode dell'amata tutti i segni zodiacali, l'autore utilizza il segno dei Gemelli per ricordare alla donna quell'unico momento in cui ella l'abbracciò, ritirandosi poi subitamente (vv. 171-172). Di seguito si riportano i versi dal 160 al 211, di interesse per il coinvolgimento poetico dei segni zodiacali e dei pianeti. Per il testo, si è preso in esame l'originale presente nel codice membranaceo 2908 della Biblioteca Riccardiana di Firenze, di cui si riportano anche le varianti ritenute opera del copiatore.


160   Quando vi fece allo 'ncominciamento,
           Guardando l'anno, il mese, e la semana,
           E 'l giorno, e l'ora, il punto e lo quadrante
           Del più gentil pianeta, cioè il sole,
           Che cerca dozi segni ciascuno anno:


165    Cioè l'agnello, e 'l toro, e gemini,
           E 'l gambero, e 'l leone, e la pulzella,
           La libra, e scarpione, e 'l sagittario,
           E 'l capricorno, e l'aquario, e li pesci.
           Cosi mi siete agnello d'umiltade;


170    Toro mi foste a sofferir pesanza;
            E gemini mi feste una fiata,
            Quando voi m'abbracciaste strettamente;
            Ma gambero mi foste incontenente,
            Quando tornare mi faceste addietro


175    Di gran sollazzo in gran malaventura.
           Usando segnoria di leone.
           Or mi tenete dritta la stadera!
           E non mi siate come lo scarpione,
           Che prima gratta e poi fer della coda.


V. 163. Dela pia gentile - 164. ciercha dodici - 165. giemini - 169. dumiltade ma rade volle - 170. asoferire - 171. Egiemine mi faceste - 174. mi faceste tornare - 177. Alta pulzella or mi tenete diritta lastadera - 178. sichome - 179. fere dela choda malamente.


180    Ancor mi siete dritto sagettario;
            E sonv' io stato come capricorno
            Umiliando il mio core inver voi;
            E non mi vai, che non mi siate aquario,
            Poi che mi fate stare in pianto amaro,


185    Siccome'1 pesce che sta indel gran mare.
           Questo mastro pianeta e gli altri sei
           Hanno messo in voi tutta la lor possanza
           Per farvi stella e specchio degli amanti.
           Che 'l Sol vi diè piagenza e cor gentile,


190    La Luna temperanza ed umiltade,
            Satorno argoglio ed alti pensamenti.
            E Giupiter ricchezza e segnoria,
            E Marte la franchezza e l'arditanza,
            E Mercurio il gran senno e la scienza,


195    Venus benivoglienza e gran beltade:
            Che la vostra persona sie nomata
            La gioia sopra gioia d'ammirare,
            Piagenza somma, e'l cor valenza fina.
             er ciò in voi si trae ciascun core,


200    Siccome il ferro inver la calamita.
            Onde i'sono siccome il camaleone
            Che si trasforma e toglie simiglianza
            D'ogne color, che vede, per temenza.
            Ch'io triemo più che non fa foglia al vento


205    Di gran paura che aggio e di temenza.
            Che voi non mi gittiate'n non calere;
            Ed aggio di voi maggior gelosia,
            Veggendo chi vi parla o chi vi mira,
            Che non ha il pappagallo di bambezza.


210    Ed io vorrei bene, s'esser potesse,
           Che voi pareste a tutta l'altra gente
           Sì com' paria la Pulzella Laida.
           E se potesse avere una barchetta,
           Tal com'fu quella che donò Merlino
           A la valente donna d'Avalona.....


V. 180. Anchora mi siete diritto - 181. E sonvi stato chome chaprichornio - 182. Umiliando il me chore inver voi et non mi vale - 183. Che voi non mi siate pur aquario - 189. Chel sole vi diede - 190. Luna (senza l'articolo) - 191. arghollio ed altri - 192. Giupiter (senza la congiunzione) - 193. Marti (senza la congiunzione) - 194. Merchurio (item) -195. beltade et bene apare - 197. Gioia (senza l'articolo) - 204. la foglia - 205. Di grande - 206. gittiate non chalere - 209. di ban bezza oldanfino.


Di Agnolo Firenzuola, ovvero Michelangelo Gerolamo Giovannini da Firenzuola (1493-1534), poeta toscano, amico dell'Aretino e per un certo periodo anche monaco vallombrosano, sono sopravissute due commedie ambedue pubblicate in Firenze nel 1549, La Trinuzia e I Lucidi, una decina di novelle raccolte sotto il titolo Ragionamenti d'Amore, poesie, un dialogo e un discorso, oltre al romanzo La prima veste dei discorsi degli animali. Accanto a questi componimenti è rimasto famoso il suo volgarizzamento dell'Asino d'oro di Apuleio. Nella commedia La Trinuzia la frase "voi avete accennato in coppe e dato in bastoni" è tolta dal gioco delle minchiate a significare "mostrare di fare una cosa e farne un'altra".


La Trinuzia
. Atto Primo - Scena II
Uguccione, giovane innamorato
Golpe, servitore


Gol
. Come perché? Le v'aspettavan questa sera a cena, e avevan messo in ordine ogni cosa, e voi avete accennato in coppe e dato in bastoni.
Ugucc. Parla chiaro, che vuo' tu dire in tutto in tutto? Io non t'intendo, io.


Di Alessandro Allegri (ca. 1560-1629), fiorentino, "scolare, cortigiano,  soldato, e prete" come ebbe a definirlo un amico, istitutore di una nuova Accademia detta della Borra, sono rimaste le sue Rime piacevoli, pubblicate  in diversi luoghi e tempi, ad iniziare dal 1605 a Verona per terminare nella stessa città nel 1613. L'Allegri cita il gioco dei germini nella dedica al Sig. Francesco Niccoli, al quale aveva indirizzato alcune sue rime:

Al Sig. Francesco Niccoli


"Gli è tanto malagevole il fare, che una Donna che fa di molti figliuoli, non ne faccia qualcun che in qual cosa non la somigli, che io sto quasi per dire, che e' sia cosa impossibile; e questo perche io veggo, che la stessa madre Natura nei gran far che ella ha fatto delle tante bazzecole, ella n'ha fatto un bel monte, che la somiglian, che è un barbaglio, e infra l'altre la natura mia pare egli a me che dia s'assomigli al bue, più che a qual si voglia altra cosa moderna; percioche fruga a tua posta (che egli è pigro questo animal per ordinario) e' non uscirebbe del suo passo in disgrazia: con tutto ciò, se per avventura gli vien l'assillo, e' bisogna, che quasi fattosi barbero imbriaco e' corra a dispetto del mondo, delle trombe del matto del diavolo, e di tutto 'i mazzo de germini....." (13


Michelangelo Buonarroti il Giovane
(ca. 1568 - ca. 1646) di cui abbiamo trattato in altri articoli (14),  fu autore di diverse cicalate. In una di queste dal titolo Sopra una Maschera, troviamo un riferimento al gioco delle minchiate laddove lo scrittore si pone in atteggiamento critico nei confronti degli Accademici della Crusca, che lo avevano attaccato per alcuni suoi scritti a proposito della "materia delle figure del favellare".


"laonde ne sarà almen di mestieri, acciocchè la materia e lo stile sian corrispondenti all'occasione, che noi frastorniamo in un certo modo il tempo, e che noi ci facciamo a credere di esser quindici o venti giorni indietro, e che usciti, quali di noi dal bagnarsi in Arno, e quali toltisi de' proprj terreni dal giuoco delle tavole e delle minchiate, ci ritroviamo nella gran loggia dell'Accademico innominato Canigiano, e quivi avendo udite le belle dicerie degli Arciconsoli vecchio e novello, e poscia postici a tavola e lietamente cenato, io ascenda qui dove io sono, e senza il dovuto cimento della memoria aprendo questa leggenda, e messami agli occhi questa spiacevol necessità, io incominci e dica primieramente a questi nuovi Accademici, siccome il mio ragionar loro di cotali figure di favellare sarà non altrimenti che un modello imperfetto e molto affrettato, ovvero uscito di sesto e rappezzato, nella cui architettura alcuna delle parti manchino, altre non sian poste al lor luogo, ed altre per altro difetto degne d'essere accusate e riprese, per doversi ad altra occasione compiersi da voi l'opera interamente con vie maggior pompa e con più giustificati argomenti, e che io segua appresso in questa maniera, cioè.


Di Gio. Battista Fagiuoli (1660-1742), di cui abbiamo trattato in I Tarocchi in Letteratura II, riportiamo un passo tratto dalla commedia L'Avaro Punito (ovvero I Genitori corretti da' figliuoli) di particolare interesse per l'enunciazione di alcuni aspetti inerenti al gioco delle minchiate.


L'Avaro Punito
. Atto Terzo - Scena XVI
La Scena rappresenta un villaggio vicino a Firenze
Lena, una vedova
Ciapo, contadino, padre di Lena
Meo, un servitore
Anselmo, vecchio avaro

Len
. Ma me padre, che volete voi, che campi questo vecchio? io credo che gli abbaia ottant'anni.
Cia. Tieni a mente, che vuol morir dopo di mene; almanco perch' io non abbia questa consolazione.
Meo. Da voi non è venuto, che non sballi ogni volta.
Cia. T'hai ragione; e s'io davo più forte, potevo vincere il giuoco marcio. (1)
Len. Che giuoco? che giuocavi con Anselmo?
Meo. Si, e' giocava alle minchiate, e dette l'asso di bastoni a tempo: e il vecchio non ebbe da rispondere.
Cia. Così mi parve, perch' e'cominciò a taroccare malamente.
Meo. O se tu venisti con tutta la sequenza! (2)
Cia. Ma n'ugni modo, non s' è cavo di mano nulla di buono; i' voleo, che ghi uscissi coil tredici (3), s'egghi era possiole.
Meo. S'è' pigliava la vostra figliuola; poteva venir col ventotto. (4)
Cia. Senti, e se lo sarebbe meritato, di perder tutta la verzicola. (5)
Len. Che gioco è questo, mio padre?
Cia. Di grazia non lo 'mparare.
Meo. E oggidi s'impara a chius' occhi;
Len. O vo' potete star sicuro, a questo giuoco non ci ho il capo.
Meo. Il capo ce l'avrebbe qualcun'altro.
Len. Che so io quel, che voi vi dichiate.
Ciap. Ghi è bene, ghi ee.


(1)
vincere il gioco marcio = dare cappotto
(2) sequenza = successione di carte di numero consecutivo   
(3) coil tredici = con la carta della Morte
(4) col ventotto = con il segno zodiacale del Capricorno.
(5) verzicola = combinazione di carte  che veniva dichiarata dai giocatori prima e dopo l'inizio effettivo della partita. Quella più importante consisteva nel possedere carte di Trionfi consecutivi, ad iniziare dal Trionfo XXVIII.

Nell'opera Scritti vari di Lorenzo Panciatichi, Accademico della Crusca raccolti da Cesare Guasti, (Firenze, 1856) troviamo un componimento assai interessante che dimostra come ci si potesse ispirare al gioco delle minchiate per interpretazioni di carattere letterario. Siamo edotti sulla vita di Lorenzo Panciatichi (1635-1676) direttamente dal Guasti: "Sebbene quarant'anni soli vivesse, non gli mancarono quegli onori che un letterato poteva sperare in Firenze. Sedè consolo nell'Accademia fiorentina pel 1643; e l'anno appresso tenne l'arciconsolato nella Crusca: la quale, rinnovata quasi nel 1640, aveva avuto ricetto nel palagio di Piero de' Bardi, poi accanto al magistrato di Orsammichele, e quindi presso alla Badia nelle case de' tipografi Giunti - ma solo per le cure del Panciatichi ottenne di posare nello Studio fiorentino, nella medesima stanza in cui Evangelista Torricelli leggeva le matematiche. Ginevra poi sua madre era figlia del senatore Iacopo Soldani...".


Di seguito si riporta l'intero sonetto scritto da Gregorio Bracceschi, accademico della Crusca, a cui facciamo seguire quella parte del commento ad opera del Panciatichi, relativo agli "arcani del cielo" e ai versi spiegati attraverso il ricorso al gioco delle Minchiate.


                                                                           Sonetto del Signor Gregorio Bracceschi

poeta, architetto militare, scultore, disegnatore, ammazzator d'uomini a spirito, in Roma scriba, fariseo, e computista celeberrimo, ec. Fatto nel dottorato del signore Angiolone Angioloni mio nipote, il quale è nato sul Tevere, ha pensiero d'andare a Roma, e fa per arme un agnello mansueto.


                                                                              Col Comento di Lorenzo Panciatichi

Letto la sera dello Stravizzo, che si fece a' 6 di settembre 1651, dopo la Cicalata dello Spolverato.


Spirto del ciel, che tra noi in terra
     Indori il crin dell'aurate fronde,
     Per solcar del Tebro l'incert' onde,
     Dove l ' uom più s'aggira et erra;


Col tuo agno umil, che non vuol guerra,
     Cedesti a Marte, e a Bellona, e a' profondi;
     Negli arcani del cielo ti tuffi e infondi,
     Per godere del cielo fra noi in terra.


Tu Angiolo fra noi in vero in tutto sei :
     E sei un Angiolon fra gli Angiolon
     Sì che in Asia desïar potrei.


Dunque tu sei come i Catoni,
     Che tracannaron sempre gli spruzzoli pimplei;
     Ma consumi di Pegaso gli arcioni.


                                                                        Comento Sopra l'Antecedente Sonetto


                                                                           Negli arcani del cielo ti tuffi e infondi

Dimostra il poeta in questo verso, che il suo nipote sa fare la ventura, tuffandosi negli arcani del cielo; come Achereo, di cui cantò il dottissimo Umanista:


                                                                              Erno Achereo gentil, saggio scoprente
                                                                              Gli arcani di natura e dell' Egitto.


Fate reflessione come garbatamente usa la parola tuffarsi, per mostrarci che chi troppo si dà all' astrologia dà un tuffo nel minchione. Per quell'infondi s'intende, che egli si stilla per far dell'acqua d'Angeloni, più odorifera assai di quella d'angeli.

                                                                               Per godere del cielo fra noi in terra


cioè, per far tutta la verzicola d'arie nelle minchiate, pigliando il cielo per aria, e desiderando egli solamente la stella, la luna e 'l sole; avendo di già il mondo, perchè dice in terra: e non gli mancando le trombe, per essere un Angiolone.


Troviamo riferimenti alle Minchiate anche in altri due componimenti del Panciatichi:


Contraccicalata alla cicalata dell'Imperfetto sopra la lingua Ionadattica (1662) (15)


Il giovane è fatto pe' balì, non per voi, amabilissimo Grezzo (1): Il giuoco è fatto pe' balordi. Le carbonate fanno bere: Le carte fanno bestemmiare. Mi fate un capitan come un Cerbero: Mi fate un capo come un cestone. Ed in giocando alle minchiate, per dire: Il compagno manda sotto: Il compar mangia sodo (2). Egli è sudato com' un porco: Egli è sudicio com' un povero. Egli è più ladro d' un procuratore: Egli è più laido d'un proposto. Come non avresti fregiato col grazioso ricamo di tua facondia, quel giocondo accidente occorsomi a' Bagni di San Casciano con un auditore di questa Ruota; a cui, mentre giocava a sbaraglino, e si doleva che per aver un cattivo giuoco per l'innanzi, non lo poteva nè meno cavare; risposi io in lingua Ionadattica: Vostra Signoria eccellentissima non s'alteri, perchè i Canossi difficilmente lo cavano.


(1) - In Crusca era detto Grezzo il senatore balì Ugo della Stufa.
(2) - Giovanni Canigiani, che era un grandissimo mangiatore e si chiamava per soprannome il Compare.


Ditirambo d'uno che per febbre deliri


S' allettan le galline
Con bille bille, e non con sciò isciò.
Lo dica il Mantenuto (1),
Se seco m'è accaduto
D' aver due Soli contro alle minchiate:
E al gemino splendor di doppia luce (2)
Freddato, veddi (oh casi stravaganti!)
Grandinar resti, e diluviar sessanti.

(1)
Il balì Bladassarre Suarez, tra gli Accademici della Crusca detto Il Mantenuto.
(2) La carta dei Gemelli, la cui solarità era duplice data la presenza di altrettanti personaggi considerati solari.


Di Giovan Santi Saccenti (1687-1749), di cui si è trattato in I Tarocchi in Letteratura I, si riporta un passo di una delle sue rime dal titolo Sopra la notizia avuta, che N. N. aveva preso Moglie in età molto avanzata (16),in cui l’autore scherza sul numero 28 delle Minchiate, cioè il Capricorno, qui chiamato il Becco . 


Capitolo XI

Jer l’altro quando vidi il vostro foglio
In data de’ ventotto, tra me stesso
Subito dissi: qui v’è dell’imbroglio. (1)
Ma dalle nuove, che mi dare in esso
Restò sciolto l’enigma, e quel che oscuro
Mi parve allora, è troppo chiaro adesso.


(1)
Scherza sul numero 28 volendo alludere al numero 28 delle minchiate, dove è il Becco, per il che prende cattivo augurio nel sentire la novità d’un Matrimonio scrittagli in detto giorno 28 del mese [Nota dell'autore].


A Carlo Goldoni abbiamo dedicato uno spazio speciale in I Tarocchi in Letteratura II. Aggiungeremo che in un passo della commedia in tre atti Le Avventure della Villeggiatura egli fa raccontare ad un interprete della commedia di nome Ferdinando le sue vincite alle carte, nel cui elenco figurano anche le Minchiate.


La scena si rappresenta a Montenero, luogo di villeggiatura de' Livornesi, poche miglia distante da Livorno.


Le Avventure della Villeggiatura
. Atto Primo - Scena IV
Sala terrena in casa di Filippo, con tavolini da giuoco, sedie, canapè ec. Gran porta aperta nel fondo, per dove si passa nel Giardino.


Ferdinando


Fer. Il signor Filippo è un buonissimo galantuomo. Ma non sa farsi servire. Tutta volta si sta meglio qui, che in ogni altro luogo. Si gode più libertà, si mangia meglio, e vi è migliore conversazione. E stato bene per me, che mi sia accompagnato in calesse colla cameriera di casa; con questo pretesto sono restato qui, in luogo di andar dal signor Leonardo. Colà pure non si sta male, ma qui si sta egregiamente. In somma tutto va bene, e per colmo di buona sorte, quest'anno il giuoco non mi va male. Facciamo un po'  di bilancio; veggiamo in che stato si trova la nostra cassa, (siede ad un tavolino, e cava un libretto di tasca) A minchiate vincita lire diciotto. A primiera vincita lire sessantadue. Al trentuno vincita lire novantasei; a faraone vincita zecchini sedici, fanno in tutto .. (conteggia) in tutto sarò in avvantaggio di trenta zecchini incirca. Eh! se continua così.... Ma che diavolo fate? Mi portate questa cioccolata? Venite mai, che siate maledetti? (grida forte)

 

Giovanni Maria Lampredi (1732-1793), fu professore di Diritto Canonico e di Diritto Pubblico all'Università di Pisa, un giusnaturalista destinato ad avere fama internazionale per i suoi tentativi di dare un moderno ordinamento al diritto marittimo e al diritto della guerra.


Dal Saggio sopra gli scritti dell'Avvocato Gio. Maria Lampredi già Pubblico Professore dell'Università di Pisa del Sig. Avv. Francesco Poggi, P. Professore di Diritto Canonico nell'Università medesima (17) veniamo edotti che il Lampredi operò per mantenere viva e incorrotta la lingua toscana in un periodo di evidente oscurantismo. La sua nomina avvenuta nel 1780 in Firenze a titolare della cattedra di insegnamento della lingua toscana, salvò quella nobile Istituzione. Egli infatti fece osservare al Ministro dell'Istruzione di quegli anni «che la cattedra di cui si trattava, non fu eretta per insegnarvisi la lingua co' puri precetti della grammatica, ma perchè vi si leggesse e spiegasse Dante, l'opera più famosa del quale (disse): "può ancora a buona equità reputarsi un armario di pellegrine fantasìe, e di felici, forti e robuste espressioni degne d esser mantenute in vita, finché viverà la toscana favella"».


Da una lettera del Lampredi riportata dal curatore dei suoi scritti, abbiamo scelto una disamina del dotto linguista riguardante il gioco delle carte (fra cui quello delle Minchiate) che conosceva e a cui a volte si dedicava, ma solo per puro divertimento, essendo in lui estranea, per carattere e per concezione intellettuale, qualsiasi possibilità di considerare quel tipo di gioco come una cosa seria.


"Intendo quasi tutti i giuochi di carte e dadi, e son capace anche di far la mia parte ad un tavolino di scioperati. Ma siccome non sono avaro, non ho mai sentito il minimo trasporto per quel genere d'occupazione, e non l'ho potuto riguardare altrimenti, che come uno scherzo. Quattro uomini, che con estrema serietà giuocano alle minchiate, o a quadriglio, e con viso burbero e pensieroso percorrono le loro carte, e s'agitano e gridan tra loro, ed altercano e disputano insieme con tanto calore, con quanto il farebbero quattro ministri de' più gran principi, che trattassero di dar la pace all'Europa, mi hanno sempre fatto rider di cuore. Una bella donna, che in quel tempo sospende le sue vezzose attrattive, i suoi piacevoli sorrisi e la sua natural cortesia, e diventa seria, disputatrice, agitata ed inquieta, mi ha fatto compassione. Ella perde nel tempo del giuoco la metà della sua bellezza, e scuopre tutti i suoi difetti, che in altri tempi o l'arte, o la civiltà le faceva tener nascosti; non si cura più di piacere, si scorda cioè d'esser femmina; e diventa per conseguenza una figura mostruosa con la faccia di femmina, e con i costumi ed i vizj de' maschi. Queste riflessioni mi hanno fatto fin da' primi anni della mia vita aborrire il giuoco preso come una cosa seria, né ho potuto vincere quest'abituale aborrimento, nemmeno quando la necessità, o la civiltà mi ha forzato a giuocar seriamente, perchè quantunque io abbia cominciato con animo d'esser serio ed attento, o mi son messo senz'avvedermene a scherzare con sorpresa ed ira de'miei compagni, o mi son distratto in modo da non poterli contentare: ragione, per cui nessuno in oggi mi offerisce le carte, quando io mi trovo in luoghi, ove usi un simile divertimento; lo che di radissimo accade»

 

Il poeta Filippo Pananti (1766-1837), costretto ad un volontario esilio a causa delle sue idee liberali, ebbe vita travagliata, tanto che in occasione di un suo viaggio per mare fu rapito dai pirati, ridotto in schiavitù e infine liberato per intercessione del console britannico. Riportò questa sua esperienza nelle Avventure e osservazioni sopra le coste di Barberia, pubblicate nel 1817 a Firenze, un'opera che godette di numerose ristampe per tutto l'Ottocento. Il suo componimento più noto resta tuttavia il Poeta di Teatro (1808), opera di carattere autobiografico che egli riuscì con maestria a romanzare, inserendovi fra l'altro tratti umoristici ispirati in particolare a Laurence Sterne. Scrisse inoltre diversi Epigrammi di cui quello col titolo Sopra un povero che affogò, merita la nostra attenzione per l'esplicita affermazione di cosa di poco valore o di assoluta nullità attribuito al gioco delle Minchiate: "Giocavano due dame alle minchiate; / Chiesi lor, di che fate? / Ed esse, dell'onor. Sicuramente, / diss'io, fate di niente". Un' attribuzione che troviamo già in antico in quanto espressa per la prima volta nella commedia Farsa satyra morale di Venturino Venturino da Pesaro agli inizi del sec. XVI (18).

Sopra un povero che affogò - Epigramma


Qui giace un pover'uomo derelitto,
     Che non avendo da pagar Caronte,
     A nuoto fece l'ultimo tragitto.


Chi ha poco senno, e dovria starsi ignoto
     Vuol far tutte le carte in compagnia.
     In simile maniera un carro vuoto
     Fa il fracasso più grande per la via.


Un tenore a una bella cantatrice
     Offre la man di sposo. Ella gli dice;
     Io mi son messa insieme dei tesori;
     Metti ancor tu le tue ricchezze fuori.
     Ed ei: poteva averne accumulate,
     Ma le ho spese ove tu le hai guadagnate.


Rombo, che al giuoco avea somma disdetta
     Dei moccoli attaccava
     E le carte mordea dalla saetta
     Un collo torto si scandalizzava,
     E gli dicea: per te soffro vergogna.
     Perchè tanto stizzirsi?


     Solamente bisogna
     Giuocar per divertirsi.
     E quei: per divertirmi io giuoco certo,
     Ma quando perdo non mi ci diverto.


Fece compra un villan d'un barbagianni,
     Dicendo: un dotto assicurato m'ha
     Che tali bestie vivono mill'anni,
     Voglio veder se l'è la verità.


Mentre messa un canonico dicea,
     Quasi un mezzo mercato
     Da certe donnicciuole si facea;
     Eì disse, rivoltandosi arrabbiato
     Peggio di un can mastino;
     Ma che dice la messa uno spazzino?

Giocavano due dame alle minchiate;
     Chiesi lor, di che fate?
     Ed esse, dell'onor. Sicuramente,
     Diss'io, fate di niente.


Son io la prima nel tuo cor? la bionda
     Fille mi domandò;
     La prima, io dissi, no:
     Il dir prima suppone una seconda.

La presa di Saminiato, pubblicata a Firenze nel 1827 per la Collana "Bellezze della Letteratura Italiana" è un poema giocoso di Ippolito Neri (1652-1709). Seppur medico coltivò a tal punto la poesia da entrare in stimato rapporto con i più autorevoli letterati ed eruditi del tempo, fra cui Francesco Redi, Anton Maria Salvini, Mario Crescimbeni e Antonio Magliabechi. La sua Presa venne acclamata come un vero e proprio capolavoro tanto da meritarsi la critica seguente: "Tale si è l' argomento del Poema del Neri, sterile in apparenza, ma che ravvivato dalla fervida, e calda sua fantasia, ed ornato di tanti peregrini episodj che e' vi induce, può a ragione contarsi com'uno dei componimenti eroicomici più splendidi, e rinomati, che onorino il parnaso italiano".


L'opera, composta in Ottave, racconta "un avvenimento di storia patria, e d'antichissima tradizione, quale è quello della Presa di Saminiato al Tedesco stata principalmente fatta dagli empolesi nel 1397, quando per tradimento di fellonia Benedetto di Bartolommeo Mangiadori con una masnada di gente assaltatala s'impadronì della rocca, fece gettare da una finestra del pretorio sulla pubblica piazza Davanzato Davanzati, vicario della repubblica fiorentina che nel 1370 ai 9 gennajo avea assoggettata al proprio dominio, e pel corso di 27 anni consecutivi mantenuta aveva pacifica col moderato suo reggimento questa terra, fortissima in virtù della sua militar posizione....." (19).

 

 

Saminiato

 


Nell'Ottava che segue il Capitano Manicheo Pierligi, gran giocatore alle Minchiate, è descritto incedere a cavallo con uno stendardo dove troneggiava il Diavolo e la Speranza, quest'ultima chiamata "prega" in quanto la virtù è raffigurata da una donna inginocchiata in atto di pregare (figura 1 - La Speranza, dal mazzo di Minchiate Etruria, acquaforte dipinta a mano, 1725. Coll. Le Tarot)


Canto Quinto - Ottava 36


Poi passa uno squadron d'archibusieri,
Che gli conduce Manicheo Pierligi, (1)
Capitan de' più bravi, e de' più fieri,
Che con la spada in man vuol far prodigi.
Un cavallo più speco de' levrieri
Cavalca che fu già di Malagigi;
Fa spesso alle minchiate, e però spiega
Nel suo stendardo il diavol colla prega. (20)


(1)
Piero Micheli, che aveva per augurio nel giocare alle minchiate il quattordici, e il sedici, figurato nel diavolo, e la prega (Nota dell'Editore)

 

Nella seguente ottava, il comportamento delle sentinelle che solitamente si addormentavano o giocavano a tresette o alle minchiate, non vigilando per nulla sui possibili assalti dei nemici, viene espressa con pungente ironia:

 

Canto Primo - Ottava 16

 

Col favor della notte opaca e nera

Scalzi i nemici eran passati il fiume,

Ed arrivati lì senza bandiera,

Senza suonar tamburi e senza lume:

Ed in quel mentre che il padron non c’era,

Le buone sentinelle avean costume,

D’addormentarsi quiete e spensierate,

O di fare a’ tresetti o alle minchiate. (21)

 

Note


1 -
Si legga in proposito l'articolo Farsa satyra morale.
2 - Si veda il saggio Dell'Etimo Tarocco.
3 - Luigi Pulci, Morgante, Opere Minori,Torino, Utet, 2013, LetteraVI (VII).

4 - Nostra edizione di riferimento: I Sonetti di Mattia Franco e di Luigi Pulci, assieme con la Confessione: Stanze in lode della BECA, ed altre Rime del medesimo Pulci. Nuovamente date alla luce con la sua vera lezione da un Manoscritto Originale di Carlo Dati dal marchese Filippo De Rossi, 1759, pag. 87.

5 - Ibidem, pag. 94.
6 - Ibidem, pag. 95. 

7 - Molto spesso persone già uccise in precedenza venivano esposte impiccate in luogo pubblico quale monito per il popolo.  Si legga al riguardo il saggio Genia di Traditori

8 - Paolo Orvieto, Analisi del sonetto “Oh, ti dia Iddio zaine a bocché”, in “Pulci Medievale. Studio sulla poesia volgare fiorentina del Quattrocento”, Collana/ Serie Studi e Saggi, Roma, Salerno Editrice, 1978, pp. 13-47.

9 - Benedetto Dei, Cronaca, ms, 119, Archivio di Stato, Firenze, cc.1r-2v.

10 - Sull'Aretino si vedano i saggi I Tarocchi in Letteratura I, Trionfi, Trionfini e Trionfetti, Semi Simbolici e Il Theatro de' Cervelli.   

11 - Di questo autore in Trionfi, Trionfini e Trionfetti è stato riportato il suo celebre componimento In lode della Rovescina.
12 - Per Giusto Grion è da attribuirsi al Latini. Il Mare Amoroso è composto da 333 endecasillabi, dei quali 321 sono sciolti dalla rima; i versi 45-46 e 319-320 sono legati in quanto formano bisticcio, e quattro altre coppie (29-30, 172-173, 246-247, 285-286) rimano insieme per caso e non per elezione del poeta. Occorre dire che l'ambiguità di alcuni versi potrebbe indurre ad ipotizzare quale destinatario dello scritto un uomo piuttosto che una donna e quindi identificare come autore dei versi Brunetto Latini. 
13Rime piacevoli, Parte IV. Le quattro parti delle Rime furono ristampate insieme con Rime e Prose  nel 1754. Franco Pratesi evidenziò questo componimento in "Italian Cards: New Discoveries", n. 5, The Playing Cards, Vol. XVI, 1988. 
14 - Si vedano i saggi I Tarocchi in Letteratura I e Trionfi, Trionfini e Trionfetti.
15 -  Lingua Ianodattica = Modo di parlare burlesco consistente nella sostituzione d’una parola con altra che inizi con le stesse lettere (per es., fagiani per fagioli) 
16
- Le Rime di Giovan Santi Saccenti da Cerreto Guidi, Accademico Sepolto, Edizione Seconda, Con le note di U. P. D. C., Tomo Secondo, In Cerreto Guidi, Per la Società degli Occulti, 1781. Pag. 84.
17 - In Atti della Accademia Italiana, Tomo Primo, Firenze, 1808.
18 - Si veda nostra disamina al saggio Farsa satyra morale.
19 -  La presa di Saminiato, Firenze, Collana "Bellezze della Letteratura Italiana", Avvertimento Proemiale dell'Editore fiorentino Vincenzo Batelli, 1827. 

20 - Ibidem, p. 98.

21 - Ibidem, p. 5.

 

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