Saggi Storici di Andrea Vitali

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La Vergine Parigina - 1661

Opera letteraria di Francesco Fulvio Frugoni

 

Copyright Andrea Vitali  - © Tutti i diritti riservati 2018

 

Su Francesco Fulvio Frugoni abbiamo già scritto in riferimento alla sua opera più importante, ovvero Il Cane di Diogene, e al riguardo di due suoi ulteriori lavori (1). In un terzo componimento dal titolo La Vergine Parigina (2), abbiamo trovato riferimenti ai tarocchi laddove egli parla di una regina vissuta in Inghilterra nel secolo. X. Poiché in quell’epoca i tarocchi non esistevano, occorre chiedersi se l’autore li abbia intenzionalmente introdotti per sottolineare come le azioni di quella persona fossero da mettere in relazione con quelle adottate ai tempi del Frugoni da una scaltra giocatrice di tarocchi oppure fosse convinto che esistessero realmente in quel periodo. Sia che accettassimo la prima soluzione che la seconda, si tratterebbe tuttavia di un’invenzione dell’autore tesa a mettere in cattiva luce i comportamenti di quella Regina, che evidentemente mai giocò ai Tarocchi, dato che essi apparvero quattro secoli dopo l'esistenza di quella regina.

 

Occorre dire che per i suoi contenuti autobiografici La Vergine Parigina suscitò scandalo nei suoi contemporanei tanto da costringere il suo autore a lasciare Genova, città in cui abitava per trasferirsi come esiliato a Parigi. Nel 1652 il Frugoni, frequentando casa Spinola era divenuto consigliere spirituale e politico di Aurelia Spinola, duchessa di Valentinois, vedova di Ercole II Grimaldi, figlio di Onorato II, principe di Monaco. La madre di Aurelia, che stimava il Frugoni e desiderando di far nuovamente sposare la figlia, gli chiese di aiutarla affinché questo avvenisse. Il Frugoni si trovò pertanto a frequentare e di conseguenza a comprendere i segreti della politica, gli intrighi che si agitavano a corte e ogni manovra atta a creare alleanze. In tal senso, considerando Aurelia donna di buoni costumi, scevra, possiamo dire, di tutti quei maneggiamenti di cui la nobiltà del tempo si affidava per ottenere onori e privilegi, volle onorarla scrivendo di un’altra Aurelia, principessa di Francia secondo il martirologio gallicano, presa come mito della donna nobile e pura perseguitata per le sue convinzioni.

 

La storia di Aurelia, che troviamo descritta in diversi testi agiografici, viene così raccontata nelle Orazioni Giaculatorie di un religioso della Compagnia di Gesù:

 

“B. Aurelia Vergine, figlia d'Ugone Capeto Rè di Francia, sfuggiva a tutto suo potere le vanità suggerite dalle pompe di quella Corte; trattenendosi più tosto nel suo ritiro con raro esempio di modestia, e divozione. Ma, come era dotata dalla Natura di gran beltà, e ricercata in moglie da molti Principi, fù dal Rè suo Padre promessa al Principe Eluviano scelto fra tutti i Concorrenti. Il che da Lei risaputo volendo conservare intatta la sua Verginità, trasportata dall'Amor Divino, di cui aveva infuocato il Cuore, si dispose segretamente alla fuga, che eseguì di notte tempo travestita in abito negletto, e vile; caminando verso la Germania, ove giunta, e fermatasi, dopo vari accidenti, in Ratisbona, chiusasi in un Romitorio vi perseverò cinquantadue anni, affliggendo il suo innocentissimo Corpo co' digiuni, e penitenze fino alla morte. Mattheus Raderus in  Bavaria Sancta vol. 2” (3).

 

Nel contesto delle frasi con cui il Frugoni delinea la passione di Aurelia per il Cristo che si esprimono con versi quali, “per le viscere del Crocefisso, che fu scelto da me per unico Sposo” (4) o “per fomentare ancora più quel fuoco Amoroso […] divampante verso il nostro amabilissimo Iddio” (5) in cui troviamo riecheggiare le espressioni del Bernini in riferimento a Santa Teresa, si coglie una visione cupa e drammatica del mondo su cui indugiavano le prediche quaresimali.

 

Per evidenziare l’enorme distanza che separava Aurelia dalle altre donne di nobile stirpe e nel contempo per sottolineare la barbarie morale che si respirava presso le corti, il Frugoni ricorse a Elfrida (945 - c.1000), seconda o terza moglie di Edgardo d'Inghilterra, prima moglie di un re a essere consacrata e incoronata Regina di quel Regno, divenuta la matrigna di molti racconti medievali in quanto presunta mandante dell’uccisione del figliastro Edoardo il Martire.

 

Edegaro, suo marito, stravedeva per lei come l’imperatore Claudio per Agrippina. Così la descrive il Frugoni: “Tanto fece Edegaro verso di Elfreda, che è come Claudio in risguardo di Agrippina. Ella rescrìveva, ella prescriveva, ella proscriveva, le gratie, le leggi, le genti: La di lei Camera era una Segnatura, dove chi entrava, con le marche, ne usciva assoluto dalle Arche. Ivi si segnava ogni Memoriale, e si cancellava la memoria dei delitti commessi, pur che lo spolverino fosse d'oro; Ivi si sognava ogni Cabala, e sinquisiva l’apparenza di colpe immaginarie, pur che il fondo fosse d’argento; Ogni attribuito delitto, benche Capitale, si depennava da chi si spennava, coll’offerire al Tempio di quell’Iside le piume maestre, da chi contrìbuiva a quella voragine d’avaritía il suo capitale, per non perdere il Capo” (6).

 

La Giustizia era oppressa tutto l’anno potendo respirare per un solo momento, continua il Frugoni, e i vezzi di Elfreda erano talmente suadenti che addormentavano qual fosse una Sirena tutti coloro che non si inceravano le orecchie. Il Re sembrava un Picchione (picchio muraiolo, ma anche stolto) che si faceva spennacchiare invero come un’Aquila, potendo dimostrare la sua regalità solo fingendosi una colomba. Nonostante l’ingorda Elfreda fosse interessava maggiormente a incamerare soldi che a far figli, rimase incinta e partorì un bambino che appena venne alla luce, forse per il dolore di essere stato partorito da una madre simile, decise di non respirare più e di morire pressoché istantaneamente. Il dolore di Edegaro gli servi per prendere decise contromisure verso la moglie che esautorò, lasciandole esclusivamente il maneggio delle faccende domestiche.

 

Ma anche in quel ruolo seppe mungere al meglio i servitori poiché decimò le loro prebende, ridusse i salari, tanto da far esclamare a tutti i suoi dipendenti che “l’avarissima Donna adorava il suo Dio Quattrino, più assai del Trino” (7).

 

Ma lasciamo direttamente la parola al Frugoni, per comprendere al meglio la sua straordinaria vena letteraria e la feroce critica che si snoda attraverso ricorsi ad antichi miti e col paragonare le ruberie della donna alla ladreria di colui che al tavolo da gioco non si cura affatto di spennare a più non posso gli incauti che sventuratamente si siedono accanto a lui.

 

“O che rabbiosa libidine di tesoreggiare a guisa di una Tesiſone debaccava nel petto della Triſauce, che havea tante gole quanto un Cerbero per tracannare le altrui sustanze? Applicossi per tanto al giuoco: ma chi voleva guadagnar seco perdeva, e chi si lasciava vincere guadagnava. Con un fascio di carte metteva a fascio ne scrigni suoi le doble; allo rozzolar di tre Dadi, tirava a se le monete, e facea ritirare molti corivi, a sembianza di Mone. Con li numeri di que’ punti sapea così ben sommare, meglio sottrare, ed ottimamente moltiplicare, che ſacea rimaner con un zero, chi seco s’imbatteva a cimento. Ella era un lampo, che assorbiva l’oro nelle borse, che solo restavano illese, perche non valevano lievi. Ella era una ventosa, che non lasciava di attrarre il sangue, sin che ve n’era. Ella era una sanguísuga, ma stravagante poiche succhiava le vene a i ben stanti, e non a gl’infermi, In questo solo parea, che havesse del Grande, che quando havea spremuti gli aranchi, gli gittava da se con disprezzo, perche più non havevano humore. Tutto al rovescio del decantato Proverbio, che cantar suole il Pellegrino vuoto al rintoppo del ladro, permettea, che se non cantanti almeno suonati con un borsone entrassero a lei molti venturieri, ma poi ne partivano sventurati e piangenti. Chi l’osservava ad un tavolino al quale faceano naufragio quelli, che si attaccavano, sembrava oro, a gli occhi voraci, un’arpìa, ma più con le mani, che giuocavan da vero sinistramente destre, alla mensa, non già di Fineo, ma di Mida, perche il convitato havea dinanti portioni d'argento, potioni d’oro. Per non più potere saccomettere un Regno, rubbava molti Ducati, e chi non ne voleva lasciarle il resto, restava lasciato. In sostanza ella era una gran Barra, che haria spogliato, anco un cadavere nella Bara; anzi chi seco avvenivasi col dipartirsene stocheggìato, e sepolto, potea come nudo farsi dar sepoltura” (8).

 

Venendo nello specifico a quando ella giocava a Tarocchi ricordiamo quanto precedentemente detto al riguardo e cioè che a quell’epoca non solo quelle carte non esistevano ma neppure altri giochi sempre di carte che il Frugoni indica come strumenti di Elfreda per storcere denaro, come la Primiera e il Picchetto, dato appunto che le carte fecero la loro apparizione in Europa verso la prima metà del Trecento e i tarocchi all'inizio del Quattrocento.

 

Di interesse appare un’espressione inedita riferita all’aspetto ludico dei tarocchi, e cioè il possedere “il gruppo dell’Impiccato” a indicare colui che era avventuroso al gioco. Riguardo alla frase “gíuocava volontieri a Tarocchi, credo per simpatia, per esser Giuoco di molte Bestie” occorre ricordare, che con “molte bestie” l’autore potrebbe essersi riferito ai tanti personaggi che giocavano ai tarocchi, considerati dalla Chiesa del tempo come animali senz’anima dato la peccaminosità del gioco, foriero di bestemmie e di furiose liti a cui spesso si lasciavano trasportare i convenuti. Inoltre la simpatia della regina verso quelle carte ne identificava la sua natura di bestia, dato che tale era.

 

Nei Trionfi, poi, appaiono diversi animali, come ad esempio, il leone nella Forza, il cane nel Matto, l’aquila nell’Imperatrice e nell’Imperatore, i cavalli nel Carro, il granchio nella Luna e le figure in forma di animale nella carta del Mondo  (Tetramorfo ovvero un toro, un’aquila, un angelo e un leone a identificazione dei quattro Evangelisti). E proprio a proposito del fatto che nei Tarocchi “v’è tutto il mondo” il Frugoni sottolinea che a Elfreda quella carta piaceva molto dato che “ella è così ambitiosa, che gode di haverlo in mano se ben dipinto”. Riguardo il Diavolo, la regina non lo scopriva mai ma era da quello alzata, a significare che quella grande Bestia la sosteneva nella vittoria, dato che il demonio aiuta sempre i suoi simili o quelli che a lui ricorrono. Molti, ovviamente, si sedevano al suo tavolo sapendo già che avrebbero perso i loro danari, ma lo facevano volentieri, poiché speravano, con l’impinguare la di lei borsa, che ella si sarebbe ricordata di favorirli in seguito nei loro affari: “Madama, Io vi racocomando [sic] di tutto cuore la continuatione in prottegger li miei affari” (9).

 

Al termine di tanta malevole critica, il Frugone chiederà il perdono dei lettori con il dire che non sarebbe stato possibile scrivere delle Stinfalidi (10) senza provare un senso di nausea o dipingere una pantera senza porre le macchie sulla sua pelliccia.

 

Di seguito lo scritto originale del passo brevemente sopra illustrato:

 

“Era fortunatissima, perche la fortuna, come cantar si suole, delle Pazze hà cura; Mà essa non havea cura della Fortuna perche frà l'arte, e l’inganno la si fabricava à sua posta. Molti sospettavano, benche vanamente, che havesse addosso il gruppo dell’Impiccato, come dir si suole di chi è venturoso a giuoco; Io, Signore, dirò più vero, che gestiva con le dita prosciolte al segno, e perciò senza gruppi che faceva impiccare di rabbia, con cambiar spesso al competitore le carte in mano, senza cambiar mai quella sua faccia di Cartone dipinto. Non si trovava contenta più, che quando havea flusso, perche evacuava al suo rivale la borsa, ed ella formava la Pilola con un manîpolamento si svelto, che lo si faceva venire, con darla ad altri; Adiveniva perciò, che chi seco s’imbateva a giuocar la piccoletta Primiera, da voi Signori Francesi inventata, perdea la testa, perche mai non ne haveva una. Riusciva ancora mirabile nel Picchetto (perche v’era addusata ancora fuori di giuoco) mentre con dar spesso Cappotto, toglievalo a chi non havea più contanti; e di questo si gloriava asserendo, che lo spoglio era lecito in buona guerra. Nel giuoco de i Tarocchi, lo divenivano tutti quelli che lo giuocavano seco, perche si sfamava sovente con fare pastici d’aria per impinguarsi; e veramente Donna di tanto vento, non dovea nudrírsi che d’aria. Gran genio havea a questo Giuoco, e non me ne maravíglio, poiche vì è dentro il diavolo; ma guarda, che mai esso lo discuoprisse, perche sempre lo tenea coperto; non lo alzava, ma era da quello alzata, essendo solito a dirsi, ch’ei porge aiuto a quei, che son suoi; ma Dio ci guardi di essere in questa forma soccorsi, benche quì siamo in pena!

In ristretto, Signore, ella gíuocava volontieri a Tarocchi, credo per simpatia, per esser Giuoco di molte Bestie; anzi perche v’è tutto il Mondo, ed ella è così ambitiosa, che gode di haverlo in mano se ben dipinto. Nel giuocar poi dell’Occha, ella non era un Occha, perche haveva sempre, all’uso, di chi comanda una gran sequentia; O che coloro si, che si dipartivano da lei pelati ad impennare piume novelle, per farsi di nuovo pelare: E v’era tale, così bramoso di perdere per sormontare all’intento di qualche impertinente pretensione, che al licentiarsi ogni sera, con lasciar ivi all’uscita ogni sua entrata, altro non solea dire, che questo moto; Madama? Io vi racocomando [sic] di tutto cuore la continuatione in prottegger li miei affari.

E qui già mi par, mio Signore, che mi accusiate di tropo Critico; ma compatitemi, ch’io vesto la materia degli acidenti che da quella dimanano? Non si può ragionar delle Stinfalidi senza nausea, né si può pingere una Pantera sì cruda, senza le macchie” (11).   

 

Note

 

1 - Si leggano del Frugoni i saggi Il Cane di Diogene  Il giuoco di Tarocchi: un simbolo dell'Humana vita e I Tarocchi in Letteratura IV

2 - Francesco Fulvio Frugoni, La Vergine Parigina, Volumetto Secondo, Venetia, Per Combi, & La Noù, M.DC.LXXVI. [1676]. La prima edizione vide la luce nel 1661 a opera degli stessi editori.

3 - Pietro Francesco Orta, Orazione giaculatorie di molti santi e servi di Dio, con diversi racconti esemplari. Opera d’un religioso della Compagnia di Giesù, Orazione 50, In Roma, Per Gaetano Zenobi, stampatore, e intagliatore della Santità di Nostro signore Clemente II, avanti il Seminario Romano, 1706, p. 17. Il nome dell'Autore si ricava da: Sommervogel, Dictionnaire des ouvrages anonymes, p. 672.

4 - Francesco Fulvio Frugoni, op. cit., p. 48.

5 - Ibidem, p. 467.

6 - Ibidem, p. 208.

7 - Ibidem, p. 211.

8 - Ibidem, p. 211-212.

9 -  Un medesimo atteggiamento è descritto da Antonio Abati nella sua opera Le Frascherie del 1651, dove  le elergizioni di denaro da parte degli uomini alle belle dame hanno come finalità l'essere annoverati i migliori fra i 'cavalier serventi'.

10 - Gli stinfalidi, così chiamati dall'antica città greca di Stinfalo, erano uccelli che dimoravano presso un lago paludoso nutrendosi di carne umana. Vennero uccisi tutti da Eracle.

11 - Francesco Fulvio Frugoni, op. cit., p. 212-214.