Saggi di Andrea Vitali

Il Theatro de' Cervelli

Le carte da gioco e l'azzardo

 

IL THEATRO DE' VARI, E DIVERSI CERVELLI MONDANI
di Tomaso Garzoni da Bagnacavallo

E altri documenti rinascimentali di Anonimo, di Pietro Aretino e di Giovan Battista dell'Ottonajo



Per comprendere la mentalità degli uomini del rinascimento riguardo il gioco d’azzardo, ai fini nostri risulta di una certa utilità l’opera di Tomaso Garzoni da Bagnacavallo Il Theatro de' vari, e diversi cervelli mondani (Venezia, 1585), dove in cinquantacinque capitoli l’autore tratta un’estesa varietà di “cervelli” (dai volubili e pigri ai determinati e seri) indagati nei più svariati campi dello scibile e delle professioni (astrologi, alchimisti, scienziati, letterati, etc.) corredando questa sua amplissima tipologia con aneddoti derivati essenzialmente dall’antichità classica.


Nel “Discorso XLI” dal titolo De’ Cervellazzi dissoluti in giochi, crapule, e dishonestà del mondo l’autore illustra l’opinione del tempo riguardante il gioco d’azzardo e i suoi estimatori, fornendoci una visione laica che coincide per molti aspetti con quella religiosa che ci viene offerta dall’anonimo monaco autore del Sermo perutilis de ludo (Sermone utilissimo sul gioco) dell’inizio del sec. XVI.



La condanna della Chiesa contro il gioco d’azzardo era già stata pronunciata diverso tempo prima: uno dei più ardenti predicatori in tal senso fu San Bernardino da Siena che proprio a Bologna tenne un celebre sermone nella Quaresima del 1423.


Per un confronto dei due atteggiamenti, quello laico e quello religioso, riporto per intero la sezione sui giocatori scritta dal Garzoni e alcuni stralci dal Sermo perutilis de ludo, con l’aggiunta di un canto carnascialesco composto da un certo Batista o Giovan Batista dell’Ottonajo, fiorentino.

 

 

DE’ CERVELLAZZI DISSOLUTI IN GIOCHI, CRAPULE,

E DISHONESTÀ DEL MONDO

 

Discorso XLI

 

 

Sono i cervellazzi dissoluti quelli, che mostrano comunemente la loro dissolutione in giochi, in crapule, in disonestà del mondo. De’ giochi dissoluti parla quel passo dell’Essodo. Sedit populus manducare, & bibere, & surrexerunt ludere. La qual dissoluzione causa mille peccati; come risi immodesti, cachini vani, ciancie inutili, parole buffonesche, & bestemmie scelerate. Per questo dopò ch’Esaia, arguendo il popolo del gioco, hebbe detto. Super quem lusistis? Aggiunse. Super quem aperuistis os, & eiecistis linguam? Non parliamo ora de’giochi piacevoli, & civili: perche questi sono un’honesto trattenimento, & solazzo à gli animi nostri; & sono dalla sentenza del Filosofo approvati, qual, recitando il parer d’Anacarso Scitha, disse, che talhora era necessario spassarsi con i giochi, acciò che l’animo si riposasse un poco; e ripigliando vigore, più sottilmente interpretasse poi le cose alte, & difficili della Filosofia. Ma parliamo de’ giochi prohibiti, de’ dadi, di carte, e di tutte le sorti, e similmente di tutti i tripudii pieni di mollitie, & di lascivia; ne’ quali intervengono mille peccati il giorno, e l’hora. Ivi interviene la cupidità, radice di tutti i mali, anzi la rapina, che vuol spogliare il prossimo; l’immisericordia verso quello, che li cava fino la camicia, se può; l’inganno che spesse fiate occorre meschiato col furto; la bestemmia contra Dio, il disprezzo della Chiesa, la corruttela del prossimo, il peccato dell’ira, l’ingiuria contra il fratello, & la villania; l’innoservanza della festa, & l’homicidio alcune volte. Ivi accadono i giuramenti, gli spergiuri, il testimonio iniquo spesse fiate, il desiderio ingiusto della robba d’altrui. Ivi avengono tutte le sciocchezze, e le stoltitie, che l’huomo possa imaginarsi. Un giocatore diventa servitore del gioco, anzi schiavo, che non può in alcun modo alcuno spiccarsi da quello; perde il suo vanissimamente, conosce la malitia del gioco, e non la fugge, riceve danno da esso, & volge l’ira contra Iddio, prepone il diletto de’ tre dadi alla divina lode; per non esser otioso, stà maggiormente otioso. La onde disse San Bernardo. Pro vitando otio, otia sectari, ridiculum est. Consuma il tempo più precioso dell’oro; stà sul gioco, mentre camina tuttavia alla morte. Onde disse Job. Ducunt in bonis dies suos, & in puncto ad inferna descendunt. Non è putto, & si dimostra putto al possibile, attendendo alle cose vane propriamente, e puerili. O stoltitia, ò sciocchezza grande de’giocatori, Cabilone Lacedemonio, essendo mandato Ambasciatore à Corintho, per far lega; trovando i principali, & i più vecchi de’ Corinthii, che giocavano à dadi, se ne partì scandalizzato, senza far altro, dicendo, che non voleva macchiare la gloria de’ Spartani con questa infamia, che fossero detti d’ haver fatto lega con giocatori. Del Rè de’ Parthi si legge, che mandò al Rè Demetrio dadi d’oro, solo per rinfacciarli la sua leggierezza. Sara, figlia di Raguele, in Tobia al terzo, mostrando, che havea fuggito tutte le dissoluzioni de giochi, disse verso il Signore in una sua oratione. Numquam cum ludentibus me miscui: neq; cum his, qui levitate ambulant (1).

 

 

SERMO PERUTILIS DE LUDO CUM ALIIS

 

Estratto

 

 

Un anonimo monaco all’inizio del secolo XVI in questo suo scritto sui giochi si accanì contro i Trionfi che considerava, assieme alle carte e ai dadi, un gioco d'azzardo inventato dal demonio, secondo i detti di San Tommaso, di San Bernardino e di molti altri (Genera ludorum fortunae. Que omnia secundum Thom. & c. et multos  alios a dyabolo inventa sunt). Egli giustificò la sua affermazione asserendo che l’inventore di questo gioco, cioè il Diavolo, per trascinare gli uomini al vizio, aveva deliberatamente usato figure solenni quali il Papa, l’Imperatore, le virtù cristiane e persino Dio. Al di là di questa disamina sul gioco d’azzardo, lo scritto risulta importante per la storia dei tarocchi in quanto il buon monaco vi riportò la prima lista di Trionfi conosciuta (Si legga a questo proposito L'Armonia Celeste all'interno del saggio La Storia dei Tarocchi. Rimandiamo inoltre il lettore al saggio Semi Simbolici nel quale sono riportati i significati dei quattro semi come descritti nel manoscritto).

 

Ma veniamo alle sue parole: "Nam in primitiva ecclesia per omnes civitates fuerunt hedificati episcopatus, ecclesie parochiales, et capelle, et ordinaverunt episcopum et sacerdotes parochiales et capellanos et sacristas retinentes reliquias sanctorum et altaria et calices et hostias. Et omnes fideles concurrebant ad ecclesias et maxime in Navitate Domini. Et tanta erat laus divina cum canticis organis &c. quod totus mundus et aer replebantur laudibus. Et exinde demones fugerunt ad infernum. Quos interrogavit magnus Lucifer qua de causa fugissent. Tunc surrexit quidam dyabolus nomine Azarus et dixit totum ordinem dicte fuge parabolice. 'Sed si tu vis mihi obtemperare, ego faciam pervertere quicquid illi fecerunt in contumeliam dei et tui ipsius amorem.'  'Et quid facies,' inquit ille? 'Constituam,' ait, 'in civitatibus et castris et villis episcopatum seu baratariam, et episcopum baraterium verum. Et in nocte Navitatis Domini plus veniret ad ecclesiam nostram quam ad ecclesiam Dei. Et ecclesie nostre parochiales erunt taberne. Et sacerdotes erunt tabernarii, et capelle nostre erunt apothece, et capellani erunt apothecarii. Et sacristie nostre erunt domus macellariorum ubi stabunt reliquie nostre, seu taxilli, ossa nostrarum sanctarum bestiarum. Et carte erunt ymagines. Altare erit banchum. Lapis consecratus erit tabulerium. Calix erit cyathus vini. Hostia erit ducatus aureus. Missale nostrum erit taxillus: carte hujus missalis erunt cartule et triumphi" (Al tempo della Chiesa primitiva in tutte le città vennero costruiti i Vescovadi, le Chiese parrocchiali, le Cappelle e vennero ordinati il vescovo, i parroci, i cappellani e i sacrestani che custodivano le reliquie dei santi, gli altari, i calici e le ostie. E tutti i fedeli si recavano in massa nelle chiese, soprattutto nel giorno di Natale. Così grande era la lode a Dio con canti, organi ecc. che tutto il mondo e tutto il cielo erano pieni di queste lodi. E quindi i diavoli fuggirono all’inferno. Il grande Lucifero chiese loro per qual motivo fossero fuggiti. Allora si alzò a parlare un diavolo di nome Azaro e spiegò ordinatamente il motivo di detta fuga. “Ma se mi darai retta, io tutto quello che loro hanno fatto lo trasformerò in offesa a Dio e in amore per te”. “E che farai?” disse quello. “Fonderò” disse “nelle città, nei castelli e nei villaggi un vescovado, cioè una bisca e come vescovo un biscazziere. E nella notte di Natale verranno più alla nostra chiesa che a quella di Dio. Le nostre chiese parrocchiali saranno le osterie. I sacerdoti saranno gli osti e le nostre cappelle saranno le botteghe e i cappellani saranno i bottegai. E le nostre sacrestie saranno le botteghe dei macellai dove staranno le nostre reliquie, ovvero i dadi, le ossa delle nostre sante bestie. E le carte saranno le icone. L’altare sarà il banco. La mensa consacrata sarà il tavoliere. Il calice sarà il bicchiere da vino. L’ostia sarà il ducato d’oro. Il nostro messale sarà il dado: le pagine di questo messale saranno le carte e i trionfi).

 

I numero dei punti presenti in ciascuna faccia di un dado diventano per il buon religioso altrettante stanze inventate dai diavoli, dove sono stati posti  giochi di natura infernale (2).

"Qui quidem taxillus habet 21 punctos dyabolo consecratos.
Qui quidem puncti 21 sunt gradus unius scale descendentis in inferum. Et nota quod quilibet taxillus habet 6 stantias: in quibus collocati sunt isti gradus; qui designant 21 ludos fortunae quibus utitur lusor, et sunt nomina demonum.
Ogni dado ha ventun punti consacrati al diavolo. Questi ventun punti sono i ventun gradini che scendono all’inferno. E occorre notare che ogni dado ha sei stanze (le sei facce del dado, n.d.t.) dove sono collocati questi gradini, che designano i ventun giochi d’azzardo e sono nomi di demoni.


Nam in prima stantia est unus punctus quod dicitur As nomen dyabolicum. Et quando vocat "as," vocat dyabolum ut adjuvet se frangere spatulas.
Nella prima stanza c'è un punto, che dicono As, nome diabolico. E quando chiami “as” chiami il diavolo affinché ti aiuti a romperti la schiena.


In secunda stantia sunt duo puncti, designantes duos ludos quorum primus dicitur Scartago, secundus Assobini, duo nomina demonum.
Nella seconda stanza vi sono due punti, che designano due giochi di cui il primo di chiama Scartago, il secondo Assobini, due nome dei demoni.


In tertia stantia tres sunt puncti, quorum primus dicitur Sozo (vel ydiomate nostro Scartabellare, ludus cartularum valde damnosus), nomen illius demonis sic vocati. Et quando barateus potest, dicit "Tra a quilli" Et tunc socius ait, 'Sozo, diavolo,' honorando auctorem suum. Et socius respondit, ' Chel te possa portare et cavarte uno ochio, et strascinarte per questa scala'
.
Nelle terza stanza vi sono tre punti dei quali il primo detto Sozo, (nell’idioma nostro Scartabellare, gioco di carte molto dannoso), dal nome del loro demone. E quando il biscazziere può, dice “Tra a quilli”. E allora il compagno dice, onorando il suo padrone “Sozo, diavolo”. E il compagno risponde “Che ti possa portare e cavarti uno occhio, e trascinarti giù per questa scala”.


Secundus punctus dicitur Azaro (vel potius, La Basseta, ludus cartularum qui ponit lusorem al basso). Tertius Sequentia. Iste ludus fit cum tabulis.
Il secondo punto si chiama Azaro (o meglio, La Bassetta, gioco di carte che mette a terra il giocatore). Il terzo Sequenza. Questo gioco si fa col tavoliere.


In quarta stantia sunt quatuor puncti qui significant quatuor ludos. Quorum primus dicitur Menoretto curto, id est, ad furchas ante senectutem.
Secundus dicitur Menoretto longo, id est, ad hospitale toto tempore vite sue. Tertius dicitur Sbaraglio, id est tutta la roba. Quartus Sbaraglino, id est, lain en lo corpo.
Nella quarta stanza vi sono quattro punti che significano quattro giochi. Dei quali il primo si chiama Menoretto corto, cioè alla forca prima della vecchiaia. Il secondo si chiama Menoretto lungo, cioè (ricoverato) in ospedale per tutta la vita. Il terzo si chiama Sbaraglio, cioè tutta la roba. Il quarto Sbaraglino, cioè l’hai in corpo.

In quinta stantia sunt quinque puncti figurantes quinque ludos. Quorum primus dicitur Perdi o vinci. Secundus dicitur Sette o sey. Tertius Buffa Aragiato, aut Ronfa, id est desconza hay la borsa (del buffa aragiato). Et est crudelis ludus, quia multos ducit ad paupertatem. Quartus dicitur Scarga lasino, id est quicquid habet in domo. Et remansit nudus et levis. Quintus A uno tracto e mezo.
Nella quinta stanza vi sono cinque punti raffiguranti cinque giochi. Dei quali il primo è Perdi o vinci. Il secondo è detto Sette o sei. Il terzo Buffa Aragiato, oppure Ronfa, cioè hai la borsa sconciata (del buffa arrabbiato). Ed è un gioco crudele che ha ridotto molti in povertà. Il quarto si chiama Scarica l'asino, cioè tutto quello che possiedi in casa. E resti nudo e leggero. Il quinto A un tratto e mezzo.


Aliter In quinta sunt Ronfa, ludus cartularum, Crica ludus trium cartularum. ('Cruca' melius sonaret. Nam in lingua sclava dicitur panis; quia ludit panem filiorem. Et ludit hoc ludo dando cartulas a 3 a 3.) Milaneso; vel al 50, (ad quem numerum qui citius pervenerint cum cartulis lucrantur), ludus cartularum novus. Falcinelle (sive, A la terza a la quarta) ludus cartularum. Fuxo, volve cartam in principio. (Ludus cartularum noviter inventus. Sed interpone l post f, quid est fluxus. Et significat instabilitatem denariorum, quia sicut fluxus emittat sanguinem hominis sic ludus, &c.)
Altrimenti nella quinta stanza ci sono Ronfa, gioco di carte, Cricca, gioco di tre carte (Meglio dire Crucca. Infatti in lingua slava significa pane, perché ci si gioca il pane del figli. E si gioca a questo gioco dando carte a tre a tre) Milaneso; o al 50 (al quale numero chi arriva primo lucra con le carte (vince, N.d.T)  chi arriva prima a questo numero), gioco di carte nuovo. Falcinelle (o Alla terza alla quarta), gioco di carte. Fuxo, gira la carta all'inizio. (Gioco di carte inventato da poco. Se metti una elle dopo la effe, diventa il gioco del flusso. E significa instabilità dei soldi, perché come il flusso emette il sangue umano, così il gioco, etc)


In sexta stantia sunt sex puncti, significantes sex alios ludos. Quorum primus dicitur Spagnolo reverso, et est ludus alearum. Secundus dicitur Al trenta per forza. Tertius, Ochaba cha (or da) lasso. Quartus, Lo imperiale. Quintus, Passa el diece. Sextus, A chi non piace la volta la dia al compayno. (Vel. Ha un tracto e mezo). Et omnia ista sunt nomina demonum.
Nella sesta stanza vi sono sei punti significanti sei altri giochi. Dei quali il primo si chiama Spagnolo reverso, ed è un gioco di dadi. Il secondo si chiama Al trenta per forza. Il terzo, Ochaba che ha (o dà) l’Asso. Il quarto, Lo imperiale. Il quinto, Passa il dieci. Il sesto, A chi non piace la volta la dia al compagno. (o A un tratto e mezzo). E son tutti nomi di demoni.


Et ista est ratio quod homines plus blasfemant in ludis quam in aliis, quia tot demones vocant ad sui ruinam quot puncti sunt in dadis. Et quum omnes perdant in ludo, opinio est quod illi denarii - ubi est sanguis viscerum Dei, Christi, et sanctorum - reserventur in manibus dyabolorum, qui eos distribuunt desperatis petentibus pecunias a demonibus.
E questa è la ragione per cui gli uomini  blasfemano più durante i giochi che in altre cose, perché tutti i demoni ne invocano la rovina per quanti punti vi sono nei dadi. E quando tutti  perdono nel gioco, è opinione che quei denari - dove c’è il sangue di Dio, del Cristo e dei santi - vadano nelle mani dei diavoli, che li ridistribuiscono ai quei disperati che lo richiedono ai demoni".

                                                                                            

                                                                                            LE CARTE PARLANTI

                                                                                                 di Pietro Aretino


Altrove, parlando del significato dei semi delle carte da gioco (si veda l’articolo Semi Simbolici), si è fatto riferimento all’opera Le Carte Parlanti di Pietro Aretino (Venezia, 1543), composta in forma di dialogo fra carte, appunto “parlanti”, e un artista che le dipingeva, chiamato il Padovano. In essa, apparsa all'inizio con il titolo Dialogo del divin P. Aretino nel quale si parla del giuoco con moralità piacevole, l’Aretino propone anche una disamina del significato dei Trionfi dei tarocchi in cui traspare, accanto ad un evidente sarcasmo, un atteggiamento di rispettoso ossequio verso le carte e il gioco, qualora utilizzati con la giusta moderazione. La sua interpretazione dei Trionfi trae ispirazione soprattutto dalle emozioni dei giocatori e dalle conseguenze che il gioco induce nei suoi praticanti. Tale interpretazione risulta in alcuni casi di grande interesse con contenuti di carattere pressoché dottrinale, come ad esempio troviamo a proposito degli Astri (Sole, Luna, Stelle), della Giustizia e dell’Angelo, della Torre e della Papessa.


A proposito dei tre luminari e dei segni zodiacali presenti nei tarocchi fiorentini, accanto ad una valutazione coerente con la omogeneità interpretativa della maggior parte dei Trionfi (in questo caso che il gioco si pratica ad ogni ora del giorno e della notte e in ogni luogo), troviamo anche il concetto che “non si rompe un bicchiere quaggiuso che nol permetta chi sta là suso”, motivo per cui “il Cielo interviene nel collegio” delle carte.


La presenza della Giustizia e dell’Angelo vengono definiti come necessità, la prima per fuggire gli inganni e il secondo quale beatitudine riservata a coloro che hanno vissuto nella sofferenza.


Riguardo la Torre, qui chiamata “Magione di Plutone”, l’interpretazione dell’autore sottolinea quanto da me espresso a proposito di questo Trionfo (si legga il saggio iconologico relativo), laddove il Dio degli Inferi “trascina a casa maledetta qualunque manca alla prudenzia, alla temperanza e alla fortezza che si figura nelle carte”.


Interessante la valutazione della Papessa da cui risulta un rapporto inequivocabile con la Papessa Giovanna. Scrive infatti l’Aretino che essa  “è (posta, n.d.r) per l’astuzia di quegli che defraudano il nostro essere con le falsità che ci falsificano”. Anche se oggi attribuiamo alla carta della Papessa il significato di fede cristiana, in riferimento alla Scala Mistica che connota l’insieme dei 22 Trionfi, risulta evidente come il mito della Papessa Giovanna fosse ben presente nell’immaginario collettivo degli uomini del Rinascimento.


Di seguito si riportano i passi relativi a quanto sopra esposto:

 

PADOVANO: Dice (il confessore del Padovano,n.d.r) che, in far voi, io metto in campo le bestemmie, i latrocinii, gl’inganni, le crapule, le lussurie, gli spergiuri, le falsità, le menzogne, i disturbi, le inimicizie, le crudeltà, il diavolo, la versiera, la fantasima, e la tregenda.

CARTE: Vorremmo che egli ci dicesse, quali son quei mestieri che non portino seco simili tristizie e anfanamenti. Ecco, la mercanzia è suggetto assassinio. ribaldo, astuto, ladro, doppio, tenace, asino, arrogante, incomportabile. traditore. inumano. vigliacco, giudeo, mendace, e facchino; nondimeno il bene usarla la dimostra come i buo­ni la desiderano.

PAD: Bel discorso.

CAR: Chi negarà che la prudenzia non sia una delle prime virtù? Ed essendo tale, chi dirà  ch’ella, tra noi carte è la più importanza del tutto, si travaglia nei precipizii altrui? Son bestie villane, e non creature nobili quelli che giuocando si strac­ciono il cuore delle viscere, perdendo. Deve il mercante che se gli affonda la nave carica, doppo lo stringersi nelle spalle, cercare di rinfrancarsi con gli avanzi dei traffichi seguenti, a caso che il mare s’ inghiottisca il capitale, far conto che la pazienzia gli sia credito: e con questo esempio dovrebbe restarsi in pace ognuno che perde il tutto, mettendo la perdita per facultà, tanto più, quanto chi giuoca ha pur qualche piacere, che chi mercanta è privo d’ ogni spasso.

PAD: Volete dir voi, che chi ha goduto una volta, non ha stentato sempre, e chi ha stentato sempre, non ha goduto mai

CAR: Tu ci hai corretto facetamente, volendo noi inferire che sia meglio il rimanere ser frullo giuocando, che don fallucchio mercantando: perché le carte nel rovinar l’uno gli son talora apparite giuocando, ma la mercanzia. nel fracassar l’altro, non gli mostrò mai un buon volto.

PAD:Voi l’ avete esplicato benissimo.

CAI: Certamente le nostro figure confortano la vista, e le lor partite la disgregano.

PAD: É però più utile il giuocare che il mercantare?

CAR: Chi ne dubita!

PAD: Vo pensando.

CAR: A che?

PAD: A quel che più non ho pensato di voi.

CAR: Fai bene

PAD: Ed è ciò che da me non si è più compreso nei vostri andamenti.

CAR: Il cuore di colui che disputa di materie importanti. esulta nella efficacia della mente, la qual procrea i pensieri, che formano le cose, che poi distingue la lingua, caso che chi lo ascolta accenni con la intelligenzia di capire i sensi dei concetti che esso prepara di esprimere.

PAD: Cotesto parlare isquisito avete voi rubbato du qualche giuocatore dotto?

CAR: Indovinasti.

………

CAR: Or alla causa, perché il Cielo interviene nel collegio del nostro numero, egli è chiaro che non si rompe un bicchiere quaggiuso che nol permetta chi sta là suso.

PAD: Perché così?

CAR: Va, dimandane il Cancro, il Sagittario, il Pesce, il Leo, il Libra, il Capricorno, il Gemini, il Tauro, il Vergine, l’Ariete, lo Scorpio, e l’Acquario, che nei Germini (i tarocchi fiorentini, n.d.r) e nei Tarocchi si son fatti ritrarre, forse perché i cervelli di coloro che se gli rivolgono fra le dita…

PAD: Becchin su del celi celorum

CAR: Madesì

PAD: Ah, ah, ah,ah

CAR: Anche il sole, anche la luna, anche le stelle ci han voluto essere dipinte per dimostrare che il giuoco si frequenta il dì e la notte, da ciascuno e in ogni lato

PAD: Poiché vi degnate di espormi il tutto, chiaritemi del perché la Giustizia e l’Angelo si travaglino in simil tresca?

……..

CAR: La Giustizia, e l’Angelo che tu dici, è locato tra noi con mistero grandissimo: imperocché quella dinota il come si deve fuggir l’inganno fin nelle cose che quasi non si possono eseguire senza fraude: e questo significa la beatitudine che si acquista nella sofferenza delle cose sottoposte alle forze degli infortunii.


Di seguito l’Aretino, sempre attraverso il parlare delle carte, mette in evidenza come un Romito, cioè un Eremita non abbia la stessa forza fisica e d’animo di un gentiluomo che gioca a carte da mattina a sera e dalla sera alla mattina.

 
PAD: Volete voi ch’io mi creda che il martirio d’un che si rifrusta le carni, si confaccia col piacere di chi sta a sedere?

CAR: No

PAD: E che dunque?

CAR: Che tu non reputi spasso l’assiduità di colui che giuocherà senza mai levarsi da quel luogo le mezze settimane e le intere; onde la rogna non gli rode e le pulci non lo pizzicano, perché non sente pizzicarsi né rodere (come accade ad un eremita, n.d.r). E più  diciamo, che non isputano e non si soffiano il naso per non consumar quel tempo fuor del gioco.

PAD: Cotesto è cosa vecchia del giocatore.

CAR: Sarà ben caso nuovo, se tu dicessi d’aver visto un Romito perseverare in flagellarsi cotanto spazio d’ore.

PAD: Dov’è, sorelle care, il sangue dei travagliati dal gioco?

CAR: Non sai tu che il mal francioso dalle doglie intrinseche è più crudele che quello dalle bolle estrinseche?

PAD: Sollo.

CAR: E perciò considera, se ti puoi immaginar la maggior pena di quella che si pate colui che non ha tempo di scaricare il ventre né la vessica, e pure se ne muore di voglia.

PAD: Egli non è mica baia.

CAR: Se il Romito fosse provocato da cotali stimoli nell’atto disciplinatorio, siamo certe che, senza altro ritegno, porria giuso il vincastro, con dire: Fratel, perdonami, sin ch’io faccia i miei fatti. Ma il giocatore stassi là sodo con la sofferenza d’una statua insensata, onde la natura, che vorrebbe sciorar via, non ardisce di correr per le vie solite.

PAD: Poverina

……………….

CAR: ....doppo il Cielo interessato nei nostri affari, ci volse intrigare ancora il mondo.

PAD: Seguitelo.

CAR: Il mondo che tu disegni in noi testimonia università dei giuocatori e le qualità delle frenesie loro.

PAD: Chi ci avria mai pensato?

CAR: Allegoricamente ci formi in seno Plutone, e la magion di lui; però che egli trascina a casa maledetta qualunque manca alla prudenzia, alla temperanza e alla fortezza che si figura nelle carte.

PAD: Di punto.

CAR: Il carro trionfale denota la vittoria che si trae nei combattimenti del giuoco.

PAD: Che cosa!

CAR: La morte significa l’angoscia di chi si rimane in nulla, gioucando.

PAD: Così va.

CAR: Il matto è per la stoltizia di coloro che si disperano per ciò.

PAD: È proprio pazzia.

CAR: Il traditore inferisce gli assassinamenti dei messi in mezzo.

PAD: Che ti parve!

CAR: Il papa rappresenta la fedeltà nel giuoco, e la sincerità di chi giuoca come si dee.

PAD: Buono per chi è tale.

CAR: La papessa è per l’astuzia di quegli che defraudano il nostro essere con le falsità che ci falsificano.

PAD: Forse che trasandate.

CAR: Lo imperatore contiene le leggi che si appartengono. Ed anco la dignità del grado in cui ognuno dee conservare sé stesso.

PAD: Interpretazioni da senno.

CAR: La ruota raggirata dai moti della fortuna, è tra noi locata con un mistero veduto da molti e compreso da pochi, e benché si tenga che ella predomini il tutto, in noi non ha ella ragione veruna.

PAD: L’ho carissimo.

CAR: La regina dinota il nostro essere Signore delle anime giocatrici.

PAD: È ragionevole.

………….

PAD: Ora al vecchio.

CAR: Esso dimostra con la lanterna che tiene in mano, che bisogna veder lume, e con la candela dello intelletto accesa è di mestiero d’entrare in giuoco stando sempre nella saviezza dell’uomo maturo.

PAD: A che fine è la Imperatrice nei Tarocchi?

CAR: Ella non ci sta come nei versi il vocabolo che fa la rima, ma per la significanza della imperiosità che hanno le carte in altrui.

PAD: Il Bagatella?

CAR: La ciarmeria del suo che ella è dentro e che ella è fuora, avvertisce altri del non lasciar gioucar di mano a chi ci mescola ed alza a suo modo.

PAD: E l’Amore?

CAR: Cotesto traforello, cotesto furfantina, cotesto impiegatorio è il sollecito che commuove le volontà che si pascono del giocatore. Onde ognun ci corre dietro, benché non gli siamo punto ingrate.



                                                                                   CANTO DE’ GIUOCATORI

                                                                               di Giovan Batista dell’Ottonajo



Le motivazioni della condanna risultanti sia dall’opera del Garzoni che dall’anonimo monaco si ritrovano nei versi dell’Araldo della Signoria di Firenze, certo Batista o Giovan Batista dell’Ottonajo (1482-1527), compositore di canti carnascialeschi. Il suo componimento Canto de Giuocatori si presenta come un vero e proprio monito contro il gioco d’azzardo, una denuncia che mette in luce tutte le manchevolezze nelle quali un giocatore poteva incorrere seguendo questo vizio: contro se stessi, contro gli amici, la famiglia e infine contro Dio (3).

 

Fatto sta che il gioco dei tarocchi era troppo piacevole per essere messo da parte e l’allusione dell’Ottonajo ad indicarlo come praticato anche da religiosi, trova conferma nella Risposta di Vincenzo Imperiali alla celebre Invettiva contro il Giuoco del Tarocco del ferrarese Flavio Alberto Lollio, dove in rima egli si rivolge all’amico, indignato per aver perso “tre paia di scudi”, esortandolo invece a cantarne le lodi e ad apprezzare la dignità dei suoi compagni di gioco, il Podestà e Giulio Cardinale (4).


IL CANTO

L’Amor, che ’l Ciel, Fiorenza, oggi ti porta

Ci ha l’ossa, e’ panni , che quà già portiamo,

Qual vede ognun, per questo dì prestati,

E della infernal porta,

Ove dannati in sempiterno siamo,

Sol per oggi cavati;

Acciò dir ti possiamo,

Ch' al mondo ognun di noi fu giuocatore,

E perdè roba, vita, alma, ed onore .

 

Noi fummo tanto ciechi in questo vizio,

Che quel di ricco mercante onorato,

Disperato in prigion morì fallito;

Quel giocò il benefizio,

Quel si diè morte, e da quel rinnegato

Ne fu  Cristo, e tradito;

Quel là ne fu impiccato;

Chè ’l fin del giuoco, o trista , o buona sorte,

È povertà, disperazione, e morte .

 

Con mille doppj dadi, e carte false,

Mettemmo in mezzo gli amici più cari,

Vincemmo, anz’ imbolammo qualche volta;

Ma niente ci valse,

Chè più somma, più presto, e da’ più bari

Ci fu vinta, e ritolta;

E per aver danari ,

Ponemmo ogni virtù, e ’l Ciel da parte,

Chè sempre il nostro Dio fu dadi, e carte.

 

Più volte in sù la paglia nudi, e scalzi

Lasciammo i figliuolini a’ freddi, e a’ venti,

E le povere mogli senza panni:

Sempre stemmo in trabalzi;

Sempre giuntammo gli amici, e parenti

Con furti, pegni, e ’nganni;

Sempre ascosi, e scontenti

Stemmo tra disperati, urla, e romori,

Sagramenti, bestemmie, odj, e dolori.

 

Di questa pece è ciaschedun macchiato

D’ogni qualità, stato, e condizione;

Giuocano i marruffin co i lor cassieri,

E ogni degno Prelato

Del giuoco oggidì fa professione;

Vescovi, e Cavalieri

Seguon tal gonfalone;

E giuoca il Secolare, il Prete, e ’l Frate;

E ’nfino co’ suoi Monaci l’Abate.

 

Non dunque ingrati voi, che ’n vita state

A tanto esempio, che mai fu, né fia

Dal grato Ciel permesso all’uom mortale?

Giovani, e vecchi amate

La virtù santa, e real mercanzìa?

Che ’l pentir poi non vale;

Che posto, che non sia

Giusto alcun giuoco mai, vi è tanta guerra,

Che si comincia aver l’inferno in terra.

 

 Note


1
- Tomaso Garzoni da Bagnacavallo, Il Theatro de' vari, e diversi cervelli mondani, Edizione stampata a Reggio nel 1585.

2 - Il manoscritto chiamato Sermo perutilis de ludo fu pubblicato da Robert Steele in «Archaeologia or Miscellaneous tracts relating to antiquity», Londra, Seconda serie, vol. VII, 1900, pp. 185 - 200.

3 - Anton Francesco Grazzini, Tutti i Trionfi, Carri, Mascherate, o Canti carnascialeschi, andati per Firenze dal tempo del Magnifico Lorenzo vecchio de' Medici, quando egli ebbero prima cominciamento, per infino a questo presente anno 1559, Firenze, 1750, p. 407. La prima edizione apparve nel 1559.

4 - Lollio - Imperiali, Invettiva di F. Alberto Lollio accademico Philareto contra il giuoco del tarocco e Risposta di M. Vincenzo Imperiali, ms. 257, Ferrara, Biblioteca Ariostea, ca. 1550.

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Andrea Vitali