Saggi di Andrea Vitali

I Tarocchi in Letteratura II

I documenti più importanti

 

Notturno Napolitano - Giovan Maria Cecchi - Antonio Cesari - Jacopo Soldani  - Giovan Batista Fagiuoli - Carlo Goldoni - Giorgio Baffo - Pietro Chiari - Martino Piaggio - Valentino Berni - Saverio Bettinelli - Carlo Gozzi - Francesco Augusto Bon


Notturno Napolitano


Poco si conosce di questo autore vissuto a cavallo del Quattro e Cinquecento. Poeta improvvisatore, probabilmente al soldo della milizia veneziana, morì dopo il 1552. Fu confuso con Epicuro Marcantonio e identificato a volte con Antonio Caracciolo.


I commenti dei letterati gli riservano più dinieghi che lodi.

Negli Opuscoli di Gio. Battista Vermiglioli ora insieme raccolti con quattro decadi di lettere inedite di alcuni celebri letterati italiani (1) nel capitolo Di alcuni libri di Rime Italiane rarissimi stampati in Perugia nella prima metà del secolo XVI, si trova una menzione alla sua opera sui TrionfiE’ poiché mi è occorso di riferire una edizione ancipite del Bianchino Veronese, mi piace aggiungerne altre poetiche e rarissime. Una di esse è il Gioco de' trionfi, che fanno quattro compagni, detti Delio, Timbreo, Castalio, e Caballino, con due Sonetti in laude del Bembo (2). E’ operetta in versi, ed in 8. scritta dal cosi detto Notturno napoletano. Io non conoscendola la riferisco unicamente sulla autorità della Capponiana (p.272, Op. vol. III) ove il dotto annotatore soggiugne: “Chi sia quest'Autore, per quante diligenze abbia fatte il Crescimbeni, com'egli attesta ne' Comentarj al tom. V. pag. 58. non l'ha potuto rinvenire. Cita egli bensì diverse sue Rime,e crede che fosse della scuola del Tibaldeo,e che fiorisse  verso il 1480. Dal Varchi nell' Ercolano vien posto fra i poeti scempiati. Anche il Tiraboschi ebbe a scrivere che di lui appena abbiamo notizia alcuna, sebbene sia Autore di più libri poetici, e riferendo qualche sua poesia, mostra di avere ignorata l'operetta della perugina stampa”.


Camillo Minieri Riccio nelle sue Memorie Storiche degli Scrittori nati nel Regno di Napoli (3) così scrive: NOTTURNO Napoletano, questo poeta volgare' napoletano nascose il suo nome nè mai si è potuto conoscere chi fosse. Fiorì nel XVI secolo, fu di qualche gusto e scrisse: 1° Tragedia del massimo, e dannoso errore, in che è avviluppato il fragil e volubil sesso femmineo, Gaudio d' Amore, Cato tradotto da' versi latini in volgari con nove Epitaffi d’ Uomini e donne famose con diligenza per Notturno Napoletano, Venezia, 1555, in 8. 4° Trionfi degli mirandi spettacoli fatti in Roma per l’elezione del papa, Bologna, 1519, in 12”.


Vittorio Cian nell’opera Decennio della Vita di M. Pietro Bembo (1521-1531). Appunti Biografici e saggio di studio sul Bembo (4) scrive: “Notturno. Fu napoletano, e, malgrado il severo giudizio che più tardi recò di lui il Varchi sembra godesse grande fama ai suoi tempi. Si rileggano, ad esempio, i versi che a lui consacrava Cassio di Narni nella sua Morte del Danese,i quali trovano una curiosa appendici in quelli dell’Oriolo:

vedevasi noturno in gran favore
nel mezo de li popoli taliani
alimproviso et com troppo clamore
recitar versi dotti tersi e sani
et se non chegli stesso il proprio honore
col troppo moto di piedi et di mani
turbava, et con laudar troppo se stesso
sarebbe forsi a miglior grado messo


Vedi quel poco che dicono di lui il Crescimbeni e il Tiraboschi.Aggiungeremo soltanto che bisogna credere che il Notturno fosse amico, o per lo meno, grande ammiratore del Bembo, qualora si ammetta che siano veramente suoi i due sonetti in lode del poeta veneziano".


Così l’Abate Girolamo Tiraboschi nella Storia della Letteratura Italiana (5):Del Notturno Napoletano appena abbiamo notizia alcuna. Il Quadrio crede (T. II, p. 214) , che questo non fosse già soprannome, ma cognome proprio di famiglia, e dice, che il suo Canzoniere fu stampato nel secolo XVI, senza nota né di luogo né di anno, ma ch'ei fiorì circa il 1480. In quella Biblioteca Estense però si hanno alcune Raccolte delle Poesìe del Notturno stampate separatamente in Bologna tra 'l 1517 e 'l 1519, ciascheduna delle quali è intitolala Opera nuova de Notturno Neapolitano, ne la quale vi fono Capitoli, Epistole &c. In alcune Sue stanze intitolate Viaggio egli afferma di aver viaggiato per tutte e tre le parti del mondo, ma dell'America non dice molto: 

 
E le tre parti del mondo ho cercato,
L'Affrica, l'Europa, e l'Asia doppia,
Dove cento regioni ho ritrovato,
Tutte diverse ed altre cose in coppia

 

In fatti le stesse sue Poesie cel mostrano or in uno, or in altro paese. Egli ha ancora alcuni Sonetti nel Dialetto di Bergamo; il che sembra indicarci, ch'egli ivi abitasse per qualche tempo. In due Capitoli descrive le esequie del famoso Generale Gian Jacopo Trivulzi, e del Marchese di Mantova Francesco Gonzaga, morti amendue nel 1519. Né io so, s'ei vivesse ancora più oltre. Il leggier saggio or recato delle Poesie del Notturno basta a farci vedere, che a ragione esse sono ora abbandonate alla polvere e alle tignuole".

 

Nel Giuoco de’ Trionfi, il Napolitano racconta diquattro amici di nome Delio, Timbreo, Castalio e Caballino, che, in attesa di altri compagni, decidono di trascorrere il tempo giocando a Trionfi (6). Ciascuno mette in palio un particolare oggetto da consegnarsi dal vincitore alla propria fidanzata: una forcella d’argento, una medaglia della berretta, un monile d’oro, un prezioso anello. L’interesse del dialogo, più che a motivi letterari, si deve ad una numerazione particolare delle carte dei Trionfi: 


1          Imperatore
2          Papa
3          Matto
4          Bagatella
5          Fortezza
6          Temperanza
7          Giustizia
8          Carro
9          Rota
10        Vecchio


Evidentemente si tratta di un ordine che fa comprendere come all’autore non interessasse la precisa aderenza al gioco, ma solo ed esclusivamente l’aspetto letterario, che volle libero da qualsivoglia costrizione.

Altre Commedie di Giovan Maria Cecchi

Di Giovan Maria Cecchi (Firenze, 1518-1587), di cui si è trattato in I Tarocchi in Letteratura I, riportiamo altri passi di commedie dove si trovano espressioni tolte dal gioco dei tarocchi.

Nei seguenti versi  de Lo Sviato vi  è un esplicito richiamo alla figura dell'Eremita: un vecchio canuto è paragonato per il suo l’aspetto all’undicesima carta dei tarocchi toscani (Germini) da uno dei personaggi della commedia:  

Lo Sviato. Atto Quinto - Scena III
Viene un vecchio con la barba lunga e tutto canuto, e vestito con una veste da preti nera o pagonazza, e dice:

 

Vecchio.          Sia con voi la pace di Colui
                          Che v’ha col sangue suo ricomperati.
Gostanza.       Voi siate il ben venuto.
Lamberto.                                                  Questo mi
                          Pare un undici de’ germini.

 
Nel sottostante  passo l’espressione “Da loro il venti” fa riferimento alla carta dell’elemento "Fuoco", ventesima carta dei Germini, a significare “Da loro fuoco” : 


Lo Sviato. Atto Primo - Scena II

 

Chima.                                                        Il mal è che
                         Questi tutori suoi son troppo miseri.
Lucia.              Ohimè! State cheto, eccone duoi.
Chima.            Da loro il venti.
Giansi.                                             Pigliamo il pendio,
                         Chè qui non è terren da pórcì vigna (1).

 
(1 )  Non c’è da far nessun guadagno con loro.

 

Nei seguenti versi, l’espressione “Trionfin bastoni” è tolta dal gioco dei Trionfetti o Trionfini, dove veniva battezzato come briscola uno dei quattro semi delle carte. Una medesima espressione si trova nella Tancia di Michelangelo Buonarroti il Giovane (si veda in I Tarocchi in Letteratura I) (7).

 

Lo Sviato. Atto Quarto - Scena III

 

Cassiere.     Voi cercate, messer Fazio
                      Che trionfin bastoni (1); però so io
                      Che e’ non trionferanno, in mo’ farò;
                      Ma per voi non vogl’io sodar (2), ch’egli ha
                      Certi compagni a torno che parrebbe loro
                      A dare a offerta (3) se ne dessimo
                      Trenta, che voi non vi opporesti a venti.

 
(1)   cercate di essere caricato di bastonate
(2)    ma se io sfuggirò alle bastonate non posso garantire (sodare) altrettanto per voi.
(3)   Bastonare di buona voglia, percuotere con quella volontà e disposizione con cui si offre a Dio una qualche cosa

 

Nel seguente passo tratto da La Conversione della Scozia, l’espressione “a dispetto delle Trombe” fa riferimento sempre al gioco dei Germini, che vede nella carta delle Trombe il Trionfo più alto: 

 

 La Conversione della Scozia. Atto Primo - Scena I

 

Bruco.         In fatti e’ non si può far un disegno.
                     Che la fortuna non ne faccia un altro.
Ansaldo.     Che non pensate vi riesca forse
                     Il farmi aver qualcosa?
Bruco.                                    Mi dà il cuore
                    Di farlo anche a dispetto delle trombe (1).

 
(1)   Le Trombe sono il maggior punto dei Trionfi: per similitudine significa “A qualunque costo, nonostante qualunque difficoltà”.

 

Ne L’Ammalata del 1555 troviamo un riferimento indiretto alla carta del Bagatto, rappresentato da un uomo intento al gioco dei bussolotti (Al riguardo si veda  la nostra disamina al saggio iconologico Il Bagatto).

 
L'Ammalata. Atto Terzo - Scena III

 

Calfucio.         Orsù, stasera a ordinare un giuoco
                         Di bagattelle (1).

 

(1)   a fare un gioco di bussolotti.

 

Riguardo l’espressione “Come il matto ne’ tarocchi” - di cui abbiamo riportato diversi esempi sempre desunti da opere del Cecchi in I Tarocchi in Letteratura I - aggiungiamo la seguente tratta da Il Servigiale (1561):  

 

Il Servigiale. Atto Secondo - Scena Prima

 

M. Gentile, un giovane

Geppo, treccone [venditore disonesto]

 
M. Gentile: O fratel, quivi
Son’ io, in casa mia; io burlo, io canto,
I’suono, i’ ballo, i’ fo de giuochi, io dico
Delle novelle; in somma: io son tra loro
Com’è il pazzo ne’ tarocchi.

Geppo: O propria Comparazione!

 

Antonio Cesari


L' espressione "come il Matto ne' tarocchi" si trova anche nel Prologo de Il Formione, commedia di Antonio Cesari (1760-1828), compositore e linguista. Teorico del Purismo della lingua italiana contro l’imbarbarimento dovuto all’influsso, nel Settecento, della cultura inglese francese, nella sua Dissertazione sullo stato presente della lingua italiana (1808-1809) propose il modello linguistico tosco-fiorentino del trecento, sostenendo tale tesi  nella rinnovata edizione del Vocabolario della Crusca e nelle traduzioni delle Odi di  Orazio e delle Commedie di Terenzio.


Il Formione
è la sesta delle commedie di Terenzio che il Cesari tradusse il lingua volgare fiorentina. La loro traduzione apparve nel 1816 sotto il titolo Le Sei Commedie di Terenzio recate in Volgar Fiorentino da Antonio Cesari, con note postoci innanzi un ragionamento cioè difesa dello Stil Comico Fiorentino.


Nel Prologo l’autore scrive: «Io son venuto con una nuova Commedia, che in Greco ha nome “Epidicazomenon”, in Latino Il Formione: perchè la principal parte ha il parasito Formione; che in questa è come il Matto ne’ tarocchi».


 Jacopo Soldani


Jacopo Soldani (1579-1641, autore di Satire contro il malcostume dei cortigiani, dagli uomini del suo tempo venne considerato un importante letterato, tanto da essere sepolto nella Basilica di Santa Croce a Firenze. Oggi la critica lo pone  fra i Satirici minori accanto a Giovan Battista Ricciardi, Benedetto Menzini e altri. Accademico e amico del principe Leopoldo de' Medici, egli fonde, come Salvator Rosa, il lamento con i mali di sempre (interesse, ambizione, che negli anziani prende il posto della sensualità) con quelli che sono più propri del suo tempo: l’ipocrisia religiosa e lo sfrenato lusso dei nobili. Si può anzi dire che motivo centrale delle sue satire sia appunto il ripudio personale del lusso e la critica di coloro che vi s’immergono. Il suo linguaggio, fatto di raffinatezze cruscanti e idiotismi popolari, riprende i motivi della satira sermoneggiante tipicamente ariostea. Rilevante, in particolare, è la satira Contro i Paripatetici, in cui difende strenuamente Galileo (di cui era amico) senza pur tuttavia oltrepassare la misura.

 

Questi i titoli delle Satire:

 

1 - Sopra la Corte: e che la mala coscienza è tormentatrice di sé medesima
2 - Sopra l’Ipocrisia
3 - Sopra la Satira
4 - Contro i Paripatetici
5 - Contro il Lusso
6 - Sopra l’incostanza degli umani desiderj
7 - A Monsig. Francesco Venturi. Contro il Lusso, e l’Avarizia

 

Di nostro interesse in riferimento all’argomento qui trattato, risulta un passo della terza satira, laddove l’autore, ispirandosi alla favola di Esopo Il cane, il gallo e la volpe, attribuisce la furbizia della volpe ad un vecchio che intendeva sposare una fanciulla e quella del gallo alla giovane, che gabbò la volpe dimostrandosi più furbo di lei. Paragonando questa maggiore furbizia a quella di colui che inventò i tarocchi, il Soldani afferma quindi che essere “galletti” conviene sempre.  


Satira III -  Sopra la Satira

 

E non s'accorge, quando ei giuoca in bisca,
     Del segno ch'il berton fe' ne le doppie
     Ch' ei diede a Livia; acciò quindi arguisca,


S' è di consenso suo, ch' ella s' accoppie 
     Talor seco nel letto: poichè il prezzo
     Par che d' accordo tra di lor si sdoppie.


Quel eh' acerbo non fe', maturo e mezzo
     Vuol far or Giulio: e cerca la bellezza
     D' una fanciulla aver per ogni mezzo;


Acciò, qual barbagianni, in sua vecchiezza
     Pe' difformi imenei metta le corna,
     Di cui non adornossì in giovinezza.


Quei ch' in bigoncia una volpe suborna,
     Ch'a l' autor de' tarocchi, esser galletti
     In senso tropologico ben torna,


D' Eraclito a la vista i semplicetti
     Son, che a farsi mangiar per divozione
     Fur da la ciurma d' un furbo costretti;


Il senso è che giocando a carte, un certo Bertone e una certa Giulia si scambiano segnali perché lei vada a letto con Giulio, ma facendosi pagare il doppio del prezzo. Giulio è un uomo che da giovane era costumato e ora invece che è vecchiotto cerca in ogni modo di farsi delle belle giovani. L'autore dei tarocchi è un furbacchione che mette nel sacco anche le volpi, mentre chi ci gioca è un sempliciotto come Eraclito che si fece sbranare dai suoi stessi cani (Secondo la tradizione, Eraclito. benché molto saggio, si fidò di un furbo ciarlatano che per curarlo dall'idropisia, lo fece immergere nel letame dove i suoi stessi cani non riconoscendolo lo sbranarono).


"E non s'accorge (Giulio) quando gioca nella bisca, del segno che il Bertone (potrebbe essere un nome, oppure un appellativo: "il Bretone") fece nella carte doppie che egli diede a Livia; affinché quindi comprenda se acconsente ad andare qualche volta a letto con lui, perché sembra che d'accordo fra loro facciano raddoppiare il prezzo. Quel che non fece da giovane, vuole fare Giulio ora che è vecchiotto (maturo e mezzo): e cerca con ogni mezzo di avere la bellezza di una fanciulla; affinché come un vecchio barbogio nella sua vecchiaia venga cornificato di quelle corna che non aveva da giovane, perché ha sposato una ragazza (pe' difformi imenei). Quello che mette nel sacco una volpe, é l'autore dei tarocchi cui essere galletto in senso allegorico torna ben utile, mentre i sempliciotti sono simili ad Eraclito, che furono costretti per dabbenaggine a farsi mangiare dalla ghenga di un furbo".


Giovan Batista Fagiuoli

Giovan Batista Fagiuoli (1660-1742), poeta, scrittore e drammaturgo d’ispirazione bernesca, elogiato dall’Accademia Fiorentina, fu tenuto in considerazione dalla Corte Medicea, soprattutto per la sua padronanza nell’esprimere motti satirici acuti, ma mai malvagi in occasione di piacevoli intrattenimenti. Celebre è rimasto il suo Epigramma satirico per i Medici, Signori di Firenze: “I Medici - pietosi! - ai Fiorentini Volendo rimediar piaghe e malanni, Decretaron l’effigie sui fiorini Del Santo Protettore, San Giovanni; Però al Santo, al di dietro delle spalle, Appiopparono - al solito - le palle! E questa fu, pei Medici, l’eguale Ricetta… a ogni lor male”.


Nella commedia I Genitori corretti da’ figliuoli (1735),recitata assieme ad altre commedie del Fagiuoli presso il Teatro gestito dagli Accademici Infuocati, troviamo un riferimento ai tarocchi. Il racconto è incentrato su due vecchi genitori (un padre e una madre di due distinte famiglie) che, rimasti vedovi,  intendono sposarsi con due giovani dotati di grandi sostanze. I figli  dei due anziani riusciranno invece a prendere il loro posto, insegnando ai genitori il corretto modo di comportarsi nella vita.


I Genitori corretti da' figliuoli. Atto Terzo - Scena VII
Anselmo Taccagni, vecchio avaro, con lanterna, e detti in disparte (il dottor Bartolo e il capitano Orlando interpreti nella scena precedente)


Che disdetta è stata la mia! In quanto a in bottega di quel barbiere, non vi vo’ più capitare: per me v’è la disgrazia; non ho visto un tarocco in tutta la sera: mi son rizzato senza finir la partita, e ho lasciato in nasso ogni cosa: ho perso non so quanti benedetti resti; basta non ho pagato aulla: faremo i conti, e s’ i’ arò a dare la si discorrerà. Ma chi è affortunato nell’amore è sfortunato nel giuoco; così segue in me per l’ appunto, che avrò la fortuna di aver quella bella ragazza, con tutta quella roba. Il Sere m’ ha detto, che io lasci fare a lui, che vuoi che sia mio ogni cosa. O che gusto!


Carlo Goldoni


Riferimenti indiretti ai tarocchi si trovano in diverse commedie di Carlo Goldoni (1707-1793) delle  quali ci occuperemo  riservando loro uno spazio privilegiato. Il verbo “taroccare” nella sua valenza di “gridare, litigare, imprecare” (si legga sull'argomento l'articolo Dell’Etimo Tarocco) viene sovente utilizzato dallo scrittore, evidenziando un modo di dire comune nella Venezia del Settecento. Di seguito, alcune commedie, sia in lingua italiana che dialettale veneta, dove è citato: Il teatro comico (1750), La cameriera brillante (1757), Il Moliere (1751), I Rusteghi (1760), Una delle ultime sere di Carnovale (1762), I Morbinosi (1759), La dama prudente (1751), Il buon compatriotto ( ?), Il filosofo inglese (1754), La Vendemmia (1760), Le femmine puntigliose (1750-1751), Ircana in Julfa (1756).

Il teatro comico.
Atto III - Scena X 
Il Suggeritore, e detti


Il sug
. Cospetto del diavolo! Si finisce, o non si finisce questa maledetta commedia?
Oraz. Ma voi sempre gridate. Quando si prova, vorreste, che si andasse per le poste per finir presto. Quando si recita la commedia, se qualcheduno parla dietro le scene, taroccate, che vi sentono da per tutto.
Il sug. Se tarocco, ho ragione, mentre la scena è sempre piena di gente, che fa rumore; e mi maraviglio di lei, che lasci venir tanta gente sulla scena, che non ci possiamo muovere.

 

La cameriera brillante. Atto Secondo - Scena XXIV
Argentina, colla veste,  e la berretta da Pantalone, e detti

 
Argentina. Fermeve, siori,  e no tarocchè, che tutti gh’avè rason.

 
Il Moliere. Atto Secondo - Scena Prima
Pirlone, poi Foresta

 
Pirlone. E ben, che risolvete?
Foresta. Signore, ho già risolto; verrò se mi volete.
Stanca son di servire due Femmine sguajate!
Che tarocar principiano, tosto, che sono alzate.
Ed un Padron, che monta in collera per nulla.
Che fa tremare i servi, quando il cervel gli frulla.
 

I Rusteghi. Atto Primo - Scena IX
Marina, poi Felice, Canciano, ed il Conte Riccardo

 
Can. Mi ve digo che no so gnente.
Mar. Come no saveu  gnente, se el vien cun vu in casa mia?
Can. Con mi?
Fel. Mo con chi donca? Caro sior conte, la compatissa.
Semo de Carneval, sala; mio mario se deverte un pocheto.
El vuol far tarocar siora Marina; n’è vero, sior Cancian?


Una delle ultime sere di Carnovale
. Atto Primo - Scena II
Zamaria, poi Domenica


Zam.
El xè ben altretanto bon.
Dom. Bon el xè? E mi ho sentio a dir, che tutto el di mario e muggier no i fa altro, che rosegarse.
Zam. Saveu, perché? Perché i se vol ben. I xè tutti do zelosi, e per questo ogni men de che i ha qualcossa da tarocar; del resto, quel putto, el xè l’istessa bontà. Cusì te ne capitasse uno a ti.


I Morbinosi. Atto Quarto - Scena VII
Toni, e detti

Toni.                                          No voggio tarocar,
            
No digo che a la festa no ve voggia menar,
            E se una puta sola
non ha d'andar cussì,
            Senza che altri s'incomoda, la vôi compagnar mi. (la prende per mano e la conduce via)


Nel passo seguente il verbo "taroccare" viene utilizzato proprio in riferimento ad una situazione inerente al gioco delle carte, in occasione del quale, come dice una protagonista, risulta impossibile non taroccare: "Roberto. Sento taroccare. / Eularia. Quando si giuoca, non si può fare a meno".

La dama prudente. Atto Secondo - Scena XIX
Don Roberto e detti (donna Eularia, Signor Conte, donna Emilia, donna Rodegonda, Signor Marchese) 

Mar. Signora, se non avete piacer di giuocare...
Rob. Eh, che giuocherà, giuocherà.
Eul. Giuocherò, giuocherò. Eccomi qui. Favorite. (siede)
Con. (La compatisco, se non ha volontà di giuocare). (siede)
Mar. (Se non ci fossi io, giuocherebbe più volentieri). (siede e comincia a mescolar le carte, e giuocano)
Rob. (Oh la bella partita!) (da sé)
Rodeg. Orsù, giacché finalmente si sono accomodati, accomodiamoci anche noi. Don Roberto, favorite di seder qui. (la sedia resta colla schiena a donna Eularia)
Rob. Subito vi servo. (vorrebbe osservare donna Eularia) Signora donna Emilia, voi siete in un cattivo posto.
Emil. Perché?
Rob. L’aria che viene da quella porta, vi offenderà. Favorite, restate servita qui.
Rodeg. La porta è serrata.
Rob. I servitori che l’aprono, faranno venire dell’aria. Qui starete meglio senz’altro.
Emil. Farò come comandate. (Farmi scomodare! Anche questo è un complimento all’usanza di Castelbuono). (da sé)
Rob. (Ora vedrò meglio il fatto mio). (resta in faccia a donna Eularia)
Rodeg. Ecco le carte, finiamola. (dà le carte in mano a don Roberto)
Rob. Vi servo subito. (mescola, e di quando in quando dà delle occhiate al tavolino della moglie)
Mar. (Eh, benissimo. Col signor Conte si fanno tutti i partiti vantaggiosi nel giuoco). (giuocando, piano a donna Eularia)
Eul. (Il partito che ho fatto a lui, lo faccio a tutti; io non giuoco per vincere).
Mar. (Per favorire un cavaliere che dà nel genio, non si bada a pregiudicare il terzo).
Rob. (Mi pare che tarocchino a quel tavolino). (da sé)
Con. (Mi maraviglio di voi).
Mar. (Ed io di voi).
Rob. Che c’è? Chi vince? Chi perde? (forte all’altro tavolino)
Eul. Sinora non v’è svario.
Rob. Sento taroccare.
Eul. Quando si giuoca, non si può fare a meno.
Rodeg. Badate qui. Invito ad uno scudo.
Rob. Tengo.
Mar. (Eh via, signora, non gli mostrate le carte). (a donna Eularia)
Eul. (Io non gliele ho mostrate).
Mar. (Se ho veduto io, come avete fatto).
Eul. (No, da dama d’onore).
Mar. (Eh!)
Con. (Quando una dama lo dice, siete obbligato a crederlo, e quando impegna l’onor suo, siete un mal cavaliere, se replicate).
Rob. (Taroccano davvero). (da sé, ascoltando)
Eul. (Per amor del cielo, acquietatevi).
Rob. Che c’è? Che c’è? (forte all’altro tavolino)
Eul. Niente, niente. Si giuoca.


Il buon compatriotto.
Atto Primo - Scena II
Leandro e detti (Rosina, Traccagnino)

Leand. Quest'uomo, signora Contessa, mi figuro che sarà il vostro servo.
Ros. Sì certo; è il mio servitore.
Tracc. (Tarocca, e dice piano a Rosina, che non vuol passare per servitore)
Ros. (Tasè, abbiè pazenzia: za nol ve cognosse; no perdè gnente del vostro).
Tracc. (Insiste che non vuole, e scoprirà tutto)
Ros. (Tasè, no me ruvinè, no me precepitè. Soffrì per mi e per la patria).


Il filosofo inglese
. Atto Quinto - Scena VIII
Il signor Saixon, poi Birone


Sai
.  Mia moglie a non badarle con questi versi insegna.
Tarocca, non le bado, e poi meco si sdegna.
È pazza. Ehi dal libraio. (alla bottega del libraio)
Bir. Signor che mi comanda?


La Vendemmia -
Atto Primo -Scena II
Ippolito e Fabrizio 

 
Ipp.   Dove andate?
Fabr. In cucina.
Ipp.   Ed a che fare?
Fabr. Vado a sollecitare,
           Perché non posso più; sono a digiuno
           Da ieri sera in qua.
           Vi giuro in verità, sento ch'io peno
           Quando non mangio ogni tre ore almeno.
              
                      La fame vorace
                      Tormento mi dà.
                      Nel corpo il rumore
                      Sentite che fa.
                      Borbotta, tarocca,
                      Fa strepito e chiasso,
                      E dice alla bocca:
                      «Son stanco, son lasso».
                      Io, come un cavallo
                      Che corre veloce,
                      Men vado in cucina
                      Per farlo quietar. (parte)


Le femmine puntigliose
. Atto Primo - Scena XIV
La Contessa Beatrice servita dal Conte Lelio, Rosaura dal Conte Onofrio, il Conte Ottavio e dette


Conte Ottavio. Signora contessa Beatrice, in casa vostra decidete voi.
Contessa Beatrice. In casa mia non comando, quando vi sono delle dame, alle quali, per debito e per rispetto, devo cedere tutta l'autorità.
Conte Ottavio. Sicché dunque me ne posso andare.
Conte Onofrio. (Conte Ottavio, sentite una parola. Frattanto che queste pazze puntigliose taroccano fra di loro, volete venir con me in cucina a mangiar quattro polpette?). (ad Ottavio, piano)
Conte Ottavio. (Vi ringrazio, per ora non ho appetito). (ad Onofrio)


Ircana in Julfa.
Atto Quarto - Scena XIV
Creona e detti


Creona
. Eccole tutte qui. Che fanno in questo loco?
Sola non ci starei. Vo' divertirmi un poco.
Marliotta.  Chi è questo qui? Signora, siete voi qui al presente? (tocca Creona)
Kiskia.  Con chi parli? (si fa sentir lontana)
Marliotta.  Ah mia madre, qui vi è dell'altra gente.
Kiskia.  Ircano, siete qui?
Creona. (Or or per me taroccano). (cercando Marliotta)
Ircana. Da voi non m'allontano. (a Kishkia )
Marliotta. Mi toccano, mi toccano.
Kiskia. Ohimè! qualche disgrazia.
Ircana. Ah ci difenda il Nume.
Kiskia. Chi sarà mai qua dentro?
Ircana. Ecco, s'accosta un lume.


Il verbo "taroccare" appare inoltre nelle seguenti commedie:

Le donne di buon umore (1758): “Ora, per farlo un po' taroccare, facciamo così, signora Felicita” -  “Così si fa. Che serve cogli uomini gridare e taroccare? Con la buona grazia si fa più, e si arrischia meno”.
La burla retrocessa nel contraccambio (1760):“Non istate più a taroccare, che ora vi conterò tutta la faccenda com'è”.
Il contrattempo (1753): “Eh via! Vi conosco; volete farmi taroccare”.
Gli Innamorati (1758): “Eh, lasciatelo dire. Non sapete com'è fatto? Ha voglia di taroccare”.
Sior Todero brontolon (1762): L'avrei potuto intitolare o il Superbo o l'Avaro; ma come la sua superbia consiste solamente nel comandar con durezza a' suoi dipendenti, e la sua avarizia è accompagnata da un taroccare fastidioso, insolente, ho creduto bene d'intitolarlo dal difetto suo più molesto ch'è il Brontolone, o sia il Vecchio fastidioso.
I Malcontenti (1755): “Eccoli lì i due mestieri del signor Policastro. Mangiare e dormire. E voi taroccare, e contar quattrini".
Le smanie per la villeggiatura (1761): “Via, via, non istate più a taroccare. Lasciate, che le donne finiscano di fare quel che hanno da fare, e piuttosto v'aiuterò a terminare il baule per mio fratello”.

Di Goldoni ricordiamo ancora il componimento poetico Ottave Veneziane  dirette a Sua Eccellenza il  Signor Paolo  Baglioni Fratello  Amorosissimo della Sposa scritto “In occasione delle nozze di sua Eccellenza  la Sig. Caterina Baglioni, e Sua Eccellenza il Signor Lorenzo Minelli” di cui riportiamo l’ottava di nostro interesse:  


Certo (respondo mi) che una fortuna
Gh’averà quel mario che la ghe tocca.
Credo de cento no ghe ne sia una
Che gh’abbia el cuor, come gh’ha quella, in bocca;
El so conto l’al sa più de nissuna,
Ma per ben o per mal, no la tarocca;
Del spirito ghe n’è, ma la xe onesta:
La gh’ha talento, ma la xe modesta.


Ne L’Adulatore, rappresentata a Mantova nel 1750, la parola tarocco diviene invece cognome rappresentativo di uno scomodo personaggio. Attribuire il nome o il cognome "Tarocco" ad un interprete di commedia pare non inusuale: lo si ritrova anche ne la Tempesta Amorosa (1604)di Alessandro Donzellini, dove abbiamo un “Tarocco Prigioniero”.

L’Adulatore.
Atto Secondo - Scena  IV
Pantalone de’ Bisognosi, mercante veneziano e Don Sigismondo, segretario

 

Pan. Servitor obbligatissimo Sior Segretario.
Sig. O! Amabilissimo Signor Pantalone! Onor de i Mercanti, decoro di questa Città, in che posso servirla?
Pan. La prego de farme la grazia de farme aver udienza da So Eccellenza.
Sig. Oggi caro, non dà udienza; ma se vi occorre qualche cosa, comandate , vi servir.
Pan. Àveria bisogno de presentarghe sto memorial.
Sig. Oh!Volentieri, subito. Consegnatelo a me, glie lo porto immediatamente.
Pan. Ma averia piaser de dirghe qualche cossa a bocca:
Sig. Quanto mi dispiace non potervi consolare! Oggi non gli si può parlare, è giornata di Posta.
Pan. Me rincresce, che stassera va via le lettere, e me premeva de scriver qualcossa su sto proposito ai mi corrispondenti.
Sig.  Ditemi, di che si tratta.
Pan.. Ghe dirò. La sà, che mi ho introdotto in sta Città la fabrica de i Veludi, e la sà, che utile ho portà a sto Paese. Adesso un Capo Mistro, sem' havolta contra, el xe spalleggià da do Mercanti, e el pretende de voler eriger un' altra fabrica. Mi, che gh' ho el merito d' esser stà el primo, domando el privilegio coll’ esclusiva de ogn' altro; esibendome mi de çrescere i laorieri, se occorre, a benefizio della Città.
Sig. L’istanza non può esser’ più giusta. Non dubitate, che sarete consolato. Date a me il Memoriale.
Fan. Eccolo. Me recomando alla so protezion.
Sig. Riescono veramente bene questi vostri Velluti?
Pan. I riesce perfettamente.
Sig. Non li ho mai considerati esattamente. Fate una cosa, mandatemene una pezza del più bello, acciò lo possa far vedere al Signor Governatore, per animarlo a farvi la grazia.
Pan (Ho inteso, el me vol magnar una pezza de veludo). La sarà servida. Adessadesso la manderò, ma me raccomando.
Sig. Non ci pensate, lasciate fare a me.
Pan.. Vago subito al negozio, e la mando (Tanto fa quel, che s' ha da far, farlo subito).
Sig. Ehi, dite: come si chiama questo Capo Maestro, che vi si vuol ribellare?
Pan. Menego Tarocchi .
Sig. Non occorr'altro.
Pan. La prego.....
Sig. Sarete servito. Mandate subito il Velluto.
Pan. Subito. (Per farme servizio, ghe preme sta lettera de raccomandazion). parte.
Sig. Manderò a chiamare questo Menico Tarocchi, e se le sue proposizioni saranno avvantaggiose, non l' abbandonerò. Bisogna ascoltar tutti, far del bene a tutti, aumentare, quando si può il regio Patrimonio, ed anche nello stesso tempo i miei onesti profitti.

 

A conclusione di questa disamina sul verbo taroccare in Goldoni ricordiamo che sotto lo pseudonimo di Polisseno (o Poliseno) Fegejo, firmò la seconda stesura de Il Burchiello di Padova (8). Il famoso burchiello conduceva i viaggiatori da Venezia fino al Portello di Padova (e viceversa) per il canale della Brenta, attraverso quattro chiuse dette porte (ai Moranzani, alla Mira, al Dolo e a Stra), da non confondere con la cosiddetta barca notturna o barcaccia, come il Goldoni la chiama, che serviva al trasporto del bestiame e dei poveri.

 

In occasione del viaggio, le persone che erano a bordo si dedicavano ai più svariati passatempi fra cui anche al gioco delle carte. Poiché il padre di un ragazzo si era messo a giocare con altri passeggeri, il figlio più volte si mise a disturbarlo cosicché il padre alzò la mano per colpirlo. Cosa se sarebbe successa se non fosse intervenuta la madre urlando e minacciando il marito di non osare tanto. Il figlio, oltremodo viziato dalla madre, volendo imitar il padre, oltre alla merenda, le chiese un mazzo di carte e denari per giocare con i suoi amici. Il risultato fu che perse tutto. Il padre, indignato, prese un bastone per battere il figlio, ma malauguratamente colpì la moglie che cadde a terra quasi morta. Ripresasi, si chiuse con il figlio nel camerino. I passeggeri che avevano assistito alla scena si fecero avanti sostenendo il suo ben fare nel picchiare il figlio e la moglie, mentre altri dissentirono. Uno di loro, si prodigò in un ottimo consiglio mettendo in evidenza che anche se l’uomo, fuori di sé dal nervoso, avesse accoppato la moglie, questa sarebbe sempre rimasta caparbia per natura e che sarebbe quindi stato meglio lasciarla taroccare. Meglio invece occuparsi dell’educazione del figlio perché se da grande fosse diventato un malandrino, il padre ne avrebbe risposto all’Altissimo.

 

L’ottava sotto riportata si riferisce al momento in cui il padre, aggredito verbalmente dalla moglie, poiché stava per menare il figlio, è costretto a mandare giù il rospo, seguito dalla richiesta del figlio di giocare ‘Gioca mio Padre, vò giocare anch’io’ (9)

 

VII


   Trema il Consorte alla biastemma orrenda,
E ingoja il tosco alle sue labbra usato.

Prega il Compagno, che a giocare attenda, 

E gioca, e freme, e si dimena irato.
Grida il caro Figliuol: Vò la merenda,
E vò un mazzo di carte, e vò un ducato;
Gioca mio Padre, vò giocare anch’io;
E la Donna d’onor: sì, Figliuol mio.

 

Nella seguente ottava viene descritta la perdita al gioco della bassetta da parte del figlio e le sue successive imprecazioni (10).

 

VIII

 

   Gli dà carte, e danaro, ed ei s’ingegna

Di giocar coi compagni alla bassetta.

La buona Madre al caro Figlio insegna,

E si duol, che il meschino abbia disdetta.

Lo sbancano gli Amici, ed ei si sdegna,

E lor dice: vi venga una saetta.

Getta le carte al suol, slancia un cospetto

E la Madre lo abbraccia e fa un ghignetto.

 

Qui si descrive la scena del padre che, mentre con un bastone cerca di colpire il figlio, centra invece con precisione la madre, la quale rialzatasi si richiude con il figlio in camerino (11).

 

IX

 

   S’ode, a scandalo tal, s’ode un bisbíglio,

E il Padre per impegno il fren discioglie.

Alza la canna per menare al Figlio,

Ed il colpo fatal tocca alla Moglie.

Fa di sangue la Donna il suol Vermiglio,

E per grazia di Dio, da noi si toglie.  

Chiudesi in camcrín col Figlio accanto.

Benedetto bastone! oh baston santo!

 

In questa quarta ottava troviamo il termine ‘taroccar’ - dal significato di ‘inveire’ -  e i suggerimenti rivolti al padre da un passeggero come precedentemente espressi (12).

 

XI

 

   Io dico: Nò; per carità non fate,
Che il mestier d’Aguzzino è cosa dura.
E una Femmina tal, se l’accoppate,

Sarà sempre caparbia per natura.

La Moglie vostra taroccar lasciate,
E de1Figlio, Signor, prendete cura,
Che s’ei riescirà scorretto, e, rio;

Conto per lui ne renderete a Dio.

 

Il verbo "Tarocar" in altri scrittori


Restando sempre nella Venezia del Goldoni non possiamo dimenticare Giorgio Baffo (1694-1768), autore di ben 1200 poesie dal carattere licenzioso e di svariate opere sulla corruzione dei costumi della sua città, in particolare del clero, oltre a componimenti di carattere filosofico. Di seguito, la prima strofa della poesia Conforto alle Donne dove il Baffo consiglia alle "signorine" di non adirarsi contro i frati che percorrevano costantemente le vie della città (dato che la loro presenza impediva il regolare svolgersi dell' attività di queste donne):

Donne, no tarocchè, se per città 
I vuol che vada i frati accompagnai, 
E se a vintiquattr'ore i ha comandà 
che drento ai so conventi i sia serrai.

Sempre in lingua veneta, il verbo "tarocar" viene utilizzato  da Carlo Gozzi, sulle cui commedie si tratterà in seguito:

Carlo. E un poco xe anca per colpa vostra.
Gaspare. Per colpa mia?
Carlo. Per colpa vostra, della vostra debolezza.
Gaspare. Sentì, fradelo, mi go un mal de stomego che no posso più.
Se gavè vogia de tarocar, spetè un altro momento.

Il gesuita Pietro Chiari (1712-1785), scrittore, drammaturgo e librettista, nella sua lettera L'Uomo Albero, inviata “Dal mondo della luna li 23 maggio 1751”, scrive a proposito del rapporto fra due coniugi: “Se facesse altrimenti, e non prendesse tutte le cose così a fior d’acqua, o con essa,  o con altri ci faria tanto da tarocar ogni giorno, che non sapria come vivere” (13). 

Il verbo Taroccare con significato di gridare, sbraitare, si trova in moltissimi dialetti italiani. Martino Piaggio, fecondo autore di poesie dialettali liguri, lo cita in un sonetto compreso nella Raccolta delle migliori poesie edite ed inedite di Martino Piaggio (Genova, 1846) dal titolo Ae-Campann-e  di cui si riporta la prima strofa:

Sùnetto

Belle campann-e cäe! Quando a finiei
De rompi giorno e nèutte o sèunno e a testa
Con quello vostro sòn chi ne molesta
E ne fa taroccà senza piaxei?”.


Belle campane care! Quando la finirete
Di rompere di giorno e di notte il sonno e la  testa
Con il vostro suono chi ci molesta
E ci fa imprecare senza piacere? (14)

Monsignor Valentino Berni (1874) ambientò a Cortona e dintorni, i suoi tre racconti in versi su Pasquèle, un montanaro del paesino di Cermentosa:Pasquèle va a Fiorenza, Pasquèle en prigione, Pasquèle arpiglia moglie, raccolti nel volumetto dal titolo Pasquèle de la Cermentosa.  La lingua è quella dialettale toscana, della zona in cui sono ambientate le storie. Lo scrittore utilizza il termine “tarocchè” nella quarta strofa del primo racconto.


Pasquèle va a Fiorenza


Strofa 4


Pòro Pasquèl, la sissantina ho varco
e sono armasto solo en questa valle,
Ma en grazia a Dio me sento anche più scarco;
quanto peso de meno ho en tu le spalle
dappò che la mì Betta è suppigliata
e che de tarocchè la fè funita!


Saverio Bettinelli


Il gesuita Saverio Bettinelli (1718-1808) fu poligrafo, drammaturgo, scrittore e critico letterario. Amico di Voltaire e di Rousseau, intrattenne con loro una fitta corrispondenza. La sua fama è legata all’opera di critica contro l’accademismo e la retorica del tempo. Nella Lettera IX  delle sue Lettere a Virgilio agli Arcadi di Roma giunse addirittura a stroncare la Divina Commedia i cui versi non si potevano leggere “senza svenir d'affanno o di sonno” suggerendo di porla tra i libri di erudizione lasciando “solo taluni pezzi che, raccolti e, come meglio si può, ordinati, formino non più di cinque canti”. Oltre ad alcune tragedie (Gionata, Demetrio Poliorcete e Serse), da collocare in ambito del teatro gesuitico, compose numerose poesie di innegabile modello arcaico raccolte nei Versi Sciolti del 1758. Nel Tomo XVI delle sue Opere edite ed inedite in prosa e in versi stampate a Venezia fra il 1799 e il 1801, spicca il componimenti in versi Il Giuoco delle Carte (tre Canti di ben 108 ottave!), in cui poeticamente tratta del gioco d’azzardo. Nelle Annotazioni  al componimento, di mano dell’autore, si trovano informazioni sulla storia del gioco delle carte che vennero menzionate da diversi storici dell’argomento, fra cui dal Cicognara nelle sue Memorie spettanti alla storia della calcografia.


I tarocchi vengono menzionati dall’abate Bettinelli in una sola ottava, la ventunesima del Canto II, laddove rappresenta il tempo del Carnevale come un Tempio poetico “in cui, come ognun vede, sono aperte in tutte le gran Città, e nelle Corti anche straniere, aperti i ridotti, usate le maschere ec” (10) . Questi i versi:


Canto II - Ottava XXI


E la facciata tutta pinta a guazzo
Delle più belle, e lusinghiere favole,
Con che allettano i sonni, o dan solazzo
Ai fanciullin vecchie nodrici, ed avole;
Pur di due braccia del fatal palazzo
Un destinato è alle tranquille tavole,
Ove l'Ombre, il 'Picchetto, ed i Tarocchi
Van lontan dalla turba degli sciocchi. (15)


Carlo Gozzi 


Nato a Venezia da nobile famiglia, Carlo Gozzi (1720-1806), cercò di preservare la letteratura toscana dalle influenze straniere. A tal fine pubblicò il poema satirico, La tartana degli influssi per l'anno 1756 e L'amore per le tre melarance o Analisi riflessiva della fiaba, commedia del 1761 messa in scena dalla compagnia di Antonio Sacchi, in cui parodiò lo stile del Chiari e del Goldoni, modellato su esempi francesi. Il suo straordinario successo, dovuto anche all’inserimento di elementi mitici e sovrannaturali, permise al Gozzi di salvaguardare la purezza dello stile italiano. Si dedicò in seguito a componimenti drammatici basati sulle favole (come aveva fatto con L’amore), molto apprezzate da Goethe e 
  da Madame de Staël, fra cui la famosissima Turandot, tradotta poi da Schiller, oltre alle tragedie, inserendovi notevoli spunti comici e al dramma spagnolo. Quest’ ultimo godette tuttavia di scarso successo. Le sue opere furono pubblicate a Venezia in 22 volumi fra il 1772 e il 1803.


Mentre Goldoni attribuì ad un personaggio di una sua commedia il cognome "Tarocco", Gozzi ne L’Augellino belverde (Fiaba Filosofica in Cinque Atti del 1765), per illustrarne il carattere attribuisce il soprannome di “Regina dei Tarocchi” ad una vecchia megera.

 

Nella Prefazione alla sua opera così scrive il Gozzi:

 
“La Fiaba dell'Augellino belverde è un'azione scenica, la più audace, che sia uscita dal mio calamajo.
Io m'era determinato a tentar con uno sforzo di fantasia uno strepito grande Teatrale popolare, e a troncare il corso delle composizioni sceniche, dalle quali non voleva utilità nessuna, ma nè meno quel peso disturbatore, che incominciavano a darmi; massime sembrandomi già di aver abbastanza ottenuto quell'intento, che m'era proposto per un purissimo, capriccioso, poetico puntiglio.
Appiccai il filo di questa Fiaba agli spropositati avvenimenti dell'Amore alle tre Melarance; ma nel midollo di questa la sostanza era differente.
Sotto un titolo fanciullesco, e in mezzo ad un caricatissimo ridicolo, non credo, che nessun uomo bizzarro abbia trattato con più insidiosa facezia morale e cose serie, ch'io trattai in questa Fola.
I due moderni Filosofi, Renzo, e Birbarina, principali personaggi in  quest'azione, imbevuti delle Massime de' perniziosi Signori Elvezio, Russò, e Voltere; che sprezzano, e deridono l'umanità col sistema dell'amor proprio, con somma ingratitudine, che affamati desiderano, e lodano i benefizj degli uomini caritatevoli, che, fatti ricchi, folleggiano, e vogliono a forza gl'impossibili; Truffaldino Macchiavellista; Calmone, antica statua morale, parlante; Smeraldina, evangelica pietosa, che derisa nelle sue buone azioni colle Massime filosofiche moderne da' due novelli filosofi, si crede in necessità di non dover più usare le sante opere della misericordia col prossimo, come si dice espressamente nella scena quarta dell'Atto primo; Tartaglione, vecchia vana, e maligna; Brighella, Poeta, e Indovino, che coltiva in una cattiva vecchia un benefico testamento; Tartaglia, Re buffonesco, ma specchio di critica ad alcuni grandi sciocchi e mal educati, nel suo faceto carattere; e infine gl’ingredienti posti in questa Fola, ordinata proporzionatamente all'indole sua, fecero quell'effetto, ch' io, aveva desiderato in ogni genere di persone, tratti i miei critici, a'quali io non fo il dispiacere di porli nell'infinito numero di coloro, ch'ebbero la condiscendenza di applaudire, e di concorrere a questa inezia.
I punti gravi, moralmente trattati in questo audace Teatrale trattenimento, cagionarono per la Città tante dispute, e d'una spezie tanto particolare, che infiniti Religiosi regolari degli Ordini più austeri si trassero le lor tonache, e postisi in maschera, andarono ad ascoltare l'Augellino belverde con somma attenzione.
Un tale avvenimento non deve confondere coloro, che chiamano le mie rappresentazioni ingiuriosi trattenimenti, e che introducono ne' nostri Teatri per educare i Popoli i jeneval  delle nobili passioni.
Paleserò, che oltre a' dati di serietà, ch' io posi in questa rappresentazione, nulla ho risparmiato per farla faceta, e popolare. Per dar movimento a tutta la Città, mi sono insino immaginato di porre in iscena delle mostruose statue notissime, ch'esistono ne' luoghi più lontani, e popolati di questa Metropoli, col solo fine di attraere, e d'invogliare il minuto popolo di quelle contrade a venir a vedere, se le statue, rese ambulanti, e favellatrici, somigliavano a' loro simulacri; e, trovandole somigliantissime, ritornavano furiosamente al Teatro, per veder i loro vicini di marmo animati, e parlanti.
Questo mostro scenico comparve nel Teatro di Sant'Angelo a Venezia colla solita Truppa Sacchi ai 19 di Gennaio l'anno 1765. Se ne fecero diciannove recite, e si terminò quel Carnovale col Teatro ogni sera affollatissimo, e molte sere non sufficiente alle persone, che concorrevano.
Se una tale rappresentazione è ignuda di meriti, non se le potrà certamente per lo meno levare il merito dell'effetto utilissimo alla Truppa, che la sostenne, entrando tuttavia ancora annualmente tra i pubblici divertimenti Teatrali".

 
Questi i nomi di alcuni personaggi con la loro identificazione:

 

Tartaglia = re di Monterotondo
Tartagliona = vecchia regina de’ Tarocchi, sua Madre
Brighella, Poeta, ed Indovino amante finto di Tartagliona
Renzo e Barbarina = gemelli, figli di Ninetta

 
L’Uccellino belverde. Atto Primo  - Scena Prima
Strada della Città di Monte-rotondo
Brighella da Indovino in caricatura, Pantalone dietro con attenzione


Brig.
(da se in entusiasmo)  O Sol, che ti xe specchio
Delle umane vicende,
Mai ti deventi vecchio
Per scoprir a chi sa cose tremende!
Pant.  {da se) Mi ghe son matto drio sto Poeta. El
dixe cose, che le xe da retrazer; el fa versi,
che i xe da Raccolta per Nozze.
Brig. {come sopra)
O dei Tarocchi misera Regina!
O Tartagia felice!
O Renzo, o Barbarina!
Tal frutto nasce da fatal radice!
Pant. (da se) Ole! qua l'entra in tel sangue Real de
Monterotondo. La Regina dei Tarocchi meschina?
Sior si; la se lo merita. Sta vecchia marantega
dopo la partenza del Re Tartagia, so fio, no la fa
altro, che tirannie, e lu no merita de esser felice
per aver lassà el governo in man per el corso de
disdott'anni a sta striga. Fussela morta da quel
resepiglion, che la gaveva in telle gambe al tempo
delle nozze de so fio. Ma no capisso. O Ren-
zo, o Barbarina ! tal frutto nasce da fatal radice !
Brig. {come sopra)
O spirito gentil del Re de Coppe,
Passà nell'altro mondo !
Quanti gran casi, quante gran faloppe
Famoso deve far Monterotondo!

 
Francesco Augusto Bon


Troviamo infine citato il gioco dei tarocchi nella commedia in tre atti La Festa Onomastica e il giorno dopo (1830) di Francesco Augusto Bon (1788-1858). Discendente di Caterina Cornaro, marito dell’attrice Luigia Ristori da cui nacque Laura Bon, anch’essa attrice assai famosa e futura amante di Vittorio Emanuele II, il Bon fu compositore di opere di ispirazione goldoniana, da lui ritenuta più semplice rispetto alla imperante moda di opere teatrali romanzesco-lacrimose. Scelse la commedia francese e la vaudeville e diresse per moltissimi anni una compagnia teatrale dedicata al celebre veneziano. Il suo limite fu l’affidarsi alla lingua veneta, recitata da attori di quella regione, in un periodo in cui essa stava subendo un grave degrado, trionfando sulle scene la lingua romana e piemontese.  

 
La Festa Onomastica. Scena Duodecima
Maurizio, ricco armatore; Lodovico, amante di Vittorina; Vittorina, figlia di Maurizio 
 
Maur. (Ridendo forte) Poffarre il mondo! Voi siete il più meschino giocatore di tarocchi ch’io m’abbia mai veduto.
Lod.  Non è vero, sapete: è propriamente che questa sera mi trovava distratto: non poteva occuparmi del giuoco: pensava ad altro….
Vitt. (da sè) Pensava a me. 

 
 Note


1
- Volume Terzo, Perugia, 1826, pp.49-50.
2 - L’opera, in versi, venne stampata a Perugia per Costo da Verona detto il Bianchino dal Leone (s.d., ma 1521) in 8°.
3 - Napoli, 1844, p. 241.
4 - Torino, 1885, p. 238.
5 - Tomo IV (dall’anno MCCCC fino all’anno MD), Parte II, Roma 1784, p. 174.
6 - Franco Pratesi, che ritrovò a Londra presso la British Library una copia del volumetto, ne fece una sommaria disamina nell'articolo Italian Cards: New Discoveriesn. 6, in "The Playing Card", XVII, 1988, pp.23-33. L'opera era stata menzionata da Rodolfo Renier in Studi su Matteo Maria Boiardo, Bologna, 1894.  
7 - Su questo tipo di gioco si veda al saggio Trionfi, Trionfini e Trionfetti.

8 - Poliseno Fegejo, Il Burchiello di Padova, in “Sabino Fenicio, La Barcaccia di Bologna, Tomo Decimoquarto, s.l, Per Gino Bottagriffi, e Compagni, 1760.

9 - Ibidem, p. 77.

10 - Idem

11 - Poliseno Fegej, op. cit., p. 78.

12 - Idem

13 - Lettere scelte di varie materie, piacevoli, critiche, erudite, scritte ad una Dama di Qualità dall'Abate Pietro Chiari, Bresciano, Tomo Terzo, Venezia, 1765, p. 137. 

14 - Devo la traduzione della frase alla cortesia dell'amico genovese prof. Paolo Aldo Rossi.
10 - Saverio Bettinelli, Opere edite ed inedite in prosa e in versi, Seconda Edizione Riveduta, ampliata e corretta dall’Autore, Tomo XVI, Venezia,MDCCC, “Annotazioni”, n. 8, p. 279.
15 - Saverio Bettinelli, op. cit., p.270.


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