Saggi di Andrea Vitali

Porca fortuna: la Fortuna da Dante a Cellini

In aggiunta a una rima sulla Ruota di Fortuna in dialetto milanese del’700

 

Poiché sul simbolo della Ruota di Fortuna, così come presente nei Trionfi, abbiamo ampiamente discusso nel nostro relativo saggio iconologico (1), si coglie l’occasione da alcuni versi in dialetto milanese del Settecento sulla Ruota per sottolineare il significato di Fortuna quale provvidenza, fato, destino, sorte. Se, sola, la parola ‘fortuna’ indica uno dei significati sopra espressi, per esprimere la buona fortuna, nella sua accezione di caso o destino fortunato, occorre far riferimento, da Cicerone, all’espressione fortuna adversa, prospera, e se favorevole secunda fortuna. Per descrivere successo si dovrà invece ricorrere ai termini felicitas (ātis) oppure prosperitas (ātis). Il termine infortunium denota invece sfortuna nel senso di disgrazia, dolore oppure infortunio vero e proprio.

 

Nella Commedia, Dante nell’incontrare Brunetto Latini, così gli si rivolge (2):

 

          qual fortuna o destino

anzi l’ultimo di qua giù ti mena?

 

Un destino da intendersi in senso lato come fato o provvidenza, a seconda del credo pagano o cristiano.

 

A Dante, più che ad altri, si deve l’aver identificato la fortuna con il caso, inteso come intervento della provvidenza, la Dea Fortuna che egli descrive attraverso Virgilio quale “general ministra e duce” della volontà del Creatore:

 

«Maestro mio», diss’io, «or mi dì anche: 
questa fortuna di che tu mi tocche, 
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?». 
      E quelli a me: «Oh creature sciocche, 
quanta ignoranza è quella che v’offende! 
Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche. 
      Colui lo cui saver tutto trascende, 
fece li cieli e diè lor chi conduce 
sì ch’ogne parte ad ogne parte splende,
      distribuendo igualmente la luce. 
Similemente a li splendor mondani 
ordinò general ministra e duce 
      che permutasse a tempo li ben vani 
di gente in gente e d’uno in altro sangue, 
oltre la difension d’i senni umani; 
      per ch’una gente impera e l’altra langue, 
seguendo lo giudicio di costei, 
che è occulto come in erba l’angue. 
      Vostro saver non ha contasto a lei: 
questa provede, giudica, e persegue 
suo regno come il loro li altri dèi. 
      Le sue permutazion non hanno triegue; 
necessità la fa esser veloce; 
sì spesso vien chi vicenda consegue. 
      Quest’è colei ch’è tanto posta in croce 
pur da color che le dovrien dar lode, 
dandole biasmo a torto e mala voce;
      ma ella s’è beata e ciò non ode: 
con l’altre prime creature lieta 
volve sua spera e beata si gode» (3).

 

La credenza che il caso sia governato da un’entità superiore è pressoché comune in ogni popolo. Dante nella Monarchia lo intende governato dalla provvidenza che si manifesta come intervento divino.

 

«Hic Pirrus “Heram” vocabat fortunam, quam causam melius et rectius nos “divinam providentiam” appellamus»

 

[«Qui Pirro chiamava “Era” la fortuna, la quale causa noi, meglio e più giustamente, chiamiamo “divina provvidenza”] (4), secondo uno stesso concetto che ritroviamo in Boezio:

 

Legge immanente al mondo della generazione e corruzione, la Fortuna che, Felicia regna vertens, volge superba la ruota capovolgendo le sorti di re tremendi e di umili vinti, reca con sé il segno di una giustizia universale. Da questa comunione di cosmologia ed etica sorge infatti l'idea che ciò che è male e ingiusto sul piano della velox hora e del tempo mondano - cioè la mutabilità del ciclo e l' incostanza degli status e dei beni - si rivela, visto sul piano dell'economia universale, come fatalis ordo mutabilitatische esplica ai confini del temporalis ordo ciò che è implicato nel cardine centrale della provvidenza” (5).

 

Che il caso stesso fosse voluto da Dio si riscontra anche nell’Angelico che scrive: “ordo divinae providentiae, exigit quod sis casus et fortuna in rebus” [L’ordine della divina provvidenza, regola quale sia (debba essere) il caso e la fortuna nelle cose] (6).

 

Ispirato al De remediis fortuitorum di Seneca, il Petrarca nel suo De remediis utriusque fortunae, testo su come comportarsi nelle situazioni favorevoli e sfavorevoli, esprime con un atteggiamento malinconico la necessità di staccarsi dalle vicende umane, liberandosi dalle passioni per non soggiacere alle sorti del destino.

 

In pieno umanesimo, la concezione dell’uomo e della sua dignità quale faber furtunae suae, divenne il punto di riferimento costante e centrale della riflessione filosofica. Il ricorso al talento quale strumento per forgiare il proprio destino si configurava come il mezzo insostituibile per non cadere schiavi dell’imperioso fato. Scrive Leon Battista Alberti in De fato et Fortuna: “Ho appreso che il fato non è altro che il corso delle vicende nella vita degli uomini, che trascorre secondo un proprio ordine…E tuttavia non ignoreremo che nelle umane vicende vale moltissimo la prudenza e l’industria [vale a dire l’accortezza e l’impegno]” (7).

 

Un’accortezza, un impegno a cui aggiungeremo un ingegno, a cui lo stesso Alberti, come maestro di consigli, nei suoi Libri di Famiglia, addita quale punti di riferimento laddove la Fortuna, intesa più come fato che provvidenza, si scatena simile ad una tempesta. Di seguito riportiamo il testo tratto dal primo libro intitolato “Liber primus familie: de officio senum erga iuvenes et minorum erga maiores et de educandis liberis” [Libro Primo della famiglia: dell’Offizio de’ vecchi verso i giovani, e de’ minori verso i maggiori, e dell’educazione de’ figliuoli] (8):  

 

"Non è solo officio del padre della famiglia, come si dice, riempiere el granaio in casa e la culla, ma molto piú debbono e' capi d'una famiglia vegghiare e riguardare per tutto, rivedere e riconoscere ogni compagnia, ed essaminare tutte le usanze e per casa e fuori, e ciascuno costume non buono di qualunque sia della famiglia correggere e ramendare con parole piú tosto ragionevoli che sdegnose, usare autorità piú tosto che imperio, monstrare di consigliare dove giovi piú che comandare, essere ancora severo, rigido e aspero dove molto bisogni, e sempre in ogni suo pensiero avere inanti il bene, la quiete e tranquillità della tutta universa famiglia sua, come quasi uno segno dove egli adrizzi ogni suo ingegno e consiglio per ben guidare la famiglia tutta con virtú e laude; sapere con l'aura, con favore e con quella onda populare e grazia de' suoi cittadini condursi in porto di onore, pregio e autorità, e ivi sapere soprastarsi, ritrarre e ritendere le vele a' tempi, e nelle tempestati, - in simili fortune e naufragii miserandi, quali iniustamente patisce la casa nostra anni già ventidue -, darsi a reggere gli animi de' giovani, né lasciargli agl'impeti della fortuna abandonarsi, né patilli giacere caduti, né mai permettergli attentare cosa alcuna temeraria e pazzamente, o per vendicarsi, o per adempiere giovinile alcuna e leggiere oppinione; e nella tranquillità e bonaccia della fortuna, e molto piú ne' tempestosi tempi, mai partirsi dal timone della ragione e regola del vivere, stare desto, provedere da lungi ogni nebbia d'invidia, ogni nugolo d'odio, ogni fulgore di nimistà in le fronti de' cittadini, e ogni traverso vento, ogni scoglio e pericolo in che la famiglia in parte alcuna possa percuotere, essere ivi come pratico ed essercitatissimo navichiero, avere a mente con che venti gli altri abbino navigato, e con che vele, e in che modo abbiano scorto e schifato ciascuno pericolo, e non dimenticarsi che mai nella terra nostra alcuno mai spiegò tutte le vele, benché non superchie fussero grandi, il quale mai le ritraesse intere e non in gran parte isdrucite e stracciate. E cosí conoscerà essere piú danno male navigare una volta, che utile mille giugnere a salvamento. Le invidie si dileguano dove risplende non pompa ma modestia; l'odio s'atuta dove non alterezza cresce ma facilità; l'inimicizia si rimette e spegne dove tu te armi e fortifichi non di sdegno e stizza, ma di umanitate e grazia. A tutte queste cose debbono e' maggiori delle famiglie aprire gli occhi e la mente, tendere el pensiero e l'animo, stare da ogni parte apparecchiati e pronti a prevedere e conoscere el tutto, durarvi fatica e sollecitudine, avervi grandissima cura e diligenza in far di dí in dí la gioventú piú onesta, piú virtuosa e piú a' nostri cittadini grata” (8).

 

Nel ‘Proemio’ all’opera, l’Alberti aveva elevato a vincitrice la virtù nel combattimento contro la fortuna, vale a dire che attraverso le virtù l’uomo poteva non solo contenere i danni della fortuna, ma volgerla anche a proprio favore: “Non è potere della fortuna, non è, come alcuni sciocchi credono, così facile vincere chi non voglia esser vinto. Tiene giogo la fortuna solo a chi sè gli sottomette”.

 

“Quel che a noi vendicò la nostra virtù (1) confesseremo noi esserne alla fortuna obbligati? La prudenza e moderanzia di Fabio, quell'uno uomo il quale, indugiando e supersedendo, restituì la quasi caduta latina libertà; la giustizia di Torquato qual per osservare la militar disciplina non perdonò al figliuolo; la continenzia di Cincinnato, quello, il quale contento nella sua agricultura più stimò l'onestà ch' ogni copia d'auro; la severità di Fabrizio; la parsimonia di Catone; la fermezza di Orazio Cocles; la sofferenzia di Muzio; la fede e religione di Regolo; l'affezione, in verso la patria, di Curzio, e le altre esimie e prestantissime e incredibili virtù, le quali tutte furono celebratissime e illustrissime appo gli antichi, e colle quali virtù, non meno che col ferro e colla forza delle battaglie, e nostri ottimi passati Itali debellorono e sotto averono tutte le genti, in qualunque regione, barbare, superbe, contumaci e nemiche alla libertà, fama e nome latino, ascrivelle noi alla fortuna? La giudicheremo noi tutrice de' costumi, moderatrice dell'osservanzie e santissime prime nostre consuetudini. Statuiremo noi nella temerità della fortuna l'imperio, quale i maggiori nostri più con virtù che con ventura edificarono? Stimeremo noi suggetto alla volubilità e volontà della fortuna, quel che gli uomini con maturissimo consiglio, con fortissime e strenuissime opere a sè prescrivono? E come diremo noi, avere balia con sue ambiguità e incostanzie la fortuna a disperdere e dissipare quel che noi vorremo sia più sotto nostra cura e ragione, che sotto altrui temerità? Come confesseremo noi non essere più nostro che della fortuna, quel che noi con sollecitudine e diligenzia deliberaremo mantenere e conservare? Non è potere della fortuna, non è, come alcuni sciocchi credono, così facile vincere chi non voglia esser vinto. Tiene giogo la fortuna solo a chi sè gli sottomette” (9).

 

(1)   Assicurò il nostro valore. (Felice derivazione latina).

 

Sul rapporto virtù-fortuna così scrive Franco Ferrucci: “La virtù è ora antagonista della fortuna, ed entrambe le ipotesi di Alberti saranno riprese da Macchiavelli. Se il pensiero teologico medievale aveva dibattuto il contrasto fra provvidenza e libero arbitrio, l’umanesimo sottolinea con la forza lo scontro tra fortuna e virtù, quest’ultima intesa in senso neopagano di qualità attivamente operativa più che contemplativa. Con questo anche Petrarca e la sua idea che “liberum non facit fortuna, sed virtus” [non rende libero la fortuna, ma la virtù] - la virtù come distanza morale dagli inganni della sorte (De remediis, I, xiv) è nettamente superata: non si tratta più di “liberare” l’uomo dal mondo, ma di immergervelo in aperta contesa. Su questa nuova linea si trova Coluccio Salutati, che nel De fato et fortuna (III, xii) si rifà al pensiero di Dante e polemizza con le posizioni radicalmente astrologiche di Cecco d’Ascoli, e Lorenzo Valla che nel De libero arbitrio, conduce una dura polemica contro il pensiero di Boezio e Tommaso d’Aquino” (10).

 

Con i neoplatonici Ficino e Pico, ciò che dominerà sarà il libero arbitrio, capace di rendere l’uomo pressoché un semidio, riflesso microcosmico del macrocosmo divino. Nulla potrà essergli negato: qualsiasi ostacolo sarà abbattuto se la volontà gli sarà sua costante compagna. Una volontà che darà forma materiale a ciò a cui ispira, a ciò a cui tende per divina sua intrinseca natura.

 

In sintonia con il suo carattere, risulta lo scatto d’ira di Benvenuto Cellini che si scaglia contro la fortuna in un sonetto composto nel 1557, quando venne rinchiuso con l’accusa di sodomia nelle famigerate carceri fiorentine delle Stinche, esclusione perpetua dai pubblici uffici compresa. Non era la prima volta che Cellini commetteva un tale reato, ma in qualche modo era sempre riuscito, per intercessione di questo o quel potente, a vedersi mitigata la pena. In quell’occasione Cellini, dopo aver litigato col suo garzone Fernando [o Ferrando] di Montepulciano, aveva deciso di licenziarlo. Per ritorsione costui lo denunciò per sodomia. In occasione del processo si appurò che Cellini “Cinque anni or sono ha tenuto per suo ragazzo Fernando di Giovanni di Montepulciano, giovanetto con el quale ha usato carnalmente moltissime volte col nefando vitio della soddomia, tenendolo in letto come sua moglie” (11).

 

I Medici, che proteggevano Cellini, quale lezione lo lasciano marcire in galera per due mesi (contro i quattro anni decisi dal tribunale, oltre a cinquanta scudi di multa), poi intervennero e ottennero per lui gli arresti domiciliari, in modo che potesse scontare la pena continuando a lavorare per loro.

 

Durante quei due mesi di carcere Cellini compose vari sonetti, di ispirazione fra il petrarchesco e il bernesco, tanto da rasentare l’invettiva berniana contro la ‘puttana libertà’ (12) nel sonetto sulla fortuna, intesa come sorte, interpretata dal Cellini alla stregua di una tiranna che si manifesta agli uomini come una condanna, senza ravvisare meriti né vergogne.

 

In questi sonetti il Cellini esprime la sua indole e il suo carattere quale li si ritrova nella sua Vita, scritta da lui medesimo, riguardo la quale così scrisse Giuseppe Baretti, critico letterario del Settecento: “Quel Cellini dipinse quivi se stesso con sommissima ingenuità, e tal quale si sentiva di essere [...] cioè animoso come un granatiere francese, vendicativo come una vipera, superstizioso in sommo grado, e pieno di bizzarria e di capricci; galante in un crocchio di amici, ma poco suscettibile di tenera amicizia; lascivo anzi che casto; un poco traditore senza credersi tale; un poco invidioso e maligno; millantatore e vano, senza sospettarsi tale; senza cirimonie e senza affettazione; con una dose di matto non mediocre, accompagnata da ferma fiducia d'essere molto savio, circospetto e prudente. Di questo bel carattere l'impetuoso Benvenuto si dipinse nella sua Vita senza pensarvi su più che tanto, persuasissimo sempre di dipingere un eroe” (13)

 

Porca Fortuna (14)

 

Porca fortuna, s’ tu scoprivi prima
che ancora (1) a me piacessi ‘l Ganimede! (2)
Son puttaniere ormai, com’ ogni uom vede,
né avesti di me la spoglia opima. (3)

 

Dinanzi ai tuo’ bei crin così si stima; (4)
né chi ‘l merta gli dai, né chi te i chiede;
gli porgi a tal che non gli cerca o vede.

Cieca, di te ormai non fo più stima.

 

Che val con arme, lettere o scultura
affaticarsi in questa parte o ‘n quella,
poi che tu se’ sì porca, impia (5) figura?

 

Venga il canchero a te, tue ruote (6) e stella (7);
t’ hai vendicata quella prima ingiuria (8):
che nol facevi nell’età novella (9).

 

(1)     ancora = anche

(2)     Ganimede = l’amore maschile (dal nome del giovinetto amato e rapito da Giove)

(3)     spolia opima = abbondante bottino, i resti  (come quelli dei vinti che i Romani consacravano a gli dei)

(4)     La Dea Fortuna era talvolta raffigurata con i capelli tesi in avanti per essere afferrati, da cui il detto “La Fortuna va             presa per i capelli”. Si veda, come esempio, l’acquaforte Giuochi di Fortuna, di Giovan Battista Bonacina (attivo                  1631-1659), dove la Fortuna si gioca ai dadi con Saturno le  sorti del Mondo. Figura 1

(5)     impia = empia, scellerata

(6)     ruote =  da intendersi l’azione della Fortuna che con la sua Ruota favorisce o prostra la vita ai mortali

(7)     stelle = il cielo, ildestino

(8)     prima ingiuria = quella che il Cellini le aveva fatto abbandonando la Francia e tornando a Firenze, città in cui ebbe           a patire la prigionia.

(9)     che nol facevi nell’età novella = cosa che non facevi quando io ero giovane

 

Traduzione in italiano:

 

Porca fortuna, se tu ti mi avessi scoperto prima

che mi piacesse anche Ganimede!

Ormai sono un puttaniere, come ogni uomo vede,

né di me avesti abbondante bottino.

 

Di fronte ai tuoi bei capelli, così si suole giudicare;

tu non li offri (per farli afferrare) né a chi li merita, né a chi li chiede;

ma li offri solo a colui che non li cerca o non li vede.

Cieca, non conto più su di te.

 

A che serve, con le armi, le lettere o la scultura
affaticarsi in questa o quella parte,
dato che sei così porca, empia figura?

 

Che venga il cancro a te, alle ruote e alla stella;
ti sei vendicata di quel primo insulto:
cosa che non facevi quando io ero giovane.

 

Veniamo ora al componimento che ha ispirato la nostra disamina. L’autore è Domenico Balestrieri (1714-1780), poeta e letterato, che scrisse in dialetto milanese e toscano. Dopo essere divenuto cancelliere in seguito agli studi di legge, il suo amore per la letteratura lo portò a ricostituire l’Accademia dei Trasformati assieme al conte Imbonati e al poeta Carl’ Antonio Calzi. Alla figlia Giuseppa si deve nel 1795, la cura dell’edizione postuma delle sue poesie. Anche il fratello Carlo Giuseppe, prete secolare, si distinse come poeta dialettale. Domenico fu alquanto famoso alla sua epoca, tanto da meritarsi l’ode In morte di Domenico Balestrieri che il Parini, suo amico fraterno gli dedicò in dialetto. Dotato di una serena arguzia e di una mirabile felicità di tono, nel 1741 pubblicò una raccolta di suoi componimenti dal titolo Lagrime in morte di un gatto e nel 1744 le Rimm milanes. Fra il 1744 e il 1779 apparvero, in sei volumi, le Rime toscane e milanesi. Del 1772 è invece la sua versione in dialetto de La Gerusalemme liberata trasvestita in lingua milanese.

 

Nelle sue Rime Toscane e Milanesi (15) abbiamo individuato alcuni versi in dialetto milanese dove parla della Ruota della Fortuna (Guardee el des in di Tarocch), in una bosinada (16) dal titolo:

 

 

IN OCCASION

Che se rezzitava a San. Fioran

In casa del Nobelissem Scior Marches

DON PIO PALLAVISIN

ON’ OPERA DEL METASTASI

INTERMEZZ

o sia DIALEG

FAA ASQUAS ALL’IMPROVISTA

Per comand della bravissema Damma

LA SCIORA CONTESSA

DONNA MARIANNA PERTUSADA

SOA FIŒURA.

 

 

Bosinada, che ha servii

D’intermezz; se nol savii

L’argument, prest vel decciari:

El Mond l’è bell perchè le vari.

 

Personagg.

Valeria

Simon.

 

Questi i versi sulla Ruota (17):

 

Simon:

 

Guardee el des in di Tarocch,  (1)

La sort gira appress a pocch

Come i asp, come i biccocch.

In sto mond tutt pien de scocch.

Gh’è chi nass, e chi ven sbiocch

Col fà pegn, e col fà stocch,

Col giontagh i penn coj occh.

Chi g’ha i micch, e chi g’ha i tocch,

Chi i pastizz, e chi i bajocch,

Chi el le sciala cont i fiocch.

Quest’ l’è visquer (2), quel scimbiocch,

Come ‘l pess ch’abbia avuu el cocch.

Chi ha del lest, chi del lifrocch,

Uun (3) brav omm, l’olter (4) marzocch.

Quest l’è propri on bell bacciocch,

Quell mostacc d’infiragnocch;

Chi è lontan, chi arent ai socch,

Chi rezzev (5), chi fà i recciocch;

Chi teù (6) sù, chi dà di gnocch,

E a chi, en tocca, ajutt san Rocch. (7)

Uun (8) l’è scrocch, e ‘l fa el balocch,

Uun (9) balocch e ‘l cred d’ess scrocch.

Chi ha del sodo, e chi ha el coo alari: (10)

El mond l’è bell perché l’è vari.

 

Varianti lessicali (18)

 

(1)    Tarocch!

(2)    viscor

(3)    Vum

(4)    l'alter

(5)    ricev

(6)    toeu

(7)    Rocch!

(8)    Vun

(9)    Vun

(10)   Alari!...

 

 

Di seguito la traduzione in italiano moderno (19):

 

 

IN OCCASIONE DELL' EVENTO

In cui si recitava a San Fiorano

In casa del Nobilissimo Signor Marchese

DON PIO PALLAVICINI

UN'OPERA DEL METASTASIO

INTERMEZZO

oppure DIALOGO

REALIZZATO QUASI IMPROVVISAMENTE

per volere della bravissima Dama

LA SIGNORA CONTESSA

DONNA MARIANNA PERTUSATI

SUA FIGLIA.

 

 

Bosinata (1) che è servita

come intermezzo; se non conoscete

l’ argomento, ve lo svelo subito:

il mondo è bello perché è vario.

 

Personaggi:

Valeria

Simone

 

Simone:

 

Guardate il dieci nei tarocchi!

La fortuna gira press' a poco

come gli aspi (1) e gli arcolai,

in questo mondo tutto pieno di altalene.

C’è chi nasce, e chi immiserisce

Coll’ impegnare o col prestare a usura,

le penne rimettendoci e le oche.

Chi ha pani interi e chi pezzetti

chi pasticci e chi bajocchi, (2)

chi la sciala con i fiocchi. (3)

Questo è vispo, quello mogio

come il pesce che sia stato stordito.

Chi è sveglio, chi è tardo,

un brav’uomo, l’altro tonto.

Questo è proprio un pacioccone,

quello ha cera da infila-gnocchi (4);

chi è lontano e chi attaccato alle sottane;

chi accetta e chi rimbrotta;

chi le piglia e chi dà botte,

e a chi ne tocca, aiuto, San Rocco!

Uno è furbo e fa il tonto,

uno tonto si crede astuto.

Chi è posato e chi con la testa in aria!...

E il mondo è bello perché è vario!

 

(1) aspi = strumenti fatti d'un bastoncello con due traverse in croce, contrapposte, e alquanto distanti tra loro, sopra le quali si forma la matassa, che anche diciamo Naspo. Lat. alabrum. (da Dizionario della Crusca)

(2) bajocchi = soldi

(3) chi la sciala con in fiocchi = chi sperpera alla grande

(4) infila-gnocchi = poltrone

 

Note

 

1 - Si legga il saggio iconologico La Ruota della Fortuna

2 - Inferno, XV, 46-47.

3 - Ibidem, vv. 67-96.

4 - De monarchia, II, 9.

5 - Boezio, De Consolatione Philosophia, IV pr. 6, 10 e 14. In Giorgio Stabile, La Ruota della Fortuna: Tempo Ciclico e Ricorso Storico. Estratto dal volume: “Scienze credenze occulte livelli di cultura”. Convegno Internazionale di Studi (Firenze, 26-30 giugno 1980), Firenze, Leo S. Olschki Editore, MCMLXXXII [1982], p. 494.

6 - Liber de Veritate Catholicae Fidei contra errores infidelium (Contra Gentiles), III, LXXIV.

7 - AA.VV, Studi e problemi di critica testuale, Volumi 46-47, Arti Grafiche Tamari, 1993, p. 195.

8 - Anicio Bonucci, Opere Volgari di Leon Batt. Alberti, per la più parte inedita e tratte dagli autografi…, Tomo II, Tipografia Galileiana, 1844, pp.27-28.

9 - Ibidem, Proemio, pp. 9-10.

10 - Franco Ferrucci, Il teatro della fortuna: potere e destino in Macchiavelli e Shakespeare, Roma, 2004, p. 26.

11 - Luigi Greci, Benvenuto Cellini nei delitti e nei processi fiorentini, ricostruiti attraverso le leggi del tempo, "Archivio di antropologia criminale", L 1930, pp. 342-385 e 509-542.

12 - Sonetto: Si duole della suggestione, in che stava a Verona "S’io posso un dì porti le mani addosso, / puttana libertà, s’io non ti lego / stretta con mille nodi e poi ti frego / così ritta ad un mur co i panni in dosso".  In Il secondo libro delle opere burlesche di M. Francesco Berni, In Fiorenza, MDLV  [1555], pp. 3v-4r. 

13 - Carlo Cordié Benvenuto Cellini: La Vita - Introduzione, in “I Classici Ricciardi: Introduzioni”, Roma, Treccani, 1996.

14 - Giulio Ferroni (a cura), Poesia Italiana del Cinquecento, Milano, Garzanti, 1978, p. 395.

15 - Domenico Balestrieri, Rime Toscane e Milanesi, in Milano, Nell’Imperial Monastero di S. Ambrogio Maggiore per Antonio Agnelli, MDCCLXXIX (1779).

16 - La bosinada o bosinata è una composizione poetica popolare, scritta in dialetto milanese su fogli volanti, recitata da cantastorie e di contenuto quasi sempre satirico. 'Bosin' era un diminutivo di 'Ambroeus', cioè Sant'Ambrogio, patrono di Milano. 

17 - Ibidem, p. 87

18 - Ibidem, p. 94

19 - Da: Claudio Beretta - Giovanni Luzzi, Letteratura Milanese. Itinerario antologico-critico dalle origini a Carlo Porta, testo originale con traduzione a fronte, Milano, Libreria Meravigli, 1982, pp. 166-167. Nel componimento riportato da questi due autori sono presenti le varianti indicate. Dobbiamo alla Dott. Mariella Pellizzeris, Coordinatore della Sezione di Cultura Milanese presso il Circolo Filologico Milanese, la cortesia di averci  trasmesso la traduzione del testo presente in questo volume.

 

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