Saggi di Andrea Vitali

El Bagatella, ossia il simbolo del peccato

Sul motivo della presenza del Bagatto come prima carta dei Trionfi

 

“On appelle la bagatelle le péché qui degrade plus la nature humaine, qui l'énerve, qui l'aveugle, qui la depouillant de sa noblesse et d'une fierté legitime, l'asservit aux plus humiliantes sensations. C'est bien avec raison que le Sage nous avertit, que l'homme insensé commet le crime, par manière de badinage: Quasi per risum stultus operatur scelus. Prov. X. 10”
                                                                                      Abbé de Feller

 

Come abbiamo evidenziato nel nostro saggio iconologico Il Bagatto, l’immagine di questa carta ci presenta un prestigiatore intento alla sua attività. Bagatto è vocabolo derivato da bagatella, termine che “compare nei volgari italiani scritti dalla fine del Quattrocento, per diffondersi nel corso del Cinquecento in un’area che va dal Nord Italia alla Campania di Masuccio Salernitano, facendo perno soprattutto sul territorio centro-settentrionale” (1). Infatti il primo documento sui tarocchi che riporta questo termine è il manoscritto Sermo perutilis de ludo di un anonimo monaco, datato fine Quattrocento - inizi Cinquecento. Nei documenti sui tarocchi del sec. XVI verrà chiamato Bagatella, il Bagattella, Bagatello, il Bagatino, il Gabbattèlla, Bagato (2). Bagato, trasformato in Bagatto, diventerà successivamente il termine più usato.  

 

Seppur l’etimo Bagatella sia ancora oggetto di indagine, i più importanti dizionari etimologici e altre fonti (3) lo derivano dal basso latino Baga, fardello, roba, bagaglio e, con altra ipotesi, da Bagattíno, specie di piccola moneta, dal latino Bàca, baccae, figurato, piccolo oggetto rotondo “Di maniera che vale letteralmente Piccola cosarella che alcuno possiede; Robicciuola da nulla” (4). Vincenzo Coronelli e Gilles Ménage  la identificano con il sostantivo latino nugæ  (Res levis pretii ac momenti, cioè cosa di poco valore e considerazione), termine così spiegato dal Dizionario Latino Georges - Calonghi - Badellino: Bazzecole, frottole, ciance, futilità e, in forma traslata, persona da nulla, senza cervello, leggero, frivolo. Lo stesso trovasi nel Glossarium manuale ad scriptores mediae et infimae latinitatis chealla voce Bagattare (5) riporta un passo di Paolo Scordilla citato dal Muratori:“Bagattare, nugari, tricari[quest’ultimo da trĭcæ = sciocchezze, baie] Apud Murator. tom.2. pag. 214. col. 2.  Cognomine vocatus el Bagatella, propter ejus cavillationes umbratiles & pueriles, vel quod illam artem noverit Bagattandi” [Era chiamato per cognome el Bagatella a causa dei suoi cavilli ombrosi e puerili, o perché conosceva bene quell’arte del Bagattare] (6).

 

Da parte sua, il Muratori menziona la parola araba Bakatta, termine che in Italiano suona Bagattare significante ‘affrettare un discorso o l’andatura’, ciò che i Modenesi chiamano Abbagattare e i Fiorentini Acciabattare [fare le cose in fretta e male, abborracciare]. Con una T sola invece, continua il Muratori, il mondo arabo ha Bagata che significa ‘scompigliare, disordinare’, termine da cui probabilmente, egli afferma, il mondo occidentale trasse Bagatelle, a significare cose da nulla o i giochi dei saltimbanchi o prestigiatori.

 

Questo il testo originale del Muratori tratto dalle sue Dissertazioni a cui facciamo seguire la versione in lingua Italiana pubblicata postuma dal nipote dopo la morte dell’autore:

 

“Nulla inter Linguas, olim Italis notas, offert mihi verbüm, quod voci, de qua agimus, sono literarum propius sit, quam Arabica. Ullis quippe est Bakatta, quod Italice redditum evadit Bacattare, Bagattare. Ab iis accepisse Mutinenses videntur hoc verbum, quum ajunt Bagattare & Abbagattare rem aliquam, idest eam sine studio, ас inepte ргаe festinatione conficere: pro quo Acciabattare Florentini dicunt. Dicimus etiam Bagatta-mestiere. Significat autem Arabicum Bakatta, Gollio teste, Festinare in sermone, vel in incessu, Corripere, Monere verbis, Rem disgregare, eamdemque colligere. Est Arabum Populo & alterum simile verbum, unico T. scriptum, idest Bagata, significans Miscere, Confundere, negotium, cibum, sermonem suum. Fieri potuit, ut olim Itali, qui ex Arabum gente dominante in Sicilia & Calabria, & ob mercaturam ac literarum studia, apud eos familiari, tot alias voces accepere. Bigattare quoque didicerint, eoque uterentur ad significandam Joculatorum, Agyrtarum, & Scurrarum artem, qui fabulis, ludis, ac rebus puerilibus, & nullius pretii, spectatores detinebant. Illos propterea Bagattare dixerint, eorumque ludos Bagattellas, diminutivo nomine efformato e Bagattare, nuncupare cœperint” (7).

 

Traduzione curata dal nipote del Muratori:

 

Dissertazione Trentesimaterza

 

"Se a me si chiede l’origine di questa voce, rispondo di nulla aver trovato di certo, e poter io solamente esibire una conjettura. Ha la lingua Arabica Bakatta, che accomodato nella nostra Lingua diviene Bagattare. Significa esso, per attestato del Gollio, Festinare in sermone, vel in incessu. I Modenesi dicono Abbagattare, ciò che i Fiorentini chiamano Acciabattare. Un’altro [sic] simile verbo hanno essi Arabi, cioè Bagata, con un solo T significante Miscere, Confundere negotium, cibum, sermonem suum, Corripere, Monere verbis, Rem disgregare, eamdemque colligere. Non è inverosimile, che gl’Italiani dalla gente Araba, o sia dai Saraceni, che una volta dominarono in Sicilia e Calabria, e gran traffico faceano per varj nostri paesi, imparassero Bagattare, come ne hanno imparato tant’altre parole; e chiamassero le cose da nulla, e le furberie, e i giuochi de’ Cantambanchi, Bagatelle" (8).

 

Interessante, a nostro avviso, sono i termini Abbagattato e Bagattato che hanno dato origine  nella lingua Italiana all’espressione ‘sono rimasto abbagattato o bagattato’ a significare che si è presa una fregatura o si è subito un incidente di varia natura. Bagattare indica anche rovinare una cosa o qualcuno (9). Occorre anche sottolineare che la parola riportata dal Muratori Acciabattare, in lingua corrente Ciabattare, cioè camminare strascicando le ciabatte, è imparentata con ciabattino, che è colui che ripara le scarpe rotte e più raramente un fabbricante di ciabatte, termine che in senso figurato significa ‘Chi fa male un lavoro per mancanza di impegno o di capacità” (10), quindi un bagatello. Non a caso in alcune carte di tarocchi il Bagatto venne ad essere identificato con un calzolaio o un artigiano in genere (11) ad indicare un personaggio tenuto in scarsa considerazione.

 

Di seguito riportiamo brevi passi tratti da opere seicentesche in cui viene utilizzato il termine Acciabattato:

 

"Onde sarebbe stata temerarietà l'esporre agli occhi acutissimi  dell'invidia un lavoro acciabattato,..." (12);  "Queste parole, & attioni de’ Deputati davano chiaramente à divedere, che non erano per affaticarsi in troppo lungo uficio per impetrare a’ Francesi la chiesta sodisfatione anzi spasimassero di voglia di compiere il lavoro acciabattato con gli Spagnoli per parlare poscia à favore de’ proprij Collegati, più per forma, che per altro" (13); "Eccolo [il Cristo], accusato à varij tribunali, querelato da gente bugiarda, infamato come reo, con un processo tumultuario, pieno di nullità, senza servare ordine alcuno di ragione, acciabattato all’infretta, frà le tenebre della notte, senza voler aspettare la luce del giorno. Malladetta Sinagoga  di malignanti!  Che forma di giudicio precipitato è codesta!" (14).

 

Nella diffusione italiana e straniera sono ben distinguibili tre filoni principali che riguardano la parola bagatella: il primo a significare ‘cosa da poco, di scarso valore’; il secondo ‘gioco di prestigio o di abilità’ e il terzo ‘azione truffaldina, frode’. Vedremo di seguito e per quale motivo questi tre significati verranno insieme collegati al concetto di  bagatella.

 

Riportiamo alcuni esempi riguardanti il significato di Bagatella come cosa di poco valore.

 

Il Vasari riferendosi al pittore Giovannantonio detto "Il Soddoma da Verzelli", chiamato anche Mattaccio, dice di lui: "Ma egli ebbe sempre l'animo alle baie e lavorò a capricci, di niuna cosa maggiormente curandosi che di vestire pomposamente, portando giuboni di brocato, cappe tutte fregiate di tela d'oro, cuffioni ricchissimi, collane, et altre simili bagatelle e cose da buffoni e cantanbanchi" (15).

 

Così Erasmo da Rotterdam sul gentil sesso: “Iisdem ferme de causis hoc hominum genere mulieres gaudere solent impensius, utpote ad voluptatem & nugas natura propensiores. Proinde quicquid cum huiusmodi factitarint, etiamsi nonnumquam serium nimis, illae tamen jocum ac lusum interpretantur, ut est ingeniosus, praesertim ad praetexenda commissa sua, sexus ille” (Ed è press’a poco per i medesimi motivi che le donne, più inclini come sono per natura al divertimento e alle bagatelle [nugas], di solito si trovano così a proprio agio con questo genere di uomini [i folli]. Perciò qualsiasi azione costoro abbiano compiuto - nonostante talvolta si tratti di azioni fin troppo serie -, le donne le interpretano alla stregua di un gioco e di un divertimento, tanto ingegnoso è il loro sesso soprattutto nel nascondere le proprie marachelle) (16).

 

Passiamo con Agnolo Firenzuola al significato di Bagatella come ‘gioco di prestigio o abilità” riportando un passo della traduzione, da lui adattata, dell’Asino d’Oro di Apuleio:

 

Libro Primo

 

“Io vidi in Siena, in su la piazza che e’ chiamano il Campo, un giocatore di bagatelle [circulator] a cavallo per ghiottornia di pochi quattrini inghiottirsi una spada appuntatissima, e cacciarsi in corpo uno spiedo porchereccio da quella parte ch’egli ha la punta” (17).

 

Nel Morgante del Pulci troviamo due esempi di ‘azione truffaldina, astuzia, inganno’: il primo quando Gano di Maganza “fece il tristo e il cagnaccio all’usanza, / E lasciossi cader come un ribaldo. / Guarda se sa ancor far la bagatella…”, cioè se, come è suo solito, si comporta da vile dissimulando la sua viltà con una finzione furbesca. (18) e, sempre in riferimento a Gano, “Pensa, lettor, che il traditor rassetti / Tutte sue bagatelle e sue bugie, / E mandragole e serpe e bossoletti / E polvere e cartocci e ciurmerie / Mostrassi, e tutti sciogliesse i sacchetti…” (19).

 

Abbiamo un significato simile nel Novellino di Masuccio Salernitano (XX Novella) dove un gentiluomo di Salerno, innamorato perdutamente di una vedova, venne finalmente castigato, lui che  “mai da niuno ponito de quanti inganni e bagatelle avea adoperate tutto ‘l suo vivente” (20).

 
Continuando, così il Macchiavelli nella Clizia laddove Nicomaco, un vecchio, innamorato di Clizia, risponde a Sofronia (Atto Secondo - Scena Terza):

 

Nicomaco: Tu mi minacci di chiacchiere; fa’ ch’io non dica. Tu credi forse che io sia cieco e che io non conosca e’ giuochi di queste tua bagatelle? Io sapevo bene che le madre volevano bene a’ figliuoli, ma non credevo che le volessero tenere le mani alle loro disonestà.


Pietro Aretino in un dialogo fra i due famigli Cappa e Rosso ne La Cortigiana (Atto Primo - Scena XX):


Cappa.
Tu sei molto allegro, Rosso, tu stai ridendo da ti stesso: che vuol dire?
Rosso: Io mi rido d’una giuntaria, ch’è stato fatta tanto destra che non se ne sarebbe accorto il maestro de le bagatelle; e te la conterò più per agio.

 

Ludovico Ariosto nella Cassaria, quando l’astuto Volpino trama un inganno ai danni del vecchio padrone (Atto Quarto - Scena Seconda):

 

Volpino: Ma venga pur, venga a sua posta, che apparecchiata ho già la tasca da farli il più netto e il più bel giuoco di bagatelle ch’altro maestro giocasse mai.

 

Concludiamo - ma gli esempi sarebbero ancor più numerosi - con l’Assiuolo del Cecchi (1549-1550) Atto Terzo - Scena Prima: “Vo’ sarete servito. Orsù a cominciar questo giuoco di bagatelle”; con gli Straccioni del Caro (1543-1556), Atto Quarto - Scena Prima: “O tu di’ le bugie o la fortuna fa oggi le bagatelle con noi” e con La Fantesca di Giovan Battista della Porta (Prima edizione, 1592), Atto Primo - Scena Prima: “E questi che fan le bagatelle, pur fan veder molte cose che non sono” (21).

 

Quando Baldassarre Castiglione nel primo libro del Cortegiano indicò le attività che ogni buon cortigiano doveva conoscere e mettere in pratica, suggerì anche quelle da evitare come "volteggiar in terra, andare in su la corda e tai cose, che quasi hanno del giocolare e poco sono a gentilomo convenienti”. Sta di fatto che diversamente dalla editio princeps del 1528, negli abbozzi originali e nel manoscritto successivo (ca. 1513-1516) (22) troviamo accanto al giocolare anche il termine bagatella “… e tal cose che quasi hanno del giocolare o bagatella, e poco sono a gentilom convenienti” (23). Il Castiglione modificò successivamente la frase togliendo bagatella, poiché, in quanto amante della precisione, volle indicare ai cortigiani i reali atteggiamenti da evitare, senza lasciare dubbi sull’interpretazione di questi ultimi.

 

Per meglio chiarire la differenza esistente fra giocolare e bagatella illustriamo di seguito il significato del primo termine.

 

Vittorio Cian, nella sua edizione commentata dell’opera del Castiglione del 1894, lo deriva dal latino medievale jocularis, significante giullare, buffone, saltimbanco.

 

Jocularis nell’antichità indicava motti o parole facete mentre colui che li proferiva era chiamato joculator. Nel medioevo joculator passò a designare il personaggio che allietava attraverso il canto, la recitazione, il ballo e vari giochi di destrezza il pubblico sia delle corti che delle piazze, e jocularis la sua attività. Nacque allora quello che in volgare si chiamò dapprima in francese e provenzale jo(n)gler e joglar, da cui l’italiano giullare (24).

 

“La forma latineggiante giocolare” scrive  Ghino Ghinassi “ha anch’essa, nei volgari italiani, una storia antica, che risale ai primi secoli della lingua, ed è, più o meno, un sinonimo di giullare: un sinonimo, pare, di rango più elevato in ragione della sua maggiore vicinanza formale al latino, e forse per questo un po’ più raro della voce d’origine francese. Per il resto i due vocaboli possono vivere e alternarsi nello stesso testo, come accade, per esempio, nel Novellino, dove, alla Novella XLIII, si parla dello stesso personaggio prima come un giucolare e poi come un giullare con perfetta sinonimia e interscambiabilità. Sembra tuttavia che, rispetto a quello di bagatella, il contesto in cui si situa il vocabolo tenda ed essere più elevato e meno spregiativamente connotato. Il giocolare si incontra piuttosto nelle corti, sia laiche che ecclesiastiche, o alle mense vescovili (come nel passo del Novellino citato or ora); più difficile è incontrarlo in piazza fra il popolino intento a esibirsi in pagliacciate o ciurmerie” (25).  


Riassumendo per giocolare deve intendersi un giullare il cui lavoro è quello di intrattenere il pubblico sia con musiche, balli e recitazioni, sia con esercizi di abilità e destrezza fisica. Si tratta di persone che, seppur di umili origini, si esibivano presso le corti e i ceti più alti della società, senza essere oggetto di scherno o considerazioni di biasimo. Per tutto il Quattrocento e il Cinquecento il termine giocolare mantenne una propria identità, per poi smarrirsi sostituito da giocoliere

 

Che la figura rappresentata nella carta del Bagatto sia invece un prestigiatore è fuori discussione, sia per le innumerevoli testimonianze artistiche che lo identificano come tale, sia per il soprannome di 'il Bagatello' attribuito a Francesco da Milano, celebre prestigiatore e autore verso il 1550 di una fra le prime opere sulla prestidigitazione intitolata Opera nuova non più vista, nella quale potrai facilmente imparare molti giochi di mano. Composta da Francesco di Milano, nominato in tutto il mondo il Bagatello  (26).

 

A differenza del giocolare, il bagatello (come esprime il nome) era considerato personaggio di poco valore, un nonnulla che si serviva di trucchi e di illusioni per far soldi a scapito dei convenuti. Nel suo “maravigliare” ciò che sembrava vero in realtà era solo apparenza e falsità. Un gioco di abilità e destrezza che implicava furberia e inganno. Dimostrare di essere in grado di far tornare in un solo istante integro un pezzo di tessuto prima diviso in tante parti, denunciava qualcosa di magico. Il bagatello era un mago di destrezza, ma come sappiamo la Chiesa condannava ogni forma di magia, compresa quella in cui si utilizzavano trucchi, poiché il nemico di Dio, cioè il Diavolo, così come il cistercense Isaac de l’Etoile (ca. 1110-1167/69) espresse in un suo sermone era “artefice di mille trucchi” (27).

 
La falsità di chi operava bagatelle, sia si fosse trattato di un prestigiatore o di un maestro di inganni, venne pertanto ad essere accomunata alla falsità dell’avversario di Dio, per eccellenza il nemico di ogni virtù. Anton Francesco Doni, Accademico Peregrino, nei Marmi (1552-1553), mette in bocca a Ghioro, al termine della lettura di un libro di massime ed esortazioni, le seguenti parole: “Ghioro: Lieva Signore via de la Corte tua primamente, tutti gli adulatori; perche chi ama l’adulazione è nimico della verità. Scaccia i buffoni, bandisci i Cerretani, & i Maestri di Bagatella, conciosia che son tutti gente da beffe, & un Signore che sta sempre involto nelle cose leggieri, malvolentieri spedisce gravi negotij. Tutti i vagabondi, & gli instabili, sien sempre lontano da te; perche questi son nemici della virtù” (28).

 

I prestigiatori venivano considerati vagabondi e instabili per eccellenza in quanto, per lavoro, erano costretti a spostarsi in continuazione da una località all’altra, anche se tendenzialmente non bene accetti. I contesti in cui l’abilità del prestigiatore era guardata con sospetto, al limite del truffaldino, erano in effetti frequenti. Riportiamo, come esempio, il resoconto di un fatto accaduto in Alto Adige tratto dal Viaggio in Alamagna di Francesco Vettori, viaggio da lui compiuto nel 1507-1508 e dato in breve alle stampe: “Dopo mangiare, capitò nell’osteria uno ciurmatore e giucolatore di bagatelle et aveva gran seguito di gente. E, se bene parlava italiano, adoperava più le mani che la lingua, di sorte che ragunò, con questa sua articella, qualche somma di crazie. Quello facessi non dico, perché noi altri siamo tanto usi a vedere simil cose che scriverle saria superfluo. Nè avea in tutto finito di raccorre e’ danari  e rassettare le sue bagatelle, che sopraggiungono quivi forse didici famigli e con furia lo legorno e menoronlo”. L’oste spiegherà poi al Vettori che non era costume di “Alamagna” farsi portar via i danari “con questi modi” (29).

 

Da questo brano e dagli altri esempi letterari sopra riportati, si evince che per bagatelle erano intesi sia i giochi di prestigio che gli strumenti del mago o le azioni furbesche in genere, e non le persone che le attuavano, come ulteriormente si evince dal componimento In lode dell’Orinale di Francesco Berni (ca. 1520): “Vale altrui l’orinal per tre scarselle / Et ha più ripostigli e più secreti / Che le bisacce delle bagattelle”. In questo passo “per allusione equivoca si confronta l’orinale con la borsa dell’illusionista, fornita di doppi fondi e di tasche segrete, che nascondono gli attrezzi delle sue magie” (30).

 

Pertanto bagatella è da intendersi, a differenza del giocolare,  non come nomen agentis, ma come nomen actionis. La persona che fa i giochi è il ‘bagattelliere’ oppure il ‘maestro di bagatelle’ e nei tarocchi il 'bagatto'. Nel Sermo perutilis de ludo, el bagatella esprime quindi le azioni del prestigiatore e non il personaggio in sé. Solo un poco più tardi, quando quella voce verrà sostituita da bagatto, si intese significare il personaggio che compiva il prestigio.
 

Abbiamo visto come i prestigiatori e la loro attività fossero visti con sospetto, non solo dalla Chiesa, ma anche dalla società civile. Già in epoca carolingia Carlo Magno aveva emanato norme contro prestigiatori, maghi, indovini, ciarlatani: “Ideo praecipimus ut calculatores, et incantatores, et tempestarii, vel obligatores non siant; et ubicumque sunt, emendentur vel damnentur…..usque dum Deo inspirante spondeant emendationem peccato rum” (Quindi ordiniamo che non vi siano prestigiatori, guaritori, maghi delle tempeste e indovini, e dovunque siano, vengano puniti e condannati….finchè, per grazia di Dio, non promettano di emendarsi dai loro peccati” (31).

 

Albino Alkwin (735-844) dirà “Histriones et mimos et saltatores ... magna immondorum sequitur turba spiritum” e Salviano (32) nel V secolo “Spectacula sunt diaboli”, mentre San Bernardo da Chiaravalle in un sermone del 1150 affermerà ”Un uomo che frequenta i giocolieri avrà presto una sposa di nome Povertà. Se accade che i trucchi dei giocolieri colpiscano la vostra attenzione abituatevi ad evitarli e fuorviatene il pensiero. I trucchi dei giocolieri non piacciono mai a Dio” (33).

 

Giovanni di Salisbury (1120-1180) consigliò addirittura ai Principi di sterminare, piuttosto che nutrire, tutti i componenti della “familia Diaboli”, e fra questi i prestigiatori (prodigiis hominum) “Nam de histrionibus et mimis, scurris et meretricibus, lenonibus et huiusmodi prodigiis hominum, quae principem potius oportet exterminare quam fovere” (34).

 

In seguito alla richiesta rivolta a Bernardo di Chiaravalle di scrivere le regole per un Nuovo Ordine, che avrebbe portato come nome MILITUM XPISTI o Milizia del Tempio o Poveri Cavalieri di Cristo, il 14 gennaio 1128, nella Cattedrale di Troyes, alla presenza dei diversi rappresentanti della Chiesa e dopo lungo dibattito, la Regola del Tempio venne approvata, dando definitiva nascita all'Ordine Templare. Bernardo metterà in evidenza nel De laude novae militiae le differenze sostanziali che distinguevano il nuovo ordine dalla cavalleria laica e fra queste il disprezzo verso i mimi, i maghi, i ciarlatani, che venivano respinti come vanità e follia: “Scacos et aleas detestantur; abhorrent venationem, nec ludica illa avium rapina, ut assolte, delectantur. Mimos et mago set fabulatores, scurrilesque cantilenas, atque ludorum spectacula, tamquam vanitates et insanias falsas respuunt et abominantur" (Essi detestano gli scacchi e il gioco dei dadi; hanno in orrore la caccia e nella ridicola persecuzione degli uccelli non trovano l'usato piacere. Evitano e aborriscono i mimi e i maghi, gli affabulatori,  le canzoni  indecenti e gli spettacoli ludici, che condannano e respingono come vanità e follie ingannatrici) (35).

 

D'altronde non poteva essere diversamente, poiché, come scrive Jacques Le Goff sul concetto di lavoro nell’alto medioevo, “l’uomo deve lavorare a immagine di Dio. Il lavoro di Dio è la creazione. Ogni professione che non sia creativa è dunque infame o inferiore. Bisogna fare come il contadino, che crea la messe, o almeno come l’artigiano che trasforma la materia prima in oggetto. Non potendo creare, bisogna trasformare - «mutare» -, modificare - «emendare» - migliorare - «meliorare». Perciò è condannato il mercante, in quanto non crea nulla. È questa una struttura mentale essenziale della società cristiana, nutrita di una teologia e di una morale fiorite in regime precapitalista. L’ideologia medievale è materialista nel senso stretto. Ha valore solamente la produzione di materia. Il valore astratto definito dall’economia capitalista le sfugge, le ripugna, è condannato da essa (36). Un concetto che “appare nettamente in diversi manuali dei confessori, in particolare in Tommaso di Cobham che cita a questo proposito Aristotele” (37).

 

Più tardi, tra il secolo XI e XIII, la rivoluzione economica porterà a limitare il disprezzo verso  molte professioni prima ritenute peccaminose. Causa di condanna dei mercanti, degli artigiani come di qualsiasi altra attività, rimarrà la cattiva intenzione, cioè l’agire per cupidigia - “ex cupiditate” - e per amore del guadagno -“lucri causa”.

 

Con questa lettura della lucri causa e dell’ex cupiditate occorre valutare la presenza dell’Artixan nei cosiddetti Tarocchi del Mantegna: un monito indirizzato agli artigiani affinché non seguissero queste due cattive intenzioni, responsabili di condanna e conseguentemente di rovina della propria anima. Un insegnamento che nel proseguo vedremo indirizzato verso tutti coloro che agivano per 'bagatelle'.

 

L’atteggiamento della Chiesa rimarrà comunque costante nella condanna dei prestigiatori. Bertoldo da Ratisbonda, nel sec. XIII, respingerà dalla società cristiana solo l’accozzaglia dei vagabondi, degli erranti, dei “vagi”. Essi formeranno la “familia diaboli”, la famiglia del diavolo, di fronte a tutti gli altri mestieri, a tutti gli altri “stati” ormai ammessi nella famiglia di Cristo, la “familia Christi” (38).

 

Tutti i componenti della ‘familia Diaboli’ erano collocati in fondo alla scala sociale perché non soltanto conducevano vita disonesta, ma soprattutto perché inducevano gli altri a farlo. La loro pericolosità era quindi duplice, come duplice il loro peccato. Ma la riprovazione della Chiesa non si rivolgeva esclusivamente a loro: con pari intensi­tà la condanna cadeva anche sugli spettatori.


Nella condanna dei prestigiatori i domenicani non furono da meno degli altri ordini religiosi: in un passo de Il Salterio di Gesù e Maria il domenicano bretone Beato Alano de la Roche (1428-1475) racconta l’incontro di san Domenico con delle bestie infernali. Alla domanda di quest’ultimo di manifestarsi, esse diranno di essere “le quindici Regine dell’Inferno, le seduttrici del mondo” e di esercitare il comando “sugli stessi maghi e sui prestigiatori simili ad essi” oltre che sugli astrologi, in quanto “quei presagi, che essi fingono di predire, come veri dagli astri, sono inventati dai nostri inganni” (39).


Più tardi, nel sec. XVI, quando di bagatellieri saranno piene le piazze, la loro condanna rimarrà ferma e costante, per il carattere vano e ingannevole delle loro azioni. Così scrive Tommaso Garzoni da Bagnacavallo nel capitolo Formatori di spettacoli in genere, e de’ ceretani o ciurmatori massime  della sua Piazza Universale di tutte le professioni del mondo (1585): “Ma ci è una certa sorte di spettacol moderno trovato da varie specie di ceretani, del qual inten­do, per curiosità del mondo, …….. particolarmente ragionare. I ceretani dunque…. fra la vilissima plebe s'hanno acquistato ormai credito tale che molto maggior concorso con più lieto applauso si fa loro ch'agli eccellenti oratori del verbo divino e agli onorati catedranti delle scienze e arti ingenue, di piccola corona rispetto a loro circondati intorno. Fu di questa professione qualche memoria an­cora presso agli antichi, essendo che i bagatellieri, latinamente detti gesticolatores, e, secondo i Greci, chironomi, ottennero qualche nome fra loro, dando piacere con le bagatelle efrascherie… Ma a' tempi nostri, il numero e le specie di co­storo son cresciute a guisa della mal'erba, in modo che per ogni città, per ogni terra, per ogni piazza non si vede altro che ceretani o cantinbanchi, che più pre­sto mangiaguadagni puon dimandarsi che altramente. E tutti con vane arti e in­ganni illudono le menti del popolazzo, e allettano l'orecchia a sentir le frottole raccontate da loro, gli occhi a veder le bagatelle, i sensi tutti a stare attenti alle prove ridicolose che in piazza fanno…” (40).

 

Alcuni di questi ‘peccatori’ si convertirono donando alla Chiesa i propri beni acquisiti tramite il loro lavoro. Nell’anno 1058 un certo Alberto pentitosi della vita condotta fino ad allora, fece una donazione alla Canonica “consistente in due pezze di terra con case, e cinque chiusure di campi arativi” (41). Dal che si può dedurre quanto quel tipo di attività fosse lucrativa.


A questo punto, a chi si chiede per quale motivo venne inserita la figura di un prestigiatore quale carta iniziale dei Trionfi, rammentiamo il significato etico-cristiano che connota l’intera struttura trionfale (42), da noi enunciato anche in altri interventi (43) e che di seguito riportiamo per comodità espositiva: “Dal primo ordine di Trionfi conosciuto (44), risalente all’inizio del Cinquecento, risulta evidente che si trattava di un gioco a sfondo etico. Il Giocoliere (Bagatto) raffigura l’uomo comune a cui sono state date guide temporali, l’Imperatrice e l’Imperatore e guide spirituali, il Papa e la Papessa (la Fede). Gli istinti umani devono essere mitigati dalle virtù: l’Amore dalla Temperanza e il desiderio di potere, ossia il Carro, dalla Forza (la cristiana virtù  “Fortitudo”). La Ruota della Fortuna insegna che ogni successo è effimero e che anche i potenti sono destinati a diventare polvere. L’Eremita, che segue la Ruota, rappresenta il tempo al quale ogni essere deve sottostare e la necessità per ciascun uomo di meditare sul valore reale dell’esistenza, mentre l’Appeso (il Traditore) denuncia il pericolo di cadere nella tentazione e nel peccato tradendo il proprio Creatore prima che la Morte sopraggiunga.


Anche l’Aldilà è rappresentato secondo la tipica concezione medievale: l’Inferno e quindi il Diavolo, è posto sotto la crosta terrestre sopra la quale si estendono le sfere celesti. Come nel cosmo aristotelico, la sfera terrestre è circondata dal cerchio dei “fuochi celesti”, raffigurati da fulmini che colpiscono una Torre. Le sfere planetarie sono sintetizzate dai tre astri principali: Venere, la Stella per eccellenza, la Luna e il Sole. La sfera più alta è l’Empireo, sede degli Angeli che nel giorno del Giudizio saranno chiamati a risvegliare i morti dalle loro tombe. In quel giorno la Giustizia divina trionferà, pesando le anime e dividendo i buoni dai malvagi. Sopra tutti sta il Mondo, cioè “El Dio Padre”, come scriveva un anonimo monaco che commentò i Tarocchi all’inizio del Cinquecento (Si legga in proposito il saggio iconografico relativo a questo Trionfo). Lo stesso religioso pone il Folle dopo il Mondo, come ad indicare la sua estraneità ad ogni regola e insegnamento in quanto, difettandogli la ragione, non era in grado di comprendere le verità rivelate (45).


Risulta più che ovvio che un simile tipo di insegnamento non mirava a riassumere l’etica religiosa cristiana alle persone sagge e virtuose, ma ai peccatori, a coloro cioè che più di ogni altro necessitavano di essere convertiti. Va da sé che inserendo l’immagine del bagatella, nella sua  accezione di ‘azione truffaldina’ (nomen actionis), si volle mettere in evidenza un punto di partenza che rappresentava il simbolo per eccellenza del peccato. Con la domanda “perché proprio la figura di un prestigiatore e non di un altro peccatore” rispondiamo dicendo che la Chiesa considerò la bagatella come una delle massime espressioni del peccato, tanto da creare un tòpos che dal Quattrocento, epoca in cui il termine apparve, si perpetuò nella storia della Chiesa fino al diciannovesimo secolo. Preso atto di tale situazione occorrerà da parte nostra modificare quanto abbiamo scritto sul significato del Bagatto sostituendo "l'uomo comune" con "l'uomo peccatore".

L’Abate de Feller commentando l’opera di François Louis Gauthier (1696-1780) Traité contre l’amour des parures et de luxe des habits (Trattato contro l’amore per gli ornamenti e il lusso degli abiti) (46) scrive che “il titolo ricorda l'eccellente trattato dello stesso autore su Les mauvaises chansons [Le cattive canzoni] (47), un soggetto che gli spiriti del secolo trattano da bagatella e che è una delle grandi fonti della corruzione dei costumi e del libertinaggio sfrenato, che getta nell'inquietudine e nella desolazione tutti i livelli della società” (Le titre de l’ouvrage rappelle l’excellent traité sur les mauvaises chansons, matière que le esprits dù siècle traitent de bagatelle et qui est une des grandes sources de la corruption des mœurs et du libertinage effréné qui inquiète et désole tous les états de la société) (48). Scrive il Feller che il Gauthier intende, con S. Paolo, che “le donne che fanno professione di Religiosità (e lo stesso vale per gli uomini) siano vestite con abiti dignitosi, e che siano ornate con modestia”. Aggiunge che gli uomini che si occupano troppo dei loro ornamenti passano per degli effeminati, e le donne per vanitose e facili “Perché se quelle donne sono caste, la castità si manifesta anche in mezzo a quelle bagatelle. Si dice che quegli ornamenti non danno motivo di pensar male; ma io replico che il Diavolo pensa sempre male” (Il veut, avec S. Paul que les femmes qui font profession de Piété, - & il en faut, dit-il, dire autant des hommes - soient vêtus d’Habits bienséans, & qu’elles soient modestement parées. Il ajoûte que les hommes qui s’occupent trop de leurs Parures, passent avec raison pour des efféminés, & les femmes pour être vaines & faciles. Car, dit-il, si elles ont de la chasteté; elle ne paroît pas au moins dans ces bagatelles. On dit  qu’on n’y pense pas de mal; mais je réponds que le Diable en pense toujours).

 

Di seguito, prendendo in esame l’opera dell’abate Maydieu Histoire de la Vertueuse Portugaise; ou le modèle des femmes chrétiennes sull’istruzione del popolo (49), il Feller scrive: “On verra dans cet ouvrage des tableaux alarmans de tous les genres de vices, et sur-tout de celui que la dégradation des mœurs distingue par le nom di bagatelle” (Si vedranno in quest’opera dei resoconti allarmanti di tutti i tipi di vizi, e soprattutto di quelli che la degradazione dei costumi indica con il nome di bagatelle), fornendo di seguito, in nota, il significato di bagatella: “On appelle la bagatelle le péché qui degrade plus la nature humaine, qui l'énerve, qui l'aveugle, qui la depouillant de sa noblesse et d'une fierté legitime, l'asservit aux plus humiliantes sensations. C'est bien avec raison que le Sage nous avertit, que l'homme insensé commet le crime, par manière de badinage: Quasi per risum stultus operatur scelus. Prov. X. 10" (Si chiama Bagatella il peccato che degrada maggiormente la natura umana, che la snerva, che l’acceca, che spogliandola della sua nobiltà e di una sua fierezza legittima, l’asservisce alle sensazioni più umilianti. È ben a ragione che il Saggio ci avverte che l’uomo insensato commette il crimine alla maniera di una burla. Quasi ridendo lo stolto commette peccato. Proverbi, X,23) (50).

 

Commentando il passo dei Proverbi potremmo affermare, come altrove già scritto (51), che lo stolto è il Folle dei tarocchi, che necessita di uscire dalla situazione di non credente per giungere addirittura a diventare, seguendo le orme del santo di Assisi, folle di Dio. Il Bagatto crede in Dio, ma ritiene di poter sorvolare su tante cose imposte dalla Chiesa, ritenendole bagatelle, cioè cose di poco conto e di poco valore ai fini del Giudizio Finale. Fra queste, il non occuparsi troppo o per nulla della propria anima, il trascorrere il buon tempo concesso da Dio per curare il proprio corpo, il divertimento e il litigare, fino a giungere a considerare come bagatella addirittura la messa e l’eucarestia.

 

La Chiesa prese a prestito il termine con cui certe lingue identificavano un peccato di poca importanza, tutto sommato un peccatuccio, elevandolo, al contrario, a nome e simbolo di grande colpa. Gli esempi in tal senso sono innumerevoli. Ne riporteremo diversi, iniziando dal XIX per giungere a ritroso al XVI secolo.

 

Dice il presbitero Giuseppe Cafasso (1811- 1860) rivolgendosi alla gioventù: “Giovani, e figlie, che m’ascoltate, voi sentirete soventi a dire nel mondo che quelle facezie, que’ peccati sono un niente, sono bagatelle; che non è vero sieno peccati così grandi, che Dio mandi all’Inferno per questo che li castighi poi tanto; sentite: guardatevi bene da queste lingue, lasciate dire, lasciate fare, voi state fermi a ciò, che la fede vi dice. Essere queste cose il più gran male, e condurre all’inferno tante anime disgraziate: si sente purtroppo sulla bocca di tanti, che la legge di non mangiar carne Venerdì e Sabbato è una minchioneria, un impostura, un capriccio degli uomini, e nessun uomo avere questo diritto; si sente di più che non v’è bisogno d’andarsi a confessare, potersi salvare senza la Confessione, essere un peso messo dalla Chiesa, e non da Dio: falso miei cari, falso: la fede ci obbliga a credere che i Sacramenti e fra questi la Confessione, furono da Dio istituiti; la fede ci obbliga a credere, e professare, che la Chiesa, fu fondata da Dio, aver ricevuto da lui medesimo tutta quella autorità, che vuole ed esigge il bene delle anime. O credere tutte queste verità, o rinunziare al battesimo, rinunziare al nome, ed al carattere di cristiani” (52).

 

Giacomo Margotti (1823-1887), sacerdote e dottore in Teologia, scrive: “Quanto alla questione del pane, che comprende tutte le questioni di agiatezza, e di bella e buona vita, questa si cura a tutto uomo. Quanto a quella, che riflette l'onore di Dio, e il progresso morale del cittadino, si reputa una bagatella” (53).

 

Così il Cappuccino della Provincia Veneta Marino di Cadore (Giuseppe Zanetti, 1745-1827): ”Eccolo quindi sotto il peso di que’ peccati che si credon da noi bagatelle dappoco, fragilità di natura, convenienze di mondo, dal peso di questi peccati aggravato cade Gesù Cristo, cade boccone a terra, l’allegrezza del Cielo si attrista, la gloria degli Angeli rendesi mesta, assalito l’autor della vita dall’orrore di morte: tristis, trìstìs est anima mea usque ad mortem” (54).


In tal modo Giuseppe Antonio Costantini (1692-1772) “E' un grande inganno il nostro, e pur troppo comune alla maggior parte delle Donne, e credo anche degli Uomini, il credere di soddisfare ai doveri di Religione con bagatelle, che niuna violenza ci costano. Credere di poter accarezzare le nostre passioni, ed essere amici di Dio. Aver cuore di Lupo, ed aver sopravveste di Agnello. No, nò; non c' inganniamo, amica dilettissima; bisogna prima purgare l'interno, e vincere quelle inclinazioni, che ci rendono nemici di Dio. Ma nudrire un cuor nero, ed avere la veste candida, sarà sempre il colorito del tradimento” (55).


Angelo Paciuchelli da Montepulciano (sec. XVII), frate dell’Ordine de’ Predicatori e Provinciale della Provincia Romana scrisse in proposito: “E gran vituperio de gl’ huomini, che essi vestano vanamente, e s’adornino quasi che fossero donne….A questi giorni passati si è veduto un tale, che trovandosi in chiesa, overa molta gente, alla presenza di tutti, trasse uno specchietto dal cinto del suo cappello, molto artifiziosamente accomodatovi, e rimirandosi in esso, si acconciò il collare, i capelli, e la barba. Non finirebbe mai chi volesse discendere a’ particolari, e descriver le tante lor bagatelle, e pazzie” (56).

 

Così F. Benedetto Fedele di San Filippo (sec. XVII), Francescano del Terzo Ordine:

 
Dal Panegirico Decimoquarto

 

“Non può esser giammai piccolo colui, che attende all’acquisto di cose grandi. Mentre l’uomo è piccolo, per l’acquisto di cose piccole, d’un pomo, d’una vesticciola, o di simile bagatella, s’affatica" (57).


Il poligrafo e avventuriero Gregorio Leti (1630-1701) in questo passo dell’Historia Genevrina mette in guardia le autorità religiose affinché impongano ai parroci di portare pace all’interno delle famiglie invece di far prediche che solo il vento avrebbe ascoltato. Una cura Pastorale più che necessaria perché le divisioni famigliari avrebbero condotto i litiganti, a causa di queste bagatelle che essi non consideravano peccati, ad essere castigati della Giustizia Divina:


“Dagli Huomini più savii io hò sempre inteso dire, che per rimediare à questo inconveniente, converrebbe sgravare i Ministri di quel peso di tante Prediche inutili che si fanno al vento, o pure a’ banchi delle Chiese, e raccommandarli un poco meglio la cura Pastorale, nella visita degli Infermi, e nel mantenere la buona unione tra le Famiglie, poiché ardisco dire con mio rossore, che gli Huomini più libertini, non che quelli più dabene si scandalizzano nel vedere in Geneva tante distintioni, tante discordie, e tante nemicitie tra Padre, e Figlio, tra Marito, e Moglie, e tra prossimi parenti, senza che alcuno Ministro si mescoli a pacificarli con carità Christiana, prima d'àndare per bagatelle nella giustitia; gli ordini della Chiesa son'ottimi in questo, se fossero ben' osservati, & eseguiti” (58).


Per giungere alla partecipazione della gloria divina, serviva, come afferma Frate Francesco da Sestri (1619-?), Minore Cappuccino, abbandonare le bagatelle terrene, così come fanno i bimbi una volta usciti dalle loro fasce:

 

Ragionamento I - Parte Seconda

 

"Mà, passando dalla lettera allo spirito, con molta ragione si celebrava con feste, con musiche, e conviti il giorno, che si spoppavano i putti; perché misticamente figurava quello, in cui i fanciulli cominciavano non semplicemente a vivere, ma à ben vivere: in cui lasciano d’essere pargoletti bisognosi di latte, e principiano ad essere huomini, che si nodriscono d’alimento più sostentioso, per crescere nella virtù: in cui, usciti dalle fasce, dalle minutie, e bagatelle terrene, s’introducono ad investigare, à cercare, & à dimandare beni celesti, & eterni: in cui, staccati dalle poppe del mondo, e dalle lusinghe della carne, sospirano, ed aspirano a’ diletti, e contenti di Paradiso, che realmente gustano alla mensa del Padre Eterno preparata nel Sacramento Eucharistico, che propone loro il vitello saginato, che ingrassa l’anime, e le impingua di gratia; perché à suo tempo siano partecipi della gloria” (59).

 

Lorenco de Zamora († 1614), monaco cistercense e lettore di Scrittura Sacra nel Collegio di San Bernardo di Alcala, parlando degli attributi dell’essenza divina, denuncia con assoluta fermezza, reputandoli bagatelle privi di vita e senza spirito, gli Idoli e “certi Dearelli”:

 

Delli attributi della Divina Essenza  (Libro Primo - Discorso Quarto)

 

"Sono certi Dearelli fatti al gusto di ciascuno, figuruccie, & bagatelle senza spirito, e senza vita, & pvavoluccie simili a quelle che tal’hora, mentre lavorano in casa delle loro Maestre, sogliono fare le fanciulle. Et anco in questo se le attribuisce troppo honore, perché le pvavoluccie, & figurine rappresentano pure qualche cosa, ò una gratiosa sposa, ò un giovane lascivo, overo altre somiglianti cose. Ma gl’ Idoli sono un niente, una vanità, e chimera, che dentro all’intelletto l’huomo forma....Dio è uno solo, e singolarissimo, che habita in se medesimo, & non come credono alcuni, in un luogo fuora dell’universo; è tutto in se medesimo, è tutto in tutte le parti intiero, considerando, & ordinando le generazioni delle cose. Un Dio solo habbiamo, & tutto il resto è burla. Nil est in mundo. Bagatele & frascherie sono gl’Idoli adorati dalla Gentilità per Dei" (60).

 

Il 17 novembre 1616  il Sacro Tribunale dell’Inquisizione di Venezia indagò su un Monsignore di Spalato, sospettato di eresia per aver trasmesso in Inghilterra “scripta contraria sanctae romanae ecclesiae ac fidei catholice” (scritti contrari alla Santa Romana Chiesa e alla fede cattolica). Durante l’interrogatorio di alcuni testimoni, uno di loro ammise che in effetti quel Monsignore era andato in Inghilterra allo scopo di far pubblicare una nuova dottrina, da lui considerata una bagatella. Un’orrenda colpa per l’Inquisizione.


“Vocatus comparuit reverendissimus dominus Sfortia Ponzonus archiepiscopi Spalatensis, cui delato iuramento de veritate dicenda, pront tacto pectore, imantinenter".


Interrogatus
, che dica quello che sa intorno alla partenza di monsignor Marco Antonio de Dominis suo precessore, et circa il manifesto o consiglio stampato da esso, et del quale già si è havuto notitia in questo santo tribunale.


Respondit
: Io conosco benissimo, che detta lettera è scritta et sottoscritta di sua propria mano di esso monsignor de Dominis già arcivescovo di Spalato, perchè ho pratica della sua mano, havendo havuto molte altre sue lettere mentre io era a Roma.


Interrogatus
, che dica, che cosa habbia inteso dal fratello di quel, che ha detto di sopra circa il suo viaggio et pensieri.


Respondit
: scoprii, che il suo viaggio era verso Ingilterra con pensiero di publicar nova dotrina e discrepante da quella, che tiene la chiesa catholica, come mio fratello dirà più pienamente.


Interrogatus
: se detto monsignor per viaggio o in altro loco gli habbia significato la causa, per la quale andava in Inghilterra.

 
Respondit: disse, che andava per accomodar alcune bagatelle in materia della religione et fede, cioè che quelli de Inghilterra da noi sono tenuti per persi, et lui voleva unirli con noi altri con poca cosa, dicendo, che facilissimamente haerebbe fatto" (61).

 

Il domenicano e filosofo, nonché teologo e poeta Tommaso Campanella, al secolo Giovan Domenico Campanella (1568-1639), per le sue convinzioni religiose subì ben cinque processi. Riportiamo di seguito alcune dichiarazioni di testimoni interrogati della Sacra Inquisizione in merito al Campanella e ai suoi discepoli:

 

Primo processo fatto da fra Marco da Marcianise e fra Cornelio di Nizza in Monteleone. “Atti institutivi del processo co’ capi d’accusa; 1 settembre 1599” (Inquisitionis Acta contra PP. Fratres Thoman Campanellam, Dionisium de Neocastro, Johann Baptistam de Pizzone et alios Inquisitos) (62).

 

Esame di Cesare Pisano, clerico, 19 ottobre

 

"(Domanda sul Campanella) “Interrogatus…disse ancora… che il sacramento dell’altare è una bagatella di adorare et che è niente, et una follia a crederlo…” (63).  

 

Esame di Gio. Tommaso Caccia, clerico, fuoruscito,19 ottobre

 

(Domanda su Frate Dioniso) “Interrogatus… respondit: Padre, vi dico la verità, dal Pontio io non intesi salvo che una heresia, che stando a Pizzoni insieme nel dormitorio et havendo io sentito sonar le campane a messa gli dissi, Fra Dionisio, io voglio andare a messa, et egli all’hora mi disse che messa, burlandosi del sacrificio santo, et soggionse che erano giocherelle, et essendo io scandalizzato et dicendo Tu che sei monach dovresti mostrarmi devotione et dici che la messa è cosa giocarella, et a questo esso soggionse, o chiotto questa è una bagatella, et io allora me ne calai a basso a sentire la messa che disse Fra Silvestro, et lui si partì via senza venire a messa” (64).

 

Nel sommario del processo contro il Campanella redatto dal Monsignor di Caserta (Summarium Processus contra Fratrem Thoman Campanellam), un testimone interrogato “respondit dove dice quod Santissimus Sacramentus eucharestiae erat solum pro ratione status, dico che fra Cornelio scrisse ch’io l’avessi detto et non dissi tal cosa ne sò che voglia dire ragione di stato, ne tampoco hò inteso dal Campanella che questo sacramento fusse una bagatella, et che fusse pazzia credere che in esso fusse il Corpo di Christo: ma disse circa il sacramento erano alcune superstizioni et altre parole che mi parvero cattive, mà non so che lui apertamente negasse nell’hostia consacrata ci fusse il corpo di Christo….” (65).

 

Restando sempre in ambito inquisitorio, un libretto manoscritto della metà del sec. XVI, ci informa su un processo istituito a Modena contro eretici o sospetti di appartenere ad orientamenti non conciliabili con il credo cattolico. Alcuni di loro erano accusati di suffragare posizioni teologiche di una certa gravità: un Giacomo Graziani è delatus de eucherestia, de delectu ciborum e de libero arbitrio e proprio sull’eucarestia si concentrano le critiche verso di inquisiti quali Ferrante Castaldi e Ventura Paroleno, di cui un teste riferisce che cum consecrasset plures ostia dixit molto credere che queste bagatelle sieno il corpo di Christo, cioè che riteneva l’ostia consacrata al pari di una bagatella, ovvero una cosa di poco conto, quasi uno scherzo (66).

 

In una lettera del 1515 inviata a Martin Dorp  (1485-1525) da Thomas Moore (1478-1535), quest’ultimo, con lo scopo di commentare e discutere una valutazione teologica dell’amico, riporta una frase che lo stesso Dorp aveva scritto a sua volta in una missiva indirizzata ad Erasmo. Riportiamo il passo in questione attraverso la traduzione critico-filologica della lettera originale:

 

Da una “Lettera di Thomas Moore a Martin Dorp (Bruges, 21 ottobre 1515)”

 

“Non credere, Erasmo, che per essere un teologo perfetto sia sufficiente conoscere il senso letterale della Bibbia, o saper  trarne i significati morali come un nuovo Origine. Si devono imparare molte altre cose, più difficili da capire e più utili al gregge per il quale Cristo è morto. Altrimenti come si farà a sapere come si debbono amministrare i sacramenti, quale la forma di essi, quando si deve assolvere il peccato e quando no, fin dove giunge il dovere della restituzione, e che cosa si può trattenere, e molte altre cose del genere? Se non mi sbaglio, con molta minor fatica si può imparare a memoria gran parte della Bibbia, prima di sapere come sciogliere il nodo di uno solo di questi dubbi aggrovigliati che si presentano ogni giorno, dove c’è da soffermarsi a lungo magari su quattro parole. A meno che tu non voglia chiamare bagatelle di teologi tutto quanto si riferisce ai sacramenti, senza ai quali, bada, la santa Chiesa cattolica di Dio insegna che è in pericolo la salute degli uomini”. Dopo di che Moore scrive: “T’assicuro Dorp, se tu stesso non avessi scritto queste parole niente mi avrebbe mai fatto credere che queste siano le tue opinioni” (67). Di seguito il testo originale in Latino: "“Non persuadeas Erasme tibi eum demum absolutum esse Theologum, qui Bibliae seriem ad litteram intelligat, nec eum item qui morales sensus, aeque atque alter Origines nouit eruere. Multa restant discenda, ut intellectu difficiliora, ita et utiliora gregi pro quo mortuus est Christus. Alioqui qui sciemus, ut Sacramenta sint administranda, quaenam sint eorum formae, quando absoluendus peccator, quando sit reijciendus, quid praeceptum sit restitui, quid seruari possit, et innumera eiusmodi? Multum nisi erro longe minori opera bonam Bibliae partem edisceres, priusquam uel unius perplexitatis nodum discas dissoluere cuiusmodi plurimi cottidie occurrunt,  ubi uel in quattuor uerbis diutissime herendum est, [27] nisi tu has etiam uoces Theologorum naenias, quaecunque ad sacramenta pertineant, sine quibus tamen sancta dei ecclesia catholica profitetur salutem hominis periclitari”. Crede mihi Dorp nisi hec tute scriberes, nunquam adduci possem, hec te sentire ut crederem).

 

Il filosofo e giurista francese Jean Bodin (1529-1596) nel suo Colloque (68), scrive che le bagatelle erano certe credenze utili alla salvezza, ma in realtà appartenenti alla superstizione  (69), come l’uso ebraico dei filatteri e quello cattolico-romano di appendersi al collo l’inizio del Vangelo di san Giovanni. All’affermazione del musulmano Octave che il Coranoconteneva solo cose importanti e “rient qui sent bagatelle”, Curce  risponderà che “quando i mussulmani credono di cancellare i loro peccati lavandosi spesso” si tratta di “racconti da fare ai bambini” e che tale pratica non è facilmente distinguibile da quella osservata dagli “Indiani occidentali della Nuova Spagna, che quando vomitano ai piedi degli altari e dei loro idoli, credono che sono i loro peccati che se ne vanno”. Salomon considera “una bagatella di cui non merita parlare” tanto “la visione sul monte Tabor dove Mosè ed Elia, a destra e a sinistra, assistettero al trionfo di Gesù Cristo” quanto l’eclissi solare avvenuta in corrispondenza della morte di Gesù (Sans m’arrester a cette Aphoteose de la Montagne de Tabor, qui pour n’estre qu’une bagatelle ne merite pas que l’on en parle, ceux la pechent lourdement contre l’histoire qui sont les Autheurs de cette Ecclipse solaire….) (70).

 

Al riguardo di certe storie bibliche a cui il popolo attribuiva il valore di bagatelle, Gilberto Sacerdoti scrive: “Commentando il Commentatore davanti ai suoi studenti bolognesi, Pomponazzi [1462-1525] si attarda «con evidente compiacimento su cer­te espressioni d'Averroè, di colore oscuro per ciò che riguarda la fede». «Come dice Aristotele», spiega Pomponazzi, «vivere sen­za leggi è impossibile», chiarendo a scanso d' equivoci che con «leggi» intende parlare «de legibus fidei». Ora, enunciando queste necessarie leggi, il Legislatore religioso  è costretto a parlare «in modo diverso dal filosofo». D'altronde ciò che egli si ripropone e che la «multitudo bene faciat», e dunque nei discorsi contenuti nelle sue leges egli «non si cura della verità», perche sa che «co­munque sia una buona parte degli uomini, esattamente come le bestie», non si lascia condurre dalle verità della ragione, ma solo dall'«appetito sensitivo». Di conseguenza, per indurre la comunità a «comportarsi bene» i legislatori dicono, ad esempio, «andrai all'inferno», e dunque nelle loro leggi si comportano esatta­mente come fa «la nutrice col bambino» quando, per educarlo, gli «da ad intendere» una quantità di favole e «altre bagatelle». Per­ché le leggi vengono istituite «ut homines ad pacem reducantur».Tra queste «bagatelle» necessarie all'istruzione del volgo vanno annoverati certi racconti in cui si parla di sacrifici e immola­zioni. Commentando la Poetica di Aristotele, riporta Pomponaz­zi nelle sue lezioni del 1518, «Averroè cita quando Abramo volle immolare suo figlio, e dice che ciò è un figmentum [finzione], e che i legisla­tori, per indurre gli uomini al culto di dio, fingono molte cose, e che è fatuo credere che egli abbia voluto immolare suo figlio, e di­ce che le leggi sono state inventate per gli uomini rozzi, e perché si sia obbedienti a dio»” (71).

 

Non è quindi da biasimare l’atteggiamento di una certa parte di fedeli razionalisti che consideravano come bagatelle molte storie bibliche, nonostante la Chiesa valutasse tale posizione come un peccato.

 

Come esempio conclusivo, riportiamo un passo della vita di San Vittore (III-IV secolo) che in tal modo si espresse davanti al Tribunale dei Prefetti, dopo essere stato torturato inutilmente dall’Imperatore Massimiano perché ripudiasse il suo credo:

 

“Ma come potrò io essere condannato, perché preferisco ai beni presenti, e temporali, gli eterni? Non sarei un insensato, se facessi più conto di queste bagatelle [termine tradotto dal latino], che de' beni dell'altra vita, i quali sono di un infinito valore? Il favore de' principi, i piaceri, gli onori, la gloria, la sanità, la vita medesima, che altro sono alla fine, se non beni che nè si possono sempre avere, quando si vogliono, nè si possono godere lungo tempo, ed il cui possesso viene di continuo amareggiato dal timore di perderli? Non sarà dunque giusta e lodevol cosa preferire al godimento di qualsivoglia cosa terrena la vita eterna, e la grazia di chi ha creato il tutto, e rende perfettamente felici quelli, che la posseggono?Ora questo bene inestimabile si possiede tosto chè si ama, e chi lo possiede non ha più che desiderare. Nel cedervi pertanto liberamente i beni di cui voi mi parlate, io credo di far un cambio assai vantaggioso, poichè in luogo di un piacere momentaneo vengo ad acquistare una eternità di delizie” (72).

Con questo lavoro sul termine Bagatella e sul suo significato così come espresso nei diversi secoli dalla Chiesa (73), ora siamo in grado di comprendere esattamente il valore etico-religioso che sta alla base del concetto di Scala Mistica dei tarocchi. Un insegnamento per l’umanità di quei secoli, legato all’Ars Memoriae, per ricordare attraverso quel gioco di carte cosa fosse il peccato e come evitarlo ricorrendo all’insegnamento espresso dai simboli di questo straordinario corteo trionfale.

 

Note


1 -
Ghino Ghinassi, Un dubbio lessicale di Baldassarre Castiglione, in Paolo Bongrani (a cura di), Dal Belcalzer al Castiglione: Studi sull’antico volgare di Mantova e sul Castiglione,Volume 5 di Biblioteca Mantovana, L. S. Olschki, 2006, p. 268. Per quanto riguarda i versi della lauda di Jacopone da Todi riportati dal Muratori in cui appare il termine Bagatella si veda alla nota 6.

2 - Si legga il nostro articolo L’Ordine dei Trionfi.

3 - Si vedano:

- Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana. Questo Vocabolario, la cui prima edizione risale al 1906, è stato stampato sino al 1993. Online al link http://www.etimo.it/

b - Fra’ Vincenzo Coronelli, Biblioteca Universale Sacro-Profana – Antico-Moderna, Tomo Quinto, Venezia, Antonio Tivani, 1704, p. 75. 

c - Dissertazioni sopra le Antichità Italiane. Già composte e pubblicate in latino dal Proposto Ludovico Antonio Muratori e da esso poscia compendiate e trasportate nell’Italiana Favella. Opera Postuma. Data in luce dal proposto Gian-Francesco Soli Muratori suo nipote. Tomo Secondo, Giambatista Pasquali, 1751, pp. 171-172.

4 - Voce Bagatella in Ottorino Pianigiani, op. cit.

5 - Glossarivm manvale ad scriptores mediae et infimae latinitatis ex magnis glossariis Caroli du Fresne, Domini du Change et Carpentarii, Tomo Primus, Halae, Apud Io. Iust. Gebaveri Vidvam et Filivm, 1772, p. 521.

6 - Questo il passo completo citato dal Muratori: “Paolo Scordilla, che circa l’Anno 1389, scrisse le Vite degli Arcivescovi di Ravenna Part. I del Tomo II, Rer. Ital. Pag. 214 così scrive: Cuius zizaniae siminator fuit Servideus, primo Cantor huius Ecclesiae, & c. cognomine vocatus el Bagatella, propter ejus cavillationes umbratiles & pueriles, vel quod illam artem noverit Bagattandi.[Di cui fu seminatore di zizzania Servideus, primo cantore di questa Chiesa, chiamato per cognome el Bagatella a causa dei suoi cavilli ombrosi e puerili, o perché conosceva bene quell’arte del Bagattare]. Il Muratori riportò nel suo studio etimologico di questo termine i seguenti due versi di Jacopone da Todi tratti dalla lauda Rinunzia del Mondo (Satire I):

 

Lassovi la fortuna fella

Travagliar qual Bagattella

 

In realtà gli ampi glossari delle più recenti e affidabili edizioni critiche del laudario iacoponico (F. Ageno, Firenze, 1953 -  F. Mancini, Bari, 1974), concordano nell’affermare che il termine Bagattella qui riportato non appare nella edizione originale del manoscritto in quanto trattasi di interpolazione posteriore.  Il significato dei due versi andrebbe comunque inteso in questo senso: “Lascio a voi la perfida fortuna / affinché vi affligga come se foste bagatelle”, cioè come cose talmente senza peso e senza valore - leggere come piume si potrebbe dire - tali da essere sballottate dalla cattiva fortuna a suo piacimento. Altra interpolazione posteriore è da considerarsi la presenza del termine bagattella riportato in particolare dai testi ottocenteschi in riferimento alla Canzone in Frottola (1280) del Cavalcanti. "Giuoco è da bagattelle / L'andar pure alle belle con chi sguizza". 

7 - Ludovico Antonio Muratorio [Muratori], Antiquitates Italicæ Medii Ævi sive Dissertationes de Moribus, Ritibus, Religione, Regimine, etc, Tomus Secundus, Mediolani [Milano], Ex Typographia Societatis, Palatinæ, 1739, colonna 1143.

8 -  Ludovico Antonio Muratori, Dissertazione sopra le Antichità Italiane. Già composte e pubblicate in Latino dal Proposto Ludovico Antonio Muratori e da Esso poscia compendiate e trasportate nell’Italiana Favella. Opera Postuma, data in luce dal Proposto Gian-Francesco Soli Muratori, Suo Nipote, Tomo Secondo, Milano, Giambatista Pasquali, 1751, p. 172.

9 -  Cfr. Voce Bagattare in Enrico Galavotti, “Grammatica e Scrittura. Dalle astrazioni dei manuali scolastici alla scrittura creativa”, Seconda Edizione, Homolaicus, p. 220.

10 - Cfr: Voce Ciabattino  in Aldo Gabrielli, “Grande Dizionario Italiano”, Milano, Hoepli, 2011.

11 - Il Bagatto venne raffigurato come un ciabattino in alcuni tarocchi Lombardi e Piemontesi (Dotti, Strambo, etc), mentre nei cosiddetti Tarocchi del Mantegna troviamo un artigiano (Artixan).  In tutti i casi  è da intendersi come un lavoro o un personaggio di scarso valore. 

12 - Padre Sforza Pallavicino, Dell’Historia del Concilio di Trento,  Parte Seconda, Libro IX (Anno di riferimento 1547), Roma, Per Biagio Diversin e Felice Cesaretti Librari all’Insegna della Regina, 1664, p. 62

13 - Vittorio Siri, Del Mercurio, overo Historia de Correnti Tempi, 1635-1655, Seguitamento del Settimo Tomo, Casale, Per  Giorgio del Monte, s.d., p. 1258.

14 - Prediche fatte nel Palazzo Apostolico dal Padre Luigi Albrizio della Compagnia di Gesù, Seconda Parte, Predica LXXVI ‘Nel Martedì Santo della Passione, &c.’, Venetia, Per gli Heredi di Francesco Baba, 1663, p. 76. 

15 - Giorgio Vasari, Le Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, 1550.

16 - Erasmi Rot. [Erasmo da Rotterdam], MΏPIAΣ ΕΓΚΏΜΙΟΝ sive Stultitiae Laus Declamatio, Basilea, G. Haas, 1780, pp. 133-134.

17 - Adriano Seroni (a cura di), A. Fiorenzuola, Opere, Firenze, 1971, p. 185. L’espressione “a cavallo” è errore del Fiorenzuola in quanto l’equestrem, in Apuleio, indica una spada da cavalleria (spatham praecutam).

18 - XXIV 126, 8-127, 2.

19 - XXV 112, 1-5.

20 - Si cfr. l’edizione a cura di Giorgio Petrocchi, Firenze, 1957, p. 197.

21 - Nino Borsellino (a cura di), Commedie del Cinquecento, Milano, I, 1962, p. 158; II, 1967, pp. 253, 472.

22 - Codice Vaticano Latino 8204.

23 - Cfr: Ghino Ghinassi, op. cit., pp. 267-268.

24 - Arrigo Castellani, Grammatica storica della lingua italiana I, Introduzione, Bologna, 2000, pag. 120.

25 - Ghino Ghinassi,op. cit., pag. 273. Per il Novellino si cfr. l’edizione a cura di A. Conte, Roma, 2001, p.76.

26 - Quest’opera venne citata, fra gli altri, dal Mons. Leber e riportata in William Andrew Chatto, Facts and Speculations on the Origin and History of Playing Cards, Londra, John Russell Smith, 1848, p. 117. Un altro testo che contiene la spiegazione di giochi di prestigio rinascimentali, anche se l’argomento occupa una parte esigua dell’intero volume (22 pagine su 283), è il Discoverie of Witchcraft di Reginald Scot nella ristampa della Dover Publications. La prima edizione apparve nel 1584. Ringraziamo la Sig.ra Valery Russo per averci gentilmente comunicato l’esistenza di questo ultimo testo.

27 - Isacco della Stella, I Sermoni, Volume Primo: Dalla Settuagesima alla Pentecoste, Sermone 32. Sermone Terzo per la prima domenica di Quaresima, Roma, Paoline, 2006, p. 249.
28 - Francesco Doni, I Marmi, Ragionamento Secondo, Vinegia, Francesco Marcolini, 1552, p. 35.

29 - Enrico Niccolini (a cura di), Francesco Vettori. Scritti storici e politici, Bari, 1972, p. 47.

30 - Ghino Ghinassi, op, cit., p. 271.

31 - Cfr: Sancti Agobardi episcopi Lugdunensis, Liber contra insulsam vulgi opinionem de grandine et tonitruis, in “Patrologiae Cursus Completum, Series II, Tomus CIV, Parigi, Migne, 1851, pp. 147-148. Riportato in Nicola Cariello, Stato e Chiesa nel regno d’Italia al tempo di Ludovico II (844-875), Roma, Scienze e Lettere, 2011, pp. 31-32.

32 - Salviano di Marsiglia, Il governo di Dio, 23-26 e 187-189.

33 -  Cfr. Luciano Contini, La gente del circo e luna park e il servizio pastorale, online al link

http://www.lucianocantini.it/LIBRI/TESTI/LA%20GENTE%20DEL%20CIRCO%20E%20LUNA%20PARK%20E%20IL%20SERVIZIO%20PASTORALE.pdf

34 - Policraticus, I, 8, PL, CIC, col. 405-406.

35 - Bernardo di Clairvaux. Il libro della nuova cavalleria, De laude novae militiae,  trad. a cura di Franco Cardini, Milano, 2004, p. 169.
36 - Jacques le Goff, Mestieri leciti e mestieri illeciti, in “Tempo della Chiesa, tempo del Mercante”, Torino, 1997, pp. 58-59.

37 - Ibidem, nota 22, p. 59.

38 - Cfr: Anton Emanuel Schönbach, Studien zur Geschichte des altdeutschen Predigt, in “Sitzungen und Berichte der philologisch-historischen Klasse der kaiserlichen Akademie der Wissenschaften”, vol. 154, 1907, p. 44.
39 - Per Salterio deve intendersi il Rosario. Opera pubblicata postuma nel 1478. Online al link http://musicasacra.forumfree.it/?t=44633312 del sito “Ecclesia Dei. Cattolici, Apostolici, Romani”.
40 - Discorso CIV.

41 - Francesco Dondi Dall’Orologio, Dissertazione Terza sopra l’Istoria Ecclesiastica di Padova, Padova, Presso il Seminario, 1807, pp. 29-30.

42 - Il nostro concetto sulla Scala Mistica dei Tarocchi venne formulato nel 1987 in occasione dell’esposizione Le Carte di Corte. I Tarocchi, Gioco e Magia alla Corte degli Estensi, esposizione di cui curammo il progetto storico-scientifico e la selezione documentaria.

43 - Si legga il saggio La Storia dei Tarocchi.

44 - Il già citato Sermo perutilis de ludo. Questo è l'ordine: 1 El bagatella - 2 Imperatrix - 3 Imperator - 4 La papessa - 5 El papa - 6 La temperantia - 7 L'amore - 8 Lo caro triumphale - 9 La fortezza - 10 La rotta - 11 El gobbo - 12 Lo imphicato - 13  La morte - 14 El diavolo - 15 La sagitta - 16 La stella - 17 La luna - 18 El sole - 19 Lo angelo - 20 - La iusticia - 21 El mondo - 22 El matto   

45 - Per un maggior approfondimento sulla figura del Folle si legga il relativo saggio iconologico.

46 - François Louis Gauthier, Traité contre l’amour des parures et de luxe des habits, Seconde Édition, A Paris, Chez Augustin-Martin Lottin, 1780.

47 - François Louis Gauthier, Traité contre les danses et le mauvaises chansons, Paris, Chez Antoine Boudet, 1769.

48 - In Mélanges de Politique, de Morale et de Littérature, extraits des Journaux de M. L’Abbé de Feller, Tome Premier, Louvain, Vanlinthout et Vandenzande, 1822, p. 307.

49 - Histoire de la Vertueuse Portugaise; ou le modèle des femmes chrétiennes. Par Mr. L’abbé Maydieu, chanoine de l’église de Tryes, en Champagne. Paris, Chez Charles-Pierre Berton, 1779.

50 - Mélanges de Politique,etc., op. cit, p. 216.

51 - Si legga il saggio iconologico Il Matto.

52 - Renzo Savarino (a cura di), Giuseppe Cafasso. Predicazione varia al popolo - Istruzioni e Discorsi, Cantalupa, 2005, pp. 357-358.

53 - Giacomo Margotti, Alcune considerazioni intorno la separazione dello Stato dalla Chiesa in Piemonte, Torino, Paolo Deagostini, 1855, p. 95.

54 - Marino da Cadore, Panegirici. Discorsi Morali e Prediche Quaresimali, Volume Quinto, Venezia, Francesco Andreola, 1838, p. 174.

55 - Agostino Santo Pupieni (Giusepp Antonio Costantini), Lettere Critiche. Giocose, Morali, Scientifiche ed Erudite, Tomo Terzo, Paragrafo ‘Nobiltà, Sapere e Virtù’, Venezia, Giuseppe Zorzi, 1780, p. 18.

56 - F. Angelo Paciuchelli, Lezioni Morali sopra Giona Profeta, Tomo Terzo, Seconda Impressione, Venezia, Paolo Baglioni, 1658, p. 93.

57 - F. Benedetto Fedele, Sacri Panegirici de Santi, Venezia, Giunti, 1640, p. 156.

58 - Gregorio Leti, Historia Genevrina o sia Historia della Città, e Republica di Geneva, Parte Terza, Amsterdam, Pietro, & Abramo von Someren, 1686, p. 521.

59 - Fra Francesco da Sestri, Parte Seconda de Ragionamenti a Novitii, Genova, Anton Giorgio Franchelli, 1685, p. 5.

60 - Lorenzo de Zamora, Monarchia. Mistica della Chiesa, Composta de Gieroglifici tratti dalle Divine, & Humane lettere, Parte Prima, Tradotta nuovamente dall’Idioma Spagnuolo nell’ Italiano da Pietro Foscarini, Venezia, Andrea Baba, 1620, pp. 79 - 80. Titolo originale della prima edizione: Monarquia mistica de la iglesia, hecha de hieroglificos sacados de humanas y divinas letras, Madrid, 1617.

61 - Starine, Jugoslavenska Akademija Znanosti, Zagabria, 1870, pp. 152-155.

62 - Luigi Amabile, Fra Tommaso campanella. La sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia, Volume III, Nino Aragno Editore, 2006, p. 194. Ripresa dell’omonimo titolo pubblicato a Napoli nel 1882.

63 - Ibidem, p. 241.

64 - Ibidem, p. 245.

65 - Ibidem, p. 431.

66 - Cfr: Matteo al Kalak, Storia della Chiesa di Modena. Dal medioevo all’età contemporanea. Profili di vescovi modenesi dal IX al XVIII secolo, Modena, Poligrafico Mucchi, 2006, p. 284.

67 - In Francesco Rognoni (a cura di), Tommaso Moro. Lettere, Scelte, tradotte e commentate da Alberto Castelli, Milano, V&P (Vita e Pensiero), 2008, p. 121.

68 - Jean Bodin, Colloque entre sept scavans qui sont de differens sentiments, Genève, Libraire Droz, 1984.

69 - Riguardo la superstizione, considerata dalla Chiesa una bagatella peccaminosa, il Muratori esplicitamente avverte: “Ubi ignorantia, ibi facile Superstitionem quoque reperias” (Dove esiste l’ignoranza, troverai facilmente anche la superstizione”. Ludovico Antonio Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, De superstitionum semine in oscuri Italiae saeculis. Dissertatio quinquagesima nona, Tomo XII, Arezzo, M. Bellotti, 1778, p. 402.

70 - Jean Bodin, op. cit. Sugli esempi riportati si veda alle pp. 257, 268, 269, 414, 500.

71 - Gilberto Sacerdoti, Bagatelle e figmenta: Pomponazzi e Averroè, in “Sacrifico e sovranità. Teologia e politica nell’Europa di Shakespeare e Bruno, Sacrifico e sovranità. Teologia e politica nell’Europa di Shakespeare e Bruno”, Torino, Einaudi, 2002, pp. 295-296.

72 - Pia Società di Ecclesiastici e Secolari, I Fasti della Chiesa nelle Vite de’ Santi, Milano, Angelo Bonfanti, 1828, p. 509.

73 - Anche ai nostri giorni, seppure con rare frequentazioni, il ‘peccato-bagatella è ancora menzionato. Un esempio: il 19 novembre 1998 apparve sull’Espresso un'intervista del prof. Luigi Lombardi Vallauri, ordinario di Filosofia del Diritto all'Università di Firenze, secondo il quale ammettere l'esistenza dell'Inferno da parte della Chiesa Cattolica risulta una "colossale ingiustizia….invece che rieducare il reo, come sarebbe giusto, l'Inferno lo condanna a una pena eterna, senza scampo. …l'Inferno cattolico è una pena troppo smisurata in rapporto alle colpe commesse" perché si può andare all'Inferno per "peccati-bagattella", come un bacio tranquillo sine periculo pollutionis.

 

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