Saggi di Andrea Vitali

Ulla peppa...

…pippa, poppa, puppa, pappa

 

di Giuseppe Maria Silvio Ierace



Tra le carte da gioco, le picche hanno assunto un significato negativo (“picche!” è un “no!” netto e non negoziabile), “rispondere picche” ha il valore interiettivo di rifiutare, “contare quanto il due” equivale allo zero assoluto, e chi si dà delle arie senza meritarlo per un giustificato motivo, per il suo sussiego, viene paragonato al “fante”. Questo seme “francese” sembra il contraltare di cuori, di cui ripropone in generale la forma, ma non il colore, con la differenza d’essere capovolto, presentando la punta in alto e in più uno stelo inserito tra i due lobi.


La simbologia anatomica appare scontata. Se i cuori alludono al sesso femminile, le picche si colmano di senso con l’aggiunta al genitale di un prefisso privativo (s-), mancanza di quella vulva, considerata sommo bene, abbondanza, fertilità, da un’ottica tipicamente e primitivamente maschilista. Sfortuna e malasorte vengono tradizionalmente contrastate dal gesto blasfemo (la Crusca parla di "atto di spregio"), che consiste nell'alzare verso il cielo le due mani infilando tra gli altri il primo dito, in un simulacro di penetrazione da parte del pollice, proprio come lo stelo inserito tra i due glutei dei semi di picche. Alighieri l’attribuì a Vanni, figlio illegittimo del nobiluomo Fuccio de' Lazzari, nel canto venticinquesimo dell’Inferno, che, per la finzione del viaggio dantesco, si svolge nella settima bolgia dell'ottavo cerchio, ove sono puniti i ladri (Inferno, XXV, 1-3).


"Incrociare le dita" è divenuto così sinonimo di amuleto, tanto che in portoghese quest’ultimo si chiama appunto “figa”. E, nel suo The Evil Eye: An Account of This Ancient and Widespread Superstition (1895), l’antiquario e filologo inglese  Frederick Thomas Elworthy (1830–1907) l’ha riscontrato quale antico scongiuro, confermando la sua tesi con delle illustrazioni su talismani (uno egizio e uno etrusco) che lo riproducono.


Fante
e re delle carte tradizionali fiorentine, a seme francese (che sono le carte da gioco più grandi in Italia, misurando 67×101 mm), vengono chiamati rispettivamente gobbo e regio, mentre nelle bresciane è il solo fante di coppe ad avere la denominazione di Fant cagnì o Fant Gop e il due di spade ad assumere l’allusione alla Felepa sensa pei, oppure Figa de fer; il due di bastoni è detto Figa de legn, e il due di denari mostra virilmente Le bale del'orso, mentre nel gioco della cicera bigia, affine alla scopa, acquista un soprannome pure il dieci di denari, Des bel e il due di spade diventa Du Fì.


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Tra le più diffuse carte del meridione, le napoletane presentano quasi androgine le figure dei  fanti, che infatti, pur indossando un abbigliamento decisamente da paggio, vengono spesso indicate come donne, proprio per via dell'assenza di barba e di quei lineamenti delicati. Mentre i baffoni, che ricordano le vibrisse dei gatti, attribuiscono al mascherone centrale del tre di bastoni il soprannome di gatto mammone, creatura magica e demoniaca della superstizione popolare, che richiama, anche etimologicamente, scaramantici benefici materiali (dal fenicio mommon).


In Sardegna, è concepito come la personificazione del Carnevale: Martiperra (da Martis e Perra, da emperrarse, adirarsi, in spagnolo). In Puglia si ritiene di buon auspicio, specialmente per contrastare la siccità, grazie al ricorrente legame con toponimi, anche in Sicilia, relativi a fonti e sorgenti, derivante dall'antico mem fenicio (mayim, in ebraico), che significa appunto acqua. In Toscana si chiamò gatto lupesco ed è una Gatta Mammona, nel Faust di Goethe, a venire incaricata da Mefistofele di preparare la pozione alchemica in grado di ridare giovenezza al protagonista.


Il cavallo di spade, col turbante in testa e la scimitarra in mano, rappresenta presumibilmente un esorcismo per le temute invasioni saracene. Il cinque di spade mostra scene campestri di semina, i denari sono rappresentati in forma di stelle e l'asso come un'aquila a due teste. Il re di denari delle napoletane è la matta, potendo assumere qualsiasi valore gli si voglia dare (per esempio, a sette e mezzo).


A fungere da matta (Weli), in alcuni giochi salisburghesi, è il sei di sonagli, mentre le tre tipiche figure tedesche assumono la denominazione di  König (re), Ober (fante maggiore) e Unter (fante minore). Il fante sardo è sutta, dallo spagnolo sota, e  l'indice che riporta, pur non disponendo il mazzo sardo dell'8 e del 9, a riprova delle 48 carte spagnole da cui deriva, è sempre il numero 10, 11 per il caddu e 12 per il re.


Le "carte di corte" trentine (o "carte vestite") sono in stile italiano, ma di disegno arcaico, con soli cinque colori privi di sfumature; si presentano intere, ma i “re” assisi tutti e quattro in trono, e quello di denari ospita, fra le gambe, il bollo d'imposta. La primiera bolognese è una diretta derivazione dal tarocchino bolognese, da cui sono stati eliminati i trionfi, le regine e le carte numerali dall'8 al 10, per ridurlo a  40 carte, con l’aggiunta dei valori numerali dal 2 al 5.


Nelle siciliane, la donna prende il posto del fante, Il re di denari è la matta che svolge un ruolo particolare nel cucù, oltre che a sette e mezzo. I bastoni vengono comunemente chiamati mazze e i denari oro. Di dimensioni più piccole rispetto ad altre carte regionali, derivano dal Tarocco di 64 carte, caratterizzato, rispetto al "classico" di Marsiglia, dalle carte "anomale" del "fuggitivo" (chiamato fuiutu o frustratu a Tortorici, e più familiarmente "Gasparino" dai frequentatori dello storico circolo di Barcellona P. G., “Corda Fratres”) e della Miseria, dicitura di un nastro sospeso sopra un personaggio vestito di stracci; una Nave prende il posto del Diavolo, Atlante quello del Mondo, Giove del Giudizio, Costanza della Filosofia; la Torre non è affatto diroccata, bensì tutta fiorita e gli avventori del Ciarlatano, nell’Arcano Maggiore numero uno, vengono detti "carusi", "piccitti", o "picciriddi".


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Di stile spagnolo sono pure le piacentine, importate molto verosimilmente da quei soldati francesi che usavano mazzi spagnoli per giocare ad Aluette, praticato nelle zone rurali del sud ovest della Bretagna, familiarmente indicato come “jouer à la vache”, a causa del nomignolo attribuito al due di coppe. Il mazzo spagnolo, risalente al XVI secolo, da cui deriverebbe, corrisponde a quello ritrovato a Madrid durante la demolizione nella Torre de los Lujanes (disegnato da Phelipe Ayet, nel 1575), in cui tutte le figure sono in piedi e l'asso di denari, rappresentato da un' aquila coronata viene, in loco, inconfondibilmente ritenuta un simbolo fallico, la Polla.


L'asso di coppe delle bergamasche, come anche nelle carte trentine e bresciane, presenta una forma a fontana, per ispirarsi all'emblema araldico della famiglia Sforza, ma potrebbe alludere alla polluzione (da pollùere, che, oltre ad ammollare, ha valore di macchiare, contaminare), equivalente a una profanazione.


Ci si “sporca” bleffando, fingendo, ovvero non rispettando il divieto del Noli me tangere del centro tavola, ove giacciono "i chili", in un semplice gioco popolare, nel quale si possono usare i più svariati tipi di mazzi, da quelli francesi di 52 carte (cuori, quadri, fiori, picche) a quelli di 40 (lombarde, genovesi, piemontesi, toscane: cuori, quadri, fiori, picche; bergamasche, trevigiane, trentine, bresciane, piacentine, romagnole, siciliane, napoletane: coppe, denari, bastoni, spade; austriache e salisburghesi: foglie, ghiande, cuori, campanelli), dalle 108 (o 104) carte da ramino, burraco, pinnacola, scala 40, e 108 carte da UNO alle 32 carte da Skat. Lo scopo di Merda, Chili di merda, sacchi di merda, 'o Tappo, ovvero "O'Sacco"', è riuscire ad avere in mano 4 carte di uguale valore ma di diverso seme. Nella variante con sciacquone, il re di denari, o di cuori, pescato dal mazzo centrale, ripulisce dai chili di merda precedentemente accaparrati.


Nell’Assassino, l'asso di spade e il re di denari (Jolly e K di cuori, se si gioca con le carte francesi) attribuiscono rispettivamente il ruolo di assassino e di investigatore, commissario, o ispettore. Nella variante con settebello (puttana), a chi tocca questa carta di denari va il compito di resuscitare le vittime dell’assassino.


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A seconda dell'area geografica, troviamo diffuse carte a semi spagnoli (bastoni, o mazze, coppe, denari e spade, e con le figure fante o donna, cavallo e re) o altre contrassegnate da cuori, quadri, fiori e picche, con, in tal caso: fante, donna e re. Nelle regioni del nord est (le bergamasche, le bresciane, le trentine, le triestine, le trevisane o venete, sino alla “primiera bolognese”) derivano dai tarocchi del XIV-XV secolo.  Nel nord-ovest e in Toscana prevale il seme francese, ma a figura intera (lombarde, fiorentine, piemontesi), tranne le genovesi (figura belga). Nella maggior parte delle altre regioni si usano i mazzi da 40 carte di tipo spagnolo (piacentine , romagnole, napoletane, sarde, siciliane), con l’esclusione della zona d’influenza tedesca (Alto Adige), dove i semi diventano ghiande, foglie, campane e gli immancabili cuori, e sono denominate Salzburger, o  Einfachdeutsch, salisburghesi a figura intera, per distinguerle dalle "Bavaresi" doppie (Doppeldeutsch).


In un gioco di carte, dalle molte varianti regionali (“scivolosa” a Roma, “tencia” a Milano…), la Regina di picche, che bisogna ad ogni costo evitare di prendere, come il seme di cuori, assume il nome di Peppa; in inglese è Black Mary, mentre in Francia, viene paragonata allo Chat Noir che per secoli ha incarnato l’essenza stessa della superstizione.


Altro nome francese è Sans coeur, mentre, negli Stati Uniti, il gioco ricade proprio sulle rosse Hearts, private della preposizione impropria o avverbiale, esclusiva (senza), e accetta una variante con protagonista il Jack di Quadri. Nella veneta “Vecia”, la carta perdente è il fante di spade del mazzo tradizionale, noto col termine dialettale Pampaugo, da cui spesso può trarre nome il medesimo gioco. In provincia di Modena, a Spilamberto e dintorni, si dice pigugno, pigugnino o pico (pigo), oppure pigògn e pigugnin, anche il fante di picche, e chi avrà fatto più punti prenderà una busca (penalità). A Castelvetro, il "pigugno" è il fante del colore del primo tre che di volta in volta prende.


Nelle carte trevigiane, è dunque il fante di spade a venire chiamato comunemente pampalugo o vecia (vecchia), ma, in alcune zone, vecie sono tutti i fanti e quello di spade è vecia scapelada (vecchia senza cappello), forse perché regge una testa mozzata. Dei denari, riconosciuti come ori e decorati in modo molto delicato, di giallo e d’azzurro, il sette e il dieci assumono l'appellativo belo (bello).


L’Asino, ciuccio o scecco, nel gioco rimane quasi sempre il fante di picche o quello di bastoni, a seconda che il mazzo sia regionale o francese, come nell’Uomo nero, e soltanto nella variante veneta, della "Vecia", si tratta del fante di spade, forse perché unico nelle trevigiane ad avere la barba.                               


L’Uomo nero, o Fante nero, è anche un Gobbo nero che in Germania si chiama Pietro ed è rappresentato da uno spazzacamino; mentre la variante inglese, denominata Old Maid, ritorna all’esclusione di una “donna” dal mazzo da 52. Difatti la Peppa “vera”, scrive Renato Rambaldi (“La Peppa”, Vertigo, Roma 2012) “è quella che si gioca con le carte francesi” e la Peppa “tencia” un gioco per bambini in cui le carte sono italiane.


Lo scopo del gioco, di farsi addebitare il minor numero di punti possibile, è comune pure al Traversone, derivato dal Tresette e noto appunto come Tressette a non prendere, Tressette a perdere, e quindi  Perdino, Rovescino, in emiliano arvarsinn e in lombardo Ciapa no (a tre giocatori) che letteralmente vuol dire appunto “non prendere” (al contrario della Calabresella, Terziglio, per antonomasia; il Mediatore propriamente detto è un Quartiglio con monte, e la Bellora classica e il Fischione, o Friscone, un Quintiglio). Ulteriori denominazioni sono: Alla meno, Busche, Vinci-Perdi, Carcarazzu, Ass' e mazza. All’asso di bastoni (Ass' e mazza), o di fiori, chiamato "Girellone", "Aino", "Fumello", "Cervone", "Cacchione" o "Fravaglio", viene comunemente attribuita, al maschile e in positivo, un’evidente valenza sessuale apotropaica, rievocata dai “mantra” popolari atti all’uopo: "Aglio e fravaglio fattura ca nun quaglia, corna, bicorna, cape e'alice e cape d'aglio…".


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La vita va affrontata con gaia leggerezza, il gioco con la massima serietà”.


Con “spirito dionisiaco”, occorre “partecipare al gioco dell’essere e del divenire”, poiché lo stesso Nietzsche aveva ammesso: “Non conosco altra maniera di trattare i grandi compiti che non sia il gioco: fra i segni della grandezza, questo è un presupposto essenziale”.


Black Mary
, Pique dame, il tre, il sette, l’asso, rientrano nel segreto (delle tre carte) per vincere al gioco che il Conte di Saint Germain (1712-1784), nel famoso racconto di Aleksandr S. Puškin (1799-1837), svela alla contessa Anna Fedòtovna. La contessa  si confida  prima col marito, poi con un amante, ma, quando le appare in sogno un fantasma, viene avvisata di rischiare la vita ad affidarlo a una terza persona.


Quale possibile fonte della Pikovaja dama (1833) è stata indicata La peau de chagrin (1831) di Honoré de Balzac (1799-1850), soprattutto per quel costante suggerimento d’un’interpretazione allegorica degli avvenimenti narrati e dell’immagine stessa che dà titolo al racconto. Nell’uno, l’elemento soprannaturale è la pelle stessa, metafora di vita e metonimia per il desiderio.


Essendo quindi indicato il senso allegorico dell’immagine, l’autore ci fornisce subito il significato di non ridurlo a quello letterale. La provocazione di Puškin è invece ben più raffinata poiché, giostrando con i canoni d’un genere letterario della tradizione fantastica, inserisce una doppia ipostasi delle carte da gioco che, pur mantenendo dominante il livello favolistico dell’azzardo e del rischio, i quali comunque non portano bene, concede alla malevolenza delle forze avverse di compiere il definitivo inganno. I termini gergali smorzano il gradiente allegorico della narrazione grazie all’introduzione di ulteriori elementi metaforici di cui è persino percepibile il significato letterale, per cui la duplice interpretazione può essere intesa ambiguamente, sia riferita alla carta (Pikovaya dama), sia alla contessa (La dama di picche), sia forse pure alla donna reale a cui era ispirato il personaggio, ovverossia la Princesse Moustache, o Fée Moustachine, Natalya Petrovna Galitzine.


Il racconto di Puškin segue di poco il cosiddetto Autunno di Bòldino, allorquando il poeta arrivò nel suo podere del Governatorato di Nìzhnij Nòvgorod per accomodare i beni ereditari prima del matrimonio con Natal'ja Nikolaevna Gončarova e dove, a causa della quarantena per il colera, fu costretto a fermarsi per tre mesi e mezzo.


Nella novella di Puškin, adepto a una massoneria fortemente impregnata di martinismo, compaiono molti riferimenti a simboli ed elementi occulti, ma soprattutto all’arte combinatoria delle carte, considerate custodi di antiche verità nascoste, presenti pure nella più ampia tradizione culturale figurativa ed esoterico-simbolica, così come nella superstizione popolare.


Il primo archetipo citato è quello dell’iniziazione, sicuro garante d’una significativa transizione; in tal caso la rinuncia a desideri o ambizioni, unitamente alla sottomissione alla prova, assicurano una sorta di protezione dall’eventualità dell’insuccesso materiale e di una insoddisfazione spirituale, poiché il superamento dell’esame ha uno scopo metaforico ben preciso nel creare simbolicamente lo “stato d’animo della morte”, dal quale possa in antitesi scaturire un’altrettanto allegorica “rinascita”. Saint Martin vedeva, in questo percorso a tre tappe, un primo momento di offerta del dono di saggezza, corrisposto dalla fatica del viaggio interiore, mentre il godimento dei benefici che ne derivano è uno stadio intermedio, il quale, però, in virtù delle capacità acquisite e degli strumenti ricevuti,  termina con lo svelamento dell’arcano, occultato nei numeri quali "involucri invisibili degli Esseri”.


Una “stretta scala a chiocciola” rammenta quella celeste di Giacobbe, simbolo della Fiducia o Fede nelle cose mai viste, e della Speranza che si nutre di sincerità. Anche se in verticale, si tratta sempre di un ponte elevatore su più piani o livelli di esistenza. Il maestro Hiram è impersonato da colei che custodisce il segreto delle tre carte, a causa della quale devono confrontarsi i due estremi opposti, rappresentati da Hermann e Lizaveta. Il distacco atarassico viene drammatizzato nel rifiuto opposto alle richieste del suo assassino. Il seme di appartenenza, picche, indica l’elemento aria, la lettera ebraica vau nel Tetragrammaton, l’apertura e la chiusura del cerchio, la stabilizzazione della forma, l’azoto dei filosofi, l’armonia dell’androgino (Princesse Moustache, o Fée Moustachine). Nell’analogia con la Regina di Spade, arma, scettro o bastone, conferiscono genericamente potere, ma, nel caso dell’iniziazione massonica, in specie nel contrapporre al petto del profano la spada magistrale, s’esprime una relazione molto significativa tra lo spirito, rappresentato da quest’ultima, e la sua anima raffigurata nel cuore. Il potere protegge, istruisce e consiglia, ma contemporaneamente giudica, punisce e riequilibra. Cosicché, la Contessa-Donna di Picche-Regina di spade, pur soccombendo, cagiona la follia del suo stesso omicida e, dalla bara in cui viene adagiata durante i funerali, sembra schernirsi beffarda dello sconfitto Hermann.


Tra gli astanti presenti al racconto dell’aneddoto di Tomskij, qualcuno fa riferimento alla numerologia spicciola, come scienza del gioco: “«Come!» disse Narùmov, «tu hai una nonna che indovina tre carte una dopo l'altra e non hai ancora imparato la sua cabalistica?»”. Al numero delle carte che garantisce una vincita sicura fanno pendant le tre parole con cui il nostro autore descrive le reazioni a questa narrazione: ‘sluchai’ (coincidenza), ‘skazka’ (caso), ‘poroshkovye karty’ (carte segnate). Ma, se ciò non bastasse, tre sono le fanciulle che circondano la contessa quand’ella è seduta dinnanzi allo specchio, tre le settimane trascorse da quando Lizaveta scorge per la prima volta Hermann dalla finestra della sua stanza, altrettanti i delitti commessi da questi, tre è il numero da puntare per la prima volta e tre sono le ore segnate dall’orologio al momento dello smaltimento della sbornia.


Il sette ha forse una simbologia ancora più incalzante, se rapportata a cuori e spade; sette sono i capitoli del racconto; sette è il secondo numero su cui la contessa suggerisce a Hermann di puntare i suoi soldi; da sette anni è morta la vecchia amica della nonna di Tomskij; la contessa ha ottanta-sette anni; la risposta anancastica di Hermann alla richiesta di conoscere l’ora è immancabilmente: “le sette meno cinque!”; quaranta-settemila è la somma puntata alla sua prima giocata; impazzito, il protagonista viene rinchiuso al numero diciassette.


Il cammino iniziatico illustrato nella Pikovaja Dama propone un esordio ben preciso, l’ammonimento a non perseguire intenti immorali, e a non provare ad affrontare  la verifica delle proprie qualità senza sacrifici, con superbia o per capriccio, poiché in questi casi, invece dell’ascesi, si otterrebbe una rovinosa caduta verso la perdita d’ogni cosa, scandita da sette epigrafi, nelle quali si riflettono, in negativo, i sette movimenti dell’iniziato.


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Black Mary
ed Hearts  ricordano un connubio metaforico molto tipico della tradizione religiosa cristiana. La spada conficcata nel cuore della Mater Dolorosa,  Virgo Perdolens, Maria Dolores (da cui Lola, Lolita e Dolly), Lady of Pain, Virgen de la Piedad, Vierge de Piété, Virgen de la Soledad, Beata Vergine del Pianto, Maria delle Lacrime, o ancora Madonna dei sette dolori. Verso la fine del secolo XI incominciano le celebrazioni dei 5 gaudi e dei 5 dolori, simboleggiati dalle spade. Nel 1236 i dolori diventano 7, per poi impostarsi un rito più prettamente meridionale, a partire dalla morte improvvisa di Filippo I, che la regina Giovanna celebra nella processione dell'Entierro (sepoltura), mentre nelle aree settentrionali, prevale il culto delle Vesperbild, all’origine delle varie Pietà. Le immagini dell'Addolorata indossano l'abito di vedovanza di colore viola o nero del lutto e, conficcate nel cuore, una, cinque o sette spade. Questa figura non poteva associarsi se non a visioni lugubri e funeste, popolarmente riportate sulle figure delle carte da gioco, con tutte le conseguenze simboliche del caso.


Molto verosimilmente, suppone Ezio Albrile, in Ermete e la stirpe dei draghi (Mimesis, Milano-Udine 2010), in una fase arcaica la manipolazione ermetico-alchemica degli elementi sarà stata illustrata da diagrammi esplicativi solo per pochi. La cosmologia del platonico Timeo si struttura infatti nella successione di forme geometriche. E un’immagine cruciale di questa prassi, quale quella dell’Ouroboros, che pone l’adepto al bivio tra attese di redenzione e timori d’insuccesso, avrebbe subito forse, come potrebbe suggerire lo studio di Maria Grazia Porcu (2003), un’evoluzione iconografica nella raffigurazione della Ruota della fortuna.


Per associazione di contrasto tale citazione rimanda alla téchne teurgica, un insieme di érga, mediante i quali ci si oppone a quel movimento circolare, nel tentativo di liberarsi dal vincolo della necessità, oppure, com’è scritto negli Oracoli caldaici (frammento 153), dal “gregge della fatalità”, ovverossia dalla prospettiva deterministica sottesa alle medesime mantiche cui si fa ricorso comunemente, anche se tali pratiche, unitamente alla telestica (preparazione misterica), all’eros e alla poesia, rientrano tra le follie inviate dagli dei per consentire la risalita dell’anima alla sua vera patria celeste (Fedro 244 A-D).


Tra rifiuto e riconoscimento della realtà, e quindi rispettivamente della proibizione e dei limiti, v’è una reciproca permeabilità. “Essa è massima nella poesia, e a essa mira la psicoanalisi basandosi sull’esperienza in situazioni standardizzate, osservazioni, ipotesi, tecnica, e quindi sulla scienza. – ci fa notare Romolo Rossi, in Sottovoce agli Psichiatri(Piccin, Padova 2010) – Spesso il passaggio tra il progetto euforico di controllo dell’oggetto, e il riconoscimento della realtà con le euforie e i lutti che comporta, è possibile solo attraverso un continuo lavoro di ‘working through’. Freud ne aveva trattato nel 1913-14, aveva ripreso il concetto nel ’25, ma con il lavoro del ’37, e l’affacciarsi dell’idea della possibilità d’un’analisi interminabile, esso veniva ad assumere significato: non si trattava più di sostituire l’Io là dove prima era l’Es, ma di operare un continuo lavoro di tessitura tra i diversi livelli dell’Io, così da garantirne l’attività sintetica e ripararne la scissione”.


Per gli psicoanalisti, come Herbert S. Gaskill, Charles Hanly ed Edward M. Weinschel, è nella capacità di questo lavoro che si intravede il risultato positivo del trattamento, facendo conseguentemente crollare, con le "pitfalls of perfectibilism",  quello che, per altri, costituiva un mito, in buona parte alimentato dallo stesso Freud in Die Zukunft einer Illusion (1927).


I satiri rappresentati sempre in erezione, ma mai in un rapporto carnale veritiero, hanno lo speciale privilegio di entità ondivaghe che errano in vasti campi fino all’ebbrezza o, in alternativa, al riconoscimento dell’irrinunciabile pretesa di essere “tutto”, maschio e femmina, pene e vagina, o completamente e interamente un enorme “fallo”. Sarebbe questa l’esclusiva capacità di tollerare d’identificarsi, o d’impersonare, un dio, che sia Dioniso, che sia Narciso, a cui la terra (Demetra) sorride…, come nel mito di Iacco e Baubo?


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Per far combaciare i Tarocchi con le ventidue strade dell'Albero della Vita che vanno a ricollegare tra loro le Sephirot della Tradizione cabalistica, Arthur Edward Waite (1857- 1942), massone, rosacroce ed ermetista, aveva scambiato il numero VIII della Giustizia con l’XI della Forza, trasformato l'Innamorato in Gli Amanti e riproposto il Matto, un po’ troppo a modo suo. In realtà, nonostante i numerosi ripensamenti, si sarebbe ispirato prevalentemente al mazzo nord-italiano Sola-Busca del 1491, 23 incisioni originali del quale erano state acquisite dal British Museum fin dal 1845.


Il mazzo Rider-Waite, molto popolare per illustrare completamente tutte le 78 carte, con possibilità di decifrazione immediata dei significati divinatori, venne materialmente disegnato da Pamela Colman Smith (1878-1951), detta Pixie, la quale, da adepta della Golden Dawn, aderì al Rito Indipendente (dalla Societas Rosicruciana in Anglia) della Fratellanza della Rosa Croce, fondato da Waite dopo il 1914.


Sulla pagina del suo diario magico relativa all’inizio del 26 Agusto 1916, Edward Alexander (Aleister) Crowley (1875-1947), rivela testualmente: "I am inclined to believe that the XIth degree is better than the IXth degree" e, nel Liber CXIV, pubblicato tre anni dopo, appunta: "Of the Eleventh Degree, its powers, privileges, and qualifications, nothing whatever is said in any grade. It has no relation to the general plan of the Order, is inscrutable, and dwells in its own palace".


In ottemperanza al cambiamento richiesto dall’Appeso, Crowley modifica le stesse denominazioni delle carte, l’ordine e i disegni, dunque persino il loro significato originario: la Giustizia diventa il Giudizio, Temperanza Arte, il Giudizio Eone, e di Fanti e Cavalieri fa Principi e Principesse.


Ma, nel suo sistema iniziatico a dodici gradi, elaborato nel 1914, corrispondente alle Regole delle case zodiacali, la Grande Bestia (come soleva farsi chiamare) avrebbe considerato molto probabilmente l’XI° in sequenza del X° ed estensione al XII°, gradi questi rimasti “amministrativi”, mentre il titolo di capo spirituale dell’XI° corrispondeva a Baphomet. Non scrisse una versione del Liber C in relazione alle operazioni dedicate a Venere, ma soltanto a quelle mercuriali, e le più importanti annotazioni, riconosciute come Statuti dell’Ordine, furono contrassegnate dal titolo "XI°". Nel novembre 1920, celebra il "Cephaloedium Working", registrando a pagina 17 del suo Diario magico l’influenza dell’etere ("…that the Paris Working [was] the first model for our present Orgia"). "The Devil of Lust, the Goat of Mendes, Pan, Baphomet: and spelt fully Ayin is the Erection... the Semen or fluid vehicle of the Spirit, the Elixir of Magick, the Blood...".


In quell’espressione delle correnti di pensiero di Karl Kellner (1851-1905), Franz Hartman (1838 - 1912) e Theodor Reuss (1855-1923), posta sulla falsa riga delle confraternite ermetiche , in particolare, dei nove stadi massonici, modellati dai tre gradi iniziatici riprodotti su altrettanti livelli, il decimo arcano (Ruota della Fortuna) costituisce lo snodo fondamentale del percorso che dalla pietra grezza (Bagatto), grazie alla riverenza nei confronti dei misteri (raffigurati dall’uovo pronto a schiudersi della tiara della papessa-viaggio nella Terra), alla purezza del bello dell’imperatrice (Aquila che spiega le ali per il volare nell’Aria, primo sorvegliante), alla forza dello scettro dell’imperatore (filo a piombo, secondo sorvegliante), e al buon senso ed equilibrio del papa (due colonne del Tempio, pastorale a tre croci, altrettanti gradini o scala del Venerabile), con cui occorre accostarsi alla conoscenza, conduce alla scelta degli amanti e “prova del fuoco” dell’iniziazione, ovverossia quel “Quod vitae sectabor iter” degli Edyllia di Ausonio.


Con il Carro, la decisione di perfettibilità è stata presa in direzione della giustizia, che detiene la bilancia sulla quale deve tornare l’equilibrio richiesto dalla simbologia del numero otto, allegoria di stabilità nel cerchio superiore come in quello inferiore. Segue l’ammonimento nei confronti delle difficoltà del silenzio e della solitudine (l’Eremita), con i quali bisogna rispettare principi e regole del cammino.


Non c’è gloria nei trionfi materiali, rammenta qualsiasi Totentanz, come appunto la ruota della fortuna, poiché i cicli cosmici seguono un’imperscrutabile andamento, riproposto, oltre che nel Bagatto, nel simbolo dell’infinito sul cappello della Forza e del controllo degli istinti. L’esperienza insegna  che l’avanzamento richiede anche coraggio nell’affrontare il ribaltamento dell’Appeso e la trasformazione che rinnova e da cui riparte un nuovo ciclo (XIII). La prova dell’acqua della Temperanza riconduce alle primordiali energie dell’inconscio, della nascita, della natura (XV). La prova del fuoco fa crollare le false vecchie certezze, come la Torre colpita dal fulmine, e richiede prudenza. Dopo la catastrofe, risorgono le stelle, la luna guiderà verso luoghi sicuri, ossia le torri solide dietro la cagnara del mondo e la fratellanza iniziatica dei gemelli nel Sole sarà di sostegno, ma anche di giudizio. A trionfare sul mondo è l’amore disinteressato di Afrodite Urania, grazie alla necessaria leggerezza con cui va affrontata la vita, nell’assoluta consapevolezza comunque che anche il suo gioco va svolto con doverosa serietà.


Con la rivoluzione della Ruota e il ribaltamento dell’Appeso, non solo occorre vedere le cose da una prospettiva totalmente diversa, ma il percorso iniziatico viene come invertito per ritornare al vuoto (kénoma) iniziale: I-XI, XII-0. La prova dell’Acqua la troveremmo al ritorno, nella Temperanza, e quella del Fuoco discendendo dalla Torre, nel processo di restituzione stimolato dalla Ruota e ripristinato dall’Appeso.


Se però dovesse pragmaticamente corrispondere al vero quest’ipotesi di assimilazione dei gradi iniziatici agli Arcani maggiori, in base alla prerogativa metaforica dell’inversione sessuale, allora l’XI posto non spetterebbe alla Forza, ma a figura ermafrodita come il Diavolo (Baphomet), l’Eremita dovrebbe considerarsi neutrale, tipo un grado “amministrativo”, o scambiarsi con gli Amanti. Difatti, nella simbologia erotica della scelta dei Tarocchi o in quella dei gradi che andrebbe a completare il secondo dei triplici livelli iniziatici (come l’Aquila dell’Imperatrice completava i primi tre gradi del viaggio connessi alla Terra e all’Aria), sarebbe comprensibile un’anticipazione di quell’azione trinitaria da affiancare, al terzo livello, alla consuetudine d’una Coniunctio oppositorum, nelle risoluzioni di sodomia, fellatio e cunnilinguo, che accosterebbero quanto più possibile al simbolismo alchemico dell’Ouroboros, il drago o serpente ciclico che si autodivora mangiandosi la coda.


Nel fondare il suo Ordine dei Telei, il conte Umberto Alberti (Erim) di Catenaia (1879-1938), ripesca da un trattato cosmogonico gnostico, ritrovato a Nag-Hammadi, quella perfettibilità dei teleioi che, avendo raggiunto il compimento celestiale, definiscono il demiurgo omicida con il nome di Leone di Dio, in riferimento al logion del Vangelo di Tomaso: “Beato il leone divorato da un uomo: diventerà uomo; maledetto l’uomo divorato da un leone: diventerà leone”, ricordato pure dalla Forza (XI) dei Tarocchi.


Nei miti gnostici, la cosmogonia e l’Eros sono coinvolti nella ricerca del medesimo fine, il “paradossale” trascendimento della presente modalità di esistenza, visto che la stessa energia che ha creato e alimenta l’illusione del mondo cagiona pure il suo annientamento. Come ci ricordano Leonhard Fendt e Stephen Benko, quest’alchimia della Luce, quindi la sua purificazione, si configura, quale purgatio dello sperma umano. Il corpo femminile è un corpo di profanazione e la sodomia è l’apice dell’opera blasfema, attraverso la quale si compie un’ars magna, ricomponibile in un itinerario attraverso gli arcani maggiori dei tarocchi, immaginati quasi quali geroglifiche raffigurazioni che metaforicamente dipingono una rituaria sessuale fatta appunto di irrumatio, fellatio, ecc..


L’iter iniziatico degli Gnostikoi di cui parlava Epifanio (Pan. haer. 26, 9) consisteva nel “sacrificare” ai 365 Arconti, uno per ogni giorno dell’anno, un coitus interruptus, seguito da una comunione spermatica, in una ripetitiva rituaria quotidiana ciclica. Era sostanzialmente questo il cammino sessuale prospettato da Erim, allo scopo di portare l’anima del telete dapprima verso l’alto e poi verso il basso, ripercorrendo all’ingiù tutta la scala di Giacobbe e degli Arconti, riproposta sugli Arcani dei tarocchi.


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