Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Carte di tarocchi lanciate contro il nemico - 1625

In occasione dell’assedio della Fortezza di Verrua

 

Saggio di Andrea Vitali, novembre 2020

 

 

Sopra un’altura, al confine fra le province di Torino, Vercelli e Alessandria, in una posizione strategica dominante la confluenza della Dora Baltea nel Po, si trova quanto resta dell’antica Fortezza di Verrua. Una roccaforte che nel tempo conobbe ben quattro assedi, ad iniziare dal 1167, quando il Barbarossa distrusse il Borgo e le fortificazioni, per continuare nel 1387 a opera del Marchese di Monferrato. Dopo la sua ricostruzione all’inizio del Seicento, venne assaltata nel 1625 da una coalizione austro-spagnola per essere infine conquistata dai Francesi nel 1704. Nel 1862 Vittorio Emanuele II aggiunse a Verrua la denominazione Savoia, quale atto di riconoscimento per il grande ruolo che quella Fortezza aveva svolto nella storia del Piemonte Sabaudo.

 

Quanto di seguito, riguarda l’assedio del 1625 svoltosi in occasione della Guerra dei Trent’Anni che vide contrapposte, fra le altre, la Spagna alleata dell’Austria e le Francia.  Fra queste contendenti si intromise Carlo Emanuele I Duca di Savoia, il quale, grazie all’appoggio del Cardinale Rechelieu, mirò ad ampliare i propri possedimenti nel Monferrato, allora in mano agli Spagnoli. L’esercito di Filippo IV, re di Spagna, ordinò allora l’attacco alla Fortezza dove erano asserragliati savoiardi e francesi.

 

All’inizio del mese di agosto del 1625 il Duca di Feria, che governava Milano in nome della Spagna, dopo aver inutilmente cercato di occupare Asti, marciò su Verrua, avvisando il suo Re, tramite una missiva, di essere certo della sua conquista nel giro di tre giorni.  Carlo Emanuele I fece appena in tempo a inviare al Forte 1.200 fanti che questi si trovarono di fronte l’esercito nemico composto da 25.000 fanti e 5000 cavalieri, dotato per di più di ben 20 cannoni.

 

I difensori, guidati dal Conte di Saint Reran, per tre mesi subirono un incessante bombardamento con quotidiani assalti alle mura. Nel frattempo, Vittorio Amedeo, figlio di Carlo Emanuele I, si era accampato con il grosso dell’esercito ai piedi del monte su cui sorgeva la Fortezza per rifornire gli assediati di viveri e munizioni.

 

Il 17 novembre gli Spagnoli, resosi conto che nonostante i ripetuti assalti non stavano riuscendo nel loro intento, si ritirarono, lasciando sul campo 10.000 morti. Dalle minute del Duca di Savoia al suo Ambasciatore di Parigi, le perdite sabaudo - francesi risultarono di circa 8.000 uomini.

 

 

 

Fortezza di Verrua

 

 Gio. Maria Torriano, La Fortezza di Verrua, incisione, inizi sec. XVIII

 

Nella stampa settecentesca della rocca, inserita nel Theatrum Sabaudiae,

il Duca farà aggiungere sul cartiglio: "Exigua et celeberrima"

 

 

Gli assediati non rispondevano alle bordate nemiche standosene esclusivamente all’interno del Forte, ma anche attraverso trincee scavate di fronte allo stesso, tanto da trovarsi, a un certo punto, a pochi metri dalle trincee nemiche.

 

Ovviamente, come sempre è accaduto in queste situazioni belliche, fra archibugiate, colpi di cannone e assalti all’arma bianca, i soldati di entrambi i fronti godevano anche di momenti di pausa e in tali occasioni, nelle trincee, per svagarsi giocavano a tarocchi. Questa informazione è riportata nell’opera Relatione dell’Assedio di Verrua composta da un anonimo autore subito dopo la fine dell’assedio. Dalla descrizione giorno per giorno e fin nei minimi particolari dei fatti accaduti, si può arguire che l’autore avesse preso nota quotidianamente degli eventi in un proprio diario.

 

Prima di riportare il testo originale di quanto sopra espresso riguardante i tarocchi, forniremo un riassunto dello stesso.

 

Siamo al 9 di settembre. Poiché i Franco-Savoiardi avevano bombardato i nemici per tutto il giorno, grazie alla fornitura di un certo numero di cannoni fatti giungere alla Fortezza da poco tempo, nottetempo gli avversari, fingendo un attacco, si avvicinarono alle mura per rendersi conto se la mina che essi avevano predisposto era riuscita a creare una breccia consistente, ma visto il suo scarso effetto, si erano ritirati pressoché immediatamente, dando così la possibilità da parte dei difensori di riparare il piccolo danno subito. Intanto, nelle trincee, i soldati che difendevano il Forte si misero a giocare a tarocchi e quelli che perdettero, per rabbia, gettarono le carte contro una trincea nemica che si trovava a pochi metri dalla loro.

 

Accortisi di ciò, gli Spagnoli presero un sasso a cui attaccarono una carta di picche, seme da gioco presente nelle carte francesi ma utilizzate ovunque in Europa, e la scagliarono contro la trincea avversaria. Sulla carta era scritta la seguente frase:“Sin cartas se gañara con las piccas” [Senza carte si vincerà di picche].

 

Al che, ricevuta quella carta, un francese che conosceva lo spagnolo, prese un tarocco dove era raffigurata un seme di spada e a sua volta legata la carta a un sasso, la rispedì agli avversari, i quali, una volta ricevutala vi lessero sopra la seguente frase: “Con estas siempre se vincen las piccas” [Con queste (spade) le picche sono sempre vinte].

 

Se si considera che il termine ‘picche’ con cui veniva chiamato quel seme di carte deriva dal nome delle armi di offesa utilizzate da certi drappelli spagnoli, ovvero le picche, al contrario delle spade usate maggiormente dai francesi, il significato della risposta risulta evidente.

 

Il giorno seguente trascorse con le usuali cannonate e spari di moschetti, con ambedue i contendenti intenti a ripararsi per non essere colpiti. Giunta la sera, i difensori posero dei corazzieri a guardia della piccola breccia creata dai nemici. Il Marchese di Cigliano, in seguito a una palla di cannone che aveva distrutto una parte del Borgo, venne colpito da una scheggia di legno.

 

Il giorno 11, gli Spagnoli lanciarono nuovamente un sasso a cui avevano attaccato due carte da gioco contro la trincea nemica. Sul retro delle carte era scritta una poesia in rima, con la quale, sfidando i nemici, affermavano la superiorità delle loro armi. Ricevutala, un francese rispose per le rime, sempre con due carte legate a un sasso.

 

Testo originale

 

Alli 9 [di settembre]. Per causa delle nuove batterie, quasi tutto il giorno non si fece altro, che tirare, essendo la nostra nuova à loro dannosissima. Alla notte il nemico fece sembiante di voler attaccar i nostri, non seguì poi l'effetto, ma travagliò intorno, accostandosi alla brecchia, e sotto la mina che nõ haveva fatto effetto, & i nostri attesero à ripararla co' li soliti lavori, nel qual tempo giuocando alle carte nelle stesse trinciere, come alle volte segue, perdendo gettorono essi le carte in quelle dell'inimico, che sono come mano à mano. Questo visto da loro ne pigliarono una di piche, & vi scrissero le seguenti parole: Sin cartas fe gañara con las piccas, & co un sassetto la ritornorono nelle nostre trinciere; subito da un soldato de' nostri, ch'intendeva lo Spagnuolo, preso un tarocco di spada gli fù risposto così. Con estas siempre se vincen las piccas, & con altro sassetto fù mandata nella trinciera de Spagnuoli.

 

Alli 10. Altro non seguì, salvo, che continuò la tempesta di cannonate, & moschettate, travagliando ogn'uno dal canto suo à suoi ripari, e la sera solo nel metter le Corazze in guardia, che difendono la breccia, il Marchese di Cigliano fù toccato da una scaglia di legno in un braccio, da una cannonata, che diede in una delle rovine del Borgo.

 

Alli 11. Dalle trincere de Spagnuoli fu tirato un sasso ligato trà due carte nelle nostre trinciere con questi versi.

 

 

Quien t’enganna loca Francia,                                            Chi t’inganna pazza Francia,

Si en el de Saboya fias;                                                         Se di lor Savoia ti fidi;

Bien accordarte podrias                                                       Beh, potresti ricordare

Que nunca sacai ganacia                                                      Che mai ne avrai guadagno

Se la Spagnola arrogancia;                                                  Dall’arroganza spagnola;

Tan presto el balor se olbida,                                              Così presto il coraggio viene dimenticato,

Pues aun non tienes la herida                                             Beh, ancora non hai curato

Curada, que si en campè                                                      La ferita, e se in campo

El cuello te quebrante                                                           Ti ho rotto il collo

Te quittare a qui la vida.                                                       Ora ti porterò via la vita.

 

 

e da un soldato Francese gli fu risposto.

 

 

Les François ne sont pas trop fous                                     I Francesi non così pazzi

De s’assevrer de la Savoye,                                                   Da assoggettarsi alla Savoia,

Vous autros qui seres leur proye                                         Voi invece sarete la loro preda

En recevres es dernier coups                                               Da cui riceverete gli ultimi colpi

Voila le gain de l’arrogance,                                                 Ecco il guadagno dell'arroganza,

Et le fruit de l’impartinence.                                                E il frutto dell'impertinenza.

Nous n’oblions par la valeur                                                Noi non dimentichiamo il valore (coraggio)

Nous y attarbons nostre vie                                                  A cui leghiamo la nostra vita

La blessure est bien tost guerie                                           La ferita sarà presto guarita

Qui reussit a nostre honneur.                                              Che dà risalto al nostro onore.

Pour vons autres, vous perirez                                            Voi invece perirete

Aux mines, on vous bruslerez.                                             I visi vi bruceremo.

 

 

Dall'altra parte del sasso [sulla seconda carta]. vi era un'altra, che diceva in questa maniera.

 

 

Frances si en armas confias                                                 Francese se confidi nelle armi

Sera en hano tu trabaio,                                                        Il tuo lavoro sarà vano,                                      

Pues pienso poner de baxo,                                                  Beh penso di mettere giù           

Tu cuello a las plantas mias                                                  Il tuo collo ai miei piedi

Espagnolas bizarrias;                                                             Stranezze spagnole;

Mil bezes te han quebrantado;                                             Mille volte ti hanno abbattuto

La stima tengo de berte                                                         Mi fai pena a vederti                                

Que aunque Berrua sea fuerte                                              Che per quanto Verrua sia forte

Lo es mas la que trago al dado.                                            Lo è di più quella che ho al fianco.

 

 

Alla quale fu risposto in questa maniera.

 

 

Nos progrez nous sont asseurès                                           Il nostro progresso ci assicura

Nous fians en nostre vailläcet:                                              Confidiamo nel nostro valore:

Mais de voz vers la recompence                                           Ma dei tuoi versi la ricompensa

C’est la mort, que vous soffrirès                                           E' la morte che tu soffrirai

Le plains vostre bizarrerie                                                     Ho pietà della tua stranezza

Qui me nous fait gueres de mal,                                           Non ci fa molto male,

Et Verrue est le lieu fatal                                                        E Verrrua è il luogo fatale

Pour chastier vostre follie. (2).                                             Per castigare la tua follia.

 

Note

 

1 - Anonimo, Relatione dell’Assedio di Verrua, s.l. [Torino], s.e. [Luigi Pizzamiglio oppure G. Domenico Tarino?], s.d. [1625].

2 - Ibidem, pp. 22-23-24.

 

Desideriamo porgere i nostri ringraziamenti a Francesca Abbà e ad Alain Bougearel per la traduzione in italiano dei versi in lingua spagnola e francese antica.

 

Copyright Andrea Vitali  © Tutti i diritti riservati 2020