Saggi di Andrea Vitali

Le Giornate Soriane

L'invenzione di una nobile villeggiatura fra scacchi, biliardi e tarocchi

 

Ludovico Agostini (1536-1612), nato da nobile e ricca famiglia pesarese, venne influenzato fin da giovane età dalla madre che gli instillò un forte sentimento religioso. Nel 1557 si laureò in ‘utroque iure’ all’Università di Bologna, fatto che lo portò ad iscriversi successivamente all’ordine dei legisti della sua città. Poiché poteva permettersi di vivere agiatamente senza lavorare, non praticò mai, occupandosi dei suoi veri interessi: la musica e la poesia.

 
Divenne così un buon liutista mentre l’amore per la poesia lo condusse a comporre versi di una certa pregevolezza. Per tutta la vita, le attrazioni carnali e il desiderio di benessere e del bello si scontrarono con la profonda religiosità inculcatagli dalla madre, inducendolo a costanti sensi di colpa. Sentendo la necessità di riscattarsi fece molte opere filantropiche stimando inoltre necessario dedicarsi ad una missione di carattere moralizzante (1).

 

Questa dicotomia aveva iniziato a manifestarsi allorché uccise a Padova un compagno di studi in un duello, riuscendo a salvarsi con la fuga e successivamente, quando la sua famiglia perse il proprio capitale a causa degli inasprimenti fiscali che il duca Guidubaldo le impose, giungendo addirittura a confiscarle ogni bene. E pensare che qualche tempo prima Ludovico aveva indirizzato al duca un sonetto celebrativo per il matrimonio di Virginia della Rovere, sua primogenita, con Federico Borromeo. Dagli agi della gioventù, Ludovico passò a sperimentare, col tempo, la povertà.

 

Fu un uomo inascoltato sebbene le sue idee intorno al buon governo fossero degne di essere prese in considerazione. Fra i tanti personaggi a cui indirizzò lettere di questo tenore troviamo Papa Gregorio XIII al quale suggerì di combattere i Turchi indicendo una nuova crociata, lo stesso Duca Guidubaldo, suo figlio Francesco Maria II della Rovere, i Papi Clemente VIII e  Sisto V, i cardinali Cinzio e Pietro Aldobrandini, e tanti altri.

 

Soffrì per tutta la vita pene d’amore per una celebre cantante del tempo, Virginia Vagnoli, giunta ad Urbino su invito del Conte Guidubaldo, grande amante della musica. Dopo essersi fidanzato con lei cantò il suo amore nelle Rime. Ma l’atteggiamento del padre della donna, contrario fin dall’inizio alla loro unione, e il trasferimento successivo della cantante in Germania, invitata da Massimiliano II perché cantasse presso la sua corte, unitamente alla promessa che se si fosse trasferita l’avrebbe accasata onorevolmente, indusse Ludovico in forte depressione accresciuta ancor più dal rifiuto di poter almeno ottenere un ritratto dell’amata. Così dopo cinque anni di permanenza presso la corte urbinate, vide allontanarsi per sempre l’amore della sua vita. Non l’avrebbe mai più rivista.

 

La disperazione lo portò a farsi consolare fra le braccia di una signora pesarese da cui ebbe due figli, ma che non sposò mai, per una sorta di fedeltà ideale verso Virginia. Il suo sentirsi impotente dall’affrancarsi da questo ricordo e in peccato, per non essersi sposato con la madre dei suoi figli  (verso la quale, a dire il vero, provava un’attrazione straordinaria), lo spinse ancor più a comporre versi. Nacque così il Canzoniere dove l’amore perduto gli rese la certezza di vivere una vita fredda e vacua, senza senso, prodromo di quell’atteggiamento spirituale che lo coglierà di lì a poco e che lo sosterrà per tutto il resto della vita. La fede irruppe così prepotentemente nella sua anima, un conforto per la perdita dell’amata. Ludovico, come un novello Ercole al bivio fra la ragione e l’istinto, sentì allora che il male dell’uomo nasceva dalla sua condizione di peccatore e attribuì i mali che affliggevano l’Italia - sia quelli naturali, come il terremoto ferrarese del 1570 che rase al suolo la città, sia quelli determinati dalle azioni politiche degli uomini - a tale vergognosa condizione.


In tre lettere inviate a Francesco Maria della Rovere, suggerisce le riforme moralizzatrici che avrebbe dovuto attuare fra cui severi castighi per i giovani oziosi, per chi eccedeva nel lusso e per coloro che praticavano l’usura, considerata, assieme al mercimonio dei pubblici uffici, uno scandalo intollerabile. Riguardo al prestito di danaro suggerì che l’interesse massimo non avrebbe dovuto superare il sei per cento. Oltre a ciò, la sua condanna si estese anche al gioco d’azzardo, delle carte e dei dadi, per infine auspicare “un modello di umanità franca e schietta, indurata alla fatica e al disagio, educata al disinteresse e alla parsimonia, rinnovata nel corpo e nello spirito, custode di alti valori etici e religiosi” (2). Più tardi, in altre missive, suggerirà un tetto alle perdite al gioco, di rifuggire il gioco stesso, la bestemmia, la crapula e la lussuria.

 

Ben distante dalla visione e dalle motivazioni politico-militari del dialogo Italia e Mantua di  Vigilio (3) è la sua Lettera all’ Italia, nella quale, pur denunciando un forte e sincero amore per la propria patria, attribuisce ogni calamità alla collera divina, da cui gli esorti alla penitenza, alla mortificazione, all’elemosina e al digiuno (4).

 

Fra il 1583 e il 1584, Agostini compose la sua opera più importante, il dialogo L'Infinito derivato da una meditazione sulla Bibbia. Qui l’Infinito, o scienza rivelata, dialoga con il Finito, l’umana ragione, su argomenti e riflessioni tratti principalmente dai libri della Genesi e dell'Esodo. Nella quarta parte dell'opera, intitolata alla Repubblica immaginaria, egli traccia un profilo di stato utopistico improntato agli ideali di rigorosità morale e politica della Controriforma.

 

Dopo un viaggio in Terrasanta e l’incarico di governatore della Rocca di Gradara offertogli dal Duca Filippo Maria - cosa che gli consentì momentaneamente di rimettere in sesto le sue scarse finanze -  il 29 luglio 1612 Ludovicò spirò (5). La morte non lo colse impreparato: nelle sue lettere che aveva continuato ad inviare ad amici e potenti la auspicava come l’evento che lo avrebbe liberato da tutti quei mali, sia fisici che morali, che ancora gli attanagliavano duramente l’esistenza.

 

La vita di questo personaggio risulta molto importante per comprendere le motivazioni dell’opera Giornate dette Le Soriane, da lui composte fra il 1572 e il 1574, dove cita il gioco dei tarocchi (6).

 

Agostini immagina di trascorrere con diversi amici undici calde giornate di agosto presso le bellissime ville situate sui colli attorno a Pesaro, in particolare in quella di Soria, da cui il nome del componimento, e nell’Imperiale, fatta costruire nel 1464 da Alessandro Sforza, ricca di affreschi, loggiati e giardini. Ne deriva un racconto di una società cortigiana, allegra e spensierata, dedita ai piaceri e al divertimento, lontana dalla calura della città e dagli assillanti problemi del vivere sociale.

 

I soprannomi degli amici, frutto di invenzione, ricalcano quelli tipici dei membri delle Accademie italiane del tempo per cui troviamo il Confuso, l’Opposito, lo Sventato, il Volubile, il Vano, lo Stupito. In qualunque villa essi decidano di trascorrere il loro tempo, incontrano dame e cavalieri pronti ad accoglierli e ad instaurare con loro dotte disquisizioni filosofiche e morali, oltre naturalmente a prendersi il tempo per piaceri, divertimenti e sperimentazioni (come una cena presso un monastero di frati, frugale e in silenzio, la quale dà l’occasione di dissertare intorno alla serenità della vita conventuale).

 

Questi alcuni dei molteplici divertimenti descritti:

 

Ascolto di canti e musiche, in particolar modo dei madrigali di Paolo Animucccia, maestro di Francesco Maria della Rovere e dei mottetti di Adriano Willaert
Battute di caccia ai passeri e alle quaglie con reti e con il vischio
Visione dei meravigliosi paesaggi che circondano Pesaro
La spettacolo di una piccola battaglia navale fra una goletta e una fusta di pirati turchi con una galera veneziana
Pesca marina di testuggini, granchi e pesci
Pranzi e cene
Recitazione di versi
Balli di contadini
Conversazioni galanti
Etc.

 
I dialoghi di ispirazione galante e le disquisizioni filosofiche e morali, messi in bocca ai diversi amici, seguono solitamente ai momenti di piacere. Fra i dialoghi troviamo:

 

La contrapposizione fra le tempeste d’amore e quelle marine
La moda femminile e la responsabilità degli uomini nell’uso dei belletti da parte delle donne
Parallelo fra l’amore carnale e l’amore celeste
Discussioni intorno alla bellezza e la gelosia
Finti processi durante i quali, a turno, ciascuno viene invitato a difendere da presunte accuse le virtù dei presenti

 

Fra le disquisizioni filosofiche e morali troviamo gli ideali politico-religiosi più cari al pensiero di Agostini:

 

La serenità della vita claustrale in contrapposizione alla corrotta vita secolare
La speranza di una unificazione ecumenica
‘De la vita dell’uomo prudente’
‘Del perdonare l’ingiurie’
‘Discorso de la volontà di Dio’
‘Ragionamento sulla prudenza cristiana in confutazione della falsa prudenza che oggi il mondo chiama sua’
‘Discorso sulla vanità del mondo nelle sue professioni’

 
All’inizio della Prima Giornata, trascorsa presso il giardino dell’Imperiale, Agostini dichiara l’argomento del suo componimento:

 

“ [1] Tra i più vaghi e più fruttiferi colli d’Italia giace il nobilissimo promontorio d’Azio (7) imperiale, potentissima parte delle bellezze del seno Adriatico e principal dote della città di Pesaro, dove, non con puoca meraviglia di coloro ch’ivi per fama concorrono, si veggono sí adorni e sí ricchi palagi et in sí gran copia, che corrispondenti al bello et al dilettevole dei loro mirabili siti e dei preziosissimi frutti dir con verità si può non potersi in altra parte del mondo né vedere né immaginarsi meglio, per quanto allo stato umano più convenir si possa.

 

[2] E perciò che di alcuni di ditti luoghi, lontani un miglio dalla città, famigliarmente intendo ragionare, secondo ch’in ogni uno di quelli mi son ritrovato al tempo dell’estate a godere del salutifero aere ch’ivi abonda in compagnia d’alcuni de’ miei più cari amici – che furono lo Stupito, il Ventato, l’Opposito, il Volubile, il Confuso e ‘l Vario, tra’ quali anch’io senz’accrescimento di numero annoverato sono -, lasciando a’ più alti ingegni più alti discorsi, comincerò a descrivere alcune giornate passate domesticamente fra noi, et insieme descriverò i siti, i palagi e le bellezze delle donne che presenti vi si trovarono, senza le quali so io che più tosto umore (8) che piacere sarebbono riputate le nostre giornate”.

 

I soprannomi degli amici immaginari, anche se tipici dei membri delle Accademie, riflettono il carattere dell’autore, costantemente in bilico fra esacerbanti contrapposizioni di pensiero, fra istinto e  ragione. Infatti se da un lato l’afflato della Controriforma in un mondo oppresso dal peso della colpa serpeggia attraverso lo scritto dell’autore - e lo dimostrano le disquisizioni di carattere moraleggiante -, dall’altro "Le Giornate….nascono dall’estremo tentativo della fantasia di Agostini di ricreare il mondo scomparso dei raffinati ozi signorili, che la povertà gli fa invidiare, e di perpetuare un’effimera stagione amorosa dileguata per sempre" (9): Ludovico vagheggia “Un’arcadia non contadina ma aristocratica, non dimessa ma raffinata, non saviamente intenta a pie letture ma allietata da gentildonne, da musici, da poeti, soprattutto dalla presenza dell’amata Virginia [Giornata Terza], idealizzata dal rimpianto di un’immagine perenne di freschezza e di grazia. E accanto a lei rivedrà sé, anzi molteplici immagini di se stesso, tra mari e boschi, ora tenero spasimante, ora maschio protagonista di cacce e svaghi all’aria aperta, fiorente di gioventù e di speranze” (10).

 

La sua descrizione, nella Prima Giornata, dei giochi e dei divertimenti del dopo cena, fra cui quello dei tarocchi, non può che far venire alla mente la Risposta dell’Imperiali all’Invettiva del Lollio (11) laddove scrive:


Ma il Tarocco se ben è un giuoco antico,
non è per invecchiar, cotanto è bello,
giuoco da far, et non disfar l’amico.


Ma ‘l giuoco del tarocco è da Signori,
Principi, Re, Baroni, et Cavalieri,
per questo è detto il giuoco degli honori.


Scrive Agostini, dopo discussioni sull’ingegno, sulla nobiltà d’animo, sulla fortuna, sul valore del giudizio in amore che “[26] Finito che fu il desinare, e già levate le tavole, chi a scacchi, chi a tarocchi e chi a biardi (12), ci trattenemmo tutti per grand’ispazio di tempo”.


Ludovico, come abbiamo precedentemente visto, non tollera il gioco delle carte quando questo è d’azzardo, suggerendo serie misure contro i trasgressori e giungendo addirittura a scrivere al Duca Francesco Maria della Rovere di imporre un tetto alle perdite al gioco. Come a tutti gli uomini del suo tempo, a Ludovico piace giocare a Tarocchi, un gioco per nobili, quale lui era nello spirito e nella mente, seppur volubile, come il nome di uno dei suoi immaginari amici, un se stesso macerato da mille contraddizioni: “[19] ….Vostra Eccellenza [Francesco Maria della Rovere] dee sapere ch’io veramente infin ad ora sono stato detto Volubile, né si sono ingannati punto coloro che così mi hanno nominato; perciò che la malignità della mia fortuna mi ha talmente distemprato (13) il gusto che meraviglia non è stato se volubilmente ho del continuo girato nella ruota della mia disavventura, acquistando dagli effetti il nome: ma voglia Dio, che la fortuna così muti proposito nel resto, com’ora ha fatto in concedermi a sorte questo eccellente frutto davanti; che se poi allora Volubile sarò detto, mi contenterò volentieri dell’inganno del mio nome, poiché né per mio diffetto né per effetto, ma per errore altrui, sarò così a torto chiamato” (14).

 
Note


1 - “Io già così pronto mi trovai fra gli altri uomini, ch’io più che ogni altro ragionava, più che ogni altro mi stava, non era pericolo che mi spaventasse, d’ogni uomo era amico, di niuno nemico, consolava gli afflitti, i felici e superbi del mondo umiliava, al pari de’ vecchi prudenti camminava, i giovani insolenti riprendeva, ad ogni uomo predicava e, dov’io poteva interpormi per la pace e quiete altrui, non lasciava cose indietro da fare”. Ludovico Agostini, Esclamazioni a Dio in “Discorso della qualità d’amor”, ms. Cod. Ital. IX. 301, cc.27v-33v, Biblioteca Marciana, Venezia.
2 - Queste lettere, assieme ad altre, furono riportate da Luigi Firpo nella sua lunga monografia sull’autore: Lo Stato ideale della Controriforma. Ludovico Agostini, Laterza, 1957, p. 122.
3 - Si legga in proposito il saggio Taroch: nulla latina ratione
4 - Luigi Firpo, op. cit., p. 132.
5 - Il Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani (Volume I) colloca la sua morte nel 1609, ma il 1612 è data certa. Cfr: Franco Barcia, Introduzione, in  Laura Salvetti Firpo (a cura di) "Ludovico Agostini. Le Giornate Soriane", Salerno Editrice, 2004, p. XL.
6 - Il titolo originale è Giornate dette Le Soriane dell’Imperial di Pesaro di Lud.co Augustini. Il manoscritto si trova nel cod. 191 della Biblioteca Oliveriana di Pesaro.
7 - Azio: "Colle di San Bartolo, detto Accio dagli antichi, la ridente altura che protegge Pesaro da tramontana". In Luigi Firpo, op.cit., p. 71.
8 - Umore, nel senso di “malumore, melanconia, noia”. Cfr: Laura Salvetti Firpo, in Ludovico Agostini, op. cit., note al testo, p. 6. 
9 - Franco Barcia in Ludovico Agostini, op. cit., "Introduzione", pp. XX - XXI.
10 - Luigi Firpo, op. cit., p. 68-69
11 - Si legga al riguardo  "Primiera contro Tarocchi" in I Tarocchi in Letteratura I
12 - Biardi = biliardi
13 - Distemprato = alterato
14 - Giornata Prima


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Andrea Vitali