Saggi di Andrea Vitali

Ludere ad Triumphos

Cum Deo et in Ecclesia

 

Ludere cum Deo

 
Gabriel Barlette (ovvero Gabriele da Barletta, città della Puglia) fu il più rinomato monaco predicatore della fine del sec. XV. La sua popolarità deriva da un proverbio molto diffuso: “Nescit predicare, nescit barlettare”. (Non sa predicare chi non sa barlettare, cioè esprimersi come il buon frate). La sua data di nascita e di morte è sconosciuta, così come la maggior parte della sua vita.


Da un suo sermone  sappiamo che nel 1481 era in vita poiché egli parla della presa di Otranto da parte dei Turchi avvenuta l’anno precedente. Leandro Alberti, nato nel 1479, nella sua Descrizzione di tutta Italia (1) lo reputò “un dotto ed eloquente predicatore” asserendo che i sermoni pubblicati a suo nome in realtà non fossero di Barlette, ma di una persona ignorante come egli non aveva mai conosciuto nella sua gioventù. Occorre tuttavia dire che l’Alberti, essendo un domenicano, certamente si sentì in dovere di prendere le difese del suo collega.

Altri scrittori ipotizzarono che i sermoni del monaco fossero stati oggetto di manipolazioni in fase di stampa e che operassero due Barlette, uno serio e l’altro burlesco, ma la presenza di sermoni “extravaganti” già nella prima edizione, dal titolo Sermones quadragesimales et de sanctis, datata al 1497 (2) li contraddice. Inoltre la critica contemporanea li attribuisce ad uno solo e cioè al nostro. Sta di fatto che al popolo le sue prediche piacevano immensamente tanto che, divenute oltremodo famose, furono oggetto di una ventina di edizioni (3).

Assieme ai sermoni di Maillard e Menot, quelli di Barlette risultano essere fra i commenti più autorevoli per la conoscenza della sua epoca. In essi, con stile popolare, vengono esaltate le virtù e biasimati i vizi tramite l'ausilio di exempla basati sull'osservazione personale o tratti dalla tradizione storico-letteraria sia classico-profana che cristiana. Così il predicatore cita Valerio Massimo, Tito Livio, Eusebio, le Vitae Patrum, i dialoghi di S. Gregorio Magno, Beda, la cronaca dell'Ordine, il De remediis utriusque fortunae del Petrarca, e altri ancora.

 
Per comprendere la condanna del suo modus praedicandi avanzato da diversi autori, saranno sufficienti due esempi che noi reputiamo in verità del tutto calzanti:  "Dopo la sua vittoria su Satana, la Beata Vergine gli inviò la cena che Ella aveva preparato per sé: cavoli, zuppa, spinaci, e forse anche sardine” (Sermone riguardante le Tentazioni). Una cena povera insomma, di cui lo sconfitto avrebbe dovuto accontentarsi,  un premio misero adatto alla  sua sconfitta.

Nel  sermone del martedì di Pentecoste, il predicatore rimprovera le distrazioni nella preghiera, e le illustra rappresentando un sacerdote impegnato nelle sue devozioni mattiniere:


Pater noster qui es in coelis - Dico, ragazzo, sella il cavallo, ho intenzione di andare in città, oggi!
sanctificetur nomen tuum - Caterina, metti la pentola sul fuoco!
fiat voluntas tua - Attenzione! Il gatto è vicino al formaggio!
panem nostrum quotidianum - Ricorda di dare l’avena al cavallo bianco …
E questo sarebbe pregare? [conclude il buon frate!]


Un esempio calzante per un fustigatore delle manchevolezze della Chiesa e dei suoi ministri come fu Barlette.


Abbiamo tratto il passo del sermone che cita il Ludus Triumphorum, dall’opera  Récréations Historiques, Critiques, Morales et d’Èrudition avec l’Histoire des Fous en Titre d’Office, composto da M. D. D. A (Jean-Francois Dreux Du Radier) e pubblicato a Parigi nel 1767.

 
Discorrendo sulle azioni folli compiute da ogni tipologia di persone, compreso anche i Re, l’autore della sopracitata opera riporta alcuni passi tratti dai Sermones di Barlette. Fra questi, quello riguardante la Quarta Domenica dell’Avvento (4), descrive un empio che invece di ospitare Dio nel suo cuore in occasione della messa domenicale, pensò bene di proporsi ad ospitarlo a casa sua allo scopo di divertirsi assieme giocando a carte:

“C'est ainsi qu'il [Barlette] fait le portrait d'un impie qui au lieu de nétoyer sa conscience pour recevoir son Sauveur, & loger son Dieu, dit: Si vult venire in domum meam in istis festis paravi plura. Si voluerit ludere ad triumphos sunt in domo; ad tesseras, habeo plura tabularia. Ad Occam, habeo taxillos grossos, & minutos: grossos ut si fortè male videret, Quia Deus senuit: quelle impertinence! Ou plutôt quelle impiété” (Così [Barlette] ha fatto il ritratto di un ateo che invece di  nettare la sua coscienza per ricevere il suo Salvatore e di ospitare il suo Dio, disse: “Se vuole venire nella mia casa in queste feste ho preparato parecchie cose. Se volesse giocare ai Trionfi essi sono in casa; [se volesse giocare] alle tessere, ho molte tavole (1). Per il gioco di Occam (2) ho dadi grossi, e piccoli: grossi se vedesse estremamente male”. Giacché Dio venne meno: che impertinenza! O meglio quale empietà) (5).


(1) tavole =
gioco delle Tavole, un gioco di abilità basato sull’uso di un tavoliere, di pedine e di dadi.  
(2) Occam = probabilmente si tratta di un gioco, oggi sconosciuto, inventato o ispirato a Guglielmo di Ockham, o Occam (1288 - 1349), teologo, filosofo e francescano inglese (Ma vedi nota 5).

 

Ma al di là di questi sermoni "extravaganti", riteniamo che il vero Barlette sia da riconoscersi in tante altre sue parole, come quando denigrando coloro che criticavano la lunghezza delle funzioni religiose, riferisce con commozione l’atteggiamento che assunse un giorno Sant’Ambrogio, da vero devoto del Cristo “qui ad altare in missa per tres horas raptus fuit” (che venne rapito sull’altare della messa per tre ore), attaccando contemporaneamente i fannulloni che spendevano eccessivo tempo nel giocare ai trionfi: “Modo autem super apothecas, per plateas, sub ulmo, ubi aliqui ludunt tesseris, aliqui ad triumphos, in verbis innutilibus, & inhonestis” (Ancorché al contrario intorno alle dispense, nelle piazze, sotto l’olmo, alcuni giocano alle tessere, alcuni ai trionfi, con parole inutili e disoneste) (6). 

 
Ludere in Ecclesia

Stefano Infessura (ca.1435-ca.1500), umanista, storico e giurista è ricordato per il suo In Diario Romanae Urbis scriptum a Stephano Infessura, scriba senatus popolique romani (Diario della Città di Roma scritto da Stefano Infessura, scriba del senato e del popolo Romano), nel quale raccontò la storia della Capitale attraverso le vita dei Papi ad iniziare da Bonifacio VIII fino ad Alessandro VI, coprendo quindi un periodo che va dal 1294 al 1494. La sua cronaca è stata tuttavia definitiva “partigiana” in quanto  influenzata dal punto di vista della famiglia Colonna, alla quale egli era legato.

 
Il Diario, scritto in parte in Italiano e in parte in Latino, venne inserito nell’opera Rerum Italicarum Scriptores (7) di Ludovico Antonio Muratori nella trattazione sulla vita dei Pontefici Romani (Vitae Romanorum Pontificum) così come troviamo da lui descritto in Praefatio: “Ad complementum Romanae Historiae, summorumque Pontificum, accedat tandem Diarium à Stephano Infessura, partim Italico, partim Latino sermone conscriptum”.

 

Svolgendo le mansioni di segretario del senato romano da lunga data, l’Infessura era in grado di conoscere ogni tipo di informazione che circolava negli ambienti romani, sia quelle riguardanti la politica che quelle, diremmo oggi, del gossip più scottante. Egli registra notizie e riferisce aneddoti, alcuni probabilmente colorati dalla sua stessa natura di parte, ma tutto sommato veritieri, notizie che stavano facendo il giro della città, vere o false che fossero (8).

 

Trattando nella sua opera delle vicende accadute sotto il Pontificato di Sisto IV, l’Infessura descrive in lingua latina la guerra insorta fra il Papato e il suo alleato Roberto da Arimnio contro Ferdinando, Duca di Calabria: “De bello commisso inter Xistum Quartum & Robertum de Arimino ex una, & Regem Ferdinandum, Ducenque Calabriae ex altera parte, & de morte dicti Domini Roberti anno 1482”. In questa narrazione troviamo un racconto che coinvolge due importanti personaggi del tempo: Gentile Virgineo Orsini (ca. 1434-1497), Duca di Bracciano e celebre condottiero di ventura e Girolamo Riario (1443-1488), nobiluomo coinvolto in numerose azioni belliche e politiche (come nella Congiura dei Pazzi), che finì assassinato a Forlì, di cui era Signore, per mano della famiglia Orsi.

 

La storia ci informa che l’Orsini, datosi al soccorso delle truppe pontificie, nel giugno del 1482 entrò in Roma collocando i propri alloggiamenti in San Giovanni in Laterano. Dopo aver ottenuto favorevoli successi sui nemici e  in seguito a diversi avvicendamenti, accompagnato questa volta da Girolamo Riario, ripose di nuovo gli alloggiamenti in quella Chiesa nel luglio dello stesso anno. L’Infessura conobbe molto bene questa storia, dato che ebbe modo di viverla direttamente. Ed è proprio per questo che possiamo dare adito alla descrizione del tempo che il Riario, l’Orsini e i suoi soldati trascorrevano nella Chiesa di San Giovanni a Laterano nei momenti di pausa dalle battaglie. Apprendiamo così che essi giocavano quotidianamente ai dadi, alle carte e ai Trionfi nella Sacrestia, utilizzando come tavolo una cassa dove erano custoditi oggetti per i rituali del culto e  addirittura delle reliquie. L’Infessura conclude riferendo che nessuno ebbe mai l’ardire di entrare in quella Chiesa quando questi si dedicavano a quei giochi. Il che è alquanto comprensibile. 

 

Interea verò Comes Hieronymus, Virginius Ursinus et reliqui Domini, Ecclesiam Lateranensem incolentes, non cessabant quotidie ludere ad triumphos, ad cartas, & ad aleas, et hoc quidem in Sacrestia dictae venerabilis Ecclesiae, etiam super capsa plena Reliquiis, & rebus aptis ad divinum cultum ibi existentibus; adeo quod dicto tempore à nemine vel paucissimis dicta Ecclesia extitit visitata” (9). (Nel frattempo, invero, il Conte Gerolamo [Riario], Virginio Orsini e gli altri suoi uomini, dimorando nella Chiesa di San Giovanni in Laterano, non smettevano ogni giorno di giocare ai Trionfi, alle carte e ai dadi, e questo precisamente nella sacrestia di detta venerabile Chiesa, anche sopra un cassa piena di reliquie e di cose lì si trovavano per il culto divino; fino al punto che in questo descritto tempo la suddetta chiesa non venne visitata da nessuno o da pochissimi).

 

Note

 

1 - Bologna, 1550.
2 - La prima edizione venne stampata a Brescia nel novembre del 1497 e nel gennaio del 1498. L’insieme dei sermoni era costituita da 52 Sermones domenicales, 28 De sanctis, 3 Extravagantes, 4 De adventu.
3 -  Le edizioni dei suoi sermoni apparvero con titoli diversi: F. Gabrielis Bareletae, Sermones de tempore Adventus, Quadragesimae, Paschae, Ascensionis & Pentecostes, Hagenau, 1514;  Sermonis fratris Gabrielis Barelete sacrae paginae professoris divi ordinis fratrum Praedicatorum, Argentinae, 1515;  Gabrielis Barelete, Sermones tam Quadragesimales quam de sanctis, Paris, 1527; Gabriel Barlette, Sermones, Venetia, 1577; ecc.
4 - P. 203
5 -  Lothar Teikemeier ci informa che Claude Gaignebet dell'Università di Nizza ha riportato nel 2006 in occasione di un simposio sull'Azzardo e la Provvidenza il testo che si presume originale, contenente alcune varianti rispetto a quello riportato dal documento parigino: "Sed dicunt quidam. Si vult venire in domum meam in istis festis, paravi plura. Si voluerit ludere at triomphos sunt in domo, ad thesseras habeo plura tabulatia, ad aucam habeo taxillos grossos et minutos. Grossos ut si forte male videret, qui a deus senuit". Ammettendo l'originalità di questo testo (Brescia, 1497), il termine Occam andrebbe sostituito con aucam, che Gaignebet riferisce essere un gioco dell'oca, e la frase finale con  "Per il gioco dell'oca ho dadi grossi e piccoli. Grossi se vedesse estremamente male, data la senescenza di Dio". Ciò ovviamente non inficia l'informazione sul gioco dei Trionfi, che nel probabile originale è chiamato "Triomphos" e nell'edizione francese "Triumphos".

6Sermones Reveren. Patris ac Divini Verbi, Fratris Gabrielis Barletae,  Sermo de flagellis Dei, Tomus Secundus, Venetiis, Ex Officina Joan Bapt. Somalchi, 1571, p. 136

7 - Nostra edizione di riferimento: Milano, 1734. Tomi Tertii, Pars Altera.

8 - L’Infessura sicuramente apparteneva alla fazione antipapale. Questa sua posizione sarebbe derivata dalle misure restrittive intraprese da Sisto IV nei confronti degli stipendi dei professori dell’Università Romana dove egli insegnava Diritto. A tutt’oggi l’Enciclopedia Cattolica ritiene che questo fu uno dei motivi che lo indussero a falsare diversi passi della sua cronaca in senso antipapale.
9 - P. 1151


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Andrea Vitali