Saggi di Andrea Vitali

La Storia dei Tarocchi

Dalla loro origine ai giorni nostri

 
Questo scritto di Andrea Vitali, diviso in una Premessa e in Sei Parti, accompagna le Sezioni Storiche della mostra internazionale La Carovana dei Tarocchi (Tarocchi: Storia, Arte, Magia) predisposta dall’Associazione Le Tarot.


PREMESSA

 

Durante tutto il Rinascimento le “Immagini degli Dei Antichi” suscitarono nell’osservatore il ricordo dei miti classici ai quali veniva attribuito un grande valore etico e morale. In quell’epoca nacque il gioco dei Tarocchi: una delle più straordinarie realizzazioni dell’Umanesimo italiano. Esso riuniva i più augusti rappresentanti del pantheon greco affiancati dalle virtù cristiane, da immagini allegoriche di condizioni umane e dai simboli dei più importanti oggetti celesti.


I tarocchi erano un grande gioco di memoria che racchiudeva le meraviglie del mondo visibile e invisibile e forniva ai giocatori istruzioni di ordine tanto fisico, quanto morale e mistico. Infatti, la serie delle virtù (Forza, Prudenza, Giustizia e Temperanza) ricordava loro importanti precetti etici; la serie delle condizioni umane (Imperatore, Imperatrice, Papa, Matto e Giocoliere) rammentava la gerarchia alla quale era soggetto l’uomo; quella dei pianeti (Stelle, Luna, Sole) alludeva invece alle forze celesti che assoggettavano gli uomini, sopra le quali era concepito l’Universo retto da Dio.


Ma l’utilizzazione ludica dei tarocchi prese presto il sopravvento sull’aspetto didattico-morale del gioco, che già agli inizi del Cinquecento non veniva più compreso. A questa incomprensione corrispose un preciso mutamento dell’iconografia delle figure, che si trasformarono di regione in regione secondo i diversi gusti popolari e le correnti di pensiero.

 

Solo sul finire del Settecento venne riscoperto il contenuto filosofico dei tarocchi ma, partendo da premesse totalmente esoteriche, i nuovi interpreti diedero origine ad una nuova utilizzazione del gioco: magica e divinatoria. In un celebre articolo pubblicato nel 1781 dall’archeologo-massone A. Court de Gébelin è contenuta la frase: “Il libro di Toth esiste, e le sue pagine sono le figure dei tarocchi”. Pochi anni dopo, un altro massone, Etteilla, avviò un grande progetto di restaurazione delle figure, sostenendo di conoscere la struttura del gioco in uso presso gli antichi egiziani. Secondo Etteilla, i primi tarocchi contenevano il mistero dell’origine dell’Universo, le formule di certe operazioni magiche e il segreto dell’evoluzione fisica e spirituale degli uomini.

 

Da quel momento il gioco dei tarocchi venne indissolubilmente legato al mondo della magia e, con la promessa di traguardi ben più alti della semplice conoscenza del domani, cominciò la grande epoca dei tarocchi occultistici

 


L’ARMONIA CELESTE


I Tarocchi sono un gioco italiano formato da 56 carte numerali dette “a semi italiani” (coppe, danari, spade, bastoni), provenienti dal mondo arabo - che a sua volta derivò i simboli dei semi dall'antica monetazione romana degli Aes (si veda il nostro saggio L'origine degli Assi) - apparse in Italia nel sec. XIV e da 22 immagini chiamate Trionfi. Questo gioco rimanda ai Triumphi di Francesco Petrarca, in cui il poeta trecentesco descrive le sei principali forze che governano gli uomini attribuendo loro un valore gerarchico. La numerologia romanica vedeva nel Sei "il sovrumano, la potenza" poichè il Sei corrispondeva ai giorni della creazione biblica. Per primo viene l’Amore (Istinto), che corrisponde ad una fase giovanile, vinto dalla Pudicizia (Castità, Ragione), fase successiva di matura pacatezza, a cui segue la Morte, che sta a significare la transitorietà delle cose terrene; essa viene vinta tuttavia dalla Fama, vittoriosa sulla morte nella memoria dei posteri, ma su di essa trionfa il Tempo il quale è sovrastato infine dal Trionfo dell’Eternità, che sottrae l’uomo dal flusso del divenire e lo pone nel regno dell’eterno.


Il numero delle carte di  Trionfi, la cui ideazione si deve al Principe Francesco Antelminelli Castracani Fibbia (si veda il nostro saggio Il Principe), sembra essere stato composto inizialmente da 8 allegorie, portate poi a 14 e 16 per stabilizzarsi infine su 22, numero che nel significato mistico cristiano rappresenta l’introduzione alla sapienza e agli insegnamenti divini impressi negli uomini. Tale percorso, che denuncia un progressivo adattamento di queste “carte da gioco” a dettami numerologici di carattere religioso, fu probabilmente adottato per evitare la condanna della Chiesa la quale ripetutamente si era scagliata contro i giochi di carte considerati d’azzardo. 


Riguardo il numero 22 così si esprime Origine, sommo Padre della Chiesa: "Nella disposizione numerale, i numeri singoli contengono certa quale forza e potere sulle cose e di tale potere e forza s'è valso il Creatore dell'universo, talora per la costituzione dell'universo stes­so, talora a significare la natura delle cose singole cosi come esse ci appariscono. Ne segue allora che, in base alle Scritture, occorre osservare e derivare quegli aspetti che singolar­mente appartengono ai numeri stessi. E in realtà occorre non ignorare che i libri stessi dell'Antico Testamento, come gli Ebrei li hanno trasmessi, sono Ventidue, e ad essi a ugua­le il numero degli elementi ebraici; e questo non senza motivo. Come infatti Ventidue lette­re sembrano essere l'introduzione alla sapienza e alla dottrina impressa con queste figure negli uomini, cosi pure i Ventidue Libri della Scrittura costituiscono il fondamento e l'introdu­zione alla sapienza di Dio a alla conoscenza del mondo" (Select. in Ps l - PG 12, 1084). In altre parole, Origene "riferendosi ai 22 libri ispirati dalla Bibbia scorge nelle Ventidue lettere che compongono l'alfabeto ebraico, una introduzione alla sapienza e agli insegnamenti divini impressi negli uomini" (A. Quacquarelli, s.v. Numeri, in DPAC, pp.2447-2448).


La teologia medievale assegna all’universo un preciso ordine, formato da una scala simbolica che sale dalla terra al cielo: dall’alto di questa scala Dio, la Prima Causa, governa il mondo, senza tuttavia intervenirvi direttamente, ma operando ex gradibus, cioè attraverso una serie ininterrotta di intermediari in modo che la sua potenza divina si trasmette fino alle creature inferiori, fino all’umile mendicante. Letta invece dal basso verso l’alto, la scala insegna che l’uomo può elevarsi gradualmente nell’ordine spirituale inerpicandosi lungo le cime del bonum, del verum e del nobile e che la scienza e la virtù lo avvicinano a Dio.

Dal primo ordine di Trionfi conosciuto, risalente all’inizio del Cinquecento, risulta evidente che si trattava di un gioco a sfondo etico. Il Giocoliere (Bagatto) raffigura l’uomo peccatore (si veda il nostro saggio El Bagatella, ossia il simbolo del peccato) a cui sono state date guide temporali, l’Imperatrice e l’Imperatore e guide spirituali, il Papa e la Papessa (la Fede). Gli istinti umani devono essere mitigati dalle virtù: l’Amore dalla Temperanza e il desiderio di potere, ossia il Carro, dalla Forza (la cristiana virtù  “Fortitudo”). La Ruota della Fortuna insegna che ogni successo è effimero e che anche i potenti sono destinati a diventare polvere. L’Eremita, che segue la Ruota, rappresenta il tempo al quale ogni essere deve sottostare e la necessità per ciascun uomo di meditare sul valore reale dell’esistenza, mentre l’Appeso (il Traditore) denuncia il pericolo di cadere nella tentazione e nel peccato prima che la Morte sopraggiunga.

Anche l’Aldilà è rappresentato secondo la tipica concezione medievale: l’Inferno e quindi il Diavolo, è posto sotto la crosta terrestre sopra la quale si estendono le sfere celesti. Come nel cosmo aristotelico, la sfera terrestre è circondata dal cerchio dei “fuochi celesti”, raffigurati da fulmini che colpiscono una Torre. Le sfere planetarie sono sintetizzate dai tre astri principali: Venere, la Stella per eccellenza, la Luna e il Sole. La sfera più alta è l’Empireo, sede degli Angeli che nel giorno del Giudizio saranno chiamati a risvegliare i morti dalle loro tombe. In quel giorno la Giustizia divina trionferà, pesando le anime e dividendo i buoni dai malvagi. Sopra tutti sta il Mondo, cioè “El Dio Padre”, come scriveva un anonimo monaco che commentò i Tarocchi all’inizio del Cinquecento (Si legga in proposito il saggio iconografico relativo a questo Trionfo). Lo stesso religioso pone il Folle dopo il Mondo, come ad indicare la sua estraneità ad ogni regola e insegnamento in quanto, difettandogli la ragione, non era in grado di comprendere le verità rivelate.

Il pensiero della Scolastica che mirava ad avvalorare le verità di fede attraverso l’uso della ragione, accumunò nella categoria dei folli tutti coloro che non credevano in Dio. Nei Tarocchi la presenza del Folle acquista pertanto un ulteriore e profondo significato: in quanto possessore di ragione ma non credente, doveva divenire, attraverso gli insegnamenti espressi dalla Scala Mistica, "Folle di Dio" come lo divenne il santo più popolare, cioè Francesco, che fu chiamato “Lo Sancto Jullare e il Sancto Folle di Dio” ("Non fu mai più bel sollazzo, / Più giocondo, nè maggiore, / Che, per zelo e per amore, / Di Iesù divenir pazzo", canzone a ballo di Girolamo Benivieni, 1453-1542). (Si legga in proposito il saggio iconografico Il Matto).


Nel corso del Quattrocento il gioco dei tarocchi era chiamato Ludus Triumphorum. Solo agli inizi del Cinquecento apparve la parola Tarocco, probabilmente attribuita a queste carte nel momento in cui il loro contenuto etico venne dimenticato a scapito del solo aspetto ludico, anche se qualche buon giurista asseriva di scorgere in esse “un non so che di virtuoso”.

 

Il primo documento conosciuto in cui appare il termine Tarochi in riferimento al gioco, è un registro di conti della corte estense relativo al secondo semestre 1505, in una annotazione datata al 30 giugno. Ricompare poi una seconda volta nello stesso registro al 26 dicembre.

 

Nella Frotula de le dòne (Frottola delle donne), una poesia da noi individuata di Giovan Giorgio Alione, datata al 1494, anche se non riferita al gioco di carte, viene citata la parola Taroch con significato di "matto, sciocco" :

 

Marì ne san dè au recioch
Secundum el Melchisedech
Lour fan hic. Preve hic et hec
Ma i frà, hic et hec et hoc
Ancôr gli è – d'i taroch
Chi dan zù da Ferragù 

 

Il verso "Ancôr gli è – d'i taroch" deve essere quì tradotto, secondo la critica filologica,  con "ancora ci sono degli sciocchi, dei matti" (probabilmente in riferimento ai mariti traditi).

 

Ross Caldwell ha fatto notare che il termine tarochus era infatti già in uso nel sec. XV, come da lui individuato nella Maccheronea (dedicata a Gaspare Visconti, † 1499), del poeta Bassano Mantovano, in cui il termine viene utilizzato con il significato di "matto, idiota, imbecille".

 

Erat mecum mea socrus unde putana
Quod foret una sibi pensebat ille tarochus
Et cito ni solvam mihi menazare comenzat.

 

(Mia suocera era con me, e questo idiota pensava di poterle portare via un po' di denaro, così cominciò a minacciarmi).

 

Dopo anni di ricerche siamo dunque in grado di affermare come la parola Tarocco sia da farsi derivare dalla carta del Folle. In un nostro saggio abbiamo ulteriormente evidenziato come il vento scirocco, il vento creduto indurre alla pazzia, venisse chiamato nel Rinascimento Vento Theroco e, in altro saggio, come il termine Tharocus debba essere collegato anche a Bacco, in riferimento alla follia che caratterizzava i riti orgiastici svolti in suo onore), un'attribuzione ispirata quindi da una carta del mazzo, fatto non insolito in quanto con il termine di Ganellino o Gallerino - cioè il Bagatto - veniva chiamato il Tarocco Toscano in Liguria e in Sicilia. Ma non occorre risalire unicamente a questo significato: in base alle varianti storiche di 'tarrocco' o 'tarroco', è necessario anche valutare  il termine sotto l'aspetto ludico attribuendogli in questo caso il significato di attacco con carte di presa più forti rispetto a quelle calate dagli avversari, in quanto con le espressione 'ti arrocco, t'arrocco, ti arroco' si intendeva richiamare gli avversari sul fatto che si erano messe in campo carte di vittoria che costringevano gli stessi a mettersi sulla difensiva (Si veda in proposito il saggio Rochi e Tarochi). Si tratta quindi di un termine connotato dal caratteristiche polisemiche, cioè con più significati, come abitualmente troviamo per altre parole del periodo rinascimentale. 

 

ICONOGRAFIA ALLEGORICA


Le allegorie presenti nelle carte dei Trionfi appartengono a un repertorio figurativo consueto nel nostro Occidente medievale, riscontrabile negli affreschi delle cattedrali, in quelli dei palazzi pubblici e nei trattati enciclopedici e astrologici del tempo. In pratica, le figure presenti nelle carte dei Trionfi si configurano come una vera e propria Biblia Pauperum, cioè una “Bibbia dei Poveri”. Attraverso l’utilizzo ludico delle carte, il popolo traeva direttamente da queste una conoscenza della mistica cristiana e dei suoi contenuti, concetti che venivano continuamente rimandati alla mente, assecondando con ciò un metodo legato all’Ars Memoriae del tempo.

È stato possibile decifrare il contenuto delle singole figure presenti nelle carte dei Trionfi riferendole al contesto culturale delle corti principesche dell’Italia padana, con il loro gusto per le immagini moralistiche tratte sia dalla tradizione religiosa, soprattutto da quella biblica, sia dalla mitologia classica. Infatti per tutto il Medioevo e il Rinascimento, gli “Antichi Dei” continuarono ad essere presenti nella cultura cristiana, anche se con un carattere diverso da quello della divinità. Da un lato erano ritenuti eroi civilizzatori che insegnarono agli uomini molte arti, come Minerva, considerata la prima tessitrice, o Apollo, il dio medico. Un’altra concezione li interpretava come allegorie di vizi e virtù, ed è con questa veste che vengono raffigurati in alcune carte dei Trionfi. Ad esempio, la virtù cristiana della “Fortitudo”, viene rappresentata nella carta della Forza dal mitico Ercole che sconfigge il leone Nemeo, simbolo degli istinti animali; l’Amore, nel suo significato di passionalità istintuale, è raffigurato da Cupido intento a lanciare i suoi strali su incauti amanti; il Sole (nella sua accezione di “Veritas”) è impersonato da Apollo, che illumina la terra col suo disco.

Molte figure dei Tarocchi riprendono chiaramente l’iconografia cristiana come, ad esempio, l’immagine del Mondo, rappresentato nelle carte quattrocentesche dalla Gerusalemme Celeste posta all’interno di un tondo sorretto da angeli e sovrastato a volte dalla Gloria. Rimanda all’immagine della Fede la carta della Papessa, simile a quella dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. E gli esempi potrebbero continuare.

Ulteriori fonti di ispirazione furono i trattati astrologici del tempo. La figura del Bagatto o Giocoliere appare tra i “Figli della Luna”, cioè tra i mestieri sottoposti all’influenza dell’astro. La figura del “Misero”, o Folle, si trova tra i “Figli di Saturno”; quella degli Amanti tra i “Figli di Venere”; il Papa tra i “Figli di Giove” e l’Imperatore tra i “Figli del Sole”. Inoltre, figure di astrologi compaiono in diversi mazzi dei Trionfi a rappresentare la Luna o le Stelle.

Vi sono infine immagini tratte dalla vita quotidiana. Un esempio di notevole interesse si riscontra dalla figura dell’Appeso, che si riferisce alla pena che veniva comminata ai traditori nel periodo medievale. Nel affresco dell’Inferno del 1410, opera di Giovanni da Modena (Cappella Bolognini, S. Petronio, Bologna), un’identica figura è servita quale rappresentazione della pena di contrappasso per l’idolatria, considerata la più grande forma di tradimento in quanto rivolta a disconoscere il proprio Creatore.

 


IL DIVINO ERMETE


Nell’antichità Hermes, associato al dio egizio Thoth, fu considerato l’inventore della scrittura, delle scienze e autore di numerosi trattati magico-religiosi. Durante l’Impero Romano i testi ermetici vennero reinterpretati presso la scuola di Alessandria d’Egitto alla luce della filosofia greca, in particolare di Pitagora e Platone, mentre i Padri della Chiesa considerarono Hermes con grande rispetto in virtù delle analogie di certi brani dei Vangeli con alcuni scritti a lui attribuiti.

Nel 1460 venne portato a Cosimo de’ Medici, Signore di Firenze, un manoscritto ritrovato in Macedonia e attribuito erroneamente a Hermes Trismegistus. Quest’opera, tradotta nel 1463 dal sacerdote e filosofo Marsilio Ficino, venne seguita dalle traduzioni di testi platonici che rivelavano un affascinante concezione del Cosmo. Secondo questa filosofia l’Universo converge verso l’Unità Divina ordinata secondo gradi di perfezione rappresentati dai cerchi concentrici delle sfere planetarie e celesti. Nell’uomo esiste un principio divino, l’Anima, che già durante l’esistenza terrena può condurlo alla contemplazione del Bene Supremo attraverso l’esercizio delle virtù e tramite la meditazione delle diverse entità angeliche.

Un altro importante aspetto filosofico implicava l’idea che l’universo si riflettesse in ogni cosa esistente. L’uomo era concepito come un “piccolo mondo”, un Microcosmo identico per struttura e contenuto al Macrocosmo. I filosofi del Rinascimento, a partire da Ficino, immaginarono elaborati sistemi di corrispondenze tra gli astri del firmamento e le diverse parti dell’organismo umano. Su questi presupposti avvenne la rivalutazione della magia, dell’astrologia e dell’alchimia, arte ermetica per eccellenza. Tali scienze avrebbero aiutato l’uomo a capire i segreti legami che mantengono unito l’universo e influiscono sul comportamento umano. Così le antiche divinità astrali, Saturno, Giove, Marte, Venere, Mercurio, il Sole e la Luna, tornarono a rivestire il ruolo di spiriti potenti e temibili a cui si potevano rivolgere preghiere e interrogazioni per conoscere la sorte degli uomini. Attraverso la costruzione di amuleti, lo svolgimento di particolari riti e la realizzazione di specifiche operazioni, l’uomo avrebbe potuto difendersi dalla potenza degli astri, celata anche nelle pietre e nei metalli, ottenendo la facoltà di catturarla e di servirsene per un’elevazione spirituale.

Alla filosofia ermetica si ispirò il poeta Ludovico Lazzarelli (1450 - 1500), autore di un’opera illustrata con figure tratte dai cosiddetti Tarocchi del Mantegna, il De gentilium imaginibus deorum e alle operazioni alchemiche fece riferimento anche l’anonimo autore dei Tarocchi Sola Busca (ca. 1490).

All’inizio del Cinquecento alcune immagini dei tarocchi, come la Luna e il Sole, vennero modificate sulla base dei trattati iconologici del tempo, e, mentre la figura della Torre si arricchì di contenuti biblici (La distruzione della casa di Giobbe), altre furono rese aderenti all’iconografia ermetica. Nella carte delle Stelle, infatti, è rappresentata l’origine astrale dell’anima secondo la concezione platonica, mentre nella carta del Mondo è raffigurata quell’Anima Mundi che, secondo Ficino, rappresenterebbe l’elemento mediatore tra l’uomo e Dio.

 


IL GIOCO DEI TAROCCHI


Verso il primo decennio del Quattrocento, il Principe Francesco Antelminelli Castracani Fibbia ideò a Bologna, dove risiedeva, i prodromi di questo gioco di carte che iniziò a diffondersi in Italia verso gli anni '40 dello stesso secolo, per diffondersi rapidamente nel Cinquecento  in tutta Europa. I tarocchi erano usati originariamente in giochi con regole vicine a quelle degli scacchi e proprio per questo suo carattere “ingegnoso”, il Ludus Triumphorum venne esplicitamente omesso nelle ordinanze contro i giochi d’azzardo emanate nel corso del Quattrocento.

Grazie ai numerosi documenti rinascimentali sappiamo che nei salotti aristocratici il gioco dei Trionfi era al centro di raffinati divertimenti che consistevano, ad esempio, nell’inventare sonetti cortesi o nel rispondere a domande di vario tipo attinenti alle carte estratte dal mazzo. Un’altra usanza molto diffusa, sopravissuta fino all’Ottocento, consisteva nell’appropriare le figure dei Tarocchi a persone famose scrivendo su di loro sonetti, o semplicemente motti, a volte elogiativi, altre volte burleschi o decisamente satirici. Nel Settecento si sviluppò una ricca produzione di tarocchi con scene fantastiche, ispirate al mondo animale, alla storia, alla mitologia, ai costumi dei vari popoli.

Ma poiché era gioco e d’azzardo, con tutte le conseguenze che ciò comportava, fin dal Cinquecento la Chiesa intervenne per reprimerlo. Dopo appena cento anni dalla loro creazione, il significato cristiano della Scala Mistica sul quale era strutturato il loro ordine, venne dimenticato. Infatti già sull’inizio del XVI secolo un anonimo monaco predicatore si accaniva contro i Trionfi definendoli “opus diaboli” e giustificava la sua affermazione asserendo che l’inventore di questo gioco, per trascinare gli uomini al vizio, aveva deliberatamente usato figure solenni quali il Papa, l’Imperatore, le virtù cristiane e persino Dio. Il buon religioso scrive inoltre che “Se il giocatore pensasse al significato delle carte, se ne starebbe alla larga. Infatti nelle carte c’è una quadruplice differenza. Lì infatti ci sono i denari che corrono via dalle mani dei giocatori. E questo significa l’instabilità del denaro nel giocatore, perché devi pensare che quando entri nel gioco i tuoi denari andranno alla malora perché perderai. Ci sono anche le coppe a mostrare a qual punto di povertà arriverà il giocatore, perché privo di bicchiere si servirà per bere di una coppa. Ci sono anche i bastoni. Il legno è secco per suggerire l’aridità della grazia divina nel giocatore. Ci sono poi da ultimo le spade a significare la brevità della vita del giocatore poiché per lo più uccidono ecc. Infatti nessun genere di peccatori è così disperato come quello dei giocatori. Quando perde e non può avere il punto desiderato, la carta o il trionfo, percuote la croce nel denaro, bestemmiando Dio o i santi, e getta via con rabbia i dadi dicendo a se stesso ‘Che me sia moza la mano ecc.’ Molto facilmente si arrabbia con il compagno che lo deride e continuamente sorgono delle offese e ci si picchia ecc..”. L’anonimo predicatore termina poi con la frase canonica “O giocatore scuotiti in tempo perché finirai male”.

Nonostante la condanna della Chiesa i tarocchi continuarono a diffondersi, tanto che a partire dal secolo XVIII l’Italia importò tarocchi dalla Francia, in particolare quelli della variante “Marsigliese” alla quale si ispirarono i fabbricanti piemontesi e lombardi per rinverdire la loro produzione. Poi, incalzati da giochi più moderni, i tarocchi sparirono lentamente. Oggi sono diffusi in pochi centri della Sicilia, dell’Emilia, della Lombardia, del Piemonte e della Francia sud-orientale. Nel frattempo, tuttavia, le immagini dei tarocchi erano state oggetto di manipolazioni e interpretazioni esoteriche che le portarono ad essere considerate “icone magiche”.

 


IL LIBRO DI THOT


La nascita dei tarocchi come strumento magico avvenne alla fine del Settecento, in pieno illuminismo, ad opera di un “archeologo” a quell’epoca molto famoso, Antoine Court de Gébelin, affiliato alla Massoneria francese: “Se ci apprestassimo ad annunciare che, ai giorni nostri, sussiste un’Opera che contiene la più pura dottrina degli Egizi sfuggita alle fiamme delle loro biblioteche chi non sarebbe impaziente di conoscere un Libro tanto prezioso e straordinario. Questo libro esiste e le sue pagine sono le figure dei tarocchi”.

Per giustificare le sue affermazioni Court de Gébelin spiegò che la parola Tarocco sarebbe derivata dall’egizio Ta-Rosch = Scienza di Mercurio (Ermete per i Greci, Thoth per gli Egizi), indicandone le numerose proprietà magiche. Queste teorie vennero riprese da un altro massone, Etteilla, pseudonimo di Jean Francois Alliette: “Il Tarocco è un antico libro egiziano le cui pagine contengono il segreto di una medicina universale, della creazione del mondo e del divenire della razza umana. Esso venne ideato nel 2170 a.C. durante un convegno di 17 maghi presieduto da Ermete Trismegisto. Poi fu inciso su lamine d’oro che furono poste attorno al fuoco centrale del Tempio di Menfi. Infine, dopo varie peripezie, venne riprodotto da vili incisori medievali in maniera tanto inesatta da snaturare completamente il senso”.

Etteilla restituì ai tarocchi quella che lui riteneva la forma primitiva, ne rimodellò l’iconografia e lo battezzò Libro di Thot. L’eredità del neoplatonismo e dell’ermetismo rinascimentale risulta evidente nelle manipolazioni operate da Etteilla. Infatti, nei primi otto Trionfi riprodusse le frasi della Creazione; nei quattro successivi evidenziò le virtù che conducono le anime degli uomini al cospetto di Dio; mentre negli ultimi dieci trionfi rappresentò i condizionamenti negativi a cui sono sottoposti gli esseri umani. Le 56 carte numerali furono interpretate come le sentenze divinatorie per i mortali.

Grazie a queste rivelazioni esplose la moda della cartomanzia, ma molti anni dopo l’aspetto mistico del Libro di Thot venne rivalutato da Eliphas Levi. Egli denunciò gli errori di Etteilla affermando che i 22 Trionfi corrispondevano alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico. Ne spiegò il rapporto con le operazioni magiche, col simbolismo della Massoneria e soprattutto con i 22 sentieri dell’Albero della Qabbalah, che riflettevano l’identica struttura dell’uomo e dell’Universo. Percorrendo i 22 Canali della “Sapienza Suprema” l’anima dell’uomo poteva giungere alla contemplazione della “Luce Divina”.

Le teorie di Levi furono riprese da numerose fratellanze occultistiche. Ognuna di esse realizzò un nuovo mazzo di tarocchi conforme alla propria filosofia. Per alcune l’obiettivo degli iniziati doveva tendere alla realizzazione di un grande “Tempio Umanitario” finalizzato alla creazione del “Regno dello Spirito Santo” fondato sull’ esoterismo comune a tutti i culti. Per altre i tarocchi avrebbero rappresentato le tappe di un percorso individuale di elevazione mistica o anche di esaltazione psichica grazie al conseguimento di grandi poteri magici.



TAROCCHI E CARTOMANZIA


Scrive Ross Caldwell: «Scrivendo dalla corte spagnola, Fernando de la Torre descrisse nel 1450 come, con una variante di carte da lui studiata, i giocatori potevano interrogare il futuro per sapere da chi si è amati di più e chi si desidera di più e per conoscere molte altre cose” (puedénse echar suertes en ellos á quién más ama cada uno, e á quién quiere más et por otras mucca et diversas maneras). “Echar suertes” significa letteralmente “tirare a sorte” ed è l’espressione spagnola più comune per indicare la cartomanzia nonché la più antica che si conosca legata alle carte da gioco».

 
«Testimonianze specifiche che spieghino in che cosa consistesse la cartomanzia  si ritrovano solo un secolo e mezzo più tardi, ma nel frattempo le carte erano talvolta accumunate ai dadi e ad altri metodi come forme di “sortilegio”, un termine che talvolta significa generalmente “stregoneria”, ma che, in modo più specifico, era sinonimo di “divinazione”. Nel 1506, Giovanni Francesco Pico della Mirandola, in un capitolo contro la divinazione, includeva “le immagini raffigurate in un gioco di carte” come una delle diverse forme di sortilegio. Anni dopo, nel 1554, il sacerdote e giurista spagnolo Martin de Azpilcueta definiva le carte (cartas) uno strumento di divinazione fra i tanti, fonte come tutti gli altri, di peccato».

 
L'utilizzo delle carte per uso magico fu pratica diffusa nei secc. XVI e XVII tanto che i tribunali inquisitori intervennero a più riprese per condannarla. A Venezia nel 1586 l' Inquisizione prese provvedimenti in seguito all'uso di carte di tarocchi in un rituale svolto su un altare e così a Toledo nel 1615.

Un rapporto indiretto delle carte con  la divinazione si trova in alcuni libri di sorte italiani e tedeschi dove le carte da gioco servivano esclusivamente come strumento per ottenere punteggi e combinazione di numeri e figure, rimanendo del tutto estranea ad esse qualsiasi valenza cartomantica e simbolica. Ne è un esempio l'opera Le Ingegnose Sorti di Marcolino da Forlì apparsa a Venezia nel 1540.
 
Da diverse testimonianze scritte del tempo siamo a conoscenza che la cartomanzia  era alquanto diffusa. Merlin Cocai (pseudonimo di Teofilo Folengo) nella sua opera, il Chaos del Tri per uno del 1527, scrive in forma letteraria una sorta di lettura divinatoria con i tarocchi simile a quella usata attualmente, mentre dalla Spagna del 1538 (come ha evidenziato lo storico dei tarocchi Ross. G. Caldwell) ci giunge un documento redatto da  un certo Pedro Ciruelo in cui egli, accanto ai dadi e ai fogli scritti, inserisce la lettura delle carte (in questo caso fatta con i naipes, cioè con le carte numerali e di corte) quali strumento per divinare (Adivina por las suertes). 

Sappiamo che nella Spagna del Seicento l'uso della cartomanzia era alquanto diffuso, ma è alla Bologna del Settecento che appartiene il primo documento conosciuto in cui troviamo l’elenco delle carte con i relativi significati divinatori. Tuttavia fu soltanto a partire dal secolo XIX che i cartomanti si moltiplicarono a vista d’occhio, soprattutto in Francia, grazie alle stupefacenti rivelazioni di Court de Gebelin, di Etteilla e delle fratellanze occultistiche. Si ammette comunemente infatti che tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento i tempi fossero propizi a profeti e indovini, e non solo in Francia, grazie all’incertezza della situazione politica e all’accentuarsi di una grave crisi economica.


Tra i tanti indovini di quell’epoca viene spesso ricordata Madamoiselle Le Normand, che seppe costruirsi una fortuna curando abilmente la propria immagine pubblica.  Nei suoi libri afferma di essere stata la confidente dell'Imperatrice Giuseppina e di aver letto regolarmente le carte a personaggi della statura di Marat, Danton, Robespiere, Madame de Stael e Talleyrand. La “Sybille des Salons”, come veniva chiamata la Le Normand, fu seguita da una folta schiera di indovine che cercarono di trarre profitto dalla loro arte dichiarandosi allieve e discepole o eredi della più illustre sibilla.

Altre idearono nuovi mazzi cartomantici basandosi sui Tarocchi Egiziani di Etteilla oppure sulle carte da gioco francesi. Intorno al 1850 la divinazione con i tarocchi e le carte da gioco in generale era ormai divenuta una tecnica divinatoria estremamente popolare in tutta Europa. In quegli stessi anni, la rinascita delle filosofie esoteriche diede nuovo vigore alle arti magiche in generale e alla cartomanzia in particolare.


Nel corso dell’Ottocento vennero stampati, soprattutto in Francia, Italia e Germania, almeno un centinaio di originalissimi mazzi da divinazione che, nella maggioranza dei casi, non avevano niente a che vedere con i tarocchi, ma piuttosto con i libri di interpretazione dei sogni o con la cosiddetta Cabala del Lotto.


Si può dire che da allora questa moda non abbia conosciuto crisi, fatta eccezione per i periodi bellici. A torto, secondo noi, i sociologi si interrogano sulle cause di quello che viene considerato oggi un ritorno all’irrazionalità, ma che invece è più giusto vedere come una presenza che testimonia il bisogno costante, nella storia occidentale, di certezze “superiori”. Al di là dell’aspetto divinatorio occorre poi considerare l’aspetto artistico. Nella creazione dei mazzi da divinazione si sono spesso cimentati estrosi grafici e pittori le cui opere testimoniano non solo il gusto personale, ma anche la sensibilità artistica e la tendenza estetica dell’epoca alla quale sono appartenuti.


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Andrea Vitali