Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

I Soldati e il Gioco delle Carte - Sec. XVI e XVII

Avvertimenti militari sul giocare a carte negli eserciti

 

Saggio di Andrea Vitali, gennaio 2021

 

 

Ne i soldati non è né umanità, né osservanza di legge, né rispetto d’honore, né timor di Dio”.

Agostino da Sessa all’Imperatore Carlo V (1).

 

 

Da quando furono importate dal Medio Oriente, le carte da gioco, assieme ai dadi utilizzati dai soldati fin dall’antichità, divennero il divertimento principale dei militari, sia che fossero soldati semplici che graduati. Tale usanza aveva fatto insorgere diversi problemi che dovevano essere assolutamente risolti. Il primo riguardava il fatto che i soldati giocavano anche se comandati a svolgere funzioni importanti: nel caso fossero di guardia, ad esempio, essi tranquillamente si mettevano a giocare con i compagni, fatto che in caso di guerra risultava alquanto pericoloso. Il secondo riguardava le vivaci discussioni che accompagnavano il gioco. Il parlare a voce alta in occasione di campagne militari nuoceva massimamente nei momenti in cui era fondamentale il silenzio. Infatti, giocare nelle trincee era cosa abituale fra i soldati, come ci ricordano gli storiografi in occasione dell’assedio alla fortezza di Verrua durante la guerra dei Trent’Anni, dove le trincee dei Francesi e dei Savoiardi si trovavano a una decina di metri l’una dall’altra (2). Altro problema da risolvere era la perdita della paga, poiché i soldati, una volta ricevutala, subito la investivano giocando per poterla se non raddoppiarla, almeno incrementarla. Cosicché molti la perdevano, trovandosi nella più assoluta povertà. Anzi, accadeva spesso che non solo i soldati giocassero la propria paga, ma anche i denari ricevuti dai genitori o, se ammogliati, dalle consorti. Infine, ma non ultimo in termini di importanza, il fatto che i soldati, quando perdevano, bestemmiavano maledicendo Dio, Cristo, la Madonna e ogni tipologia di santi. Le richieste della Chiesa affinché il gioco delle carte e dei dadi fosse vietato da parte dei Principi furono molteplici, ma per quanto ne sappiamo non ebbero grande successo.  

 

Al riguardo, non si espressero solo le autorità religiose, ma anche quelle civili, dato che il gioco comportava litigi e risse inimicando fra loro soldati che avrebbero dovuto combattere uniti contro un comune nemico. Anche questi appelli non furono molto ascoltati, come il seguente avanzato da un luogotenente generale del Re del Piemonte: “La prohibitione anche del giuoco [nei soldati] estingue le scintille delle risse, & e leva l’occasione di molti mali” (3).

 

Occorre inoltre mettere in conto che certi ufficiali, una volta ricevute le paghe da distribuire ai soldati, se ne intascavano alcune allo scopo di giocarsele a carte, cosa che se risaputa, non solo diveniva suscettibile di reclami, ma anche di perdita di stima verso i superiori e conseguentemente verso i Principi e la loro cause. Il luogotenente sopra citato così scrive al riguardo alla voce Capitano avaro è sprezzato da soldati: “Sappi non esser cosa, che li generi più facilmente disprezzo appresso i Soldati, quanto la sospicione della poca liberalità, ò ingorda avaritia, alla quale è grande incentivo il giuoco, che lo può condurre à metter mano nelle paghe de Soldati, e far altre indignità” (De gl’Officiali in Commune. Libro Primo - Cap. I) (4).

 

Da un testo preso in esame tempo addietro riguardante l’utilizzo delle carte di tarocchi come strumento che potremmo definire crittografico per comunicare informazioni riservate comprensibili solo dal ricevente (5), si è compreso che le carte da gioco potevano servire anche a scopi militari, dato che le loro immagini, essendo conosciute ovunque da tutti, non destavano sospetti di sorta essendo valutate esclusivamente per giocare. Il volume Torino Assediato e Soccorso. L’Anno 1706, al mese di giugno, riporta che un fanciullo venne sorpreso in possesso di carte sulle quali erano segnati, in forma nascosta a prima vista, numeri e cifre indicanti la quantità delle guarnigioni e dei battaglioni, dove questi ultimi erano dislocati e la situazione della città. Essendo giovanissimo, il fanciullo non venne ritenuto consapevole di quanto gli avevano consegnato per farle avere al nemico e per questo non venne condannato, ma i Capitani ritennero necessario raddoppiare le sentinelle. 

 

“Fù in questi giorni arrestato un picciolo Garzoncello, che uscito dalla Città inosservato, portava seco alcune carte segnate, che sotto apparenza di gioco, e passatempo puerile, nascondevano numeri, e zifre; fù creduto per quanto puotè rillevarsi, che venisse in questa forma indicato all’inimico la quantità della guarniggione, il numero de Battaglioni, e dove alloggiassero, & il stato in cui si trovava la Piazza. Non era il fanciullo di malizia capace, perche l’eta sua non trapassava la puerile, èperciò non fù con alcuna pena punito, ma si confermarono i Generali ne’ loro pensieri, cioè con quanta circonspezione fosse necessario di camminare, quando lo l’Inimico si trovi intorno alle mura” (6).

 

Se l’incarico di scolta (sentinella) alle mura o in qualsiasi altro luogo doveva essere fedelmente e con somma attenzione osservato, a volte accadeva che i soldati non se ne curassero più di tanto, allontanandosene per vari motivi, fra cui l’andare a giocare in altri corpi di guardia. Per questo motivo, i richiami all’ordine furono numerosi, come il seguente: “Il soldato essendo in guardia, non deve mai lasciarla, & partirsene per qual si sia causa, senza licenza del superiore, & non ha da domandarla se non per urgēte occasione, & prestamente ha da ritornarvi, & non andar vagando qua, e là, ne a giocare in altri corpi di guardie” (7).

 

La presenza di eserciti stranieri nell’Italia del Seicento fu una costante. Ad esempio, i Francesi, in seguito alle diverse guerre, occuparono città piemontesi per vari anni. Ci si accorse allora che il loro stanziare aveva alterato i costumi degli abitanti, i quali, a imitazione degli occupanti, non solo avevano assunto atteggiamenti più marziali, ma si erano dati a una vita più licenziosa, come certi nobili da cui non ci si sarebbe ma aspettato vederli giocare a carte nelle piazze, comportandosi come se fossero nelle loro case, frequentando oltremodo le osterie schiamazzando come i Francesi. Siamo informati di ciò da un nobile di Casale Monferrato, il quale fingendo un dialogo fra due persone, riferisce che in tale situazione coloro che non si fossero adattati a imitare gli invasori, sarebbero stati scherniti dai più, finendo per essere considerati persone altere come si reputavano essere e comportarsi certi savi, nonché i dottori e i poeti, che disprezzavano di mescolarsi agli altri ritenendosi superiori.

 

Libro Primo

 

Terre del Piemonte e del Monferrato che per la frequenza de soldati hanno alterato i costumi.

 

CAVALIERE. Et che fa il vero, se poi scorrete alcune terre di quà da monti, come ho fatto io nel mio ritorno di Francia, voi trovarete , che sono passate ad una vita più libera, per non dir più licentiosa, dell’usato; & vedrete per le piazze alcuni di quei, che sono tenuti nel numero de' nobili essercitarsi con le carte, & co dadi in mano con quella medesima libertà, che si suole usare nelle proprie case. ANNIBALE. Voi non mi raccontate cosa nuova, ma non più vi dovete maravigliare di veder quei tali a giuocare intorno alla piazza, che di vedere i Francesi a bere, si come intendo alle taverne. Et m’imagino ben anche se peraventura qualche gentilhuomo di più delicato stomaco farà professione di ritirarsi da quel giuoco, e da quello spettacolo, & non degnerà di mescolarsi' fra gli altri, ne verrà schernito co'l titolo, o d'altero, o di savio, o di Dottore, o di Poeta. Ma con tutto ciò voglio che sappiate, che questa nuova forma di vivere ha in se qualche colorata scusa, perche essendo state queste terre di quà da' monti, che voi dite, da molti anni in quà continuo ricetto di soldati di diverse nationi, o paesi, sono i popoli non solamente divenuti martiali, ma hanno ritenuti, & fatto quasi propri i militari costumi” (8).

 

Certo è che se qualche divertimento ai soldati occorreva pur concedere, diversi Capitani rifiutarono il far giocare ai dadi e alle carte, come il condottiero di ventura Francesco Sforza il quale pretendeva che i suoi soldati giocassero altrimenti, esercitandosi in giochi utili per la guerra, come i cosiddetti giochi di braccia, cioè il braccio di ferro e il tiro alla fune ad esempio, oppure salire su un palo, correre e saltare, offrendo ovviamente un premio ai vincitori, cosa che stimolava la competizione e che dava soddisfazione in caso di vittoria, come ci informa il trattato Della Ragione di Stato di Giovanni Botero:

 

LIBRO NONO

 

“Ma perche la natura nostra vuol diletto, e non può tolerar fatica senza condimento di piacere; e perciò i soldati communemente si danno al giuoco, onde ne nascono grandissimi inconvenienti; bisogna alle volte tenerli in esercitij dilettevoli. Sforza da Cotignola non comportava, che i soldati suoi giocassero à i dadi, non à carte; non à simili modi: e per isviarli da ciò, gli essercitava in trattenimenti utili per la guerra; à far alle braccia, al palo, al corso, al salto” (9).

 

Sulla disciplina militare furono scritti molti trattati, nei quali, divisi per argomenti, si davano indicazioni su come i diversi gradi di Ufficiali dovevano comportarsi. Fra i doveri dei Sergenti Maggiori v’era innanzitutto l’essere diligente nel far sì che si creasse armonia fra i soldati, punendo severamente gli attacca briga e mettendo a morte coloro che avessero osato mettere mano alle armi contro i loro compagni. Doveva vigilare attentamente affinché le sentinelle svolgessero nel migliore dei modi l’incarico affidato e soprattutto intervenire laddove, giocandosi a carte, si levasse un rumore eccessivo, prendendo inoltre severe misure contro coloro che avessero bestemmiato, affiggendo a bella vista un avviso denunciante che, in caso di reiterato comportamento di quell’empietà, avrebbe avvisato il Maestro di Campo con tutte le inevitabili conseguenze che tale denuncia avrebbe comportato. Considerato tuttavia che se ai soldati fosse stato impedito di giocare a carte o a i dadi, essi avrebbero potuto far di peggio, si raccomandava che almeno giocassero a giochi di fortuna e non a quelli suscettibili di poter barare o di usare qualsiasi genere di trucchi (“ò d'altre tromperie, che sogliono usare i mariuoli”), considerato inconveniente che pochi potessero spogliare dei loro averi i soldati poveri. In tal caso il Sergente sarebbe dovuto intervenire punendo i colpevoli.

 

     “Nel governo e disciplina de' suoi soldati, deve esser il Sergente maggiore, non men’ che nell'altre cose, diligente; perloche ha da procurar’ ch’entro i corpi di guardia stiano con molta modestia, e che intēdano che la bandiera, la quale hanno quivi, rappresenta la persona del Prencipe; però non dee permetter’ loro, che facciano romori, ò brighe; e quello, che io tal’ luogo metterà mano all’armi, sarà degno di morte. E perche il giuoco è la principal causa, che ne' corpi di guardia si facciano romori, ha però da far' che vi assista un'Officiale di quei, che son' di guardia, il quale procuri di rimediare a gl'inconvenienti, non sofferendo, che si faccia torto a persona; ed essendovi alcuno insolente, lo ritenga carcerato, fīn ch'egli n’ habbia dato parte. Dee far’ ch’a tutti i corpi di guardia sia affisso un’libello contr’a quei che bestemmiano, usando molta diligenza di saper' chi controviene ad esso, per poter avvisarne il Maestro di Campo, acciò lo faccia castigare, e guardisi di sofferir' tal’impietà, che ne sarebbe egli stesso degno di riprensione in questo mondo, come di castigo nell'altro, perloche non dee per tal causa haver rispetto, nè a Officiali, nè ad altra persona per qualificata che sia. Bisogna che habbia molto mira, già che la militia ne' nostri tempi è sì corrotta, che si trova bene, che i soldati giuochino, perchè non faccian’ peggio, che almeno si giuochi di fortuna, e non con inganni di dadi falsi, ò d'altre tromperie, che sogliono usare i mariuoli, i quali se' vorrà usar’ diligenza, saran tosto da lui conosciuti, egli dovrà far' castigare, che in vero è brutto inconveniente, che alcuni pochi spoglino con le loro furberie quasi tutti gli altri poveri soldati. Laonde giudico necessario che il Sergente maggiore non tiri molto all'interesse di quello, che suol’ ritrarre dalle tavole di giuoco, che così potrà rimediare più facilmente a molti inconvenienti” (10).

 

La perdita della paga al gioco comportava un grave problema. Nonostante le misure adottate non vi era modo di risolverlo. La difficoltà derivava dal fatto che il soldato considerava tale perdita uno stratagemma per farsi bello di fronte agli altri, facendo pensare di lui che poteva permetterselo. Inoltre, dava l’idea di generosità, facendo credere di aver perso appositamente per lasciare soldi in mano a soldati poveri. In realtà tale finzione nascondeva un rammarico e un dispiacere che si tentava di nascondere. Nonostante ciò, molti soldati erano talmente invischiati in questo e altri vizi da non poter minimamente pensare di abbandonarli:

 

“Sono altri, che s'ingolfano tanto ne' vitij, che non solo commettono il male; má quasi in esso si trovasse gloria, e riputatione; scioccamente li vantano d'haver giocate le loro paghe, per potersi cavar tutte le loro sfrenate voglie; quasi che questo fusse segno d'animo splendido, e generoso; ancorche se altri gli potesse mirare nell'interno, scorgerebbe nell'animo loro un grave rammarico, che infelicemente gli rode, e consuma; inguisa tale, che anco se ne scorgono chiari segni nell'istesso misero corpo: avenga che loro procurino di dissimularlo” (11).

 

Se da un lato i Comandanti erano richiamati a disciplinare il gioco fra i soldati e di intervenire laddove necessario, contemporaneamente erano invitati a mantenere una certa affabilità con i propri subalterni, considerata l’instabilità della fortuna. Se dal punto di vista dell’umana ragione pare atteggiamento meritorio, riteniamo che un compito simile non potesse essere svolto facilmente dato che molto difficilmente un soldato, una volta perso i propri averi, avrebbe accettato il risultato con rassegnazione. Si consideri in questo l’ignoranza culturale dei soldati in generale, specie di quel periodo. Improbabile se non impossibile che comprendessero l’azione della fortuna, che, come una ruota, oggi elevava e domani abbatteva, ubbidendo in ciò a una volontà superiore.

 

Deve il Capo esser’ affabile, considerando l’instabilità della fortuna.

 

“E questo convien tanto più da loro farsi, quanto che tutti sappiamo, che le dignità, e grandezze di questo Mondo, sono incerte, & instabili; e che nessuno può assicurarsi di dover in un' istesso stato, lungo tempo durare; essendo verissima quella sentenza, che tutte le cose di quà giù sono soggette alla vanità; e purtroppo con l'esperienza si vede, che la fortuna, ò per dir meglio, il fattor del tutto, per giusti giuditij, à noi occulti, hoggi essalta uno, il quale poco tempo, doppo infelicemente, almeno all’esterna apparenza, abbassa; e per il contrario si veggono ben spesso esser’ à grandissima altezza essaltati quelli, che in bassissimo stato, poco inanzi, si ritrovavano. Nè alcuno può dire di dover da simil’ giuoco, per dir così, di fortuna esser libero e scampo; poiche chi leggerà l'historie, vedrà à quante grandi mutationi siano gli huomini sottoposti. Voglio inferire, che potendo essere, che quel Capo, che hora si trova in grandezza, fra poco cada, per accidente a lui ignoto, in bassezza; procuri, mentre in quel stato si ritrova, così con gl’altri trattare, e conversare, come all'hora vorrebbe, che i suoi maggiori seco trattassero, e conversassero” (12).

 

Ovviamente la Chiesa non poteva tacere di fronte alle bestemmie proferite dai soldati giocando a carte, come del resto accadeva intorno a qualsiasi tavolo da gioco. Per questo motivo, i religiosi insistettero quanto più possibile per far sì che i Principi vietassero ai soldati carte e dadi. Un religioso nel Capitolo XX della sua opera Il Soldato Christiano, riporta come si doveva comportare un buon soldato credente: “S’E cosa buona il diradicar le cattive barbe à gli arbori cattivi, non sarà egli bene cercar di levar via i vitij de soldati, lasciando stare in terra la radice dalla quale tutti, o per poco tutti quelli escono, o nascono, che sono i pestiferi giuochi delle carte, o de dadi” (13).

 

I semi delle carte vennero accomunati alle cattive azioni che i soldati commettevano sia in caso di vittoria che di perdita, oltre a identificare la loro cupidigia che li spingeva a frequentare continuamente quel gioco: “La onde Santo Antonio nota molto bene, come le pitture delle medesime carte dichiarano quello, che di quelle ne viene. Perche, per le coppe si dimostra, che dopo haver guadagnato, vanno a mangiare, & a bere disordinatamente: & per gli denari la gran cupidigia: per gli bastoni, & le per le spade, le bastonate, et le coltellate, et le morti, che ciascun di si veggono accadere” (14).

 

Il religioso, volendo dimostrare come attraverso il gioco si commettessero contemporaneamente i sette vizi capitali, spiegò ciascun singolo peccato in riferimento ai Dieci Comandamenti.

 

Riguardo al Primo, il peccato derivava dal fatto che i giocatori per avere fortuna al gioco indossavano anelli su cui erano riportati nomi desunti dall’arte negromantica, oppure dall’aver stretto patti con il Demonio affinché li facesse vincere. Altri peccavano andando dagli astrologi per conoscere il tempo migliore e le ore propizie per vincere, cosa ritenuta impossibile apprendere dal corso delle stelle e che comportava peccato grave. Altri, invece, cambiavano luogo dove giocare alle carte pensando che la ventura o la sorte, come essi chiamavano quel gioco, stesse in un luogo “più a lungo, che in un altro”.

 

I peccati contro il Secondo Comandamento derivavano dalle bestemmie che i giocatori continuamente proferivano come se fossero litanie blasfeme contro Dio, la Vergine e i Santi. Inoltre, molti giuravano coscientemente il falso, soprattutto quando facevano voto di andare a Gerusalemme se mai avessero ancora giocato con una tale o tal altra persona, sapendo che non avrebbero mai mantenuto il giuramento.

 

Sul “Ricordati di santificare le feste”, i giocatori o perché continuano a giocare anche nei giorni di domenica e in altre festività religiose, oppure perché stanchi della nottata precedente, dormivano tutto il giorno, perdevano le messe con grave danno della loro anima.

 

Riguardo il Quarto, i soldati dilapidavano i denari dati loro dai genitori oppure quelli della moglie, dando sommo dispiacere per questo ai padri, alle madri e alle spose.

 

Sul Quinto, il religioso rammenta come il gioco fosse foriero di liti e uccisioni, anche per il possesso di quattro bagattini (15)

 

Le azioni peccaminose del Sesto Comandamento, ovvero il non commettere atti impuri, derivavano dal fatto che i giocatori erano “ben tanto allacciati, et infangati, et inlacciati nelle immonditie” da non aver bisogno di chi li risvegliasse, invitandoli a tali nequizie.

 

Riguardo al Settimo, rubare venne considerato uno spirto naturale insito nei giocatori, che non facevano altro che truffare senza mai restituire quanto avevano sottratto attraverso imbrogli.

 

Sul “Non dire falsa testimonianza” i giocatori peccavano per via delle loro menzogne, in quanto raccontavano “vitij occulti, et errori” di altre persone, a volte inventandosi tali cattiverie per malizia e per insinuare il sospetto negli altri. Inoltre, terminato di giocare, dicevano di guardarsi da un tale o da un altro che erano uomini malvagi, ecc.

 

Riguardo al Nono, il religioso affermò di non dire di più di quanto già espresso per il Sesto, mentre per il Decimo evidenziò la cupidigia di guadagno dei giocatori, cosa talmente conosciuta da non necessitare alcun commento, dato che il loro fine e il loro intento non era altro se non quello di impossessarsi dei denari altrui (16).  

 

Ancor più, la disciplina cristiana doveva essere mantenuta da quei soldati, detti Pellegrini, che servivano sotto i comandi di Principi in terre straniere. Non avendo chi li proteggesse in quanto lontani dalla madre patria, era facile che si abbandonassero ai vizi, in particolar modo a quelli che li spingevano a consolarsi fra le braccia di donne di facili costumi oltre a giocarsi la paga giocando a carte, frequentando di continuo taverne e osterie:

 

 

DEL SOLDATO
PELLEGRINO,

 

E SUO GOVERNO.
DISCORSO TERZO.

 

 

“SE quanto nel precedente discorso s'è detto, è conveniente sia da qualsivoglia soldato osservato per esser riputato degno di questo honorato nome; più d'ogni altro nondimeno debbe procurare farsene ricco freggio, il soldato Pellegrino; il quale, essendo fuor di casa sua; e più facilmente, se non regola le sue attioni con prudenza, può avvenire, che in cose poco convenevoli, trascorra, e anco da quelle maggior biasmo, e dishonore riporti; non havendo chi lo ricopri, o pigli di lui la protettione. Doverà dunque il detto soldato, più de gl’altri, facendo à se stesso vera, & honorata forza, con tutto l’animo, spogliarsi di tutti quei mali habiti, che, per humana fragilità, havesse con l’uso, e col tempo contratti; perciò che ritrovandosi egli in paese straniero, se altramente facesse; sarebbe cosa facile, che da uno, in altro vitio traboccando, si riducesse à tale; che, ò per rabbia, ò per disperatione, si desse a far cose, affatto indegne di se, e della christiana professione; non havendo egli commodità di valersi del suo, per ritrovarsi nella sua patria, e da’ suoi, lontano. Dal non considerar questo tanto, nasce, che molte volte tali soldati, ò si danno in preda al giuoco, overo alle donne; e lasciandosi traportar da i loro cattivi appetiti, ad altro non attendono, che a darsi piacere, e bel tempo; stando del continuo per le taverne, e per l’hosterie…” (17).

 

Un curioso caso, accaduto nel 1540 in Francia, viene narrato da un religioso il quale mise in evidenza i mali che l’oro procura all’umanità. Nel paragrafo Esame delle ribalderie, e processo de i misfatti dell’oro, l’autore riportò una serie di eventi reali e mitologici riguardanti i mali causati per il possesso del prezioso metallo. Prendendo spunto da un omicidio accorso a Tolosa nel 1540, raccontò della famiglia di un ucciso non che aveva avuto giustizia, dato che l’omicida non era stato catturato. Pertanto, venne presa in sua vece la spada ancora infissa nelle viscere del morto, condannata e appesa alla forca. Immaginando che quella spada avesse potuto parlare, l’autore le diede voce raccontando quanto di seguito le accadde, fra cui l’essere stata data come paga a un soldato che se la giocò al tavolo da gioco e di essere capitata poi, passando da mano in mano, a un Alchimista che la violò togliendole l’integrità, dato che la utilizzò per i suoi procedimenti alchemici. Infine, venne seppellita assieme a lui, avaro come pochi, una volta morto, e di nuovo riesumata dal suo erede (18).

 

Concludendo, se l’osservanza alla bandiera del Principe sotto cui i soldati combattevano era dettata dalla paga promessa e non sempre ricevuta, fatto che li autorizzava a non adempiere con fedeltà e rigore ai comandi imposti fra cui lasciare il posto di guardia per giocare a carte, e nonostante che l’insegnamento del loro Credo, fosse esso cattolico o protestante, vietasse loro di lasciarsi trasportare dal vizio del gioco, foriero, per entrambe le Chiese, di iniquità, i soldati, secondo una tradizione da riscontrarsi fin dall’Antichità, non smisero mai di giocare a carte, nonostante i ripetuti appelli sia da parte dei poteri religiosi che militari, anche se per questi ultimi, il giocare a carte a volte parve apparire come un male minore rispetto ad altri che avrebbero potuto spingere i soldati a comportamenti ben più nocivi per loro stessi e per il bene dell’intero esercito. Meglio, dunque, il mantenimento di un equilibrio, tutto sommato accettabile, piuttosto che far perdere l’anima ai soldati, dato che, come dimostra il seguente Detto a proposito del giuoco “Dove si giuoca là il demonio trastulla”:

 

“UN mendico s'accostò dov'erano alcuni che giocavano, e dimandò limosina per amor di Dio: nè per molto che vi penaste potè mai haverne un quattrino. Onde a lui voltatosi uno che stava a vedere, gli disse, di grazia, fratello, vatti con Dio, e non dimandar mai limosina a simili, perche Dove si giuoca là il demonio trastulla” (19).

 

Note

 

1 ­- Il Fuggilozio di Tomaso Costo, Diviso in otto giornate ove da otto Gentilhuomini e due Donne si ragiona delle…, In Venetia, Appresso gli Heredi di Domenico Farri, MDCV [1605], p. 439.

2 - Si legga al riguardo il saggio Carte di tarocchi lanciate contro il nemico - 1625.

3 - Il Mastro di Campo Generale di Giorgio Basta Conte d’Hust. Generale per l’Imperatore nella Transilvania: & hora Luogotenente generale per la Maestà Sua, et per lo Serenissimo Arciduca Matthias degli eserciti nell’Ungaria, In Venetia, Per Evangelista Deuchino, MDCXXVI [1626], p. 12.

4 - Il Governo della Cavalleria Leggiera. Tratto Originale del Conte Giorgio Basta, Utile a Soldati, Giovevole à Guerrieri, & Fruttuoso à’ Capitani, & Curioso à Tutti, In Venetia, Appresso Bernardo Gionti, Gio. Battista Ciotti, & Compagni, MDCXII [1612], p. 13.

5 - Si legga il saggio Crittografia con i Tarocchi nel Cinquecento.

6 -Torino Assediato a Soccorso. L’anno 1706. Dedicato all'altezza reale di Vittorio Amedeo 2. ... dall'abbate d. Antonio Maria Metelli di Brescia, In Parma, per Paolo Monti, 1711, p. 71.

7 -Avertimenti Militari, del Colonnello Bartholomeo Pellicciari da Modona, In Modona, Appresso Gio: Maria Verde, MDC [1600], p. 7.

8 - La Civil Conversatione del Sig. Stefano Guazzo. Gentil’houmo di Casale Monferrato, Divisa in Quattro Libri, In Venetia, Appresso Domenico Imberti, MDCIIII [1604], pp. 34r - 34v.

9 - Della Ragione di Stato, Libri Dieci. Con tre Libri delle Cause della grandezza delle Città. Del Sig. Giovanni Botero Benese, Venetia, Appresso i Gioliti, M.DCI, [1601], p. 288.

10 - I Carichi Militari Del Sig. Cavalier Fra’ Lelio Brancaccio, In Venetia, Per Evangelista Deuchino, MDCXXVI [1626], pp. 63-64.

11 - Discorsi militari del Sig. Marc'Antonio dell'Orgio Melfitano; Ne' quali si tratta del vero modo di disciplinare i Soldati, al costume moderno; di far ordinanze, e Battaglie: e di quello, che da gl’offitiali convien farsi, Per il Felice governo d'un Reggimento de soldati, communemente chiamato TERZO. Il che dall'Autore si mostra, non solo per theorica, mà anco per pratica di molto tempo, fatta da esso in Fiandra, ne' servitij di S.M. CATHOLICA, In Lucca, Appresso Ottaviano Guidoboni, MDCXVI [1616], p. 19.

12 - Ibidem, pp. 38-39.

13 - Il Soldato Christiano, overo Christiani Ricordi. Opera composta dal Molto R. P. Francesco Arias della Compagnia di Giesu. Nella quale…si ricorda a i Principi, & a i Soldati Christiani, quando li sia lecito far guerra, & come in essa si debbano governare, per fuggire i gravi, & enormi peccati, che con l’occasione della guerra da molti si commettono. Tradotta nuovamente dalla lingua Spagnuola nell’Italiana da Emilio Satini, In Venetia, Presso Gio. Battista Bertoni, MDCIX [1609], p. 69.

14 - Ibidem, p. 75.

15 - Il bagattino o bagatino era una moneta coniata dalla Repubblica Veneta di scrso valore monetario. Si legga al riguardo il saggio Il Bagattino fra storia e letteratura.

16 - Il Soldato Christiano, op. cit., pp. 70-77.

17 - Ibidem, pp. 18-19.

18 - La Povertà Contenta, Descritta, e dedicata A’ Ricchi Non mai contenti: Del Padre Daniel Bartoli Della Compagnia di Giesù, In Venetia, per Gio: Pietro Brigonci, M.DC.LXXIV. [1674], pp. 188-191.

19 - Il Fuggilozio di Tomaso Costo, op. cit., p. 511.

 

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