Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

I Tarocchi in testi del Cinque e Seicento

Opere di A. Ziliolo - E. Cimilotti - C. S. Curione - G. B. Maganza e altri

 

Saggio di Andrea Vitali, agosto 2021

 

 

In questo saggio sono riportati scritti di autori più o meno famosi e comunque inediti in riferimento ai mondo dei Tarocchi.

 

Un assedio come un gioco di 'Tarochi'

 

In occasione del lungo conflitto (1593-1606) fra una coalizione asburgica - composta da soldati provenienti dall’Italia, Spagna, Croazia, Malta con mercenari valloni e vaticani - e l’Impero Ottomano, nel 1601 gli Asburgici assediarono la città di Canissa, in lingua turca Kanije Savunması. Nonostante i ripetuti assalti gli Imperiali, guidati da Ferdinando d’Austria, non erano ancora riusciti nella conquista, fatto che indusse l’Arciduca Matthias d’Ungheria a inviare in soccorso di Ferdinando il generale Rosburmo con seimila fanti e duemila cavalieri. L’esercito assediante non era motivato a continuare la battaglia per diversi motivi fra cui il cosiddetto Mal Unghero, ossia “il verme nel cervello, per la quale gl’infermi oppressi da petecchie, delirij, doglie di testa, e sete intollerabile, continuavano in breve tempo finir la vita” (1). Per di più i diversi capitani dissentivano fra loro, in considerazione della loro differente provenienza nazionale e degli interessi di parte. Non era inoltre da sottovalutare la penuria di viveri e quando questi giungevano da lontano venivano malamente distribuiti (2).

 

Ferdinando radunò pertanto i suoi consiglieri, chiedendo il loro parere se rinunciare o continuare l’assedio. Mentre Rosburmo consigliò senza indugio di attaccare, Sigismondo Conte di Erbestein si lanciò in una specie di orazione, tirando in ballo addirittura Esculapio, Ercole e Archimede, oltre al caso, la prudenza e la fortuna, per convincere Ferdinando a desistere. Di seguito una parte del suo discorso, così come descritta da Alessandro Ziliolo nell’opera Delle Historie memorabili De suoi tempi:

 

“Si troviamo, come pur troppo è noto oppressi da infiniti travagli di pestilenze, di carestie, e d’altri disordini, e quel che forse è peggio, con l’inverno addosso asprissimo, e chi sarà quello tanto inesperto dell’arte militare, e tanto ingrato verso il suo Prencipe, che consigli à perseverare volontariamente in cosi fatte miserie, e à continuar in una impresa, la quale cominciata con sinistri auspicij, e procedendo anco sempre di mal in peggio, non promette certamente altro di se, che distruzioni disgrazie, rovine, e insieme, con la derisione nostra, tutte le estreme calamità.  Vien proposto quasi, che questo fosse un gioco di scacchi, ò, di Tarochi, di riformar il campo, di cambiar le batterie, di riordinar i posti, mà come di grazia si potranno far tante cose in cosi breve tempo, e in che modo potremo noi registrar con quella facilità, che vien pretesa un campo cosi ampio, e un’essercito cosi numeroso, nel quale a pena basterebbe un’ Esculapio per guarir i tanti infermi, ò un’Ercole per supplir a le tante fattiche, e un Archimede per mover, e accomodar le tante machine, che vi sono?” (3).

 

Una esortazione che si poneva come logica risposta alla leggerezza con cui il Rosburno aveva ragionato: quell’assedio, fra l’altro finito male per un attacco a sorpresa degli Ottomani che il 18 novembre di quell’anno irruppero nel campo imperiale, non era né un gioco di scacchi nè di tarocchi. Per vincere a tarocchi, oltre all’ingegno sarebbero servite buone carte, proprio quelle che l’esercito imperiale non possedeva.

 

Sembra che il riferirsi al gioco dei tarocchi per sottolineare che una guerra non era tale, fosse alquanto comune a quei tempi, come troviamo nell’opera Neovallia di Alessandro de Groote pubblicata nel 1617 dove troviamo una medesima considerazione: “[…] bisogna che andiate coperto, & perciò alla cieca in camino così angusto altrimente l’artiglieria vi farà giocar d’altro che à tarocchi” (4).

 

Pantalone dipinto nella Ruota come un asino

 

Membro dell’Accademia degli Inquieti di Milano con il nome di Estuante, Ercole Cimilotti visse a cavallo del Cinque e Seicento. Scrisse diverse opere firmandosi Hercole Cimilotti, Hercules Cimiloctus e Estuante Academico Inquieto. Oltre che poeta e studioso, fu un valido medico.

 

La sua favola comica I falsi Dei, venne ripubblicata nel 1605 dall’editore Locarni, dal quale apprendiamo che si trattava di un componimento di “piacevolissimo  trattenimento” e che “di gran lunga si lascia adietro l’altre, ove siano state introdotte le parti, che più ponno muovere il diletto, e ‘l riso nella varietà di quattro linguaggi molto fra se differenti” (5).

 

Dai protagonisti elencati si evince trattarsi di una Commedia dell’Arte: accanto a Pantalone, Gratiano, Zani, Burattino, troviamo Urania, Galatea, Filli e Clori, Leandro, Mopso e diversi altri personaggi appartenenti alle favole degli antichi.

 

Nella Scena Settima dell’Atto Primo, Pantalone, parlando fra sé e sé dopo alcune sventure occorsagli, ricorda quando da giovane aveva visto nella Ruota dei tarocchi dipinto un asino: lui stesso da adulto, pensò, dato che improvvisamente stava cadendo verso il basso causa la sua idiozia per non aver compreso le beffe escogitate ai suoi danni. La lingua è il dialetto veneziano:

  

Pantalon Solo

 

“Che m’arecordo (1) quando che ziogava

Da zovene (2) a tarochi, haverghe visto

In un de lor depenta la so rua (3)

Con un aseno in cima, che de botto,

Volzandose la rua col cao in zo (4)

Se scaezzava (5) el collo. E mo cognosso,

Che quell’aseno iera el mie retratto

Depento te so dir al natural” (6)

 

(1)   m’arecordo = mi ricordo

(2)   zovane = giovane

(3)   rua = ruota

(4)   col cao in zo = con la testa in giù

(5)   scaezzava = tagliava

 

Un personaggio raffigurato interamente e a metà corpo in forma di asino si trova inciso, nelle sue quattro fasi relative a Regno - Regnavi - Sum sine regno - Regnabo, in una xilografia di Albrech Dürer presente nell’opera Der Narrenschift di Sebastian Brandt, pubblicata a Basilea nel 1494.

 

 

 Ruota della Fortuna

 

  

"Io non admetto ne dadi, ne carte, ne tarochi"

 

Se il gioco dei Tarocchi, come quello dei Trionfi, non venne condannato nei secoli XV e XVI ma l’atteggiamento peccaminoso che i giocatori potevano assumere giocando, il loro utilizzo venne sempre considerato non educativo per i figli. Abbiamo visto altrove, in riferimento alla città di Mantova, il Folengo nella prima egloga dell’opera Zanitonella scrivere:

 

Non ibi cartae, tavolerus atque,
non ibi taroch, crica, sbarainus,
cum quibus ludis iuvenes sedendo
                                         corpora guastant;

 

(Non qui carte, e tavoliere / non qui tarocchi, cricca e sbaraglino / con i quali  giochi i giovani sedendo / guastano i corpi) (7).

 

Insomma, meglio far evitare ai figli questi giochi di carte, dannosi per la postura del corpo. Ma in quanto portatori di ozio, pigrizia e perdita di tempo, fu la motivazione per evitarli che troviamo in diversi predicatori e anche in laici, come in un’opera del famosissimo M. Celio Secondo Curione (1503-1569) che diede alle stampe in volgare nel 1549 un suo precedente componimento scritto in latino, incentrato su una corretta e cristiana educazione dei figli, dal titolo Una Familiare et Paterna Instituzione della Christiana religione più copiosa, e più chiara che la latina del medesimo, con certe altre cose pie, come mostra la seguente pagina (8).

 

 

Celio Secondo Curione

 

Celio Secondo Curione

 

 

Le “certe altre cose pie” vengono riportate nella pagine successiva al frontespizio, assieme a quanto già presente nel testo in latino De liberis pie Christianeque educandis pubblicato a Lucca nel 1542. Difficile pertanto poter apprendere le novità.

 

“Le cose che in questo libro si contengono.

 

- Una lettera della honesta et Christiana creanza de figliuoli.

- Alquante orationi, a varij bisogni accomodate, con una confessione de peccati, et della miseria humana.

- Un'altra lettera, nella quale si dechiara perche i Giusti patiscono in questa vita, et li ingiusti vivono soavemente.

- Alquante rime divote et sante”.

 

Quanto riportiamo si trova descritto in “Una lettera di M. Celio Secondo C. della honesta & Christiana creanza de figliuoli, a M. Fulvio Pellegrino Morato, Mantoano”, dove in vari punti contrassegnati con lettere romane l’autore esprime il suo insegnamento:

 

XV Et Dio volesse che noi non guastassimo li teneri costumi de nostri figli. Noi con le nostre delitie, voluptà, et pompe, gli intenerimo, et se hanno qualche seme di virtù, come in tenera herba, lo soffochiamo con nostri mali essempi. Che cosa non desidererà, et farà, et dirà, quando sarà grande, colui in quale non sa ancor andare, et è già vestito di seda, et di ricami? Non sa ancor dir il Pater noster, et già conosce le carte et i dadi, et sa giocare a sanzo, et alla primiera: già fa domandare le perle, et le cadenelle d’oro”

 

XX Da quel che ho detto si vede chiaro che io non admetto ne dadi, ne carte, ne tarochi, ne scachi, per che il giuoco de scachi ha più difficultà che piacere, et è un pegro giuoco, il quale affatica l’ingegno inutilmente”.

 

XXII Però sia pur per quanto tu vogli nobile, et riccho, non ti sdegnar di far imparar una qualche arte a tuoi figliuoli: che cosi quella età altrimente vaga et incostante, si fermerà et stabilirà: ne cosi agevolmente perderà il tempo, in giuochi, de Dadi, et delle carte, in festeggi et balli: et anco fugirà l’ocio, et la pigritia, et altre pesti et calamità della gioventù.

 

 

"Zugando un dì a Therroco"

 

Giovanni Battista Maganza, Agostino Rava e Marco Thiene furono gli autori delle Rime di Magagnò, Menon e Begoto (9), editate nel corso degli anni in quattro volumi. La Prima Parte vide la luce a Padova per i tipi di Gratioso Perchacino nel 1558. Si tratta di scrittori padovani i quali composero nel dialetto rustico della propria terra, nascondendo i propri nomi sotto lo pseudonimo di Menon il primo, di Maganò il secondo e di Begotto il terzo. Fra tutti, Giovanni Battista Maganza ricoprì un ruolo non indifferente, come scrittore, nell’Italia del tempo.

 

La raccolta delle Rime si presenta non ben definita, apparendo piuttosto come un accumulo di materiale diverso, molte volte originato da occasioni encomiastiche. Sebbene sia frequente il ricorso alla parodia, essa si staglia sempre su uno sfondo in cui la realtà popolare emerge chiaramente. Nell’edizione completa del 1584, come scrive Lorenzo Carpané, “Non irrilevante è la presenza di marginalia, in cui si spiegano in toscano termini pavani ritenuti evidentemente di difficile comprensione (ma talvolta vi si leggono sintetici commenti al testo). Ciò indurrebbe a pensare che il Maganza e gli altri due coautori si rivolgessero a un pubblico non esclusivamente locale” (10). Maestro del Maganza fu senza dubbio il Ruzante, come ci ricordano i versi Quel gran Ruzante che n'ha insegnò a nù (Quel gran Ruzante che ci insegnò) (11), e in forma minore Trissino e Tiziano.

 

Fra i Sonagitti e Canzon de Begotto, ovvero di Marco Thiene, si trova uno Spatafio, cioè un epitaffio scherzoso, in cui il termine tarocco viene scritto nel dialetto padovano del tempo divenendo Therroco (Zugando un dì a Therroco). Avevamo già individuato la parola Theroco in dialetto veneziano (12), ma non ancora questa variante con la doppia r.  

 

Purtroppo la lingua in cui è scritto lo Spatafio è per noi indecifrabile a parte i versi Zugando a Therroco, cioè “Giocando a Tarocco”.

 

Spatafio sora M. Martin da l’Agnolo

 

Barba Martin, che fasea i tortiegi,

E de le Stuorie agnon metea in scattura

Zugando un dì a Therroco, per xagura

Ghe sborse el fiò: l’è sotto a sti quariegi (13)

 

 

"I Tarocchi sono rari, e solo vanno per le mani de’ Principi"

 

Il territorio della Georgia, attualmente uno Stato situato sulle rive del Mar Nero, nell’antichità era diviso fra Colchide e Iberia, restando il primo il nome più famoso che identificava quel territorio in relazione al mito del Vello D’Oro. Successivamente il nome Colchide venne sostituito con Mengrellia, uno dei due distretti che formavano quel territorio assieme alla Giorgia, oggi Georgia.

 

Il religioso Arcangelo Lamberti che per molto tempo visse come missionario in quella terra, scrisse nel 1659 un’opera riguardante la sua origine, i costumi dei suoi abitanti, i suoi aspetti naturali e le cose più notabili (14). Fra i diversi argomenti il Capitolo XVIII tratta dei giochi utilizzati da quelle popolazioni dove fra gli altri troviamo anche i tarocchi, sebbene rari, a testimonianza della loro straordinaria diffusione assieme allo sbaraglino e agli scacchi.

 

Interessante notare come dei tre giochi indicati, ritenuti comuni a tutte le nazioni del mondo, quello degli scacchi e dello sbaraglino fossero maggiormente utilizzati dalle donne che dagli uomini, a differenza dei tarocchi con cui giocavano tendenzialmente solo i Principi. Fra l’altro l’autore afferma che le donne giocavano benissimo e con una tale maestria da destare stupore nell’osservarle.

 

Delli Giuochi de’ Mengrelli

 

CAP. XVIII

 

“Non manca à Mengrelli ancora il passatempo de’ giuochi: parte de’ quali sono comuni con tutte le nazioni del mondo, e parte talmente proprij loro, che fuori del distretto di Mengrellia, e Giorgia niun altro gli esercita. I comuni sono i scacchi sbaraglino, & i tarocchi: i due primi sono assai più proprij delle dame, che degli huomini, e quelle con tanta prestezza, e maestria li giocano, che è una maraviglia vederle. I Tarocchi sono rari, e solo vanno per le mani de’ Principi” (15).

 

 

Dadi e Tarocchi: "giochi ingegnosi accoppiati con un certo piacevole scherzo, & allegrezza" 

 

Di Vincenzo Nolfi [Galassi] nato a Fano nel 1594, la sua opera Avvertimenti Civili per Donna Nobile (16), la cui prima edizione vide la luce a Venezia nel 1631, è quella che più delle sue altre “ne assicura la fama, perché in essa è ritratta fedelmente anche nei più minuti particolari la vita italiana del seicento ed è fonte autorevole e ricca da non trascurarsi da quanti vogliono occuparsene” (17).

 

Al capitolo Del ritrovarsi alla Vegghie (18) l’autore intese informare un'ipotetica Nobildonna su una serie di giochi dividendoli in varie tipologie:  quelli semplicemente ingegnosi che necessitavano di prontezza e acutezza di spirito, accanto ad altri che, sebbene fossero sempre ingegnosi, richiedevano anche “un certo piacevole scherzo, & allegrezza”. Fra questi troviamo il gioco dei dadi e dei tarocchi. Un’ affermazione, quella dell’autore, che a prima vista potrebbe apparire controcorrente se si pensa all’opinione dei benpensanti e soprattutto della Chiesa che reputava il gioco dei dadi essere d’azzardo e quindi peccaminoso a differenza di quello dei tarocchi ritenuto lecito. Se in occasione dei due giochi non era pensabile che si scherzasse allegramente, qui l’autore non si riferisce a come essi erano giocati nelle osterie, ma in occasione di un sereno e piacevole intrattenimento di dame e nobiluomini, dove rivalità, invidie ed esborsi di denaro non erano contemplati. Un giocare il cui solo fine era lo stare serenamente in compagnia.

 

Cap. XXXVII

 

   “Gli altri giuochi, che per diletto si propongono, e si eseguiscono in una nobile compagnia, hebbero il nome da quel Nume, che i Poeti finsero fratello del Riso, e dell’Amore, poiche senza questi due compagni né belli, né dilettevoli possono essi riuscir già mai, e questi a due altre spetie si riducono, perche alcuni sono semplicemente ingegnosi, che in prontezza, & acutezza di spirito solamente consistono, altri ingegnosi sì, ma accoppiati con un certo piacevole scherzo, & allegrezza.

     Nel numero de’ primi sono, quello dell’oracolo, dell’Inferno amoroso, dell’Imprese, delle Meraviglie, delle Metamorfosi, de’ Proverbi, delle Ghirlande, del Sagrificio, dell’Hospidale d’Amore, delle Comparazioni, de gli Epitaffi, de gli Errori in Amore, del Senato Amoroso, delle Fate, de’ Ritratti, delle Bellezze, e simili: Nel numero  de’ secondi sono quelli delle Arti, del Mutolo, de Cenni, del far i chiodi, del Proposito, del Pellegrino, de’ Dadi, de’ Tarocchi, del Segreto, de’ Sospiri, e simili” (19).

 

 

Minchiate e Tarocchi da giocare nell’ozio tuscolano

 

Un altro personaggio che indirizzò a dame e cavalieri i suoi consigli fu il Cardinale Giambattista De Luca nell’opera Il Cavaliere e la Dama Overo discorsi familiari nell’otio Tusculano (20) pubblicato a Roma nel 1675. Riguardo il gioco delle carte, riporteremo quanto indirizzato ai cavalieri, ai quali in prima istanza consigliò moderazione oltre che prudenza, astenendosi da ogni forma d’inganno e da ogni pensiero di avarizia, ovvero di avidità di denaro, cosa quest’ultima che doveva essere tenuta presente in ogni momento dell'esistenza. L’onore prima di ogni altra cosa. In secondo luogo il cavaliere non doveva giocare con persone ignobili, fossero esse del pari suo o del volgo, oltre a soddisfare puntualmente quanto eventualmente perduto. Per non rischiare di perdere grosse somme, il consiglio era di giocare sempre con denari in contanti, per rendersi conto immediatamente delle cifre importanti che si potevano perdere, e per non chiedere prestiti agli avversari o firmare dei ‘pagherò’.

 

Fra le “spetie”, cioè la qualità dei giochi, il consiglio era di scegliere quelli in grado di procurare “tre buoni effetti”: fuggire l’ozio padre di tutti i mali, procurare la salute, e mantenere la vita agile, atta per la guerra e per altri combattimenti, come potevano essere, ad esempio, la palla a corda, il pallone, ecc.

 

Venendo ai giochi di carte, il buon Cardinale stila un elenco dei maggiormente adatti, evitando giochi introdotti per il solo fine di rubare denari e “spiantare case”. Fra i tanti giochi, consigliati le minchiate e i tarocchi.

 

Dal Cap. XIX:

 

“E nel genere de’ giuochi à carte sono stimati, il picchetto, e l’ombre, & una moderata primiera, ò altro simile giuoco, nel quale vi habbia qualche parte l’ingegno, e che principalmente si sia introdotto per trattenimento; Come sono le minchiate, & i tarocchi, & anche si può dispensare al trè sette in quattro, al conconetto, alla bazzica, e simili; Mà non già à que’ giuochi, i quali si siano principalmente introdotti per negozio, e per spiantare le case, come sono la bassetta, il trentuno, la pinta, e simili” (21).

 

Il buon Cardinale aveva ragione a mettere in guardia i cavalieri dal puntare molti ducati al gioco delle carte. Infatti “Nel 1631 Gian Giacomo costa Duca di Sant’Agata ne perdè diecimila al tarocco; Vincenzo Capece si fece un’entrata di oltre sessantamila ducati col prestare denaro pel giuoco. Oltre i ridotti privilegiati, vi servivano case particolari; e in quella del cavaliere Muzio Passalacqua al tempo del secondo Duca d’Alcala, Bartolomeo Imperiali perdè una sera seimila ducati: eppur era genovese riflette il cronista” (22).

 

 

Un Ebreo contrabbandiere di carte e tarocchi

 

Il frontespizio del volume Consiliorum sive Responsorum del 1616 riporta che l’autore era Caroli [Carlo] Bardelloni “Iur. Cons. Celeberrimi, Patricii Mantuani, Magistratus in Montisferrato Praesidis Et Serenissimi Mantuæ Ducis Ibidem Consiliarij” (Giureconsulto Celeberrimo, Patrizio di Mantova, Magistrato nel Presidio di Monferrato e dello stesso Consigliere del Serenissimo Duca di Mantova (23).

 

 

 Carlo Bardelloni

 

    Carlo Bardelloni

 

Da un disegno attribuito a Carlo D’Arco, incisione attribuita a Lanfranco Puzzi 

 

 

Il volume tratta delle leggi e dei regolamenti, di cui il Bardelloni era stato consigliere per la loro stesura, del Ducato di Mantova retto allora da Ferdinando Gonzaga. Di nostro interesse risulta il Consilium CLI che riguarda un editto del 1610, promulgato dal Serenissimo Signore contro coloro che fabbricavano, tenevano e vendevano fogli di carte e di tarocchi contraffatti ovvero senza possederne autorizzazione e senza aver proceduto alla loro bollatuta sotto pena di 50 scudi, oltre ad altre ammende, così come recita l’incipit del Consilium in lingua latina:

 

CONSILIUM CLI

 

Actiones meæ a Domino.

De anno præsenti 1610. Sub die 19. Ianuarij fuit promulgatum edictum Serenissimi Domini, continens plura capita contra fabricantes, introducentes, tenentes, contrectanses, & c. folia lusoria, seu chartas ludo, sub pœna aureorum quinquaginta, & sub alia pœna, prout infra.

 

Dopo l’incipit segue una descrizione in lingua volgare, maggiormente esaustiva, introdotta in latino dalle seguenti parole: "Et inter cætera capita præfati edicti in proposita præsentis facti specie, hoc unum legitur  vernacula lingua descriptum, in hæc verba":

 

“Sotto pena di cinquanta scudi per ogni volta che contrafarà, et eccedendo dodeci para di carte in dieci scudi per paro oltre la perdita d’esse carte, et tarocchi; Et nella medesima pena vogliamo, che incorrino tutti quelli, che teneranno, etc. carte, ò tarocchi che non siano bollati co’l bollo, che da Noi sarà ordinato etc” (24).

 

Praticamente ogni volta che i contravventori avessero ecceduto oltre le dodici paia di carte, i 50 scudi venivano accresciuti di dieci scudi per ogni mazzo oltre alla perdita delle stesse carte. Uguale sorte era riservata a coloro che vendevano mazzi non bollati. Si dava pertanto un lasso di tempo di tre giorni dopo la pubblicazione del bando affinché tutti coloro che erano in difetto potessero dichiarare quanto posseduto e consegnare le carte ai Podestà delle varie città.

 

Seguiamo come si comportò in tale occasione l’Ebreo Luria, titolare di una bottega e di un certo numero di mazzi di carte non in regola con l’ordinanza, il quale consegnò quanto segue:

 

Alli 19. Febraro 1610. in Casale

 

4. Donzene [Quattro Dozzine] Carte Mantovane disbollate.

4. Donzene, e tre para Tarocchi grossi dispollati.

5. Para carte francese bollate.

Questa è la consegna delle carte, che si trova in bottega.

                                 [Firmato] Io Iosef Luria Hebreo (25)

 

Giorni dopo, ma non nei tempi stabiliti dalla legge ovvero il 25 febbraio dello stesso anno, l’Ebreo, preoccupato che un'ispezione potesse individuare altri mazzi non dichiarati, confidando in una più leggera ammenda pecuniaria portò alle autorità un baule contenente altre carte. Il baule venne comunque aperto solo il 19 aprile. Questo l’elenco di quanto fu trovato al suo interno:

 

Adì 19. Aprile 1610

 

Nota delle Carte, et Tarocchi che si sono trovati nel baulo di M. Ioseph Luria Hebreo.

Primo para 51. Tarocchi Milanesi. Etc.

Più carte mantovane para 48. Cioè para 35. fine, et para 13. mezane.

Io Francesco Tisnasco ho fatto presente descrittione con consenso, et intervenimento di detto Luria, avanti il Signor Ludovico Plebano Conservatore, etc. al quale è rimesso la chiave, ch’era appresso di detto Luria, et aperto di presente. Che per fede mi sono sottoscritto, et sarà formata di mano del detto. M. Iosef.

Io Francesco Tinasco.

Io Iosef Luria Hebreo, etc. a nome di mio padre hò sottoscritto, Abram Luria Hebreo.

Io Carlo dal Ponte fui presente, etc. (26)

 

Sta di fatto che l’Ebreo venne multato pesantemente, oltre a veder sequestrati numerosi mazzi di carte e di tarocchi.

 

 

Tarocchi,  gioco d’onore 

 

L’opera più famosa del celebre scrittore Ganimede Panfilo, nato a San Severino Marche fra il 1513 e il 1516, sono Gli Centonici et Historici Capitoli et Alcuni Pieni di Sdruccioli, Bisticci, & altri versi di varie sorti (27) editi a Camerino nel 1579. Dedicati al Cardinale Luigi d’Este con l’intenzione del poeta di ricevere aiuti economici e protezione, l'autore, come già ritroviamo nelle sue Rime (Rime e versi sciolti, con sdruccioli bisticci e centoni, 1551), continua la scrittura di testi encomiastici diretti in questa occasione ai Pontefici Pio V e Gregorio XIII, a Cardinali fra cui Alessandro Farnese, Luigi d’Este, Cristoforo Madruzzo, a condottieri come Marcantonio Colonna, Giovanni d’Austria e Giacomo Boncompagni, nonché ad altri illustri personaggi del tempo, quali l’astrologo Silvestro Lucarelli, il giurista Valerio Ringhieri, e a letterati e artisti  del calibro di Michelangelo e della rimatrice senese Virginia Martini.

 

Il Bisticcio è un artificio stilistico utilizzato per raggiungere effetti di comicità o per sfoggiare capacità ingegnose, mettendo vicine parole di suono simile, dello stesso significato o, più spesso, di senso diverso e contrastante. Un esempio famoso sono i seguenti versi che il Lippi riportò nel suo Malmantile: “Ben tu puzzi di pazzo, che è un pezzo”.

 

Nel Capitolo, che in ogni verso ha bisticci, fatto a requisition d’un suo amico, che poi ‘l mandò esso amico ad un M. Theseo, troviamo un riferimento ai tarocchi, considerati dall'autore un gioco d’onore che faceva dannare le corti.

 

Nel Capitolo, il Pnafilo si rivolge all’amico invitandolo ad andare il più presto a trovarlo per godere delle tante emozioni che la natura del territorio era in grado di procurare.

 

“Perch’è ‘l di caldo, e che ‘l dà il tempo, e t’amo

      hor in tai luoghi, e laghi, e colli, e calli

      Verrai, vorrei, tu sai Theseo s’io il bramo.

In questi lati, e lete ville, e valli

      ti desio, e voglio a pigliare spasso spesso

      con libri, e labri nostri, e belli balli.

A pigliar lacce, e lucci, e mosso, e messo

     me son fin hor, e ancor lasche con l’esche,

     c’hoggi haggio un capriol qui appresso oppresso.

I’ qui per l’acque mi pasco hor di pesche

      Con lacci, e licci, hor do me io tra le dame

      A sere fuore, e tra le frasche fresche. (28)

Ecc.

 

Continuando a lungo nell’elencare i piacevoli intrattenimenti di cui con l’amico avrebbe potuto godere, in una successiva terzina egli scrive:

 

E dico adduchi ancor gli scacchi, e porti

Lo spasso de’ tarocchi anco tu ricco,

già ch’è giuoco d’honor, ne’l dannan corti (29)

 

Essendo un gioco onerevole, quello dei tarocchi non dannava le corti (ne 'l dannan corti), cioè i cortigiani che amavano oltre misura giocare a carte. Ma quando essi si predisponevano ad altro gioco in cui l'ingegno soccombeva alla fortuna, allora erano guai dato che nei momenti di grandi perdite risultava difficile non lasciarsi andare a imprecazioni o altro. Così che gli insegnamenti etici da tempo insegnati sul corretto comportamento da assumere a corte cadevano nel vuoto.

 

Siamo molto distanti dal giocare del popolo che non aveva certamente il problema di mantenere l'onorabilità. Fra l'altro, sebbene molti giureconsulti e la stessa Chiesa tollerassero generalmente i tarocchi, considerandoli soprattutto un gioco d'ingegno anche se la fortuna svolgeva un ruolo importante, per alcuni ecclesiastici giocare a tarocchi era peccato mortale, così come evidenzia questo testo latino del 1563, presente in un'opera di consigli matrimoniali (30):

 

"Non obstat modo quòd honestati vitæ suæ obiicitur eum aliquando lusisse, ut vulgo dicitur à Tarrochi, & à Sbaraglino, quo casu videt esse in peccato mortali" (Non impedisce solo il fatto che all'onestà della sua vita si contrapponga che quella [persona] talvolta abbia giocato, come si chiamano comunemente a Tarocchi e a Sbaraglino, nel qual caso sembra trovarsi in peccato mortale (31).

 

 

Venezia contro Napoli

 

Nihil in hoc mundo mutat, oseremmo dire introducendo questo scritto, dato che nella nostra bella Italia nulla è cambiato, compreso il desiderio di primeggiare. Con diabolico spirito si coinvolge l’opinione pubblica e di seguito i giudici affinché emettano sentenze ingiuste contro coloro a cui vengono attribuiti chissà quali reati al fine di farli deporre dal loro scranno. Accade così che la pubblica quiete viene perturbata finché le denunce, prive di fondamento, cedono negli anni il passo alla verità, a meno che coloro che devono giudicare non siano di parte.

 

Andando a ritroso nel tempo di quattrocento anni, assistiamo a una situazione simile, quando i Napoletani decisero di inviare loro navi nel golfo di Venezia per fini commerciali. Nessuno poteva impedirlo, sostenevano, dato che quel golfo non era da considerarsi di esclusiva proprietà della Serenissima Repubblica. Rincarando la dose, invitarono altre nazioni a fare altrettanto. Come si può immaginare, successe un guazzabuglio, dato che le leggi, già in antico, assegnavano a Venezia la proprietà del suo golfo.

 

Ma come è possibile, scrive un Veneziano, che si sia giunti a tanto? Anche i più importanti avvocati consigliano di non fare cause quando le ragioni degli avversari risultano talmente forti e inoppugnabili da indicare, nel caso si fosse deciso di ricorrere alla Giustizia, che si sarebbe presa una solenne batosta. Non è proprio il caso di fingere di prendersela con il Papa e l’Imperatore, su cui i Veneziani fondano le loro ragioni di possesso del golfo dato che non sono le sole, ma questi Napoletani operano contro la loro autorità, mischiando le carte come se fossero quelle dei tarocchi, che comportano solo pazzie, bagatelle e giochi di mano.

 

In realtà il Re di Napoli non aveva alcune intenzione di mettersi a litigare con Venezia, ma erano stati quei bastardi dei Capitani, come scrive l’autore basandosi sull’autorità del Guicciardini, a voler voluto creare tutta questa montatura.

 

“Torna molto a proposito nelle cause forensi, come insegnano i Rhetori, tralasciar la disputa sopra le ragioni dell’Aversario quando son tanto forti, e gagliarde, che non si possono distrugger. Però si suol parlar fuor di proposito, tirando la causa fuor del suo alveo, per tirar il Giudice fuor del buon senso, che non attenda le buone ragioni, e faccia sentenza ingiusta. Questo artificio vien usato da alcuni Dottori messi su non da altri, che da diabolico spirito a far far novità per perturbation della publica quiete con far venir vasselli Forastieri in questo Golfo in futura pernice del commun commercio, e della sicurtà delle città maritime, contra le antiche, e legali ragioni, che ne ha questa Serenissima Republica inveterate approbate acconsentite da tutto ‘l mondo da grandi, e da piccioli da Principi, e da tutti gli ordeni sino dalli ultimi plebei con prescrittion de secoli, che vi havea posto silentio; operation  per certo diabolica per mette alle man i Principi, che non habbino a goder la pace, la qual il Signor nostro in ministerio, e tutella ha lor lasciata. Segno di questo è che alla prima comminciano a scriver contra l’autorità del Papa, che è il primo assalto commune degli heretici, e novatori; quali il diavolo mette in battaglia per rovinar il mondo. O come questa disputa si tirano, fingono che i Signori Venitiani fondino le lor ragioni su privilegio di Papa, et Imperatore; e per distruggerlo, fuor di proposito trattano contra l’autorità loro, e gli mischiano come fussero quelli delle carte de tarocchi, che al fin con mattierie, e bagatelle, e giuochi di mano materia di tanta importanza trattano, niente degne ne del nome di Dottore, ne di Christiano; così infamano se et a certo modo i ministri de Principi, come che a bella posta vadino incontrar briga per esser adoprati, e metter di se necessità a Principi loro in tal maneggi massimamente nel Regno di Napoli, dove è fama, che le contentioni son state nutricate più per volontà, de i capitani, che per consentimento de i Re [Guiciar. Lib.5. car.151]” (32)

 

 

"Non più che lire sette per huomo in una giornata" 

 

Abbiamo scritto più volte che nel Cinquecento i Governi delle città permettevano il gioco dei tarocchi, anche se veniva imposta una particolare condizione. Infatti, a Bergamo, ad esempio, si poteva giocare a condizione che ognuno non giocasse più di sette lire al giorno. Ne siamo a conoscenza da una raccolta di disposizioni suntuarie riguardante i giochi, deliberate in una riunione del Maggior Consiglio della Città nel 1593 e pubblicate l'anno successivo sotto il titolo Prohibitione delle pompe – et de’ giuochi – con nuova forma di Giuditio – alli Habitanti Bergamo, et suo territorio.

 

Così scrisse al riguardo uno storico locale riportando la notizia di quella pubblicazione:

 

“In essa, come si vede anche dal titolo, vi è l’aggiunta di speciali disposizioni in materia de giuochi:il che denota come pur troppo questa nuova piaga sociale, che è causa di tante rovine nelle famiglie, si era anche in quei tempi così diffusa da richiamare sulla medesima l’attenzione dei nostri legislatori. Per notizia, che forse potrà interessare i nostri appassionati e buoni giocatori dic arte, diremo che fra i giuochi allora proibiti non erano compresi quelli de terochi, trionfetti, bacega, gilè et trapola, quando però si giuocasse più che lire sette per huomo in una giornata. Siccome tutte queste disposizioni suntuarie venivano deliberate solennemente nel nostro Maggior Consiglio, così abbiamo provata la curiosità di conoscere se in seno al medesimo la loro approvazione aveva trovata qualche opposizione. La riunione del detto Consiglio avvenne il 7 marzo 1593: i votanti furono 80 e di essi 75 favorevoli e 5 contrari“ (33).

 

 

“Propongo di non sedere mai solo con donna alcuna e di non giocare più a tarrocchi”

 

Fin dalla loro creazione, alla pratica degli esercizi spirituali si dedicarono tutti i bravi religiosi. Fondamentale risulta l’opera Exercitia Spiritualia di Sant’Ignazio di Loyola pubblicata nel 1548.

 

 “Con il termini di esercizi spirituali si intende ogni forma di esame di coscienza, di meditazione, di contemplazione, di preghiera vocale e mentale, e di altre attività spirituali. Infatti, come il passeggiare, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così si chiamano esercizi spirituali i diversi modi di preparare e disporre l'anima a liberarsi da tutte le affezioni disordinate e, dopo averle eliminate, a cercare e trovare la volontà di Dio nell'organizzazione della propria vita in ordine alla salvezza dell'anima” (34).

 

Abbiamo anticipato questo argomento in quanto accenneremo brevemente ai Proponimenti (Prima fase degli esercizi) di Benedetto Lodovico Giacobini, Proposto di Varallo, da lui espressi in occasione degli esercizi spirituali compiuti dall’anno 1676 al 1723.

 

Proponimenti Fatti dal Giacobini Proposto di Varallo, in occasione degli Esercizj Spirituali dall’Anno 1676. fino all’Anno 1723 (35).

 

Innanzitutto, per quanto attiene Sopra la Preparazione (1676) egli scrive “Propongo in questi otto giorni di parlar pochissimo, affinché l’intelletto sia più atto a ricevere ed eseguire le sante Ispirazioni; e di tollerar tutto per amor di Dio, acciochè voglia ammollire la durezza di questo mio amore, per non offenderlo mai più” (36).

 

Fra un nutrito numero di Proponimenti riguardanti il mantenere il pensiero costantemente rivolto al Signore e il non far nulla che a Lui fosse sgradito, alcuni riguardano il suo rapporto con il mondo femminile che riportiamo per mera curiosità:

 

“Propongo di non guardar mai con atto riflesso sesso femminile in virtù dell’Amor di Dio” (37).

 

“Propongo di non guardar mai in faccia donna alcuna, e quando occorrerà, ch’io debba parlar con alcuna, determino di voler sempre rivolgere il guardo altrove, e di tenere particolarmente in sì fatte occasioni gli occhi e il capo dimessi sopra la terra” (38)

 

“Propongo di non sedere mai solo con donna alcuna, e di non andare per passatempo in alcuna casa, se non ne’ giorni di festa, ne’ quali vi si ha d’andare per gloria di Dio, e per la solennità del dì festivo” (39).

 

Se gli esercizi spirituali erano considerati l’occasione per “disporre l’anima a liberarsi da tutte le affezioni disordinate”, i Proponimenti riguardanti il suo voler evitare atteggiamenti particolari con le donne suggeriscono che fino ad allora si era comportato in maniera del tutto opposta. Insomma, era un uomo con tutte le debolezze e le attrazioni umane e fra queste il giocare a tarocchi, gioco a cui la maggior parte dei religiosi si dedicava con grande piacere. Infatti in un suo Proponimento così si esprime: “Propongo in oltre di non giocare più a giuochi di carte, tarrocchi, ed altri simili” (40).  

 

Durante gli esercizi qualcuno lo osservava allo scopo di poterlo cogliere in qualche mancanza. “E perciocchè si avvide d’essere osservato la notte pel buco della chiavatura, usò da lì innanzi di coprirlo col cappello, dovunque si trovava”. Le indagini su di lui portarono solo a scoprire che mangiava più carne di quanto non assumesse in casa sua. D’altronde che male c’era se questa faceva parte di alcuni menù del giorno?

 

“Nel tempo degli Esercizi andava parco nel vitto; e dandogli due pitanze, non ne riceveva che una: Due o tre volte al più beveva, e vino sì, ma inacquandolo prima. Tuttavia fu osservato, ch’egli allora per ischivare le singolarità, mangiava carne; laddove in casa propria se ne cibava quasi solamente o per convalescenza, o in occasione di foresteria” (41).

 

 

Il gioco dei Tarocchi è tedioso e quello dei Trionfi da sbirri

 

Nella commedia Camillo Penitente di Geri Diaconmè (42), scrittore vissuto nel sec. XVII, troviamo come protagonisti la Carità e la Penitenza, un Angelo Custode ‘in forma umana’, due Santi uomini cioè San Filippo Neri ‘confessore’ e P. Camillo de Lelijs ‘penitente’, Scipione e Curtio, due giocatori di carte compagni di Camillo, tre personaggi che incarnano altrettante figure dei tarocchi ovverossia il Tempo, il Mondo e il Diavolo, un medico astuto, qualche povero, per terminare con il Bargello e i suoi Birri [Sbirri].

 

Nel Secondo Atto di questa Azione Scenica, ambientata a Roma, il giocatore Curtio invitando Camillo presso la sua abitazione per trascorrere il tempo in qualche gioco, allo scopo di far scegliere all’amico quello più gradito si lancia in una descrizione sulle qualità dei più diversi intrattenimenti, da cui possiamo intendere che all’autore sia i Tarocchi che i Trionfi non piacevano considerando i primi noiosi e i secondi un gioco da sbirri. Su tutti preferiva la Primiera, solenne, buona e perfetta ‘dove non meno contrasta la fortuna, che il giuditio’.

 

Così risulta quanto segue:

 

Il gioco delle carte è una ricreazione seria.

I Tarocchi sono tediosi.

La Bazzica è per le donne.

Il Trionfo è adatto agli sbirri.

Il Picchetto è per gli astuti

Il Trenta e Quaranta per gli artigiani che hanno fretta.

La Primiera è la regina delle ricreazioni (anche se il protagonista dichiara di aver perso, causa sua, la casa, la viglia e tutti i suoi averi)

 

Curtio

“O vogliate lo trucco da perdi tempo. O il toccadiglio da svogliato; ò più saggi vogliamo giuocare à massa, ò al giuoco serio delle Carte. A Tarocchi tediosi, A Bazzica da Donna, à Trionfo da Sbirri; à picchetto da Astuto; ò pur al trenta, e quaranta, che se bene è giuoco da Artegiani, che si voglian sbrigar presto, per tornare à bottega; con tutto ciò è non meno alle volte l’utile del piacere. Mà mi rapisce l’affetto tutto la Solenne Primiera, buona, e perfetta, prima frà tutti i giuochi; dove non meno contrasta la fortuna, che il giuditio…; in somma questa è la Regina delle ricreationi, e questa bella hà tutto l’amor mio; Se bene, per goder della Primiera ci perdessi la casa, la Vigna, e ciò che c’è” (43).

 

 

Le donne hanno la testa come un mazzo di carte di tarocchi

 

Fra le diverse opere di Giovan Battista Torretti (La Pietà Trionfante, Il Leon Corno, La Vita del B. Iacopo da Bevagna), vissuto nel sec. XVII, risultano di nostro interesse i suoi Panegirici (44) dove, con un atteggiamento di eccessiva misoginia, l’autore mette in relazione le teste delle Donne con un mazzo di tarocchi.

 

Inizialmente, dopo averne dette di cotte e di crude sulla vanità femminile, prendendo a prestito, dichiarato, quanto affermavano gli antichi al riguardo, paragona le donne a diversi animali mitologici giungendo addirittura a identificarle con le mosche “che è poca differenza fra le mosche, e le Donne, e che il proverbio di pigliar le mosche per aria, è proprio loro” (45).  

 

Il loro corpo, così ricoperto di ricche sottane, e la testa, cumulo di tante gioie, le rende somiglianti a covoni di fieno e pensare che per giungere a tanto occorre un lavoro da pazzi.  

 

“I corpi delle Donne

Che corrono alla festa

Con così ricche gonne,

Con tante gioie in testa,

Son cappanne di fieno

Coperte con pazzissimo lavoro

Da tegole di perle, e cocci d’oro (46)

 

La loro testa è talmente ricca di belle figurine da apparire un mazzo di carte di tarocchi o meglio di minchiate, dato che l’autore cita, accanto al Mondo, la carta superiore del mazzo dei Tarocchi toscani ovvero le Trombe. Continuando indefesso nella sua satira, dopo aver affermato che “le Donne hanno il cervel di cenci”, infama la dama con la quale sta dialogando affermando che il suo cervello era come quello del Matto dei Tarocchi.

 

A nostro avviso questo panegirico appare il più feroce fra gli scritti sull’argomento del XVI e XVII secolo. Dopo di che, il Torretti mette in relazione i semi delle carte sia italiane che francesi con gli appetiti e i comportamenti femminili. Pensiamo di non dover procedere oltre, lasciando al lettore la lettura del testo che si presenta di facile comprensione.

 

“Il capo delle Donne, con tante belle figure, mi sembra appunto un mazzo di carte da giuocare. Parallelo aggiustatissimo. Domandatene a questi Signori, che giuocano, e vi diranno (massimamente quando perdono) che le carte (vi aggiungo io) e le Donne hanno il cervello di cenci. Ed il vostro in particolare non sarà una di quelle carte, che chiamano il Mondo, e le Trombe; ma quella, che si chiama il Matto de’ Tarocchi. Volete forse in questo mazzo di carte i quattro semi? I Denari ci sono; ma spesi malamente in tante gioie. Le Spade non ci mancano; ogni Donna per somigliarsi a Pallade Dea della Sapienza, che è armata, ci vuole la sua spadina d’argento. I Bastoni, li portano nascosti sotto i ciuffi; mà se non gli veggono gli occhi, li provano le casse bastonate dallo loro vanità. Onde disse il Poeta piacevole:

 

La Donna muor, se non ha sempre tutto

Del suo marito addosso il capitale,

Ond’è che questo, e quello è mal condutto.

 

Cioè dalla bastonate, che dà loro il capo duro delle mogli. Delle Coppe poi alle Donne non ne mancano. Altro non fanno, che attaccar coppe alle borse de’ mariti, per succhiar loro quel poco di sangue, che c’hanno. E chi giuocasse con le carte Franzesi, miri in testa di queste Dame quanti Fiori, ma toccati dalle mani del Rè Mida. I Cuori ci stanno imprigionati à dozzine; ogni capello tiene nella punta appicato il suo. Le Picche ci sono, e longhe bene. Quanti Amanti se ne piccano, e perche sono le picche lunghe, non ci arrivano mai? De’ Mattoni [Quadri] alle Donne non ne mancano: tutte danno il mattone al marito” (47).  

 

 

La rinuncia a giocare a tarocchi dopo aver preso l’Eucarestia

 

Tendenzialmente, a parte alcuni religiosi come l’autore del cinquecentesco Sermo de Ludo (48), San Bernardino da Feltre (49) e pochi altri, i giochi delle carte che implicavano il ricorso all’ingegno erano tollerati, e fra questi i Tarocchi, contrariamente a quelli di sola fortuna laddove si scommettessero denari. Vietate ovviamente, sia nell’uno che nell’altro caso, la bestemmia e la frode. In parole povere si poteva giocare in assenza di eccessivo desiderio di guadagno.

 

Se già Platone considerò ogni forma di gioco come una dilettevole ricreazione, una medicina in grado di alleviare le passioni dell’animo e i travagli del corpo, per l’Aquino il gioco poteva favorire i rapporti amicali a condizione che fosse assunta debita sobrietà. Onde per cui risultava necessario il ricorso alla Temperanza, la virtù moderatrice degli eccessi.

 

“Nel resto i giuochi presi con moderatione non furono mai dissuasi; anzi furono sempre approvati da' Sapienti antichi, e da' moderni. Il gran Filosofo Platone nell'ottavo della sua Republica insegna: Ludus voluptatis causà comparatus est: Quippe qui molestiis, quæ ex laboribus capiuntur, oppurtunan medicinam affert:Il giuoco fu inventato per ricrearci con diletto, come salubre rimedio a medicar le passioni dell'animo, ed i travagli del corpo: purche sia preso sol, tan[t]o qual opportuna medicina. Parimente l' Angelico Dottore San Tomaso nella sua Somma Teologica asserisce, il giuoco esser necessario alla gioconda conversation della vita umana: purche se ne vaglia colla debita sobrietà. Ludus eft necellarius ad conversationem humanæ vitæ: dummodo moderatè Ludo utatur. (2. 2. Q. 168. art. 3). Altrimenti l'arco sempre teso s'infrange. E questa appunto è la ragione da essi addotta: Perche la gravezza della vita attiva, e l’attentione della contemplativa hanno mestiere d'alcun temperamento, che le renda piacevoli” (50).

 

Che cosa è in fondo una partita a carte? Un contratto dove ciascuno dei contendenti mette a disposizione dell’altro, nel caso di perdita, un certo numero di denari, sempre con ragione, ovvero piccole somme, oppure la sola soddisfazione di essere riusciti vincitori, senza chiedere altro. Ciò è necessario, commenta San Tommaso, poiché senza qualche soddisfazione nessuno si applicherebbe con piacevole attenzione e la vittoria non sarebbe così tanto gradita.

 

“Per meglio scorgere l'equità del giuoco, fatto etiandio per brama di guadagno, basta saperne l'essenza. Peroche, giusta la dottrina del Santo Dottore, si definisce, essere un Contratto (cambievole, in cui ciascuno de' giucatori mette a rischio il suo, per guadagnar l'altrui, con amichevole conventione, che il pattuito nel giuoco vada di ragione a chi havrà sortito miglior punto: O pure un pacifico combattimento, in cui il premio della vittoria, di comun consentimento esposto, debba toccare al vincitore. Imperoche senza qualche mercede niuno si applicherebbe con dilettevole attentione al giuoco: E la vittoria senza premio non riuscirebbe tanto soave, e gradita” (51).

 

In ogni modo qualcuno, evidentemente educato da religiosi ortodossi che predicavano un’eccessiva astinenza nel giocare, poteva ritenere peccaminoso giocare dopo aver assunto qualche sacramento. Un cavaliere, che nell’attesa di essere ricevuto dal Principe per affari, venne invitato da alcuni amici a sedere al loro tavolo per giocare a tarocchi, declinò l’invito affermando che avrebbe compiuto una iniquità, dato che in quel giorno aveva preso l’Eucarestia.  

 

“Nel che parimente degno di speciale commendatione è il nobile sentimento d’un pio Cavaliere, che ito per suoi affari nell’anticamera del suo Principe, e ivi invitato da una combriccola di giucatori suoi pari a fare con esso loro una partita a tarocco, saggiamente rispose: Hodie accessi ad Mensam Eucharisticam; nefas esset sedere ad mensam lussoriam*: Stamane mi sono accostato alla Mensa dell’Eucarestia, sarebbe misfatto sedere oggi a profano tavoliere. * Otton. Paræ. Cas. 22” (52).

 

 

Le carte della Morte, dell’Inferno e dell’Impiccato in mano agli uomini che han preso moglie

 

Le informazioni sulla vita di Alessandro Guarnelli (Guarnello) sono alquanto scarse. Sappiamo che nacque a Roma nel 1531 e che nella medesima città mori nel 1591 all’età di sessant’anni. Tradusse in ottave i libri dell’Eneide dedicandoli al cardinale Alessandro Farnese, suo protettore. Grazie a quest’ultimo ricevette l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro, di cui si fregiò nei frontespizi delle sue opere. In occasione della vittoria veneziana a Lepanto contro la flotta turca diede alla luce due canzoni recanti pressoché lo stesso titolo di Canzone della felicissima vittoria christiana contra infedeli. Le sue Canzoni et Sonetti, sempre dedicati al Farnese, raccolgono rime del Tasso, del Tansillo, del Venier e dell’Ongaro, ricette di medicina, di cucina accanto a vicende di storia popolare. In occasione della morte del suo stimato protettore (1589) scrisse otto Sonetti in morte dell’Ill.mo et rev.mo Cardinale Farnese. Compose anche diverse commedie di cui La Vittoria venne scoperta solo dopo la sua morte e pubblicata dagli Accademici Divisi di Viterbo (53).

 

Ed è proprio il curatore dell’edizione che vide la luce nel 1620, l’Accademico Diviso Giovanni de Nobili, che così scrisse al riguardo del Guarnelli al Cardinale Giovanni Cesi a cui era dedicata la pubblicazione del volume:

 

“Sono alcuni anni (Illustrissimo et Reverendissimo Signore) ch’io mi trovo haver in mano la Comedia intitolata LA VITTORIA, opera del Cavalier Alessandro Guarnello di fel. mem. [felice memoria] il quale quanto sia stato celebre sì nella poesia comica, come in altro, è assai noto à S.V. Illustriss. et per questo mi è parso darla in luce sotto la sua protettione, poiche con tanto honore et applauso fu recitata in Roma per suo comandamento dalli Accademici DIVISI, quali in sì hoorato trattenimento per lor diletto in suo servitio si esercitano” (54). L’Accademico poi continua scrivendo che era riuscito a dare alla luce la commedia prima che 'alcuni ignoranti' che volevano impossessarsene, come stava accadendo, riuscissero nella loro impresa.  

 

Nella Prima Scena dell’Atto Primo (l’intera scena della Commedia si svolge in Roma) un personaggio, dialogando con un suo amico, sottolinea la stupidità di un terzo che si era comportato come colui che giocando a Tarocchi e non sapendo giocare aveva scartato le tre Virtù, tenendosi in mano le carte dell’Amore, del Bagatto e del Matto. In pratica si era liberato delle carte buone tenendosi in mano quelle cattive. Comunque, anche contro la sua volontà, il narrante afferma di essersi sforzato per procurargli moglie. La risposta dell’amico che lo stava ad ascoltare fu che, dandogli moglie, aveva aggiunto in mano al personaggio di cui parlavano la Morte, l’Inferno e l’Impiccato dato che essere sposati era certamente una morte continua e un inferno oltre che uno stato di sofferenza in quanto i mariti venivano impiccati ovvero strozzati per la gola dalle mogli, e terminando con "onde dice il Poeta ¨La femmina sola fu tanta causa del male”.

 

ATTO PRIMO - SCENA SECONDA

 

Metello, vecchio

Quintiliano, pedante

 

Met. Veramente i fastidij nascono co i figliouli, & morono co i padri, che vivi travagliano sempre; & morti ti recano continua afflittione, come hora avviene à me, che piango quello per morto, & ho travaglio di questo vivo, il quale mi pare appunto ch’habbia fatto come chi giuoca à Tarocchi, e ne sa poco, che havendo scartato la Fortezza, la Giustizia, e la Temperanza s’è ritenuto in mano l’Amore, il Bagatello, & il Matto; e però sono stato sforzato, prima di quel ch’era l’animo mio, dargli moglie.

Quin. E li havete aggionto in mano la Morte, l’inferno, & l’Impiccato, che veramente l’haver moglie è una continua morte, un’inferno, & un essere appeso per le fauci della gola, però che non è male al mondo, che non si causi dalla femina: onde dice il Poeta.

                                                           

                                                                             Tanta causa mali fœmina sola fuit. (55)

 

 

 

“Mà ecco uscir da tarocchi il bagattino”

 

Sembra che la vita di Angelo Grifoni sia avvolta nel mistero dato che non si possiedono informazioni se non che era nativo di Bibbiena. Eppure, caso non insolito, la sua Comedia Nuova I Dolci Inganni d’Amore (56) è spesso ricordata nei repertori bibliografici. Dalla dedica dell’opera al Signor Angelo del Buffallo, Marchese di Fighine in quel di San Casciano dei Bagni (Siena), ci si rende conto di trovarsi di fronte a un buon dilettante, possessore, fra l’altro, di una sintassi non certamente eccelsa. D’altronde la spinta alla pubblicazione era pervenuta dagli amici: “Mà essendo accorto, che amici gli abbiano dato d’occhio, non hò possuto, alla violenza de’ preghi loro [darla alle stampe]”.

 

Dai protagonisti comprendiamo che si tratta di una Commedia dell’Arte trovandovi vecchi molto innamorati e in egual misura figli e figlie, un pedante, una ruffiana, un capitano (Sparaglio), una cortigiana, il Bargello ecc. ecc.

 

L’interesse verso questo testo nasce da un’inedita e a nostro avviso ben confacente espressione riportata dall’autore al termine del Prologo per comunicare al pubblico che la Commedia stava per iniziare.  

 

Invitando gli ascoltatori a continuare a tacere così come avevano fatto fino ad allora nell’ascoltare il Prologo, il Grifoni prende a prestito dai tarocchi la carta numero 1, cioè il Bagatto, accomunandolo, ma solo numericamente, al protagonista che stava per entrare in scena e parlare, il vecchio innamorato Messer Tiberio, primo personaggio del primo Atto dei Cinque di cui è composta la Commedia: “Mà ecco uscir da tarocchi il bagattino, mi raccomando con pregarvi la continoazione di così bel silenzio, per vedere, godere, udire, & stupire” (57).

 

 

I gusti sono gusti

 

Un testo riguardante il gioco di carte dell’Ombra (58), già oggetto di studi da parte di alcuni ricercatori, riporta un gradevole commento sul fatto del preferire da parte dei giocatori alcuni giochi, tarocchi compresi, a scapito di altri e viceversa. Anche se si tratta di cosa normale, l’anonimo autore commenta tale diversità di gusti attribuendola alla varietà degli ingegni, a somiglianza della diversità dei gusti riguardanti il cibo: alcuni gradiscono maggiormente quelli popolari, disprezzando quelli più delicati che tanto piacciono ai nobili. E nel dire ciò ricorda il popolo ebreo quando vagava nel deserto in seguito alla fuga dall’Egitto, allorché piuttosto che la celeste manna inviata da Dio, ripiena di tutti i gusti e sapori, avrebbe preferito l’aglio e le cipolle che aveva mangiato in Egitto. Possiamo dire un bel piatto di tagliatelle al ragù bolognese contro le pretese delizie della nouvelle cuisine. Data la facile lettura, non aggiungeremo altro.

 

“Non mancano però di quelli, liquali negando il primato all’uno, & all’altro giuoco, secondo la varietà de genij, e de gusti, lo danno al alcuni’altri giuochi del medesimo genere di carte; Alcuni dandolo alla primiera, giuoco veramente nobile, e non lontano da questa pretensione; Et altri (con maggior lontananza però del dovere) dandolo alle Minchiate, overo à tarocchi, ò canelini (59), ò pure al trè sette, overo al trionfino, ò alla bazica, overo alla staffetta, e simili; Nascendo ciò dall’accennata varietà degli ingegni, à somiglianza della diversità dè gusti, e de stomachi ne i cibi corporali, mentre frequentemente la pratica insegna, che molti, ad imitazione del popolo Ebreo nel deserto, il quale nauseando il dolcissimo, e celeste cibo della manna ripiena di tutti i gusti e sapori (e dal che gli antichi Poeti presero occasione di favoleggiare il nettare e l’ambrosia) sospirava gli agli, e le cipolle dell’Egitto: Gustano, e desiderano più li cibi plebei, e disprezzevoli, che i più nobili, e delicati” (60). 

 

 

Graziose ciarlate sui tarocchi

 

A conclusione riporteremo tre brani da altrettante opere seicentesche, dove si evince che in quel secolo, ma anche nel precedente, esisteva la convinzione che i tarocchi fossero stati inventati dalla civiltà greca e successivamente ereditati dal mondo romano. Ovviamente, come oggi ben sappiamo, si tratta di un errore palese, in quanto il gioco delle carte nell'antichità non esisteva cosicchè nessun manoscritto antico lo ha menzionato fra i giochi del tempo. Sarà sufficiente affidarsi semplicementa alla storia dell’arte e alle simbologie raffigurate nelle carte dei Trionfi per comprendere dai primi esempi di tarocchi sopravvissuti risalenti al XV secolo che occorre collocare la loro data di nascita all’inizio del Quattrocento

 

Non sarà indispensabile commentare i brani data la loro facilità di lettura.

 

“I Greci trovorno i tarocchi” (61)

 

In città [Roma antica] si udivano le più graziose ciarlate del mondo; mà la più comune era, che Domiziano erasi registrato nel mazzo de tarocchi” (62)

 

“Tre maniere di governi Politici rappresentati in tre giuochi

 

“Et in prima è d’avvertire, che gli antichi furono savij, che anco, ne’ giuochi, andarono mescolando documenti civili, e perche vi sono tre maniere di governi Politici, uno de’ quali signoreggia il popolo, e si chiama stato popolare, & in Greco Democratia, un altro nel quale governano i nobili, e si chiama governo di’ Ottimati, & in Greco Aristocratia, un altro, in cui il tutto dipende da un solo, e questo si chiama Principato, o Regno, & in Greco Monarchia, furono parimente instituiti giuochi, ne’ quali si rappresentassero queste tre sorti di governi. Perche ne’ giuochi delle carte, molti ve ne sono, ne’ quali più numeri prevagliono, come nella primiera, & all’incontro le figure sono di minor prezzo di tutte l’altre carte, e viene cosi à rappresentarsi il governo populare, ove la plebe, e la moltitudine prevale. Altri ne’ quali poco vagliono le carte comuni, & assai le figure, come in quello si dice del tarocco, e vi è dipinto il governo degli Ottimati. Che rappresenti poi il governo d’un solo, non so se vi sia nelle carte, ma nel giuoco de’ scacchi si scorge egli à maraviglia” (63).

 

Note

 

1 - Alessandro Ziliolo, Delle Historie memorabili De suoi tempi, Libri Dieci, In Venetia, Per li Turrini, MDCXXXXII [1642], p. 99.

2 - Ivi.

3 - Ibidem, p. 101.

4 Neovallia. Dialogo Del Cavalle: Aless.ro: Barone de Groote, Sigr: di Poxau, et Iribach ... Nel quale con nuova forma di fortificare Piazze s'esclude il modo del fare fortezze alla Regale, come quelle che sono di poco contrasto, Stampata in Monaco di Baviera in casa della Vedova Anna Berghin, l’anno 1617, p. 269.

5 - I Falsi Dei. Favola Pastorale Piacevolissima dell’Estuante Academico Inquieto, Dedica dell’Editore, In Milano, Appresso Pietromartire Locarni, M.DCV. [1605], s.n.p.

6 - Ibidem, p. 17.

7- In merito, si legga il saggio storico Taroch: latino volgarizzato.

8 - Una Familiare et Paterna Instituzione della Christiana religione, di M. Celio Secondo Curione, più copiosa, e più chiara che la latina del medesimo, con certe altre cose pie, come mostra la seguente pagina, Basilea, s.e. [Johann Oporinus], M.D.XLIX. [1549], s.n.p.

9 - Nostra edizione di riferimento: Giovanni Battista Maganza, Agostino Rava, Marco Thiene,La Prima Parte de le Rime di Magagnò, Menon, e Begotto; In Lingua Rustica Padovana; Con molte additioni di nuovo aggiontovi; Corrette, & Ristampate. Et col Primo Canto di M. Lodovico Ariosto, nuovamente Tradotto, In Venetia, Appresso Gio. Battista Brigna, M.DC.LIX [1659].

10 - https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-battista-maganza_(Dizionario-Biografico)/

11 - Giovanni Battista Maganza, Agostino Rava, Marco Thiene, La Prima Parte de le Rime, op. cit., p. 77.

12 - Si veda al saggio Vento Theroco

13 - Giovanni Battista Maganza, Agostino Rava, Marco Thiene, La Prima Parte de le Rime, op. cit., p. 89.

14 - Relatione della Colchide Hoggi detta Mengrellia. Nella quale si tratta dell’Origine, Costumi e Cose naturali di quei Paesi. Del P. D. Archangelo Lamberti Chierico regolare. Missionario in quelle Parti, In Napoli, Appresso Camillo Cavalli, L’anno 1654.

15 - Ibidem, p.107.

16 - Nostra edizione di riferimento: Vincenzo Nolfi da Fano, Ginepedia Overo Avvertiomenti Civili per Donna Nobile, In Bologna, Per gli HH. Del Dozza, M.DC.LXII [1662].

17 - Franco Battistelli, Dizionario Biografico degli Italiani, online al link 

https://www.treccani.it/enciclopedia/vincenzo-nolfi_(Dizionario-Biografico)/

18 - Le Vegghie o Veglie erano riunioni di persone appositamente convenute per conversare e trascorrere lietamente il tempo. Ricordiamo al riguardo il Dialogo de' giuochi che nelle vegghie Sane­si si usano di fare del materiale Intronato (Siena, 1572), da noi descritto al saggio I Tarocchi in Letteratura I.

19 - Vincenzo Nolfi da Fano, op. cit., pp. 411-412.

20 - Il Cavaliere e la Dama Overo discorsi familiari nell’otio Tusculano autunnale dell’anno 1674 di Gio. Battista De Luca. Sopra alcune cose appartenenti à Cavalieri, et alle Dame, così nella legge scritta, come in quella della convenienza, In Roma, per il Dragondelli, M.DC.LXXV. [1675].

21 - Ibidem, p. 323.

22 - Cesare Cantù, Storia degli Italiani, Tomo V, Torino, L’Unione Tipografico-Editrice, MDCCCLVI [1856], p. 716.

23 - Carlo Bardelloni, Consiliorum sive Responsorum, Venetiis, Apud Ioannem  Guerilium, MDCXVI.

24 - Ibidem, p. 198.

25 - Idem

26 - Idem

27 - Gli Centonici et Historici Capitoli et Alcuni Pieni di Sdruccioli, Bisticci, & altri versi di varie sorti. Del Mag. Messer Ganimede Panfilo da San Severino della Marca, In Camerino, Appresso gli Heredi d’Antonio Gioioso, & Girolamo Stringari, MDLXXIX [1579].

28 - Ibidem, p. 64.

29 - Ibidem, p. 65.

30Matrimonialium Consiliorum ex Clarissimi Iureconsultis tam veteribus, quàm recentioribus, diligentia D. Io. Baptistæ Ziletti I.V.D. Veneti collectorum. Primum Volumen, Venetiis, Ex officina Iordani Zileti, M.D.LXIII [1563].

31 - Ibidem, c. 154v.

32I. Articolo delle Ragioni del Dominio, che ha la Sereniss.ma Republica di Venetia sopra il suo Golfo per il ius belli Vz. Vittoria Navale contra Federico I. Imp. Et Atto di Papa Alessandro III. Proposto da Cirillo Mechele contra le Scritture impugnative d’alcuni Napolitani, In Venetia, In Calle dalle Raffe, 1618.

33Bergamo o sia Notizie Patrie. Almanacco Scientifico-Artistico-Letterario per l’Anno 1890, Anno LXXVI Trentunesimo della Libertà Italiana Serie VIIa, Bergamo, Vittorio Pagnoncelli, 1889, p. 32.

34 - https://gesuiti.it/wp-content/uploads/2017/06/Esercizi-Spirituali-testo.pdf

35 - Vite Di Alcuni Uomini Illustri Che sono fioriti nelle Lettere che in questo XVIII. Secolo. Scritte da Ludovico Antonio Muratori Bibliotecario del Serenissimo Signor Duca di Modena, In Napoli, Nella Stamperia, ed a spese di Gaetano Castellano, MDCCLXXVIII [1778], p. 72.

36 - Idem.

37 - Ibidem, p. 74

38 - Ibidem, p. 79.  

39 - Ibidem, p. 81.

40 - Ibidem, p. 74

41 - Ibidem, p. 25.

42 - Camillo Penitente. Attione Scenica di Geri Dioconmè, In Bologna, Per Giacomo Monti, 1648.

43 - Ibidem, pp. 48-49.

44 - Panegirici di Gio. Bātta [Battista] Torretti, Terza Impressione, In Siena, per e’rcole [sic] Gori il P.o [Primo] nmbre [novembre] 1640.

45Ibidem, p. 288.

46 - Ibidem, p. 285.

47 - Ibidem, pp. 286-288.

48 - Al riguardo si legga il saggio Il gioco delle carte e l’azzardo.

49 - Vedasi il saggio San Bernardino e le Carte da gioco.

50 - Carlo Gregorio Rosignoli, Il Giuoco di Fortuna overo il Bene, e ’l Male de’ Giuochi, Modona [Modena], Per Antonio Capponi, 1703, p.10. Di questo autore abbiamo riportato altri  suoi scritti sul tema al saggio Leonardo e le Carte.

51 - Ibidem, p. 11.

52 - Ibidem, pp. 198-199.

53 - La Vittoria. Comedia Del Cavalier Alessandro Guarnello. Data in luce dalli Academici DIVISI, e dedicata all’Illustriss. e Reverendiss. Sig. CARDINAL CESI, In Viterbo,Appresso i Discepoli, 1620.

54 - Ibidem, s.n.p.

55 - Ibidem, pp. 20-21.

56I Dolci Inganni d’Amore, Comedia Nuova. Di Messer Angelo Grifoni, da Bibbiena, In Firenze, Per Zanobi Pignoni, 1616.

57 - Ibidem, p. 11.

58 - Del Giuoco dell’Ombre, In Roma, Per il Dragondelli, 1674.

59 - Sebbene il gioco dei Tarocchi non debba essere confuso con quello delle Minchiate, tipico fiorentino, i quaranta Trionfi presenti nelle minchiate venivano chiamati tarocchi. Con cannellini o gallerini (termini attribuiti alla carta del Bagatto) venivano chiamate le minchiate in Liguria e Sicilia. Si legga al riguardo la nota 1 al saggio Trattato del Gioco delle Minchiate.

60 - Del Giuoco dell’Ombre, op. cit. pp. 39-40.

61 - Sommario Historico, Nel quale brevemente si discorre delle sei Età del Mondo, e delle cose notabili avvenute nel progresso di quelle. L'origine, e fondationi di tutte le Religioni di Frati, e Cavalieri ... Con il fioretto delle croniche delle più famose Città del Mondo ... La Dichiaratione de’ Termini d’Italia e l’origine Inventioni, & Inventori delle Scienze, & Arti. Il tutto raccolto da Fedele Onofri, In Viterbo, per Pietro Martinelli, 1698, p. 140.

62 - Di Sulpizia Romana Trionfante Trattenimenti Cinque, Nova Nouvella di trenta Nouvelle Esemplari, e Facete, per estivo Fuggilozio. Di Camillo Scaligeri dalla Fratta [Adriano Banchieri], Novella Terza, In Bologna, presso Gio. Batt. Ferroni, 1668, p. 92.

63 - Imprese Sacre con triplicati discorsi illustrate & arricchite A' Predicatori, à gli studiosi della Scrittura Sacra ... non men utili che dilettevoli del P.D. Paolo Aresi chierico Regolare, In Milano, Per l'herede di Pacifico Pontio et Gio. Battista Piccaglia, 1621, p. 423.

 

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