Saggi di Andrea Vitali

Il Cannocchiale Aristotelico

Argutezza, Simboli e Tarocchi

 

L’Abate Girolamo Tiraboschi così scrive di Emanuele Tesauro (Parte Seconda - Tomo VII)  nella Storia della Letteratura Italiana del Cavaliere Abate Girolamo Tiraboschi,  Consigliere di S. A.S. Il Signor Duca di Modena, dall’Anno MDC all’Anno MDCC stampata aModena nel 1793: “Il Conte Emanuele Tesauro, Patrizio Torinese, e Cavaliere gran Croce dell’Ordine de SS. Maurizio e Lazzaro fralle moltissime opere di ogni argomento, che circa la metà del secolo die alla luce, pubblicò ancora in Torino nel 1654 Il Regno d’Italia sotto i Barbari, opera in cui, come in tutte le altre, si scorge un Autore dotato di vivo ingegno, e che avrebbe potuto avere nella Repubblica delle Lettere onorevol luogo, se non si fosse del tutto abbandonato a’ pregiudizi del suo secolo”.


Il Tesauro, letterato e storiografo, nacque a Torino nel 1592 e morì nella stessa città nel 1675. Entrò nell’Ordine dei Gesuiti nel 1611. Scrisse opere storiche fra cui i Campeggiamenti di Fiandre (1646) e l’epitome Del regno d’Italia sotto i Barbari (1654). Nel 1654 compose il Cannocchiale Aristotelico, il più importante trattato di retorica barocca, dove si mette in evidenza e si definiscono con chiarezza i rapporti che intercorrono tra le forme privilegiate dai letterati e le innovative tendenze che la trasformazione del mondo stava imponendo alla mentalità degli uomini del Seicento.



                                                                        Emanuele Tesauro


L’espressione il Cannocchiale Aristotelico è un ossimoro, figura retorica che consiste nell’accostare due termini in forte antitesi tra loro: in questo caso la filosofia classica aristotelica e  la scienza moderna. Mentre la filosofia aristotelica - per la quale ogni cosa ha il suo posto all'interno di un sistema - utilizza il metodo deduttivo (da un'affermazione generale si spiega il particolare), la scienza galileiana, simboleggiata dal cannocchiale, utilizza il metodo induttivo, quello cioè dell’osservazione del particolare per giungere all’enunciazione di una teoria generale. In questo caso l’ossimoro assumeva il compito di avvicinare i due aspetti divergenti dando una veste accettabile ai metodi di ragionamento fondati sulla metafora che, per l’autore, rappresentava la figura retorica per eccellenza in quanto capace di collegare fenomeni lontani attraverso l’analogia che vi sta alla base.


Il titolo completo del trattato è Cannocchiale Aristotelico, o sia Idea dell'Arguta et Ingeniosa Elocutione che serve à tutta l'Arte Oratoria, Lapidaria, et Simbolica esaminata co’ Principij del divino Aristotile. Una straordinaria trattazione sui simboli che, favorendo la comprensione del pensiero degli uomini di quell’epoca al riguardo, risulta degna di un’approfondita analisi.

Quanto di seguito riporteremo  è tratto dall’edizione stampata a Torino nel 1670 (per Bartolomeo Zavatta). I caratteri in stampatello e corsivo come ogni segno di interpunzione sono stati riportati come presenti nell'opera.


Innanzitutto l’“Argutezza”, così come viene definita, e che l’autore fa derivare da SCHEMATA=FIGURA, cioè “gesto vivace rappresentato da Figure attuose” (p. 4). Cicerone chiamava le Argutezze “Gesti della Oratione”, una “poetica Imitazione” ottenuta tramite simboli e allegorie.


Così scrive l’autore a questo proposito “Questa ARGUTEZZA, Gran Madre d’ogni ingegnoso Concetto: chiarissimo lume dell’Oratoria, & Poetica Elocuzione: spirito vitale delle morte Pagine: piacevolissimo condimento della Civil conversazione: ultimo sforzo dell’Intelletto: vestigio della Divinità nell’Animo Humano. Non è fiume sì dolce di facondia; che senza questa dolcezza, insulso e dispiacevole non ci rammembri: non sì vago fior di Parnaso, che dagli horti di lei non si trapianti: non sì robusta forza di Rettorico Entimema (1); che senza questi acumi, non paia rintuzzata & imbelle; gente non è sì fiera & inhumana; che all’apparir di queste lusinghevoli Sirene, l’horrido volto con un piacevol riso non rassereni: gli Angeli stessi, la Natura, il grande Iddio, nel ragionar co gli Huomini, hanno espresso con Argutezza, ò Verbali, ò Simboliche, gli lor più astrusi & importanti secreti. Ma non solamente per virtù di questa divina Pitio (2), il parlar degli Huomini Ingegnosi, tanto si differentia da quel de’ Plebei; quanto il parlar degli Angeli, da quel degli Huomini: ma per miracolo di lei, le cose Mutole parlano; le insensate vivono: le morte risorgono: le Tombe, i Marmi, le Statue; da questa incantatrice degli animi, ricevendo voce, spirito, e movimento; con gli Huomini ingegnosi; ingegnosamente discorrono. Insomma, tanto solamente è morto, quanto dell’Argutezza non è animato” (p. 1).


Nel Capitolo II, riguardante le Cagioni Instrumentali. Delle Argutezze Oratorie, Simboliche, & Lapidarie (pp. 15-16) l’autore spiega le varie tipologie di Argutezze:


“L’intelletto humano inguisa di purissimo specchio, sempre l’istesso & sempre vario; esprime in se stesso, le imagini degli Obietti [oggetti], che dinanzi à lui si presentano: & queste sono i Pensieri, Quinci, siccome il discorso mentale, altro non è che un ordinato contesto di queste Imagini interiori: così il discorso esteriore altro non è, che un’ordine di Segni sensibili, copiati dalle Imagini mentali, come Tipi dell’Archetipo. Ma di questi Segni esteriori, altri son Parlanti, altri Mutoli, & altri Compositi di muta facondia, & di facondo silentio. Segni PARLANTI son quegli i quali, ò con Vocali, ò con iscritte parole espongono alla luce il concepito pensiero. Segni MUTI sono le Imagini delle Parole; altri espressi con Movimento, quai sono i CENNI: & altri con alcuna imitazione artificiosa degli Obietti medesimi, come le Figure pinte, ò scolpite. Finalmente de’ Concetti Mentali, e Parlanti, e Mutoli, altre forme di Significationi si vanno ogni dì fabbricando dalla industria humana, che qui chiamiamo COMPOSITI: in quella guisa che dall’Agricoltore col variare inserti, varie & pellegrine forme di fiori & di frutti giornalmente si partoriscono….In sei maniere dunque sì può significare una Impresa, & qualunque detto arguto & figurato: cioè; per mezzo del concetto mentale & Archetipo; per via della humana voce; per via di scritti caratteri; per via di cenni;per via di rappresentazioni dell’Obietto; & finalmente per una maniera mescolata di queste maniere; etc”.


Di seguito l’elenco dei “Corpi Figurati” descritti dall’autore (p. 26) e suscettibili di essere rappresentati negli Emblemi, nelle Imprese o in qualsiasi altro modo simbolico:


CORPI NATURALI VISIBILI, come il Sole, la Luna, etc


CORPI ARTIFICIALI, per esempio le colonne, il labirinto, l’anfiteatro.


CORPI MATERIALI INVISIBILI, cioè i venti “soffianti contro la face”, la sfera di fuoco (si veda il XVI Trionfo), il cielo e “le cose che non han corpo; con prestigioso incanto di questa salutevol Maga [L’Argutezza], lo prendono: come ACCIDENTI ET SOSTANZE ASTRATTE: Virtù e Vitij, Arti e Scienze: Tempo, Fortuna, e Morte: Spiriti, Angeli, Demoni".

 
IMMAGINI FAVOLOSE, come Ercole, Icaro, Il Vello d’Oro, etc

 
CORPI CHIMERICI, la Sfinge, la Chimera, etc

 

Vediamo ora come tutti questi corpi potevano essere rappresentati:

 

“Hor tutti questi Corpi con sei DIFFERENTI MANIERE si possono mettere davanti agli occhi; per orditura di Simboli Arguti, & d’Heroiche Imprese: cioè, con un Tipo DIPINTO, con un Tipo SCOLPITO: con un Prototipo MORTO: con un Prototipo VIVO: con un PERSONAGGIO rappresentativo: con un’ATTIONE rappresentativa".

 

Dopo aver appreso le diverse tipologie di oggetti rappresentabili e il modo di raffigurarle veniamo ora ai Tarocchi. Riportiamo di seguito il passo in cui l’autore discorrendo dei “Simboli Compositi” di carattere “Muto” nel Capitolo II dedicato alle “Cagioni Instrumentali  dell’Argutezza” introduce i simboli dei Tarocchi e degli Scacchi. La disamina sugli Scacchi è stata riportata in quanto, secondo le nuove e affascinati indagini di Lothar Teikemeier (www.trionfi.com), i tarocchi sarebbero nati come una elaborazione di questo ultimo gioco (3).


CAGIONI INSTRUMENTALI - CAPITOLO II

Delle Argutezze Oratorie, Simboliche, & Lapidarie (pp. 57-58)


“Finalmente dalla stessa fonte procede quanto han di piacevole & d’ingegnoso i GIOCHI MUTI; rappresentanti alcuno heroico argomento. Tal’è quel de Tarrochi; degno concetto di barbaro ingegno: dove tu vedi mescolatamente arruffarsi ogni persona del mondo con sue divise, Ricchi col Denaro, Ebri con la Tazza, Guerrieri con la Spada, Pastori con la Mazza. Imperadori, Prelati, Angeli, Demoni: quasi il Giocatore impugnando un mazzo di carte habbia il Mondo in pugno: & il giocare, metaforicamente altro non sia che mettere l’universo in confusione; & chi più ne ruina, è il vincitore. Ma il Gioco più heroico ed arguto; anzi bellica scuola, è quel degli Scacchi; dove in breve Campo di battaglia, ti si parano davanti duo eserciti squadrati, l’un di Bianchi Assiri; l’altro di Mori Africani: & ecco Re, Reine, Huomini d’arme; Cavailleggieri; Torreggianti Elefanti; e Fanti: al cenno di due Giocatori, quasi Mastri di battaglia, fronteggiare, assalire, stare in guato, sorprendere, scorrere, soccorrere, accozzarsi, coprirsi, far prigioni, e tuorli dal mondo: infino à tanto, che sbaragliate le squadre avverse, & arrestato il Re (à cui solo si concede la vita) non si termini con faticosa, ma dolce vittoria, un conflitto senza sangue, ma non senza stizza del perditore, Gioco apunto partorito dal bellico intelletto di Palamede (4) in mezzo alle Greche tende, per combattere contra l’otio: onde non dei stupire, se del cervel di Giove nacque una Pallade armigera; poiche dal cervello di un Soldato son nati eserciti. Hor questo Gioco qual cosa è; senon un Simbolo heroico, una continuata metafora? Dove que’ piccoli simulacri, animati dalla viva mano; allegoricamente rappresentano un conflitto degl’ingegni; & hanno il moto per Motto. Siche il Giocatore si trasfigura ne’ personaggi figurati da quegli armigeri legni: & nelle nostre imagini vive la mente del Giocatore”.


Tarocchi e Scacchi appartengono quindi, secondo l’autore, agli Argomenti Eroici; sono simboli Muti (immagini delle parole) e sono Composti. Scrive a proposito di questi ultimi: “Nell’ARGUTIA COMPOSITA si confondono due ò più, delle semplici Argutie….; così l’Argutia la quale in sostanza altro non è che una poetica Imitatione; col mescolamento delle maniere MUTOLE con le PARLANTI, & di queste, ò di quelle intra loro; partorisce una numerosa & varia, ma graziosissima prole di Simboli; molti de’ quali anche hoggi son più conosciuti per veduta, che per proprio nome, appresso i letterati” (p. 39).

 

Note


1 -
La pitonessa Pitia, oracolo di Delfi. Qui sta a significare che l’Argutezza può fare magie.
2 - Aristotele nella Retorica la definisce un'argomentazione in forma di sillogismo nella quale una delle premesse non è certa, ma solo probabile.
3 - Lothar Teikemeier, che ha argomentato la teoria 5 X 14 riguardo la genesi dei Tarocchi ha espresso l'opinione che il gioco degli Scacchi sia stato determinante per lo sviluppo dei Tarocchi.  Egli sta lavorando sulla presentazione di questo aspetto alla sua webpagina Trionfi.com.  
4 - La credenza che il gioco degli Scacchi fosse stato inventato da Palamede sotto le mura di Troia era ancora viva nel Seicento.

 
Copyright  2010 Andrea Vitali