Saggi di Andrea Vitali

Il Torracchione Desolato

Una maga cartomante in un poema del sec. XVII

 

 

Il Torracchione Desolato è un poema eroicomico in ottave e in venti canti di Bartolomeo Corsini (Barberino del Mugello, 1606 - 1673) la cui fama si deve soprattutto a questo componimento scritto verso il 1660 quando, una volta abbandonata la vita di società, si ritirò presso la casa natale, da lui chiamata ‘Domus quietis’ (la casa della quiete), situata nelle campagne del Mugello intorno a Barberino.

 

Corsini, dopo aver  studiato lettere e filosofia nella natia città, su volere del padre si trasferì a Pisa per studiare medicina. In rotta con il genitore per non aver conseguito la laurea nei tempi canonici, ritornò nella natia Barberino dove, riappacificatosi col padre, si dedicò alla letteratura - scrivendo commedie e traducendo l’Anacreonte - e alla musica - componendo cinque laudi da cantarsi la settimana santa nella chiesa di San Silvestro - oltre ad assumere incarichi sociali, fra cui l’ispettorato alla fabbricazione del pane, il segretariato delle armi del Mugello su nomina del Granduca Ferdinando di Toscana e il governatorato dell'antica compagnia dei SS. Sebastiano e Rocco di Barberino. Nel 1638 iniziò la stesura degli Annali di Barberino che proseguì per undici anni, sino al 1646.

 

L’ispirazione per il Torracchione Desolato, venne al Corsini da un rudere di un castello medievale, probabilmente fatto costruire dai Cattani, che si ergeva nelle vicinanze della sua abitazione. Ma oltre a ciò sono da considerarsi ispiratori del carattere folclorico del poema, alcuni episodi di magia o riprese del meraviglioso mitologico o riferimenti a feste e riti popolari.

 

Nell’opera, pubblicata postuma a Parigi nel 1768, il poeta intese dar vita a quelle antiche pietre rendendole interpreti di un immaginario fatto d’armi. Più che un poema eroicomico potremmo definire l’opera come una descrizione folclorica di una guerra burlesca che vide, l’un contro l’altro armati, Alcidamante, conte di Mangone e Lazzeraccio, imperatore di Ortaglia, in contesa per il possesso di Elisea, rapita da un gigante di nome Giuntone.

 

Più dettagliatamente nell’opera “Vi si narra che durante una festa rusticale a Cirignano in onore di Cerere il cavaliere Bruno, figlio di Lazzeraccio signore del Torracchione, e il gigante Giuntone rapiscono la bella Elisea, figlia del Banchella (che è in realtà il re di Radicofani fuggiasco). I due rapitori incontrano di notte in un bosco una giovane donna che sta per gettarsi disperata da una rupe. Bruno salva Margherita, ma il gigante approfitta della distrazione del compagno per fuggire con Elisea verso un castello sul monte Falterona dove la maga Sirmalia ha accolto uomini e donne che vi praticano la più turpe lussuria. Bruno affida al padre Margherita e parte poi alla ricerca del gigante. Quando i messi di Alcidamante, conte di Mangone, che è innamorato di Elisea, giungono al Torracchione e chiedono che la fanciulla sia restituita, l'ignaro Lazzeraccio consegna Margherita. Credendo che lo scambio sia volontario, Alcidamante giura di punire Lazzeraccio e di distruggere il Torracchione. Così scoppia la guerra, e anche gli dei, convenuti a concilio, decidono di sostenere il conte di Mangone. Dopo alterne vicende Alcidamante distrugge vari castelli di Lazzeraccio e, istruito da Mercurio sui modi di resistere alle lusinghe di Sirmalia, dissolve anche il palazzo incantato e ritrova così Elisea, che durante la lunga prigionia ha saputo resistere alle lusinghe del luogo. Alle nozze del conte e di Elisea segue la fase finale della guerra, con la morte di Bruno e di Giuntone e con la rovina del Torracchione cinto d'assedio: Lazzeraccio atterrito si nasconde in un sotterraneo, ma la terra gli si apre sotto i piedi e l'inghiotte, mentre una grande fiamma avvolge il castello e lo distrugge” (1).

 

Se nell’opera l’elemento epico risuona nelle scaramucce e nelle battagliette fra i signorotti del territorio volutamente rese epocali, l’aspetto comico è legato alla narrazione della vita quotidiana barberinese. La fantasia non brilla particolarmente se non quando tratta episodi di una certa sensualità in cui spicca un evidente atteggiamento misogino, dovuto alla rabbia per essere stato abbandonato dalla moglie di trent’anni più giovane. Una vena scurrile che emerge con comica festevolezza e che trasmoda talvolta verso forme di torbida oscenità (2), assecondano un aspetto che ritroviamo in altri scritti del poeta (3).

 

Sotto l’aspetto linguistico l’opera deve molto al tradizionale linguaggio letterario toscano e per questo è stata avvicinata da molti al Malmantile Racquistato del Lippi.   

 

Al di là degli aspetti letterari, sicuramente di una certa rilevanza, l’opera offre lo spunto per una disamina sulla storia della cartomanzia e dei rituali magici in epoca barocca, data la presenza di una maga di nome Dianora, citata più volte nel componimento, descritta ad utilizzare le carte per usi magici e divinatori. Non sappiamo se l’autore avesse in mente i Trionfi o le carte numerali e di corte, ma senz’altro viene qui attestata una pratica esercitata con le carte numerali presente fin dal Quattrocento, come le scoperte effettuate da Ross S. Caldwell hanno documentato (4) .

 

La lettura dei tarocchi a scopo divinatorio è testimoniata nel Rinascimento da un solo documento datato 1527, il Chaos del Tri per uno di Teofilo Folengo (1491-1544), celebre maestro del genere cosiddetto “maccheronico”, che firmava i suoi lavori con lo pseudomino di Merlin Cocai (5).

 

In un passo dell’opera è raccontato l’incontro di Triperuno con l’amico Liberto al quale disse di essere stato invitato il giorno precedente da altri suoi conoscenti di nome Giuberto, Focilla, Falcone e Mirella in una stanza “ove, trovati c’ hebbero le carte lusorie de trionphi, quelli a sorte fra di loro si divisero e, volto a me, ciascuno di loro la sorte propria m’espose, pregandomi che sopra quelli un sonetto gli componessi”. Triperuno spiegò in versi la sorte a ciascun astante interpretando le carte. Nell’opera, alle quattro divinazioni segue un sonetto incentrato sempre sui tarocchi. Il sonetto che Triperuno compose per Giuberto, sulla base della carte da lui estratte e cioè la Giustizia, l’Angiolo, il Diavolo, il Foco e l’Amore, viene così spiegato: il fuoco d’amore, anche se apparentemente è un angelo, in realtà è un diavolo, per cui dove esiste la malizia non può esserci la giustizia. Il Prof. Dummett ritenne che quanto descritto doveva essere considerato solo un artificio letterario utilizzato dal Folengo, e pertanto che il passo non poteva essere interpretato come prova dell’esistenza della cartomanzia nel Rinascimento (6). Ma se fosse anche stato solo un escamotage ciò dimostra che l’autore, per trarne ispirazione, doveva aver preso spunto da qualcosa che a quel tempo era presente anche se in forma embrionale. Al di là di ciò, sta di fatto che se anche avessimo la certezza di un artificio letterario, il documento in questione risulta il primo conosciuto simile in tutto e per tutto alla moderna cartomanzia con i tarocchi. Il che attesta che questa pratica divinatoria era già presente nel Cinquecento. A nostro avviso nel secolo precedente (7).

 

Ritornando al poema, le vicende riguardanti la maga Dianora sono riportate dal Corsini in diversi sonetti del Canto VIII, e in particolare nell’XLVII dove la pratica cartomantica della maga viene resa esplicita con la frase “la serena aria oscurava a un sol voltar di carte” (8).

 

Canto VIII - Sonetto XLVII

 

Molti restar confusi a tanta piena,

Ma tutti no: perché la maggior parte,

Sapeva che d’Ortaglia entro l’amena

Villa stava una donna, che nell’arte

Magica era eccellente e la serena

Aria oscurava a un sol voltar di carte,

E per via di figure e note inferne,

Facea parer le lucciole lanterne.

 

(Molti restano stupiti di fronte ad una così grande piena [del fiume Lora], ma non tutti: dato che la maggior parte sapeva che in Ortaglia dentro la bella villa viveva una donna che eccelleva nell’arte magica tanto da oscurare il sereno con il solo voltare le carte e per mezzo di simboli e parole infernali faceva apparire vero il falso).

 

Chi fosse questa maga lo si apprende dal seguente sonetto:

 

Sonetto XLVIII

 

La nuova incantatrice era germana

Di Lazzeraccio, ed in Ortaglia avea

Fabbricato per via d’arte profana

Ricche stanze e giardini in cui splendea

Quanto cader di bello in mente umana

Mai potè, e quivi in nobile assemblea

Spesso gli spirti stigii in forma belle

Di garzoni adunava, e di donzelle.

 

(La nuova maga era sorella di Lazzeraccio e in Ortaglia aveva costruito, attraverso arti magiche, ricche stanze e giardini in cui trionfava quanto di più bello la mente umana poteva ideare e qui in nobile assemblea spesso radunava, tramutati in belle forme di giovani e di fanciulle, gli spiriti infernali).

 

L’atteggiamento misogino del poeta si riscontra nei due versi finali del seguente sonetto:

 

Sonetto XLIX

 

E al mormorio di fresche, e limpide onde

E alla grat’ombra di sublimi piante,

Ch’auree le poma, argentee avean le fronde,

Or questa dama, or quel guerriero errante

Ivi trattenev’ella in fra gioconde

Musiche e danze; e se talor amante

Diveniva d’alcuno o tardi o presto

Con lui veniva all’amoroso innesto.

 

(E al dolce suono di fresche e limpide acque e alla fresca ombra di meravigliose piante, che avevano i frutti dorati e le foglie d’argento, ora questa dama ora quel cavaliere di passaggio qui intratteneva con gioconde musiche e danze, e se talvolta diventava amante di qualcuno, prima o poi consumava carnalmente il rapporto).

 

Qui si svela il nome della maga e da chi riceveva i suoi poteri:

 

Sonetto C

 

Dianora nominata era tal maga,

E fra molti avev’ella un de’ folletti

Che più d’ogni altro la rendea presaga,

Spiando i fatti altrui fin sotto i letti;

Quinci istrutta da lui la donna allaga

Di Lora il letto in modo tal, che astretti,

Sono a dir molti, e cavalieri e fanti,

Qui d’Abila e di Calpe è il non più avanti.

 

(Questa maga era chiamata Dianora e fra i suoi molti folletti, ve ne era uno che più di ogni altro la rendeva capace di profetizzare il futuro, spiando le storie degli altri fin sotto i loro letti. Per cui, istruita da questo folletto, la donna aveva allagato il letto del fiume Lora in modo tale che stretti fra quei territori, molti cavalieri e fanti non poterono più proseguire oltre Abila e Calpe). 

 

La credulità del valore della maga da parte dei saggi viene qui espresso, unitamente al tentativo di questi di convincere i dubbiosi a non aver timore dei suoi incantamenti:  

 

Sonetto CI

 

Ma il conte, e altri saggi a cui già noto

Della maga d’Ortaglia era il valore,

Non solo a piena tal col core immoto

Stetter: ma dieder anco animo e core

Ai dubbiosi con dirgli: Oggi l’ignoto

Caso, soldati, a voi non dia terrore;

Quest’è un incanto e ben che grande e’ paia

Forse il vedrem fra poco un cenciaia.

 

(Ma il conte e altri saggi a cui era noto il valore della maga d’Ortaglia, non solo non si stupirono di fronte a questa piena del fiume, ma incitarono i dubbiosi dicendo loro: “Oggi, o soldati questo oscuro caso non vi terrorizzi. Questo è un incantesimo e sebbene appaia così grande, forse fra poco si tramuterà in una cosa di nessun valore).

 

Una valutazione dei poteri della maga che sarà ancora affermata nel Canto XII:

 

Canto XII - Sonetto XLVIII

 

Ben si credero allora, e il ver credero,

L’un oste e l’altro il tutto essere seguito

Per opra di colei, che al regno nero

Imperar sa dell’infernal Cocito,

di Dianora dich’io. Per tanto al fiero

Caso del conte, il popol suo rapito

Da giusto sdegno, a guerreggiar si getta

Per farne su i nemici aspra vendetta.

 

(L’uno e l’altro esercito allora credettero, e credettero il vero, che il tutto avvenisse per opera di colei che sa governare nel regno nero l’infernal Cocito [uno dei cinque fiumi dell’inferno] e parlo di Dianora. Cosicché pensando al feroce caso accaduto al Conte [era stato disarcionato da un cavaliere sconosciuto: “portato in aria con suo gran periglio”], il suo popolo, preso da giusto sdegno, si lancia a combattere contro i nemici per ottenere forte vendetta).

 

Da un sonetto dello stesso Canto siamo informati su una pratica magica utilizzata da Dianora consistente nel comporre un cerchio e recitare al suo interno parole terribili, cospargendo poi il cerchio di ossa polverizzate di impiccati e nascondendo il tutto fra l’erba:

 

Sonetto III

 

Ma Dianora d’Ortaglia intanto scende,

E ratta va da Valianesi prati

Quasi in mezzo a quel luogo il qual s’estende

Per ampio spazio in fra i due campi armati;

Ivi giunta, fa un cerchio e note orrende

Su vi sussurra: d’ossa d’impiccati

Ridotte in polve lo cosparge e poi

Tra l’erbe il cela, e torna agli orti suoi.

 

(Ma Dianora d’Ortaglia nel frattempo scende e velocemente dai prati di Valiano giunge in quel luogo che si estende per ampio spazio fra i due eserciti: qui giunta fa un cerchio e sopra vi recita orrende parole: lo cosparge di ossa di impiccati ridotte in cenere e poi  nasconde il tutto fra l’erba e se ne torna ai suoi giardini).

 

Il cerchio, le ossa di morti impiccati e le parole infernali sono componenti comuni della ritualità magica. A proposito del cerchio occorre ricordare, in riferimento all’utilizzo delle carte a scopo divinatorio, che un verso del Canto XX del poema La Spagna Istoriata, un romanzo cavalleresco composto nel XIV secolo ma stampato a Milano solo nel 1519, fa riferimento al sortilegio con il quale Rolando cercò di scoprire i nemici di Carlo Magno: “Fe’ un cerchio e poscia vi gittò le carte” il che potrebbe significare, come suggerisce il Lozzi in un suo articolo del 1899, che “non gittò le carte come si fa nel giuoco, o nella gittata de’ dadi, ma le gittò entro al cerchio, per iscoprire dalla loro giacitura, determinata da virtù magica (sortilegio) quali fossero e dove si trovassero i nemici dell’imperatore” (9). Non sappiamo di preciso quale tecnica volesse intendere l’autore del poema nello scrivere questi versi, cioè se facesse riferimento ad una lettura di carte utilizzate come gli astragali, in cui il responso intuitivo veniva emesso dall’osservazione del disegno complessivo che gli ossi venivano a creare una volta gettati a terra o se invece si trattasse di una vera e propria lettura come conosciamo oggi (10). Considerando che i fogli di carta venivano chiamati carte, con "gittò le carte" l'autore avrebbe potuto anche intendere che leggendo nel libro le formule magiche le gettò, cioè le indirizzò mentalmente verso il cerchio per ottenere il responso.

 

Note

 

1 - Voce: Corsini, Bartolomeo, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, Volume 29 (1983), online Treccani.it. L’Enciclopedia Italiana.

2 - Si legga ad esempio l’episodio di particolare compiacimento lascivo e di riti erotici nel castello della maga Sirmalia al Canto VI.

3 - Cfr. Scritti inediti, raccolti da G. Bacchini, Firenze, 1883. Recensione in Giornale storico della letteratura italiana, II [1883], pp. 225-227.

4 - Ross Sinclair Caldwell, Origine della Cartomanzia, in Andrea Vitali (a cura di), “Il Castello dei Tarocchi”, Torino, 2010, pp. 163-176. In particolare risultano importanti il ritrovamento di un documento della metà del sec. XV e di diversi altri cinquecenteschi dai quali si evince che la divinazione con le carte numerali e di corte era praticata in Spagna fin dalla metà del Quattrocento. 

5 - Merlin Cocai (pseud. di Teofilo Folengo), Chaos del Tri per uno, overo dialogo delle Tre etadi, Venezia, 1527.

6 - Michael Dummett, Il Mondo e l'Angelo. I Tarocchi e la loro storia, Napoli, 1993, p. 121. Per Dummett la cartomanzia non era praticata nel Cinquecento né con le carte numerali né con i Trionfi. Occorre dire in proposito che solo successivamente le ricerche hanno portato a scoprire documenti che la attestano in quel periodo.

7 - Si legga al riguardo il nostro saggio Il Castello di Malpaga.

8 - Nostra edizione di riferimento: Venezia, Giuseppe Antonelli, 1842.

9 - Carlo Lozzi, Ancora delle antiche carte da giuoco, in «La Bibliofilia», Vol. 1, Dispense. 8-9, 1899, p. 183.

10 - Sulla magia e le carte dei tarocchi si leggano i saggi Lo scongiuro del tarrocco e Tarocchi e Inquisitori  

 

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