Saggi di Andrea Vitali

Sigismondo Malatesta e i Trionfi

Un mondo dorato

 

Quanto segue è parte dell'intervento di Andrea Vitali I Malatesta e i Trionfi presente negli Atti del Convegno organizzato dal Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Sezione di Storia Antica dell'Università di Bologna e condiviso dai Musei Comunali di Rimini, che ha avuto luogo a Rimini dal 9-11 giugno 2016 sul tema "Gli Antichi alla Corte dei Malatesta. Echi, modelli e fortuna della tradizione classica nella Romagna del Quattrocento"

 

Sigismondo Malatesta e i Trionfi

 

Venendo ai rapporti dei Malatesta con i Trionfi, occorre valutare che i mazzi che essi utilizzarono erano composti da 14 Trionfi e dalle 56 carte numerali e di corte, cioè il cosiddetto Ludus Triumphorum.

 

Per molto tempo si è ritenuto che il primo documento riportante la menzione del gioco dei Trionfi appartenesse alla Corte Estense: il 10 febbraio del 1442 nel Registro di Guardaroba di quella Corte vennero annotati quattro mazzi di carte da trionfi: «Maistro Iacomo depentore dito Sagramoro de avere adi 10 fiebraro per sue merzede de avere cho(lo)rido e depento.... 4 para de chartexele da trionffi, ... le quale ave lo nostro Signore per suo uxo...». Questo documento attesta esclusivamente che a Ferrara in quegli anni si producevano carte di Trionfi e non che siano stati inventati in quella città e in quel periodo. Infatti sappiamo, grazie ad un indagine sugli Statuti fiorentini del 1450 che regolavano il gioco delle carte, che esistevano carte di Trionfi utilizzate dal popolo le quali essendo realizzate con cartoncino leggero venivano gettate una volta consunte.

 

Nel 2002 la storica Nerida Newbigin riportò l’informazione tratta dai Diari del notaio Giusto Giusti che quest’ultimo regalò nel 1440 a Sigismondo Malatesta un mazzo di Trionfi fatti realizzare appositamente a Firenze. Allo stato attuale delle ricerche, questo documento risulta pertanto essere la prima citazione conosciuta riguardante il gioco dei Trionfi: «Venerdì a dì 16 settembre donai al magnifico signore messer Gismondo un paio di naibi a trionfi, che io avevo fatto fare a posta a Fiorenza con l’armi sua, belli, che mi costaro ducati quattro e mezzo». (1) Il mazzo di Trionfi era abbellito con le insegne del Malatesta, secondo una prassi che ritroviamo anche nei mazzi fatti realizzare dai Visconti e dagli Estensi. La cifra pagata dovette essere alquanto alta, considerato che il Giusti, entrato al servizio del Malatesta da circa un anno, dovette sentirsi in obbligo di omaggiare il Duca con un regalo di una certa importanza.

 

Giusti Giusti era nato ad Anghiari nel 1406 e già a venti anni aveva iniziato ad esercitare la professione di notaio per la repubblica Fiorentina.  Il rapporto con il Malatesta datava al tardo 1439, quando il nostro convinse Agnolo Taglia, capitano di una compagnia di Anghiari, a passare al servizio del Signore di Rimini. Il Giusti morì presumibilmente nella sua città natia nel 1484 e venne sepolto nella chiesa anghiarese di Badia.

 

I Diari del Giusti dovevano essere composti da una serie di venti quaderni, libri di ricordi dove egli annotava tutti gli avvenimenti di rilievo della sua vita privata e professionale, fra cui trattative, contratti, incontri particolari, matrimoni, pagamenti, eventi straordinari, temporali, terremoti, feste. Poiché i manoscritti originali sono andati perduti, i Diari sono giunti attraverso copie seicentesche trascritte parzialmente da persone che avevano interessi diversi e che operarono delle scelte in base a criteri del tutto personali. Fra questi ricordiamo l’architetto fiorentino Antonio (1551-1636), lo storico Lorenzo Taglieschi (1598-1654) e soprattutto Carlo Strozzi (1587-1570), senatore del gran duca di Toscana nonché uno dei membri più importanti dell’Accademia della Crusca. È sua la trascrizione di nostro interesse, datata 1621, presente presso l’Archivio di Stato di Firenze (2).

 

Il gioco dei Trionfi era uno dei divertimenti maggiormente diffusi presso le corti del Nord Italia tanto che i Visconti e gli Sforza oltre agli Estensi ne ordinarono un certo numero a famosi artisti. Il maggior centro di produzione di Trionfi miniati era Cremona e Sigismondo Malatesta, amante in sommo grado del gioco, non disdegnò chiedere ai signori di Milano il favore di poterne ottenere.

 

Probabilmente nell'autunno del 1450, Sigismondo inviò a Bianca Maria Visconti, moglie del Duca Francesco Sforza, una lettera in cui chiedeva un mazzo di "quelle carte de Triumphi che se fanno a Cremona", missiva che venne inoltrata da Bianca Maria al marito. Siamo a conoscenza di ciò da una lettera datata 28 ottobre 1452, che Simonetta (chiamato Cicco), segretario del Duca, inviò su incarico del Duca stesso ad Antonio Trecco (Trecho), tesoriere ducale di Cremona, per far realizzare le carte richieste:

 

«Perchè el Mag[nifi]co Sig[no]re Sigismondo [Malatesta] ha rechesto ad la Ill[ustrissi]ma Madonna Bianca nostra consorte uno paro de carte da triumpho per zugare, ti commettimo et volemo che subito ne debij fare fare uno paro de belle quanto più sarà possibile pincte et ornate con le arme ducali et al insigne nostre et mandaraile subito como serano facte. Apud Calvisanum XXVIIJ octobris 1452 (3)

Non obstante quello dicemo de sopra de mandarne qui le dicte carte volevo le ritegne lì, et ne avisi como serano facte et similmente retegni tre berrette quali te mandarà Mattheo da Pesaro. Data ut supra.

                                                                           

                                                                                             Irius (1)  

                                                                                                                           Cichus»  (4)

                                                                                                              

 (1) Irio da Venegono, cancelliere del Duca di Milano dal 1452.

 

Quel mazzo di trionfi non è sopravvissuto, ma poiché Cremona era famosa per la realizzazione di carte dipinte a mano, dal momento che gli unici trionfi noti di Cremona fino a quel momento erano quelli fatti con sfondi di oro puro durante il periodo del duca precedente, Filippo Maria Visconti, possiamo supporre che le carte inviate al Malatesta fossero di quel tipo, considerato l'ordine del Duca per "uno paro de belle quanto più sarà possibile". Carte miniate la cui realizzazione implicava numerosi e costosi materiali fra cui una pressa a caldo per il cartone, foglie d’oro zecchino e foglie d’argento, punzoni bene affilati e una serie di bulini con punte ad angoli diversi, a mandorla, a mezzo tondo, piano con sezione quadrata, piano rigato; gesso della grana più fina e pigmenti blu lapislazzulo, una buona dose di carminio e anche di porpora e di rosso rubino per le vesti, oltre a un giallo brillante per le lumeggiature, e poi di un verde chiaro e di uno più scuro per l’erba dove i personaggi e gli animali avrebbero poggiato piedi e zoccoli e ancora colori indaco e violetto, pennelli e ovviamente cartoncino pressato e ricurvo, lunghi ciascuno quasi venti centimetri e larghi nove così come risultano essere i Trionfi Visconti.

 

Considerato che allo stato attuale non si conoscono altri documenti riguardanti il gioco dei Trionfi a Rimini al tempo dei Malatesta, appare interessante soffermare la nostra attenzione sul Tempio Malatestiano che si configura come una delle più splendide realizzazioni dell'Umanesimo italiano che l'architetto Leon Battista Alberti realizzò su incarico del Pandolfo Sigismondo Malatesta.

 

Data la presenza di svariati simboli presenti anche nei tarocchi, fra cui la Giustizia, la Forza, la Luna con un sottostante cancro, l’Angelo del Giudizio, le Muse e Saturno quali si ritrovano questi ultimi nei cosiddetti Tarocchi del Mantegna, alcuni hanno ipotizzato ad un rapporto, in realtà inesistente, con i Trionfi dei tarocchi, tanto da giungere a realizzare mazzi dal titolo I Tarocchi di Sigismondo ispirati dal Signore dei Malatesta o I Tarocchi del Tempio Malatestiano.  Non è questo il luogo per approfondire la tematica neoplatonica ed ermetica a cui i simboli descritti si relazionavano, ma appare intrigante soffermare l’attenzione sull’affresco di Piero della Francesca del 1451 raffigurante Sigismondo in preghiera davanti a San Sigismondo, data la presenza di due cani, uno dal colore scuro e l’altro più chiaro, come troviamo posti uno di fronte all’altro nella carta della Luna dei tarocchi, ad iniziare dal XVII secolo, presenza che ha dato adito a diverse congetture iconologiche. Nell’affresco i due cani sono invece raffigurati sulla destra, accovacciati e con il muso voltato verso opposte direzioni (5). 

 

La  rappresentazione del giorno e della notte era resa iconograficamente da due animali, generalmente cani, ma anche da altre specie come topi o cavalli, uno bianco e l’altro scuro, secondo un concetto che abbinava questi colori a situazioni contrapposte, come ci informa il Cartari, che discorrendo del carro della Luna trainato da due cavalli, asserisce che «Di questo l'uno era negro, e l'altro bianco, come dice il Boccaccio, perché non solamente appare di notte la luna, ma si vede anche il dì» (6).

 

Ho trovato un ulteriore esempio di questo modo di raffigurare il giorno e la notte nello splendido dipinto Il Trionfo del Tempo di Jacopo del Sellaio: il Vecchio è assiso sopra il cerchio del sole nel quale sono numerate le ore. Al di sotto di questo, in corrispondenza delle ore di luce e di buio, sono raffigurati rispettivamente un cane bianco e un cane nero ad indicare che il tempo trascorre senza mai fermarsi, sia di giorno che di notte (7). 

 

Nel medioevo e nel rinascimento, ma anche successivamente come descritto nei trattati di iconologia, era prassi consueta rapportare allegoricamente le virtù umane a quelle del mondo animale. Sant'Ambrogio nell'Hexaëmeron (8) afferma che il cane dovrebbe essere preso a modello dai cristiani per la sua fedeltà e per la riconoscenza che mostra verso i suoi benefattori. La presenza dei cani nella carta della Luna denota quindi la fedeltà dell’astro nella sua azione tesa ad influenzare diversi aspetti terreni, influenza che si manifesta non solo di notte quando la luna appare nel cielo, ma anche di giorno. 

 

La presenza dei due cani nell’affresco, è motivata quindi da una precisa allegoria: la fedeltà e la gratitudine di Sigismondo verso il suo Santo protettore che qui vengono esaltate nella raffigurazione di questi animali, da sempre considerati simboli di tali virtù.

 

Se i colori degli animali denotano che la fedeltà di Sigismondo era continuamente viva, sia durante il giorno che la notte, l'atteggiamento del cane nero che denuncia una maggiore guardia attraverso l'altezza del capo, indica che di notte la dedizione di Sigismondo verso il proprio santo necessitava di una maggiore attenzione, in quanto i sensi tendono ad assopirsi. Ciò che ci preme maggiormente comunque è porre l’accento sul loro muso rivolto verso opposte direzioni, atteggiamento che a nostro avviso manifesta che la dedizione di Sigismondo verso il suo santo protettore non era una prerogativa esclusiva del tempo presente, ma che lo era sempre stata e lo sarebbe stata sempre, come nel passato così nel futuro.

 

Interpretazione che, per quanto di nostra conoscenza, non è stata oggetto di disamina.

 

Note

 

1 - Nerida Newbigin, I Giornali di Ser Giusto Giusti D'Anghiari (1437-148), «Letteratura Italiana Antica», III, Roma, 2002, pp. 41-246. Questo testo è stato fatto conoscere agli storici dei tarocchi da Tierry Depaulis.

2 - Le trascrizioni dei Diari si trovano nei seguenti cinque codici:

Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Fondo Nazionale N.II, II 127 (Codice cartaceo del sec. XVII di mano del Senatore Carlo Strozzi)

Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Nuove Accessioni 982

Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Fondo Nazionale II III 88

Firenze, Archivio di Stato, ms. 161.5

Parigi, Bibliothèque Nationale, Lat. 11887

3 - In quel tempo Francesco Sforza, impegnato in guerra contro la Serenissima, era attendato nel feudo di Calvisano, poco distante da Brescia.

4 - Archivio di Stato di Milano, Registro Missive n. 7, foglio 348v, anno 1452. L’Istituto Lombardo, Accademia di Scienze e Lettere, dà come unico firmatario della lettera Irius. (http://www.istitutolombardo.it/pdf/07missive.pdf) p.725. Emilio Motta, invece, dà come firmatari sia Irius che Cichus, Cfr: E. Motta, Altri documenti per la libreria sforzesca, «Il Bibliofilo», X, 1889, p. 108. Un doveroso ringraziamento va ai nostri soci Stephen Mangan e Ross Caldwell: a Mangan per l’indagine su Irio da Venegono (http://forum.tarothistory.com/viewtopic.php?f=11&t=1216&p=19821#p19820), e a Caldwell per averci comunicato gli studi dell'Istituto Lombardo.

5 - Per l'immagine, si veda 'La Luna' alla voce Saggi Iconologici, figura 12.

6 - Vincenzo Cartari, Imagini de gli Dei de gli Antichi, Venezia, 1609, p. 75.

7 - Si veda La Luna alla voce Saggi Iconologici, figura 11.

8 - Sant'Ambrogio, Hexaëmeron, VI, c. IV,17.

 

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