Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

La Freddura Poetica ‘Sopra il Folle de’ Tarocchi’

E altri sonetti di Francesco Morelli - fine sec. XVIII

 

Saggio di Andrea Vitali, gennaio 2021

 

 

Francesco Morelli (Torino 1761-1841), figlio di senatore da cui ereditò il feudo d’Aramengo in quel di Asti, affiancò alla carica di avvocato dei poveri nel Senato della sua città quella di scrittore, dando inizialmente alle stampe un saggio di poesie, cinque odi saffiche e sette odi-canzonette. A seguito dell’occupazione francese, decise di ritirarsi a vita privata compilando Il Sibillone, sorta di almanacco astrologico contenente allusioni di tipo politico. Nel 1796 iniziò una lunga contesa, a suon di pubblicazioni, con Carlo Denina, all’epoca residente a Berlino, reo, secondo il Morelli, di non aver menzionato come degni di rinomanza importanti personalità astigiane in un suo volume sull’argomento, avendo citato unicamente Nicola Gioacchino Brovardi e Benedetto e Vittorio Alfieri. Di quest’ultimo, fra l’altro, aveva scritto di dimostrare nelle sue tragedie scarsa originalità.

 

L’anno seguente Morelli iniziò uno scambio epistolare con l’Alfieri, il quale, nonostante lo avesse deplorato per aver acceso la polemica con il Denina, lo pregò di farsi portavoce con il Municipio di Asti affinché accettasse in donazione la sua grande biblioteca. Secondo un modus operandi ancora vigente, le mille difficoltà burocratiche e organizzative fecero sì che la grande raccolta libraria dell’Alfieri finì in Francia e precisamente a Montpellier. Il Morelli, sdegnato per la poca avvedutezza dei suoi concittadini, dietro insistenza ottenne almeno che all’Alfieri venisse dedicato un busto marmoreo la cui epigrafe venne scritta dallo stesso Morelli, il quale prese parte anche al volume Alla memoria di Vittorio Alfieri le muse astigiane, pubblicato ad Asti nel 1804.

 

Trasferitosi in seguito a Castiglione d’Asti, si dedicò agli eruditi studi e alla composizione poetica, caratterizzata quest’ultima da varietà metriche e stilistiche dalla quale si evidenzia una particolare predisposizione per il genere bernesco.

 

Compose inoltre diverse epistole e novelle in versi, epigrammi, commedie e l’azione drammatica Numa Pompilio.

 

Il ritorno dei Savoia lo vide svolgere diversi incarichi pubblici e convolare in seconde nozze con una Contessa, dopo aver avuto dalla prima moglie otto figli di cui quattro morti prematuramente. Divenuto membro di diverse accademie, in quanto cavaliere dell’Ordine Mauriziano ricevette da questa una pensione annua.

 

Morelli venne ritenuto una grande personalità ai suoi tempi, uno di tanti che la critica letteraria tende faticosamente a riscoprire, atteggiamento che ritroviamo oggigiorno in diversi campi artistici, come in quello musicale. Per dare un’idea di quanto fosse tenuto in considerazione, Angelo Brofferio (1802-1866), celebre poeta e drammaturgo, scrisse che il Ditirambo del Morelli a suo avviso era “superiore a quello del Redi” (1). Lo stesso Brofferio, nell’opera I Miei tempi scrisse“Io vado cercando per tutta l’Astigiana Provincia i versi inediti del Morelli con quella stessa devozione con cui un archeologo va in traccia fra i sepolti ruderi di qualche lapide che ricordi la perduta maestà Italiana” (2).

 

Fra le composizioni poetiche del Morelli, pubblicate postume nel 1895 da Niccola Gabiani, troviamo un sonetto sui Tarocchi e una lunga ‘Freddura Poetica’, così come chiamata dall’autore, sopra il Folle dei Tarocchi. Il sonetto, pubblicato per la prima volta dal periodico Il Monitore Astigiano il 9 marzo del 1879, pare essere stato ampliato con una coda dall’articolista per la “vaghezza di completare col Bagatto ecol Matto il numero dei tarocchi” (3).

 

Il sonetto riprende quella tipologia di poesie sui Trionfi dei tarocchi scritte già in epoca quattrocentesca e cinquecentesca quali ad esempio i due sonetti anonimi ferraresi del sec. XV dedicati a una nobildonna, e lo Strambotti de Triumphi di inizio Cinquecento (4).

 

Nel sonetto, traendo spunto dal comune topos riguardante il male che l’Amore infligge negli uomini, dichiara che appena esso nacque il Mondo cambiò talmente che parve essere giunto il giorno del Giudizio Universale, tanto che il Sole non brillò più e la Luna e le Stelle cessarono di influenzare con il loro moto la terra. Caddero le alte Torri a causa del Diavolo che volle infossarle e la Temperanza diede Morte a sé stessa divenendo un vizio. L’Eremita, incappato in cattiva Fortuna, venne Appeso con Forza a un albero, senza aver Giustizia in questo, mentre il Papa tolse la vita all’Imperatore facendo poi diventare Papessa l’Imperatrice. La coda aggiunta, la quale non appare stilisticamente all’altezza degli altri versi, racconta che il Bagatto, a forza di studiare i Tarocchi, divenne Matto.

 

I TAROCCHI           

 

Sonetto

 

Allor che nacque Amor si vide al Mondo

       Un dì simile a quel del gran Giudizio,
       Perdette ogni splendor il Sol fecondo,
       Luna e Stelle cessâr dal loro uffizio.

 

Le Torri diroccâr da cima a fondo

       Tratte dal Diavol stesso al precipizio,
       La Temperanza in dì sì furibondo
       Diè Morte a sua virtù, cangiolla in vizio.

 

Appeso fu per Forza a infame legno

       Per mala sua Fortuna un Eremita,
       N'ebbe Giustizia in un Trionfo esdegno.

 

Un Papa, oh giorno critico, infelice!

       Ad un Imperator tolse la vita
       Per far Papessa poi l'Imperatrice.

 

                   Chi la storiella dice
È il gaio ciabattin detto Bagatto
Che i tarocchi a studiar divenne Matto.  (5)

 

Un riferimento ai tarocchi si trova anche in una terzina dello Stravizzo Villereccio (6) presente sempre nel volume indicato, laddove il poeta afferma di voler trascorrere la notte con il Bagatto e le donne dei tarocchi, sperando così di poterle accontentare. I versi manifestano chiaramente che, a differenza delle donne di una certa nobiltà difficili da compiacere, frequentare il Bagatto ovvero una persona superficiale dal doppio volto capace di fingere le sue vere intenzioni, sarebbe stato più produttivo, in termini di successo, accompagnarsi con donne da tarocco, cioè con quelle che dedicandosi al gioco e libere da inutili formalismi, per loro carattere leggero, non avrebbero fatto tante storie ad accoglierlo.

                          

LO STRAVIZZO VILLERECCIO

 

EPISTOLA

Al Signor

MARCHESE NICOLAO D’INCISA

DI ROCCHETTA TANARO

(1795)

 

Converrammi la notte trapassare

       Con Bagatto e le Donne dei tarocchi;

       Potessi queste almeno contentare!  (7)                     

                                                                                                  

I versi della Freddura Poetica riguardante il Folle, come quelli delle composizioni sopra riportate, essendo di facile lettura non abbisognano di essere riassunti, poiché si toglierebbe il piacere di una lettura che presenta versi a rima alternata assai divertenti, narranti il Matto a iniziare dal suo stato nell’ideale suo regno, quello della Corte, per proseguire nei suoi aspetti simbolici e nel suo valore nell’uso ludico. L’autore lo scrive accompagnato da un gatto, già presente a sostituire il cane in diversi mazzi fin dalla metà del sec. XVII. Inoltre, il Morelli rivela di conoscere assai bene quanto da noi riportato sul concetto del Matto come figura del non credente (8) attraverso i versi “Quel ch’è peggio, questo indegno / È un incredulo, è un profano; / Volge al Papa ed al Triregno / Ben sovente il deretano; / Anche all’Angel, che da tomba / Cava i morti colla tromba, /Ride in faccia e il tergo volta / E sue voci non ascolta”.

 

SOPRA IL FOLLE DE’ TAROCCHI                 

 

Freddura Poetica

 

Non vi chiedo, o Muse amiche,

     Plettro d'oro e nobil estro:
     Statti pure sulle apriche
     Cime, Apollo mio Maestro,
     Chè io non canto amori ed armi,
     Argomento troppo bello
     Di sudati eroici carmi;
     Ma per ora nel cervello
     Ben tutt'altro inver mi sbolle

     E cantar voglio di un folle.
Non vi salti mosca al naso

     Per isbaglio, o tronfi sciocchi,
     Ed ognuno sia persuaso
     Che del Folle dei tarocchi
     Io qui parlo solamente,
     Nè di sciocco alcun vivente
     Fare io credo apologia,
     E vi giuro in fede mia
     Che conservo dentro al petto

     Per i sciocchi anche rispetto.
Nacque il folle.....non si sa

     Come e quando qual paese
     Partori tal rarità:
     Mai si accesero conteso
     Di sua patria e sua culla:
     Cið finor importò nulla,
     Nè già come al tempo andato

     Per Omero o per Torquato
     Si composer tomi in foglio

     Senza uscirne mai d'imbroglio.

Io più presto vi rispondo,

     Che fu già di tutto il mondo,
     Per sicura tradizione,
     Cittadino il mio Campione.
     Dubitar non vi è chi ardisca
     Del casato nobilissimo,
     Di sua stirpe illustre e prisca,
     Di suo sangue arcichiarissimo;
     E sebbene i tempi e i guai
     L'abbian poi stracciato assai,
     Innegabile argomento
     Di produrvi già mi sento
     Che farà toccar con mano

     Lo splendor di questo insano.
Egli ha nulla, ognun lo vede

     Dalle lacere brachesse;
     Ei sa niente, ognun lo crede,
     Chè mai scrisse, chè mai lesse;
     Se ne va, qual manigoldo,
     Mal vestito, senza un soldo,
     Per compagno avendo un gatto
     Che lo segue ad ogni tratto.
     In ridicola figura
     Manca insino d'impostura;

     Pure ad onta egli risplende
     Fra i primari sette onori
     De' tarocchi, nè dipende
     Da verun de superiori.
     Ergo in giusta conseguenza,
     D'ogni pregio essendo senza,
     Convien dir che alzato sia

     Per sua sola signoria.
Mentre un giorno in pergamena

     Certi annali io mi leggea
     Tanto antichi che a gran pena

     Il caratter ne scorgea,
     Ritrovai che questo pazzo

     Fu già uomo di palazzo,
     Ch'ebbe anch’ei la bella sorte

     Di servire in una Corte.
Quella storia se sia fida

     Io non oso assicurarlo;
     So che dice che il Re Mida
     Ebbe gusto di onorarlo
     Di una carica discreta,
     E lo fece suo poeta.
     Dice ancora che in quel giorno,
     Che il gran Febo il fece adorno
     Di due orecchie somaresche,
     Quei fra gioia e fra le tresche
     Ad altrui sputando in viso
     Recitava all'improvviso
     Bei sonetti e madrigali
     Sulle auricole regali
     Che fra' serti, gemme ed ori
     Quattro palmi uscïan fuori;
     E che in grazia poi di ciò
     Il gran Mida si degnò
     Di riporlo fra que’ sette
     Che il tarocco primi mette,
     Con sì insigne privilegio
     Che niun osi fargli sfregio,
     E quantunque pien di audacia
     Niun l'accusi, e, sebben faccia
     Bene o mal come gli pare,

     Niun lo possa catturare.
Tre virtù nell'adunanza

     Dei Tarocchi sono in uso,
     Cioè: Giustizia, Temperanza
     E colei che squarcia il muso
     Al leon con forte braccio;
     Ma il famoso mio Mattaccio
     Le disprezza e le calpesta,
     Non le lascia alzar la cresta.
     Un sol punto contan quelle,
     Egli cinque, e, meschinelle,
     Gemon sotto a leggi triste,

     Da Bagatto insin mal viste.
     O costume sciagurato
     Del cartaceo reggimento!
     Se il più sciocco è fortunato,
     È peccato aver talento,
     Mentre un uom di testa rasa

     Fa il padrone della casa.
Quel ch’è peggio, questo indegno

     È un incredulo, è un profano;
     Volge al Papa ed al Triregno
     Ben sovente il deretano;
     Anche all’Angel, che da tomba
     Cava i morti colla tromba,
     Ride in faccia e il tergo volta
     E sue voci non ascolta.
     All’Impero, ai quattro Re,
     Miserabile qual è,
     Non si degna di ubbidire,
     Anzi in piazza vuol venire
     A dispetto universale

     Con berretta nazionale.
Istigato dal demonio

     Questo pazzo fa da furbo;
     Anche al santo matrimonio
     Va recando del disturbo;
     Cosicchè se il Re marito
     Talor sente un po' prurito
     D'abbracciarsi colla moglie,
     Ei di botto glie la toglie,
     Glie la toglie dagli amplessi
     Ancorchè dei più permessi.
     Sono cose da sassate!
     Pur si soffre un tal birbante,
     Che scompiglia le brigate,
     Che il Fantino, il Cavalcante
     Ora accoppia ed or disgiunge;
     Dove tocca sempre punge
     E frastorna i conti altrui

     Fra il ventuno e il ventidui
Quanti imbrogli reca questo

     A chi giuoca troppo lesto!
     Non badando all'avvenire
     Se lo lascia in man morire,
     O per troppa avidità
     Di Donnetta o pur di Fante
     Ai compagni luogo då
     A salvar qualche regnante
     Fra la bile e fra le risa
     Allorquando in due divisa
     Sta del giuoco la possanza.
     Questo uom senza creanza,
     Se chi giuoca non ha testa,

     Ai bajocchi fa la festa.
Tanto è ver, anzi pur troppo,

     Che anche i sciocchi di cartone
     Son di danno, son d’intoppo
     Alle teste saggie e buone.
     Sta l'esempio in questo gioco:
     Chi si cava non fa poco.

 

Note

 

1 - Angelo Brofferio, I Miei Tempi. Memorie, Volume XV, Torino, Tipografia Nazionale di G. Biancardi, 1860, p. 168.

2 - Idem

3 - Poesie Edite ed Inedite di Francesco Morelli Conte D’Aramengo. Raccolte e Pubblicate con cenni intorno alla vita e alle opere dell’autore da Niccola Gabiani, Vol. I, Asti, Tipografia Giuseppe Brignolo, 1895, p. 239.

4 - Si veda al riguardo il saggio I Tarocchi in Letteratura I.

5 - Poesie Edite ed Inedite di Francesco Morelli…, op. cit., p. 239.

6 - “Stravizzo è il mangiare, che fanno insieme le conversazioni allegre”, Vocabolario degli Accademici della Crusca, 1612.

7 - Poesie Edite ed Inedite di Francesco Morelli…, op. cit., p. 33.

8 - Si legga al riguardo il saggio iconologico Il Matto (Il Folle).

9 - Poesie Edite ed Inedite di Francesco Morelli…, op. cit., pp. 75-79.

 

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