Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

I Tarocchi Visconti di Modrone

Sec. XV

 

Saggio di Andrea Vitali, 2019

 

 

La casa editrice Lo Scarabeo di Torino ha dato alle stampe in quest’anno 2019 il mazzo Visconti di Modrone a cui è stato abbinato, in pregevole confezione editoriale, un volume redatto dallo scrivente per quanto riguarda la parte storica e l’iconografia e l’iconologia dei Trionfi (1). Finalità dell’opera quella di presentare l’intero mazzo attraverso una ricostruzione dei Trionfi e delle altre carte mancanti basata sull’iconografia degli altri mazzi Visconti e su quella del periodo di realizzazione, indicativamente la seconda metà del sec. XV.  I testi del volume, riservato esclusivamente al mercato americano, sono stati tradotti in lingua Inglese dal prof. Michael S. Howard a cui si deve inoltre il saggio Allegory and Game inserito nel volume stesso.

 

 

                   Visconti Modrone               

 

 

                                                                                                       
Book Viconti

                          

 

Di seguito si riporta quanto redatto dallo scrivente in merito alla storia e all’iconografia e iconologia dei Trionfi sopravvissuti, rimandando alla lettura del volume per quanto riguarda i Trionfi ricostruiti.

 

Il mazzo Visconti di Modrone è uno dei tre esemplari viscontei sopravvissuti accanto al Brambilla e al Colleone Baglioni. I conti Visconti di Modrone vendettero queste carte a B. Cary Jr. che successivamente le offrì come lascito testamentario, oltre alla sua restante collezione, alla Biblioteca della Yale University, dove si trovano tuttora.

 

Le carte, le cui misure di 189 x 90 mm. sono state riprodotte fedelmente nel mazzo riprodotto, risultano leggermente più grandi degli altri due esemplari, realizzate da fogli sovrapposti di cartoncino probabilmente pressati a stampo, con fondo decorato a punzone, dai motivi a losanga recanti il Sole Raggiante, un emblema di quella famiglia. Le carte dei semi sono caratterizzate da un fondo argentato con motivi floreali. Il mazzo risulta incompleto nel numero dei Trionfi, mentre le carte di corte, a differenza degli altri mazzi, presentano sei figure, le cui due carte in eccedenza sono rappresentate dal corrispettivo femminile del fante e del cavaliere, assecondando con ciò il gusto neofeudale delle corti quattrocentesche.

 

La realizzazione di queste carte, così come per tutti i mazzi miniati quattrocenteschi, implicava numerosi e costosi materiali fra cui una pressa a caldo per il cartone, foglie d’oro zecchino e foglie d’argento, punzoni affilati e una serie di bulini con punte ad angoli diversi, fra cui a mandorla, a mezzo tondo, piano con sezione quadrata, piano rigato; gesso della grana più fina e pigmenti blu lapislazzulo, una buona dose di carminio e anche di porpora e di rosso rubino per le vesti, oltre a un giallo brillante per le lumeggiature, e poi di un verde chiaro e di uno più scuro per l’erba e ancora colori indaco e violetto, pennelli e ovviamente cartoncino pressato e ricurvo, lunghi ciascuno quasi venti centimetri e larghi nove così come risultano essere  la media delle carte di quel tempo realizzate per le corti.

 

Le date della sua realizzazione sono controverse: Giuliana Algeri colloca il mazzo nel periodo del matrimonio di Galeazzo Maria Sforza con Bona di Savoja (1468), data che lo identificherebbe come il più recente dei tre mazzi viscontei, opera di due differenti artisti di cui il primo realizzò le carte numerali al tempo di Filippo Maria Visconti mentre al secondo sarebbero da attribuirsi le carte dei Trionfi, identificando quest’ultimo artista in Bonifacio Bembo. Per il Mulazzani, al contrario, si tratterebbe del mazzo più antico, opera di Michelino da Besozzo. Infine, Sandrina Bandera, costatando fra le altre cose la presenza della stessa moneta che si ritrova nel mazzo Brambilla, databile al tempo di Filippo, lo colloca intorno al 1447, sempre per mano del Bembo.

 

Il mazzo, giunto a noi incompleto, è composto da undici Trionfi, da diciassette carte di corte e da trentanove carte numerali. Fra gli undici Trionfi troviamo le tre virtù teologali oltre alla cardinale Fortitudo (La Forza), presenza quest’ultima che induce a ipotizzare che in origine facessero parte del mazzo anche la Giustizia e la Temperanza. I Trionfi sopravvissuti sono, oltre alle virtù sopra accennate, l’Imperatrice, l’Imperatore, gli Amanti, il Carro, la Morte, il Giudizio e il Mondo. Fra le carte di corte mancano invece il fante e il cavaliere di spade, il re e il cavaliere di bastoni, il fante di denari, e nelle coppe la cavallerizza e il re. L’unica carta mancante fra le numerali è il tre di denari.

 

Poiché, come sappiamo, le corti quattrocentesche utilizzarono mazzi concepiti anche da 14 Trionfi, non possiamo affermare con sicurezza che questo fosse composto da 22 Arcani Maggiori in quanto la presenza di sei carte di corte invece delle usuali quattro, favorisce l’idea di regole di gioco diverse da un mazzo di 22 Trionfi.

 

In base a quanto oggi conosciuto sulla pratica del Ludus Triumphorum, esisteva nei mazzi più antichi una tendenza a pareggiare il numero dei Trionfi con quello di ciascun seme, ovvero 14 carte per seme e 14 carte di Trionfi. Poiché questo mazzo è composto da 16 carte fra numerali e di corte, possiamo ipotizzare che anche i Trionfi fossero dello stesso numero, per un totale di 80 carte. Se così fosse mancherebbero all’appello soltanto 5 Trionfi. Stuart R. Kaplan ha ipotizzato che le carte non sopravvissute del Papa, delle Stelle e della Papessa, fossero state sostituite rispettivamente dalla Fede, dalla Speranza e dalla Carità. Pur ammettendo tale valutazione, la Speranza sarebbe da valutare come l’Appeso, data la presenza in quella carta del traditore Giuda, dalla scritta Juda traditor che lo connota(riguardo tale aspetto si legga l’iconologia di questo Trionfo). Inoltre, la Fede sarebbe da attribuire alla Papessa, che oggi sappiamo esprimere il medesimo significato e il Papa dovrebbe essere messo in relazione con la Carità, in quanto agente in tal senso. 

 

Se ipotizzassimo invece che l’artista abbia realizzato un gioco con 22 Trionfi, ammettendo la sostituzione suggerita dal Kaplan al posto delle tre carte canoniche, il mazzo sarebbe stato composto da 86 carte.

 

Tuttavia, occorre considerare che le Minchiate fiorentine, anche se più tardive, presentavano un numero assai elevato di carte trionfali, addirittura 40, essendo presenti, accanto alle carte standard i 12 segni zodiacali, i quattro elementi oltre alle tre virtù teologali, mentre le carte dei semi erano composte dalle usuali 14 carte per un totale di 97 carte. Ciò significa che si trattava di un gioco con regole diverse da quelle dei tarocchi allora conosciuti. E se anche il mazzo Modrone fosse stato concepito in maniera diversa? La sequenza avrebbe potuto presentare allora non 14 ma i 22 trionfi tradizionali con l’aggiunta delle tre virtù teologali per un numero complessivo di 25 Trionfi che uniti ai semi avrebbero portato il mazzo a 89 carte. Giuliana Algeri, storica dell’arte, ha infatti ipotizzato che per la realizzazione del nostro mazzo l’artista si sia ispirato alle minchiate. Ma se così fosse stato, mancherebbero moltissime carte trionfali, cosa che appare alquanto improbabile.

 

Ipotizzare un gioco composto da 22 Trionfi aggiungendone altre tre, non sarebbe stato per quel tempo una invenzione azzardata, ma semplicemente un modo per differenziarsi da quanto fino ad allora realizzato. Un’operazione che avrebbe implicato regole diverse di gioco, ma in perfetta sintonia con l’uso del tempo. Si consideri inoltre che un numero maggiore di Trionfi poteva esprimere, dal punto di vista simbolico, la superiorità di una casata.

 

  

Le Carte Numerali e di Corte

 

 

Per quanto attiene alle carte dei semi, esse presentano molte affinità con il mazzo Colleoni-Baglioni, seppur nel nostro il fondo di tutte le carte risulti più scuro data la loro realizzazione in argento, abbellito da motivi floreali, senza i motti a bon droyt nelle spade, nei bastoni, nei denari, e amor meo nel due di coppe. Il primo motto appare nel manto azzurro dell’ancella nella regina di spade e in quella di denari, assieme, in quest’ultima, alla Colombina e al Sole Raggiante, emblemi che caratterizzano tutte le carte di corte del seme di denari. In particolare notiamo alcune diversità nell’asso di coppe, che nel Colleoni risulta essere una fontana, mentre nel nostro appare come un calice molto cesellato, in sintonia con le carte dello stesso seme; le spade risultano più curate dal punto di vista artistico nell’impugnatura, con la ripresa del colore azzurro che caratterizza le spade stesse, tranne nella parte finale che mantiene l’aspetto dorato, mentre i bastoni si presentano come vere e proprie lunghe frecce, dotate di penne nella parte dorata inferiore e di una punta tripartita al loro termine. Inoltre, mentre nei Tarocchi Colleoni tutti i denari recano il Sole Raggiante, il nostro presenta il fronte e il retro del fiorino fatto coniare da Filippo Maria Visconti, oltre al Biscione nel due denari. Il Biscione, simbolo araldico dei Visconti, è ritratto nell'atto di ingoiare o proteggere, a seconda delle interpretazioni, un fanciullo o un uomo nudo. La sua iconografia è da farsi risalire al profeta Giona prima ingoiato poi vomitato da un serpente marino.  Fra tutti personaggi di corte, che appaiono riccamente vestiti su fondo in questo caso dorato, l’unica particolarità è rappresentata dal re di spade, raffigurato come un uomo anziano con la barba. Un’iconografia che contrasta con il giovanile re di spade e di denari sia del mazzo Brambilla che dei quattro giovani re del mazzo Colleoni-Baglioni. 

 

 

 

ICONOGRAFIA E ICONOLOGIA DEI TRIONFI SOPRAVVISSUTI

 

 

 

 

Imperatrix

 

L’Imperatrice

 

La sopravvissuta carta dell’Imperatrice ci presenta una donna incoronata tutta vestita d’oro e d’ermellino con in una mano uno scudo da torneo e nell'altra lo scettro del comando, accompagnata da quattro damigelle di proporzioni assai inferiori così come si dipingevano in quel tempo i devoti. Nel manto della damigella inferiore posta a destra dell’Imperatrice, oramai sbiadita, compare la scritta Deus propicio Imperatori (Dio è ben disposto verso l’Imperatore). L’aquila, impressa a carattere neri, derivò ai Visconti nel 1395 in seguito all'incoronazione a Duca di Gian Galeazzo Visconti, in seguito alla quale ottenne dall’Imperatore Venceslao l'inquartato con l'aquila imperiale. La presenza dell’Imperatrice nell’ordine dei Tarocchi accanto a quella dell’Imperatore, è giustificata da quanto esprime l’Ecclesiaste (4: 9-11) “Due valgono più di uno solo, perché sono ben ricompensati della loro fatica. Infatti, se l'uno cade, l'altro rialza il suo compagno; ma guai a chi è solo e cade senz'avere un altro che lo rialzi! Così pure, se due dormono assieme, si riscaldano; ma chi è solo, come farà a riscaldarsi?”. Poiché l’Imperatore regnava per volontà divina con il compito di occuparsi dei suoi sudditi dal punto di vista materiale, egli per primo avrebbe dovuto dare il buon esempio, affiancando a sé una moglie.

 

 

Imperator

 

L’imperatore

 

Questa raffigurazione originale presenta un uomo seduto in trono, interamente coperto da un’armatura di ferro, tranne la testa adornata da un grande cappello fatto a ventaglio piumato, sul quale è dipinta in nero l'Aquila imperiale, ripetuta in oro nell' armatura verso il petto. Tiene nella destra lo scettro e la sinistra posata sopra un globo aureo, entrambi simboli di comando. Gli stanno intorno quattro paggetti variamente vestiti. Quello inginocchiato ai piedi del trono porta nelle mani una corona d'oro, mentre il paggio posto nella sezione inferiore della carta alla destra dell’Imperatore reca sulla sopratunica il motto a bon droit cioè ‘A buon diritto’ [Noi Visconti governiamo].

 

 

 Amore

 

L’Amore

 

In questa carta originale è rappresentata un’unione matrimoniale attraverso la cerimonia della dextrarum iunctio cioè l’unione della mano destra quale rito di indissolubile legame. Un rito, ripreso nel medioevo, che caratterizzò ampiamente i cerimoniali nuziali dell’alta classe romana, in particolar modo quella senatoria. In alto, dotato di ali, appare Amore bambino, con gli occhi bendati secondo il detto ‘L’Amore è cieco’, in quale fa cadere due strali infocati sopra gli sposi, raffigurati innanzi a una tenda, i cui panneggiamenti, alzati sul davanti, lasciano vedere il talamo nuziale. Gli sposi sono stati individuati da eminenti storici dell’arte nel duca Filippo Maria col capo ornato di ampio cappello a ventaglio sul quale appare l’usuale motto a bon droit, e la sposa in Maria di Savoia. Per Giuliana Algeri la scena raffigurata si riferirebbe invece al matrimonio di Galeazzo Maria Sforza quando convolò a nozze con Bona di Savoia. Il cane posto in mezzo ai due era considerato nel medioevo simbolo di pudicizia e fedeltà. Nella parte alta del 'padiglione è scritto esternamente in caratteri d' oro la parola Amor, mentre il bordo è interamente formato da scudetti blasonici, in cui la biscia, stemma dei Visconti, si alterna con quello dei Savoia: una croce bianca in campo rosso.

 

 

 Carro

 

Il Carro

 

Il Carro, che assume nei tarocchi i valori attribuiti dal Petrarca alla Fama nei suoi celebri Trionfi, viene definito dal monaco autore del Sermones come un mundus parvus, cioè un successo effimero, un piccolo trionfo, in relazione al fatto che la Fama, la quale consegna al tempo le gesta dei grandi uomini, dovrà soccombere al Tempo stesso e soprattutto all’unica e vera realtà immutabile, cioè la Divinità che il Petrarca espresse nel Trionfo dell’Eternità. Secondo il concetto della Scolastica, era il ricorso alla ragione che rendeva comprensibili le verità di fede suggerendo all’uomo un cristiano e corretto comportamento. Un atteggiamento da attribuirsi alla donna raffigurata alla guida del carro, coperto da una specie di tempietto gotico. Si tratta forse della stessa Maria di Savoia poiché indossa il medesimo abito con cui è raffigurata nella carta precedente. Nelle mani reca uno scettro e la colomba radiata blasonica dei Visconti. Il carro è trainato da due cavalli bianchi guidati da un palafreniere. La particolarità di questa carta risiede nella posizione del carro, solitamente raffigurato frontalmente, qui invece in quasi perfetto profilo.

 

 

Forza 

 

La Forza

 

Seconda virtù cardinale dopo la Giustizia, la Forza è raffigurata nella carta originale da una donna che reca sulla testa una grande corona d'oro. Il suo ampio vestimento è di broccato d' argento foderato d'armellino. La sua posizione a sedere sul dorso di un leone, quindi dominante e nell’atto di bloccare le fauci dell’animale, trova la sua radice iconografica nella narrazione biblica di Sansone e il leone di Tamna (Giudici, 14: 5). Il significato morale della Fortitudo cristiana vieni esaltata dalla fanciulla che diviene simbolo dell'intelligenza e della ragione che domina la belva, ovvero gli istinti e le passioni terrene intendendo ancor più la vittoria, tramite una serena fortezza, sulle forze maligne che ostacolano il percorso verso la salvazione. Un’interpretazione che appare alquanto evidente in quanto nessuno, tanto più una fanciulla, oserebbe affrontare un leone a mani nude. La Fortezza viene da San Tommaso collocata al terzo posto, dopo la Giustizia e prima della Temperanza; essa viene esercitata allorché l’uomo, nell’affrontare eventi grandemente difficili da tollerare, come ad esempio i mali terribili, rimane fermo e costante nel riceverli oppure li rigetta allorché risulta necessario allontanarli (2).

 

 

Morte 

 

La Morte

 

Qui la Morte, sopra un cavallo scuro con il capo cinto da una benda bianca svolazzante, è raffigurata galoppare calpestando persone giacenti al suolo, fra le quali si distinguono un pontefice e un cardinale, alle quali recide la testa indistintamente con l'ampio ferro che tiene nelle mani. La locuzione latina Aequo pulsat pede, tratta da Orazio (3) che possiamo tradurre con "[la morte] colpisce con piede imparziale" significa che la morte non fa distinzione fra monarchi e sudditi, fra ricchi e poveri, fra giovani e vecchi. Se fino all’inizio del sec. XIV la morte era concepita come un evento casuale che permetteva l’ingresso verso la vera vita, si assistette, da quel momento in poi, attraverso le pratiche dell’Ars Moriendi, consistenti negli esercizi della ‘Buona Morte’, a una meditazione sul destino fisico dell’uomo. Nacque così, attraverso il ribrezzo e la paura nel pensare al proprio corpo in putrefazione, il senso del macabro, senso che l’immagine della morte raffigurata in questo mazzo rende in maniera esplicita: non del tutto scheletro, con le viscere aggrovigliate e la pelle a ricoprire il tronco superiore del corpo.

 

 

Giudizio

 

Il Giudizio

 

Del Giudizio Finale o Universale ne parla la Sacra Scrittura, laddove Gesù preannuncia ai suoi discepoli che un giorno sarebbe tornato per giudicare i vivi e i morti e allora “Quando il Figlio dell’uomo siederà sul trono della sua gloria […] e dirà a quanti saranno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio; ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo […]. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: via lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli” (Mt. 25:31,34,41). La parte superiore di questa carta, sopravvissuta, presenta due angeli con le trombe mentre nella parte sottostante i morti si alzano dalle tombe. La scritta surgite ad iudicium, posta subito al di sopra delle ali degli angeli, indica quanto sta per avvenire. Una costruzione turrita con un campanile esprime la potenza-fortezza della Chiesa Mistica a cui l’uomo deve rivolgersi per non incorrere nel peccato poiché il giorno del Giudizio avverrà per tutti e di tutti la potenza divina valuterà le azioni. La realizzazione pittorica della struttura stessa con la parte superiore del campanile posta nella parte alta della carta, cioè nel cielo e la parte fortilizia ben radicata sulla terra, denota la funzione della Chiesa di intermediazione o ponte fra Dio e gli uomini. Centralmente, nella parte inferiore della carta, un uomo a metà busto entrante nella terra o uscente da essa rappresenta l’articolo di fede riguardante il concetto della “Discesa al Limbo”di Cristo, immagine ricorrente in particolar modo nelle raffigurazioni iconografiche. In effetti la figura può essere identificata sia con Cristo nell'atto di scendere al Limbo sia con una delle figure che da esso risalgono, secondo una caratteristica combinata con quella del Giudizio, che mostra, come un'alternativa, Cristo con il risorto morto, nella sua funzione di mediatore fra quest’ultimo e il Paradiso.

 

 

Mundus 

 

Il Mondo

 

Una matrona a mezza figura, riccamente vestita, con una tromba nella mano destra e una corona d'oro nella sinistra, sovrasta un grande arco esprimente la volta del cielo, sulla cui vetta si vede sporgere un gran diadema d'oro. Sopra questa, una mezza ghirlanda di conchiglie aperte, quelle superiori di colore azzurro a rappresentare il cielo, e di colore marroncino quelle inferiori a simboleggiare la terra, separano la matrona dalla scena sottostante. Se la tromba la identifica chiaramente come Fama, con la quale essa potrà diffondere ogni notizia nel mondo sottostante e la corona il suo potere, il grande diadema testimonia la sua sovranità sul mondo. Al di sotto dell’arco è raffigurato un paesaggio con navi veleggianti nel mare, un fiume entro il quale appare un battello di monaci naviganti, mentre alle sponde si vede da un lato un armigero a cavallo con in mano una bandiera a rappresentare probabilmente il beneficiario della Fama o colui che ricerca la stessa, e un pescatore dall' altro. Il restante raffigura monti, torri, castelli circondati d' acqua, case, campì, prati, etc.

 

 

 Speranza

 

La Speranza

 

Questa virtù teologale è rappresentata nella comune versione con cui viene usualmente descritta nell’arte religiosa del tempo: una donna incoronata, con le mani giunte in orazione e con lo sguardo rivolto verso un raggio di luce, da cui attende la salvezza. Le pende dal destro braccio una corda alla quale e attaccata un'ancora - che ricorda la croce, speranza di ogni credente -stesa al suolo, a rappresentare le parole della Sacra Scrittura: “In essa [cioè nella Speranza] noi abbiamo come un’ancora della nostra vita, sicura e salda”(Eb. 6:19). Ai piedi della Speranza si vede un vecchio steso a terra con un capestro al collo, e con parole, oramai scomparse ma visibili attraverso le testimonianze di un tempo, Juda Traditor scritte in caratteri bianchi. Al riguardo, tale immagine segue la tradizione medievale per la quale Giuda rappresenta il simbolo contrario della Speranza (4) in quanto considerato colui che, difettandogli questa virtù, si tolse la vita non sperando che Gesù l’avrebbe perdonato.

 

 

Caritas 

 

La Carità

 

Una donna seduta, coronata, riccamente vestita di broccato d'oro e con manto d’ armellino tiene nella destra un vaso, entro il quale arde una fiammella, e con la sinistra sostiene un bambino nudo, che allatta dal suo seno sinistro. Ai suoi piedi un vecchio Re, steso a terra, appare pensieroso. L’immagine non si discosta dalle raffigurazioni tipiche di questa virtù rappresentata generalmente da una donna che allatta un bambino e reggente una fiamma, simbolo dell’amore ardente e disinteressato verso il prossimo. Il suo colore caratteristico è infatti il rosso. La Carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per se stesso e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio. Per questo Gesù disse: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv. 15:12). La Carità è superiore a tutte le virtù, la prima delle virtù teologali: “Queste le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità” (1 Cor. 13:13). Se l’aspetto caritatevole viene evidenziato nella carta dall’allattamento del bambino, la figura del Re sottostante, dominato quindi dalla virtù, esprime un monito rivolto a ogni potente della terra affinché osservino tale insegnamento, poiché in caso contrario, si troveranno, come l’immagine esprime, a strisciare sulla terra.

 

 

Fede

 

La Fede

 

La fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo in Dio e in tutto ciò che egli ha detto e rivelato, e che la Chiesa ci propone da credere, perché Egli è la stessa verità. Con la fede “l'uomo si abbandona tutto a Dio liberamente”(5). Per questo il credente cerca di conoscere e di fare la volontà di Dio. “Il giusto vivrà mediante la fede” (Rm. 1:17). La fede viva “opera per mezzo della carità” (Gal. 5:6). Il dono della fede rimane in colui che non ha peccato contro di essa (6). Ma “la fede senza le opere è morta” (Gc. 2:26). Se non si accompagna alla speranza e all'amore, la fede non unisce pienamente il fedele a Cristo e non ne fa un membro vivo del suo corpo. Mancante nel mazzo, la nostra ricostruzione la presenta come una donna che reca nelle mani gli attributi del calice con l’ostia visibile e nell’altra la croce a significare la fede nella virtù del sacrificio di Gesù morto sulla croce, ma è anche (come dimostra il calice) la fede nella perpetuità di questo sacrificio miracolosamente rinnovato ogni giorno sull’altare. Il sacramento dell’Eucarestia ne è il simbolo più perfetto.

 

Per una più ampia disamina dei sopradescritti Trionfi si leggano i Saggi Iconologici relativi a ciascuna carta a eccezione delle tre virtù teologali.

 

Note

 

1 - Il prof. Michael S. Howard si è occupato degli aspetti ludico-allegorici, mentre la Sig.ra Lunae Weatherstone della parte divinatoria.

2 - Gio: Battista Scaramelli, Vita della Ven. Serva di Dio Suor Maria Crocifissa Satellico, Capo XXII, In Venezia, Per Giuseppe Rosa, MDCCLXI [1761], p. 259.

3 - Odi, I, 4, 13.

4 - Leone Dorez, La canzone delle virtù e delle scienze di Bartolomeo di Bartoli da Bologna, Bergamo 1904, p. 82.

5 - Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Dei Verbum, 5: AAS 58 (1966) 819.

6 - Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 15: DS 1544.  

 

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