Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

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Pasquino e i tarocchi

Una statua parlante a satireggiare il clero romano

 

Saggio di Andrea Vitali, gennaio 2020

 

 

Pasquino: chi era costui? La leggenda afferma trattarsi di un legionario romano, divenuto in seguito sarto, immortalato alla sua morte in una statua ellenistica, oggi mutila, posta in un canto di Palazzo Orsini in Parione a Roma. Poiché di Pasquino si diceva che avesse un’eccellentissima lingua in malignamente latrare e mordere, quella statua e quel nome vennero presi a prestito per indirizzare satire, ovvero pasquinate, contro il potere ecclesiastico e i potenti in genere. Tali satire erano scritte su fogli che venivano appesi alla statua in modo che tutti potessero leggerli.

 

 

Statua di Pasquino

 

                                                                                             Statua di Pasquino 

 

 

Nella Grecia antica, i componimenti satirici vennero chiamati Erinni e Dirae a Roma, mentre dall’epoca cinquecentesca fino alla metà del secolo successivo assunsero il nome di Disperate le satire, che oltre ai biasimi, erano infarcite di imprecazioni (5). Le ritrattazioni di quanto precedentemente sostenuto, ovvero le Ricantazioni alle Satire d’imprecazione, vennero chiamate con il nome di Palinodie dai Greci e lo stesso nel Cinquecento oltre che Contraddisperate.

 

Fra i componimenti satirici che potremo definire pasquinate, restano famosi gli 81 maldicenti sonetti burleschi di Giambattista Marino, definiti dall’autore ‘fischiate’, indirizzati contro il poeta genovese Gaspare Murtola, intitolati la Murtoleide (1619), ai quali il rivale rispose con la propria Marineide, composta da 31 ‘risate’ ; la Cicceide Legitima (1687-1688) dell’Abate e giurista Giovanni Francesco Lazzarelli, narrazione della vita di Don Ciccio, per l’intera raccolta dei sonetti, ben 410, definito al pari di un “coglione”,  e la parodistica raccolta I tre giuli o sieno Sonetti sopra l'importunità d'un creditor di tre Giuli di Giambattista Casti (1762), che in quell’occasione si firmò con lo pseudonimo di Niceste Abideno, nome con cui venne accolto presso l’Accademia dell’Arcadia.

 

Celebre, in riferimento ai tarocchi, è la Pasquinata per l’elezione di Adriano VI, composta dall’Aretino in occasione del conclave del 1521. Apertosi il 27 dicembre, si concluse il 9 gennaio 1522 con la nomina al soglio pontificio di Adriano Dedel (Adriano VI). Poiché nessuno dei cardinali sembrava ottenere la maggioranza necessaria per la nomina, l’Aretino scrive che si decise di far scegliere a ciascuno di loro una carta di tarocchi e che sarebbe stato nominato Papa chi avesse estratto la carta omonima. Dei 39 cardinali effettivamente riuniti in quel conclave, l’Aretino ne scelse 22 fra quelli che più speravano di essere eletti. Nonostante ciò, una volta distribuite le carte, quella del Papa non si ritrovava. L’Aretino conclude il suo componimento scrivendo che i cardinali, vista la mancanza della carta del Papa fra quelle distribuite, decisero che sarebbe diventato Papa colui che l’avrebbe trovata. I cardinali si alzarono quindi dai propri seggi e si mossero per cercarla e così l’Aretino finisce la storia: “Mentre ciascun si prova, / Mantoa, Siena, Farnese andando a spasso / una carta trovorno, ma fu un asso” (1).

 

Un’ altrettanto famosa satira fu composta da Paolo Giovio (1483-1552). Fra le sue carte raccolte si trova un anonimo Gioco di tarocchi fatto in Conclavi, riferito al momento dell’elezione di Gianmaria Ciocchi del Monte che assunse il nome di Giulio III (7 febbraio 1550). La satira, in forma di sonetto, rappresenta una partita a Tarocchi giocata dai Cardinali: chi avrebbe ricevuto la carta del Papa lo sarebbe diventato. Ma come per il sonetto dell’Aretino, sopra riportato, la carta del Papa sembrò essere scomparsa dal mazzo, a significare che nessuno degli astanti era degno di assurgere al trono di Pietro (2). Su questo conclave si espresse anche un anonimo autore prendendo spunto da Pasquino: “Pasquino dice che li cardinali giochano a tavolero in conclavo e che el meglio saria che giocasseno alle carte de tarochi: et ha despensato li tarochi a tutti, alcuno ge ha dato la morte, alcuno el matto, et sic de singulis li ha favoriti tutti” (3). In effetti, tale pasquinata, aveva una sua ragione d’essere dato che l’elezione del nuovo Papa venne minacciata dai vescovi francofoni che miravano a riportare la sede papale ad Avignone, dove lo era stata un tempo: “Venerdì a dì 17 ditto [zenare = gennaio]. […]. Nova da Bologna venuta da Roma come li R.mi cardinali imperiali e altri italiani hano fatto una coniura de non fare papa sino non se ha la risposta dalla M.tà del imperatore e questo perchè li cardinali francesi voleno fare uno papa alle sue voglie e tirare la corte in Franza come già feceno che la stette in Avignon circa anni 70” (4).

 

Di seguito riportiamo alcune pasquinate in cui vengono coinvolti i tarocchi, satire maligne indirizzate a cardinali e papi. Si tratta di componimenti ovviamente rimasti anonimi al fine non incorrere nelle indagini della polizia pontificia, come avvenne per i fratelli Petrei (5).

 

Passando dalle cinquecentesche satire aretine e gioviane al secolo successivo, nel libro Il Vaticano Languente dopo la Morte di Clemente X. Con i Rimedj Preparati da Pasquino, Marforio e Gobbo di Rialto per guarirlo (6), appaiono altri due personaggi a far compagnia a Pasquino. Il primo è  Marforio,  inteso fantasiosamente come suo cugino nonché amico intimo e interlocutore.

 

Si tratta sempre di una statua che, secondo diversi eruditi in base agli emblemi somiglianti a dei pani posti nello zoccolo, raffigurava il Dio dei panettieri, ovvero Giove Pistor. Per il letterato quattrocentesco cultore di archeologia Andrea Fulvio la statua era la raffigurazione simbolica del fiume Nar, così come indicato dal suo stesso nome di Nar Fluvius, l’attuale Nera, che si snoda nei pressi di Roma e questo per la sua posizione coricata con tanto di barba, entrambe caratteristiche che aderivano alle raffigurazioni classiche degli dei fluviali. Il cambiamento della N con una M avrebbe dato origine alla parola Marfluvius, assai assomigliante a Marforio. Un’altra ipotesi suggerisce che poiché la statua è posta sopra una grande vasca servita nel tempo per abbeverare il bestiame, essa avrebbe potuto prendere il nome dal fatto di trovarsi presso il Foro di Marte Ultore (il Vendicatore), divenendo Martis Forum da cui, per corruzione, Mars Fori (7).

 

 

 Marforio

 

                                                                                          Statua di Marforio

 

Essendo posizionata nel centro della città, divenne presto ricettacolo di bandi e di avvisi municipali, per poi divenire punto di riferimento per affiggervi satire da parte del popolo. Le due statue mutilate, Pasquino e Marforio, divennero pertanto eloquenti simboli di libertà, simboli del popolo romano mutilato anch’esso dal potere temporale della Chiesa.

 

Anche l’altro personaggio, ovvero il Gobbo di Rialto consisteva in una statua, in realtà non rappresentante tanto un gobbo quanto un uomo inginocchiato nell’atto di reggere la scala che conduceva a uno spazio soprastante da cui venivano bandite le leggi della Serenissima Repubblica, in particolare le sentenze capitali. Scolpita da Pietro da Salò  nel 1541, divenne presto ricettacolo di biglietti contro i diversi poteri di turno.

 

 

 Gobbo di Rialto

                                                                                   

                                                                           Statua del cosiddetto Gobbo di Rialto

 

 

Nel citato Il Vaticano Languente, al paragrafo dal titolo Il Mondo Nuovo, la satira di Marforio si fa pungente: nel sottolineare che i prelati romani acquistavano la carica grazie alle loro ricchezze, uomini che discendevano non si sa da chi, Marforio non può che imprecare giustamente (“Ho ragione se io tarocco”) (8), come nel vedere che per acquistare 15 carciofi occorreva un baiocco, cifra sproporzionata rispetto al potere di acquisto del popolo. Un verso, quest’ultimo, inserito per evidenziare la distanza fra i pochi baiocchi su cui il popolo poteva contare di contro alla ricchezza del clero romano.

 

Qui di virtù i nemici,

     Hanno i maggiori honori,

     E perche si distingua

     Dal vizio la virtù scioglio la lingua,

     E viltà non decoro

     Acquistar Dignità per via dell’oro.

Ma seguite à vedere

     Quelli tanti Sbarbati,

     E di stirpe si oscura,

     Quell’è di Roma oh Dio la Prelatura;

     Ho ragione se io tarocco

     Come i carciofi quindici al baiocco (9).

 

In un’ulteriore satira, un verso messo in bocca a Pasquino definisce come 'bagatto' un cardinale con l’aggiunta dell’attributo “Cazatello” ovvero un piccolo cazzone. La satira è riportata a mo’ di dialogo nel volume Pasquino e Morforio. Historia Satirica dei Papi (10) dove, in occasione di un dialogo fra Pasquino e San Pietro riguardante chi potesse esser degno di assurgere alla carica pontificia, il primo denuncia i misfatti e gli spregevoli caratteri di ciascun cardinale.

 

Sebbene l’intera satira sia alquanto esilarante, ne riporteremo solo alcuni versi, sufficienti tuttavia per far comprendere appieno l’atteggiamento ironico e maldicente di Pasquino.  

 

XII

 

Dialogo tra Pasquino e San Pietro prigioniero in Castel Sant’Angelo

 

                                                    1835

 

San Pietro

Ma dimmi a chi te par senza peccato,

Che si potesse dar questo papato?...

            Farnese è attempato.

 

Pasquino

Cazzo! l’ha tanti figli,e e tanta gente

Che alfin sarria peggio che Clemente!

 

San Pietro

Dunque senza magagna 

Non si ritrova al mondo un cardinale;
Povera chiesa come stai tu male!

 

San Pietro
E Siena val niente?

 

Pasquino

Non li manca, se non ch'è sciocco matto, 

E non ha più cervel che non ha un gatto.
        Trani sarria sol'atto  
A farsi la cantata intorno al fuoco;
Come qua era de sua madre el cuoco.
        Caesi è un homo di poco,
Armillano, e meglio li parria
La zappa in man che porlo in signoria.
        Iurca, Ave Maria!
Lo publico falsario de moneta
E ladro alla palese e alla secreta.
        Campeggio ce lo vieta

Li molti figli e la rabiosa cresta

De la partialità che lo tempesta.

        Trivulzio ha mala testa,

Ed è così bestial che crede chiaro

Che alcun d'esti minchion non sia suo paro.

        Il Camerlingo è avaro,

Vil rusteco, poltron grosso e da poco,

Ben sol per far alle sue vacche gioco.

        Santi Quatro non ha loco

Per che Vespasian gli la fè netta

El dì che se provò la sua beretta.

        Gadi è una civetta,  

Un certo fatti netto, un Cazatello

Un proprio de' tarocchi il bagatello.

        Se beccano el cervello

El Pisano, el Cornaro, e Grimani

Mercatanti coglioni Veneziani.

        Cibo de pensier vani

Ha ripiena la testa, e questa state

Hebbe ponge francese in quantitate.

        San Severin stracciate

Porta la brache. Napoli è un castrone,

Giurmator, menchiataro, arcicoglione.

        Santa Croce fellone,

Crede che Cristo e così Barei insieme

Sia nato come lor de humano seme.

        Rudolpho è monstro insieme

Col feroce cugino suo Salviati;

Et ab utraque lege reprobati.

        Cesaria ha ficcati

Quanti buon che son dentro di Roma,
E con fraude ogni dì scarra la soma.
        Grimaldi non si noma,
Che essendo già della Flaminia pazzo
El fu scacciato, se menava il cazzo.
        Medici è un bravazzo.
Ravenna un furioso scatenato;
Matto sciolto così, come ligato.
        Mantua ha renegato.
Doria è un corsaro, e ha cattiva cera;
Infame è il buon Matera.
Li francesi imbriacchi, e quei di Spagna
Marrani, e luterani quei del Almagna (11).

 

Concludiamo con una non satira, dove viene tuttavia riferito un detto di Pasquino, il quale, in occasione di una diatriba fra un medico sostenitore e un curato denigratore della reale esistenza della Papessa Giovanna che esisteva per lui solo nelle figure dei tarocchi (12), il suo saggio consiglio fu “che per riconciliare i protestanti coi cattolici sarebbe stato opportuno di unire in matrimonio il papa colla papessa”.

 

Capo I

 

"In proposito alla disputa sollevatasi fra il curato ed il medico ella mi domanda, signora Livia, se la papessa è storia od è romanzo; ed io le rispondo che fu ora l'uno, ora l'altro; perchè come Teucri e Greci si batterono a difesa od a rovina di Troia, così protestanti e cattolici si batterono pro e contro la papessa. Ma è singolare che i protestanti, i quali non vogliono il papa, volessero a tutti i costi la papessa, e che i cattolici rigettassero fieramente la papessa, qüantunque difendano con eguale fierezza il papa. Onde Pasquino disse un giorno, che per riconciliare i protestanti coi cattolici sarebbe stato opportuno di unire in matrimonio il papa colla papessa. Diceva il curato che la papessa non ha esistito fuorchè nelle figure dei tarocchi; ma il medico gli domandò, se lo stesso si sarebbe potuto dire anche del diavolo? La domanda non mancava di essere insidiosa, e il povero curato si trovò nell'imbroglio" (13).

 

Note

 

1 - L’intera pasquinata è riportata nel saggio I Tarocchi in Letteratura I.

2 - L’intera pasquinata è riportata nel saggio I Tarocchi in Letteratura I.

3 Thomasino di Bianchi dito de’ Lanzaloti, Cronica Modenese, in “Monumenti di Storia Patria delle Province Modenesi, Serie della Cronache”, Tomo XI, Parma, Pietro Fiaccadori, 1878, p. 175.

4 - Ivi

5 - Il più antico scrittore conosciuto di Disperate fu Simone Serdini, o Simone di Ser Dino Forestani de' Saviozzi, c. 1360-1420, seguito dal beneventano Bartolo Partivalla, ?-1670.

5 - Sui componimenti dei Petrei si legga il saggio Una guerresca partita a Trionfi.

6 - Il Vaticano Languente dopo la Morte di Clemente X. Con i Rimedj Preparati da Pasquino, Marforio e Gobbo di Rialto per guarirlo, Parte Seconda. Nella quale si comprendono molte Satire, e Pasquinate uscite durante la Sede vacante in Roma, e particolarmente si descrivono gli intrighi, e i rumori successi in Venetia nella creazione del Serenissimo Doge verso il fine d’Agosto del 1676, Stampato ad istanza degli amici nel 1677.

7 - Pietro Mallio, Historia Basilicae Antiquae S. Petri Apostoli in Vaticano, Volume VI Junii Bolland., n.44, p. 68.

8 - Riguardo il verbo ‘taroccare’ si vedano i saggi Dell’Etimo Tarocco e Scrivendo e Taroccando.

9 - Il Vaticano Languente, op. cit., p. 145.

10 - Italia, s.e., 1861.

11 - Il Vaticano Languente, op. cit., pp. 92-94.

12 - Sul tema si legga il saggio La Favola della Papessa Giovanna.

13 - A. Bianchi-Giovini, Esame Critico degli Atti e Documenti relativi alla Favola della Papessa Giovanna, Torino, Tipografia di Luigi Arnaldi, 1849, p. 1.

 

 

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