Saggi di Andrea Vitali

La Ruota della Fortuna

 

Deposuit potentes de sede et exaltavit umiles
Magnificat

Est rota fortunae variabilis ut rota lunae:
Crescit, decrescit, in eodem sistere nescit.
Motto latino

“O Fortuna levis! Cui vis das numera que vis, / Et cui vis que vis auferet hora brevis./ Passibus ambiguis Fortuna volubilis errat / Et manet in nullo certa tenaxque loco; / Sed modo leta manet, modo vultus sumit acerbos, / Et tantum constans in levitate manet. / Dat Fortuna bonum, sed non durabile donum ; / Attollit pronum, faciens de rege colonum. / Quos vult Sors ditat, quos non vult, sub pede tritat. / Qui petit alta nimis, retro lapsus ponitur imis” (O Fortuna incostante ! A chi vuoi regali ciò che vuoi, e a chi vuoi ciò che vuoi sarà tolto in un istante. Erra con passi ambigui la Fortuna volubile in nessun luogo resta sicura e immutabile. Talvolta appare lieta, talvolta inacerbita, ed è costante solo nella fede tradita. La Fortuna dà beni, mai durevoli doni, solleva chi è prono, fa di un re un colono. La Sorte chi vuole cura, chi non vuole sotto il piede tritura. Chi in alto troppo sale, indietro scivolando in basso cade). In questo modo nei Carmina Burana lamentava l’instabilità e la tirannia della Fortuna un anonimo studente del sec. XIII, laddove contrapponendo ad essa la propria Virtus, lo stato delle cose volgeva ugualmente al peggio. 


                                                    Ruota Bergamo

                                                                                              Ruota della Fortuna
                                                          Affresco, sec. XIII . Bergamo, Aula della Curia o Aula Picta


Paritetico destino viene esplicitato anche nei versi degli stessi Carmina in riferimento alla giustizia che la Fortuna non tiene in considerazione: “Bulla fulminante / sub iudice tonante, / reo appelante, / sententia gravante / veritas opprimitur / distrahitur / et venditur / iusticia prostrante” (Quando la bolla colpisce come un fulmine, emessa da un giudice infuriato, quando l’accusato si appella, sopraffatto dalla sentenza, allora la verità viene oppressa, distorta e venduta, la giustizia è prostrata), mentre in un altro canto viene sottolineato il carattere ingiusto della Fortuna “O varium fortune lubricum / dans dubium tribunal iudicium / non modicum parans huic premium / quem colere tua vult gratia / et petere rote sublimia / dans dubia tandem prepotere / de stercore pauperem erigens / de rethore consulem eligens” (O Fortuna, volubile e scivolosa, che giudice incostante tu sei. Largisci premi smisurati a chi hai deciso di prediligere con la tua grazia e di porre sulla sommità della tua ruota. Ma i tuoi doni sono incerti, e senza preavviso alzi il povero dallo sterco ed eleggi l’oratore a console”.
L’immagine della Fortuna Imperatrix, con i piedi posti sopra la terra, connotata da quegli elementi negativi che la rendevano spietata e folle, incapace di premiare la virtù e punire il vizio, si trova nella carta del Mondo del Tarocco Parigino di anonimo del sec. XVI. Una spada conficcata nella terra caratterizza l'aspetto negativo della Dea, quale apportatrice di sventura (figura 1). L'oggetto é simbolicamente collegato alla medesima spada che ritroviamo nelle figure del Cristo in alcune immagini del Giudizio Finale. In queste Cristo nudo sotto un ampio mantello, siede su un arcobaleno e appoggia i piedi sul tondo terrestre La spada che tiene fra le labbra rappresenta appunto l'aspetto punitivo legato al Suo Giudizio (si veda a questo proposito il saggio iconologico Il Mondo).
La concezione negativa che della Fortuna aveva il mondo classico, si riscontra nelle raffigurazioni della Dea il cui piede posto sopra una sfera esprime il suo stato di instabilità, così come le ali, con cui a volte è rappresentata, che mutano direzione a seconda del vento. Tiene nella mano sinistra una cornucopia, antico attributo della dea greca Tyche, dispensatrice di abbondanza e fertilità o una coppa che sorregge sulle dita della mano (come troviamo nella celebre incisione La grande Fortuna: Nemesi di Albrecht Dürer) oppure che impugna, a simboleggiare l’instabilità dei doni della sorte. I lacci di cuoio che regge nella mano destra rappresentano il giogo del fato sulla vita umana, come evidenziato in una xilografia del sec. XVI, dove appaiono ai piedi della dea due gruppi di persone che il fato ha diviso in ricchi e poveri (figura 2 - Anonimo, Fortuna, xilografia da Lexicon Graecolatinum, 1548).
Tali attributi la connettono a Nemesi, la dea greca del Destino, una dea senza scrupoli, che rappresentava la cieca distribuzione della fortuna con intenzioni né buone né cattive, ma semplicemente proporzionate ai suoi desideri. Nell’opera La Rinascita del Paganesimo Antico il Warburg sostiene che per l’uomo rinascimentale la sua raffigurazione aveva la funzione di “formulazione figurativa nel compromesso fra la medievale fiducia in Dio e la fiducia in se stesso”. Riguardo al numero di questa carta nella processione dei Trionfi, i documenti cinquecenteschi la collocano al decimo posto (il Sermones de Ludo di anonimo monaco e la Pasquinata dell’Aretino), all’undicesimo (Le Carte Parlanti dell’Aretino; il Chaos del Triperuno del Folengo; il Gioco di Tarocchi del Giovio; l’Invettiva del Lollio; il Discorso del Piscina; il Discorso di Anonimo) e al dodicesimo (I Triomphi…di Troilo Pomeran; i Motti di Anonimo, i Trionphi de Tarocchi sempre di anonimo e la Piazza Universale del Garzoni).
Tale posizione centrale assume un valore di straordinaria importanza in quanto, come sappiamo, l’ordine dei tarocchi venne costruito in modo da sottolineare il percorso di elevazione mistica che ciascun buon cristiano doveva intraprendere, con Saggezza e Virtù, per giungere a quella Quies che, sola, poteva recare serenità all’uomo dopo che questi avesse allontanato da sé ogni pulsione terrena. Un percorso arduo, non privo di sacrifici e pericoli come viene rappresentato nell’Allegoria del Monte della Sapienza di Bernardino di Betto, detto Pinturicchio, nel Duomo di Siena.
Qui una Fortuna di stampo classico è raffigurata quale guida di una nave che ha condotto ai piedi del Monte della Sapienza, attraverso un mare oscuro e agitato, i filosofi che intendono raggiungerne la cima (figura 3). La Fortuna appare come una fanciulla nuda che tiene con la mano destra una cornucopia e brandisce in alto con la sinistra la vela gonfiata dal vento. Il suo equilibrio è instabile: il piede destro poggia su una sfera, mentre il sinistro è collocato su un’ingovernabile barca, il cui albero maestro è spezzato (figura 4).
Tale raffigurazione è in sintonia con quanto descrive il Ripa a proposito della Fortuna Infelice ben sottolineando il contrasto “fortuna / quies” come evidenziato nella tarsia marmorea del Duomo in riferimento al Monte della Sapienza: “Donna, sopra una nave, senza timone, e con l’albero, e vela, rotte dal vento. La nave, è la vita nostra mortale, la quale ogni huomo cerca di condurre a qualche porto tranquillo di riposo. La vela, e l’albero spezzato, e gli altri arnesi rotti, mostrano la privazione delle cose necessarie per arrivare in luogo di salute, e di quiete, essendo la mala Fortuna un successo infelice fuor dell’intendimento di colui che opera per elettione” (Iconologia, 1593, pag.94).
Se prendiamo come riferimento l’ordine dei trionfi presente nel Sermones de Ludo vedremo come in quella lista siano già presenti entro i primi nove trionfi quei valori gerarchici che governano gli uomini dal punto di vista temporale e spirituale, oltre ai vizi a cui l’uomo soggiace e alle virtù necessarie per governare questi ultimi (si legga al riguardo 'L’Armonia Celeste' al saggio La Storia dei Tarocchi).
La Fortuna si pone al centro di quest’ordine trionfale come un “Memento Mori” di grande rilevanza. L’ordine dei trionfi come espresso nel Sermones suggerisce all’uomo la necessità della ricerca di un pensiero superiore (l’Eremita) affinché sappia valutare la Vanità del mondo, lo mette in guardia a non tradire (Il Traditore = l’Appeso) il proprio Creatore prima del sopraggiungere della Morte, facendogli valutare il destino di coloro che rinnegano Dio (la carta del Diavolo), introducendo infine alla visione dell’ultraterreno e del momento del Giudizio Universale, quando la Giustizia divina separerà le anime elette dai malvagi.
Il simbolo della Ruota della Fortuna, così come troviamo illustrata nei tarocchi, si trova per la prima volta descritta nel De Consolatione Philosophiae di Severino Boezio (475-525), in cui la ruota con il suo movimento circolare creato da una fanciulla bendata, simboleggiante il fato o destino, esprime il continuo scendere e salire delle umane sorti. Nei Tarocchi dei Visconti, la Ruota è caratterizzata, oltre che dalla presenza della donna bendata, simbolo della cieca fortuna, da quattro figure umane (figura 5), in realtà un medesimo personaggio rappresentato nelle diverse fasi della vita. Tali figure sono connotate ciascuna da altrettanti cartigli entro i quali troneggiano le seguenti scritte: “Regno” (Sto regnando) per colui che è posto sopra la ruota; “Regnavi” (Ho regnato) per la figura a destra; “Sum sine regno” (Sono senza regno) per la persona schiacciata dalla ruota e infine “Regnabo” (Regnerò) per colui che la risale. In altre versioni troviamo invece quattro Re: essi appaiono ad esempio nella Ruota della Fortuna che illustra il frontespizio dei Carmina Burana (figura 6).
Tale conformazione iconografica abbonda nell’arte medievale. A volte le ruote sono messe in movimento da una donna bendata, che simboleggia la cecità della Fortuna, usualmente posta al centro della ruota, oppure lateralmente nell’atto di azionare una manovella. In alcuni casi troviamo sette personaggi attorno alla ruota a simboleggiare le sette età dell’uomo e questo in considerazione del fatto che la Fortuna appariva dominare ogni fase della vita umana. E ancora è possibile trovare una ruota sola senza alcuna figura.
Un particolare interessante si trova nella Ruota della Fortuna dei Tarocchi Visconti laddove il personaggio seduto in posizione superiore e l’uomo che sta per risalire hanno orecchie asinine, mentre il personaggio che cade possiede una lunga coda (figura 5).
Questi elementi sono rappresentativi della natura animalesca dell’uomo la cui Vanitas non permette di riconoscere e accettare il senso della sorte in quanto ancora legato ad un mondo puramente materiale. Stesse orecchie d’asino si trovano in due personaggi della Ruota nel Tarocco Brambilla (Pinacoteca di Brera), in colui che “regna” e in quello che “regnerà” (figura 7), quale dimostrazione dell’insensatezza che colpisce le persone fortunate e quelle che sanno di diventarlo. Inoltre sono presenti nel personaggio regale assiso nella ruota del Libro della Ventura di Lorenzo Spirito del sec. XV. Risulta evidente, a tal proposito, il rapporto con la Ruota della Fortuna, attribuita al Dürer, che troviamo nell’opera Das Narrenschiff (La Nave dei Folli) di Sebastian Brant (Basilea, 1494) governata dalla mano divina e composta da sole figure asinine (figura 8).
Questi i versi ad essa riferiti: «Chi sulla ruota di Fortuna siede, / Attento stia che non manchi il piede / E non abbia dei matti la mercede./ Matto é chi troppo in alto vuol salire, / Pel mondo intero spregio ad esibire, / E vuol montare ad ulteriore quota / Senza pensar di Fortuna alla ruota. / Chi troppo in alto sal cade sovente / Precipitevolissimevolmente. / Nessuno sale tanto, tra gli umani, / Che possa essere certo del domani. / E aver sol di fortuna vita carca - Che mai arresta di Cloto la Parca / La ruota - e preservare oro e potenza / Di morte dall'implacabile sentenza. / Inquieto giace chi ha testa coronata: / Dal potere la vita fu falciata / A molti. Mai non dura la potenza / Che sia sorretta sol dalla violenza. / Ove manchi del popolo il favore, / Poche le gioie, ma molto il dolore. / Assai dovrà temere chi ha voluto, / Oltre che governare, esser temuto./ Ché la paura è un malo servitore, / Che non difende a lungo il suo signore. / Chi detenga il potere dunque impari / Di Dio i comandi ad aver sempre cari. / Chi la giustizia tenga in pugno salda, / Avrà un poter che dura e non si sfalda; / Quando muore un monarca beneamato, / Dai suoi sudditi a lungo è lacrimato. / Guai al sovrano, dopo il cui decesso / Si dica: "Grazie a Dio, sotterra è messo!" / Chi la sua pietra in alto genera, / Mal gli fora se in testa gli cadrà, / E chi vuol tutto a Fortuna affidare, / In ogni istante a terra può cascare» (Dell’Instabilità della Fortuna, Paragrafo 37).
In questi versi, come nei successivi, risulta evidente l’influsso del pensiero scolastico che illustrava e difendeva le verità di fede attraverso l'uso della ragione. Infatti la dedizione completa a Dio non era prerogativa dei folli, cioè di coloro ritenuti incapaci di ragionare sui misteri della fede. La stessa immagine della Ruota di Fortuna venne utilizzata dal Brant per illustrare il 56° paragrafo dal titolo Della fine degli Imperi: “Nabucodonosor, il grande re, / Fortuna tale ebbe in sorte che poté / Arpacsàde travolgere e finire, / Il cui dominio era tale da coprire / La terra fino al confine del mare; / ma dopo volle come Dio regnare, / E in bestia si mutò, e fu gran portento; /……./ Pochi son morti, oggi, domani e ieri, / Tranquillamente sopra il proprio letto / Dei grandi che pur ebbero il diletto / Del potere, e finirono ammazzati. / Attenti dunque, sovrani coronati: / Legati siete di Sorte alla ruota! / E che la sposti Dio basta d’un iota, / Perché sia certa la vostra caduta. / Iddio servite, e sia da voi temuta / La Sua ira tremenda, che potrà / Accendersi a ogni istante, e crollerà / Il vostro impero, e travolti sarete. / D’Ission la ruota mai ferma vedrete, / Ché ad ogni soffio si muove di vento. / Beato chi al volere è di Dio attento! /…” .
Sulle figure asinine della Ruota si soffermò anche l’Ariosto che nella Satire (VII, 46-54) così si espresse in proposito: “Quella ruota dipinta mi sgomenta / ch’ogni mastro di carte a un modo finge: / tanta concordia non credo io che menta. / Quel che le siede in cima si dipinge / uno asinello: ognun lo enigma intende, / senza che chiami a interpretarlo Sfinge. / Vi si vede anco che ciascun che ascende / comincia a inasinir, le prime membre, / e resta umano quel che a dietro pende”.

Figure animalesche caratterizzeranno in seguito diverse carte della Ruota della Fortuna, come troviamo in alcuni tarocchi lombardi, piemontesi, francesi (figura 9 - Tarocco di Marsiglia Suzanne, 1840) etc, ma soprattutto in quelli esoterici di Etteilla, dove la presenza fra gli animali di una scimmia, la collega in forma stretta al concetto di “Vanitas”, così come si trova espressa nella carta del Sole del Tarocco Parigino di anonimo del sec. XVI (Si veda il saggio iconologico Il Sole).
Fra l’altro scimmie e asini erano accomunati dagli Antichi, come evidenzia Menandro con l'espressione “Un asino fra le scimmie” a significare “Un mascalzone fra i mascalzoni”. L’ulteriore presenza di un topo nella carta della Ruota di Etteilla esprime una valenza demoniaca in quanto essendo animale che vive nella putredine e nell’oscurità, come il demonio, viene accumunato a coloro che hanno imbrattato la propria anima vivendo nell’oscurità della propria inconsapevolezza (figura 10 - Grand’Etteilla I, sec XIX).

Copyright  2000 Andrea Vitali