Saggi di Andrea Vitali

Il Principe

L'ideatore del Ludus Triumphorum

 

Questo scritto di Andrea Vitali fa parte del capitolo “Trionfi, tarocchi e tarocchini a Bologna dal Quattrocento al Novecento” inserito nell’opera Il Tarocchino di Bologna. Storia, Iconografia, Divinazione dal XV al XX secolo (Edizioni Martina, Bologna, 2005)

IL PRINCIPE

Un famoso dipinto, fino a pochi anni fa conservato in Palazzo Felicini a Bologna e ora misteriosamente scomparso, ritrae in abiti seicenteschi il Principe Francesco Antelminelli Castracani Fibbia, discendente dal celebre condottiero Castruccio Castracani (figura 1). L' opera, di un artista sconosciuto del sec. XVII, ritrae il Principe in piedi, vicino ad un tavolo, con in mano alcune carte di tarocchino bolognese a figura intera (la prima, visibile, è la carta dell'Imperatore). Altre carte sono a terra (la Regina di Bastoni, la Regina di Denari e un'ulteriore irriconoscibile) mentre un' altra è raffigurata cadere dal tavolo (l'Otto di Denari).

 

Sotto il dipinto, sono riportate le seguenti parole : 


FRANCESCO ANTELMINELLI CASTRACANI FIBBIA, PRINCIPE DI PISA, MONTEGIORI, E PIETRA SANTA, E SIGNORE DI FUSECCHIO, FILIO DI GIOVANNI, NATO DA CASTRUCCIO DUCA DI LUCCA, PISTOIA, PISA &  FUGITO IN BOLOGNA DATOSI A' BENTIVOGLJ,  FU FATTO GENERALISSIMO DELLE ARME BOLOGNESE, ET IL PRIMO DI QUESTA FAMIGLIA CHE FU DETTO  IN BOLOGNA DALLE FIBBIE,  EBBE PER MOGLIE FRANCESCA, FILIA DI GIOVANNI BENTIVOGLJ.
INVENTORE DEL GIOCO DEL TAROCCHINO DI BOLOGNA: DALLI XVI RIFORMATORI DELLA CITTÀ EBBE PER PRIVILEGIO DI PORRE L'ARMA FIBBIA NELLA REGINA DI BASTONI  E QUELLA DELLA DI LUI MOGLIE NELLA REGINA DI DENARI. NATO L'ANNO 1360 MORTO L'ANNO 1419.

Queste informazioni contengono senz’ombra di dubbio diverse incongruenze ed errori ma, come vedremo, nello scritto si trova un’indicazione fondamentale dalla quale è possibile ipotizzare che fu proprio questo Principe ad inventare il gioco dei tarocchi o meglio, il Ludus Triumphorum. Innanzitutto la storia, attestata dai documenti che fino ad oggi sono stato in grado di reperire, ci dice che Francesco Antelminelli Castracani esistette realmente e che non fu parto della fantasia di colui che commissionò il quadro. Come abbiamo detto, la scritta riporta diversi errori e fra questi l’attribuzione della paternità di Francesco a Giovanni, un figlio di Castruccio Castracani. Giovanni Castracani Antelminelli fu in effetti figlio del condottiero come ci informano le diverse cronache che trattarono di quella nobile famiglia toscana. Un’informazione diretta ci è offerta dal testamento che il Castracani aveva fatto redigere un anno prima della sua morte e che fu integralmente riportato da Aldo Manucci nell’opera Le attioni di Castruccio Castracane degli Antelminelli Signori di Lucca con la genealogia della famiglia (1), dove troviamo inoltre interessanti notizie sugli ultimi momenti di vita del condottiero e sui suoi figli.

Vediamone alcuni passi: “…avendo fatto il suo testamento l’anno adietro del MCCCXXVII alli 20. di Dicembre, in Lucca…ma sentendosi mancare, & essere sopra fatto della gravezza del male; & avendo discorso con li suoi Segretarij, & dati molti ordini; fece chiamare à se la Duchessa sua moglie, M. Nicolo Castracani Antelminelli, Principal Vegli, Duccio Sandei, & F. Lazaro, Priore di Altopascio; & lasciolli nel testamento tutori, con Enrico, Valevano, Giovanni & Verde, suoi figliuoli; a’ quali con volto intrepido diede la benedizione paterna e l’ultimo bacio (p. 95).  Castruccio spirò il 23 settembre 1328 all’età “d’anni XLVII, mesi cinque, & giorni cinque” (p. 97). Giovanni morì ancora giovane nel 1343 e fu sepolto a Pisa, accanto alla madre, nella chiesa di S. Francesco (figura 2 - Lastra tombale di Giovanni Castracani / figura 3 - Stemma dei Castracani nella lastra tombale): “Nel medesimo tempio è sepolto Giovanni, figliuolo di Castruccio, che fu cavaliere, & homo di molto conto sulla guerra:  & si vede scolpito sopra, armato, e vestito con l’habito Cavalerescho, con le insegne della sua famiglia: & la iscrittione dice: Virtutis exemplum. momentaneo iuventutis flore clarescens, praematurae mortis in cursu praeventus, tegor hac in petra Ioannes, natus olim Illustris Domini Castruccij, Lucani Ducis, altissimae mentis, indelendae memoriae, libertatis patriae defensoris, hostibus semper invicti. Anno MCCCXLIII. Die XIJ.Maj”. (Esempio di virtù. Mentre acquistavo fama nell’effimero fiorire della giovinezza, prevenuto nel cammino da prematura morte, giaccio coperto da questa pietra, io Giovanni, figlio del già illustre signore Castruccio, duca di Lucca, di altissimo ingegno, di memoria indistruttibile, difensore della libertà della patria, mai vinto dai nemici. Anno 1343. Il 14 di maggio) (p. 107). Risulta evidente che in base all’informazione scritta sotto il quadro, il nostro Francesco non poté essere figlio di Giovanni, in quanto egli nacque dopo diciassette anni dalla morte di quest’ultimo.

Che Giovanni fosse, con gli altri suoi fratelli, principe oltre che di diverse città toscane anche di Pietra Santa e Monteggiori, è testimoniata da un Privilegio dell’Imperatore Lodovico il Bavaro che “Volendo poi finger alcuna dimostratione di benevolenza e, meschiarla alla grande ingratitudine, confermò alli 10. di Aprile alla Duchessa, moglie di Castruccio, le entrate, che gli aveva lasciate il marito; e diedegli libera podestà, & dominio sopra il castello di Monteggiori, & suo distretto come Patrimonio, con tutte le ville nel Contado, & terre sopra Pietrasanta; assegnando quattromila Fiorini d’oro l’anno sopra esse Vicaria, a lei & à figliuoli, & e loro discendenti. & alli 17. di dicembre fece due Privilegi à quella Signora, à Valerano, e Giovanni predetti, confermandoli Signori di Monteggiori, & loro successori, con la istessa entrata” (p. 105). Di questo Privilegio il Manucci riporta il testo integrale nella sua opera, assieme al testamento di Castruccio.

Chi fu allora questo Francesco raffigurato nel quadro? Come apprendiamo sempre dal Manucci, ma anche da altri documenti e da alberi genealogici della famiglia (figura 4), egli nacque da Orlando, figlio di Errico, primogenito di Castruccio Castracani. Dal Manucci veniamo a conoscenza che Enrico, fratello di Giovanni, ebbe un figlio di nome Orlando il quale ebbe quattro figli e cioè Castruccio, Enrico, Francesco e Rolando.

Un discendente dei Fibbia, Padre Flaminio Fibbia dell’Ordine Benedettino inviò il 12 marzo 1594 ad un suo cugino una lettera con la quale informava il parente riguardo un albero genealogico presente nella casa del “Signor Bernardino l’Antelminelli Gentiluomo dè Principali della Città” di Lucca che lui stesso aveva visto e di una copia in rame del quale era stato omaggiato. Scrive di seguito che questo Signore di Lucca giudicava che la famiglia in questione discendesse da un Francesco, figlio di Rolando a sua volta nato da Enrico, figlio del Principe Castruccio e a proposito dello stemma riferisce che “Ora io non dubito punto, che la Famiglia nostra Cada da questa degli Antelminelli per mezzo di Castruccio Castracane, et me ne da grande Argomento l’Arma, la quale è l’istessa che la nostra non alterata, già la nostra sa vostra Eccellenza è il cane da mezzo in su col colare in Campo azzurro, et le Fibbie in Campo bianco, et l'Arma antica vera delli Antelminelti usata da Castruccio Castracane e il mezzo Cane bianco col Colare in Campo Azzuro, Coperto dal mezzo in giù da un Campo bianco schietto, nel quale noi v’avemo poste le Fibbie Causa della variazione del Cognome; già l’Aquila vi è aggiunta da poco in qua. Egli hà biasimato, che vi si ponghi l’Aquila, et sebbene io v’hò detto, che questo fu un dono che Carlo Quinto fece alla nostra famiglia, mi rispose, che egli ancora l’hanno da imperatori in Dono … ma che la vera [Arma], è il Cane Bianco col Colar posto in Campo azzurro, et di sotto tutto il resto dello Scudo bianco, in che noi, come o detto, abbiamo posto le Fibbie”. Di seguito il benedettino elenca i nomi presenti nell’albero genealogico, iniziando con Castruccio Castracane, Principe di Lucca, che “ebbe Enrico, et di lui Orlando, dal quale nacque Francesco, che abitò in Bologna, et da questa derivò la Famiglia ora detta – de Fibbia – o – dalle Fibbie – siccome volgarmente parla la Città di Bologna, et gli Anali di detto, aggiungendovisi però nelle Scritture, alias de Castracani, questo Francesco ebbe due figliuoli, Perazzino ed Antonello” (2).

A proposito della presenza dell’Aquila nello stemma, questa derivò dal fatto che l’Imperatore Carlo V con una sua lettera-patente del 27 febbraio 1533 dichiarò "Dottore laureato e cavaliere Aurato delle Milizie Pontificie" Alessando Fibbia, un discendente del Nostro, e con un’altra lettera-patente del 1 ottobre 1533 gli concesse di apporre nell’Arma gentilizia un’aquila nera tenente in bocca una fibbia (3). Che Francesco fosse figlio di Orlando nato da Enrico, figlio di Castruccio, è testimoniato anche nelle opere dei maggiori storiografi della città di Bologna, come ritrovo nel Dolfi (4) e nel Montefani (5), i quali si rifanno entrambi all’Alidosi (Antiani Consoli di Bologna, lib. 5). Riporta questa discendenza anche un albero genealogico della famiglia come ho trovato presso l’Archivio di Stato in Bologna (6).

Sul fatto che il ramo discendente da Enrico si trasferisse a Bologna non ci sono dubbi, come prova anche un testamento del 5 novembre 1561, redatto da un Joannis Baptista Frassetti, dove un Francesco Fibbia, figlio di Vincenzo, scrive a proposito della sua nobile famiglia che questa derivò da Francesco “descendentis a stirpe Henrici primogeniti Castruccii de Castracanis, olim Lucae Principis, qui Henricus expulsus fuit Anno 1328, & in hac civitate Bononiae Domicilium elexit, et habitavit in Domo Magna, sub Capella Sancti Prosperi, quam Vincentius praedictus postea vendidit illis de Desideriis Anno 1475 …” (discendente dalla stirpe di Enrico, primogenito di Castruccio Castracani, già principe di Lucca. Il quale Enrico fu scacciato nell’anno 1328 ed elesse la sua dimora in questa città di Bologna e abitò in una grande casa nella parrocchia di San Prospero, che il predetto Vincenzo poi vendette a quelli dei Desideri nell’anno 1475). Questo testamento fu stampato dal manoscritto originale dalla ex Tip. Longhi di Bologna nel 1764 (7).

Abbiamo pertanto potuto appurare che il Francesco Fibbia del dipinto è realmente vissuto, che fu Principe di Pietrasanta e Monteggiori grazie al Privilegio che Lodovico il Bavaro trasmise ai discendenti dei figli di Castruccio e che visse a Bologna in seguito al trasferimento in questa città della sua famiglia. Evidentemente non sposò mai Francesca, figlia di Giovanni II Bentivoglio, in quanto questa sposò nel 1482, quindi in epoca più tarda e proprio a Bologna, Galeotto Manfredi, Signore di Faenza. Un matrimonio che non durò molto poiché nel 1488 il marito cadde pugnalato da sicari su mandato della stessa moglie, la quale si sposò successivamente con il Conte Guido Torelli, già protonotario apostolico. Non ci sono pervenute fonti che attestano la presenza di un’altra Francesca, sia che fosse stata figlia di Giovanni I o appartenente ad un ramo secondario della Famiglia Bentivoglio, di cui non si sappiano con certezza le vicende matrimoniali, ma ad ogni modo i Fibbia furono strettamente legati ai Signori di Bologna, in quanto molti di essi ricoprirono ruoli di comando nell’esercito di quella famiglia, come ho trovato in tutti i documenti sopra citati. Ricordo, a questo proposito, un Biagio detto il Bolognino il quale nel 1420 andò con i Bentivogli a prendere possesso di Castel Bolognese e che l’albero genealogico Discendenza di Guarniero I. Progenitore della Nobilissima Famiglia Antelminelli descrive con le stesse parole presenti nel quadro “Biagio detto Bolognino Principe di Monteggiori e Pietrasanta Fugito in Bologna datosi a Bentivogli fu Generale Capitano. dell’Armi in Bologna. E creato Cavagliere fu de’ Signori”. Stesse parole che troviamo ad illustrare anche il Nostro “Francesco Antelminelli Castracani Signore di Fusechio Conte Palatino, fugito in Bologna, e fatto Nobile Cittadino fu detto dalle Fibbie”. La sua morte è datata in questo documento al 1399 (8).

Sappiamo che gli stemmi dei Fibbia e dei Bentivoglio erano impressi, come afferma lo scritto nel quadro, nelle carte seicentesche della Regina di Bastoni e della Regina di Denari: ne è un esempio il  Tarocco alla Torre, di epoca seicentesca, dove lo stemma Fibbia appare proprio sulla Regina di Bastoni (la Regina di Denari manca dal mazzo). Questi stemmi appaiono anche nelle medesime carte di diversi mazzi del secolo XVIII come in quelli delle fabbriche con insegna Al Mondo (figura 5 - figura 6) (9) e Alla Colomba (figura 7) (10).

La facoltà di inserire stemmi di qualsiasi natura, compresi quelli nobiliari, nei mazzi antichi di carte non era soggetta a particolari autorizzazioni, cosicché qualsiasi stampatore poteva farlo. Occorre a questo punto domandarsi perché fossero stati inseriti proprio quelli della Famiglia Fibbia e dei Bentivoglio, se non in base ad una tradizione che vedeva nei Fibbia e nella loro famiglia alleata l’origine di queste carte. Chi commissionò il quadro non conosceva certamente bene l’esatta genealogia della famiglia e le diverse storie personali dei suoi antenati, ma oggi siamo in grado di giudicare come fondata sulla realtà storica buona parte di quanto scritto sul dipinto e, soprattutto, l’esistenza di Francesco Fibbia. Il che ci induce a pensare che potrebbe essere stato proprio quel Francesco del quadro ad inventare i tarocchi o meglio il gioco dei Trionfi.

Ed è proprio da una attenta valutazione di quanto risulta scritto nel quadro che ritengo fondata questa ipotesi. Innanzitutto chi lo commissionò non conosceva l’epoca precisa di quando i tarocchi fossero stati inventati come non lo sapevano gli uomini che ne trattarono sia nel Cinquecento sia nei secoli successivi. Nel quadro è scritto che Francesco Fibbia fu l’inventore dei Tarocchini, quando noi sappiamo che questi rappresentano una variante cinquecentesca del gioco dei tarocchi, già esistenti a Bologna fin dal sec. XV con il nome di Trionfi. Ciò significa che l’autore delle scritte, additando un personaggio vissuto a cavallo fra il Trecento e il Quattrocento quale inventore dei tarocchini, non conosceva quando questi ultimi fossero stati creati, ritenendoli la forma originaria e non una successiva variante. Il fatto che i Bolognesi avessero dimenticato il termine tarocchi e il suo gioco composto da 78 carte, non deve stupire. A questo proposito scrive Michael Dummett: "Anche se ancora esistenti nel 1588, la vecchia forma e il mazzo completo erano stati completamente dimenticati alla metà del XVII secolo, benché persistesse il nome di Tarocchino" (11). 

 

Le date indicate nel quadro risultano essere molto vicine a quelle ipotizzate per la nascita del gioco dei Trionfi, e questo non può che sorprendere. Poiché i documenti più antichi conosciuti riguardanti il gioco dei Trionfi risalgono al 1440 (Firenze) e 1442 (Corte Estense), per congettura storica riguardante la pratica d'uso si deve far risalire la loro creazione ad un periodo  precedente non inferiore ai venti/venticinque anni, epoca che corrisponde alla presenza del Principe a Bologna. 

 

Tale congettura in riferimento alla pratica d’uso è comunemente avvalorata dagli storici del Medioevo. Un solo esempio sarà sufficiente: dalla prof. Chiara Frugoni veniamo informati che gli occhiali furono ideati intorno all’anno 1285 per il fatto che il domenicano Giordano da Pisa in una sua predica del 1305 tenuta a Firenze in Santa Maria Novella, li cita come risalenti a circa venti anni prima: “Non è ancora venti anni che si trovò l’arte di fare gli occhiali, che fanno vedere bene; ch’è una de le migliori arti e de le più necessarie che ‘l mondo abbia, e è così poco che ssi trovò: arte novella, che mmai non fu. E disse il lettore: io vidi colui che prima la trovò e fece, e favellaigli” (12). Quindi non solo il buon domenicano comunicò in occasione della predica che gli occhiali, ancora sconosciuti a Firenze, erano stati inventati circa venti anni prima, ma asserì anche che la loro creazione era avvenuta da pochissimo tempo. Un’affermazione che suggerisce che per gli uomini di quell’epoca venti anni dovevano essere considerati un periodo di tempo breve, e che si trattava quindi di un’invenzione recente.

 

Poiché ignoravamo se il domenicano fosse stato il primo a commentare quell’invenzione, si rendeva necessaria da parte nostra un’indagine per verificare se altrove fossero già presenti tracce credibili dell’esistenza degli occhiali nei 15-20 anni precedenti alla sua relazione. Abbiamo potuto pertanto appurare l’esistenza a Venezia di due documenti in tal senso, risalenti al 1300 e al 1301. Mentre la regolazione 1301 è la prima a parlare espressamente di lenti in vetro, quella del 1300 descrive lenti in cristallo da porre vicino agli occhi vietando la produzione di prodotti contraffatti con vetro trasparente. Poiché questo ultimo regolamento attesta di essere una copia di un regolamento corporativo risalente al 1284, data che risulta in sintonia con la datazione del nostro dominicano, i due documenti costituiscono una duplice prova riguardante la pratica d’uso con 15-20 anni di ritardo rispetto all’ideazione (13).

 

Risulta pertanto ovvio, dato che i primi documenti sui Trionfi appartengono ai primi anni del Quattrocento, ricercarne la loro creazione 20/25 e più anni addietro. 

 

Occorre infatti considerare il tempo necessario affinché questo gioco acquisisse una tale popolarità da divenire oggetto di realizzazione artistica miniata presso le corti. Fra gli altri, su questo aspetto sono concordi con lo scrivente il Prof. Rolando Dondarini, docente di storia medievale all’ Università di Bologna e il Prof. Paolo Aldo Rossi, storico dei tarocchi e docente di storia del pensiero scientifico all'Università di Genova. Inoltre il loro contenuto deve essere messo  in relazione con i contesti culturali del tempo, un contenuto che, nello specifico, viene fatto risalire dal prof. Franco Cardini alla fine del Trecento o inizi Quattrocento. Nella medesima epoca in cui apparvero i primi trionfi miniati (1442), carte simili ma di fattura popolare erano d'altronde già utilizzate a Bologna dalla gente comune, testimoniando una pratica presente da tempo nella città (14). Sulla data ipotetica di nascita del gioco così scrivono, fra l'altro, R. Decker, T. Depaulis e M. Dummett nel volume A wicked pack of cards. The origin of the Occult Tarot: "A lower bound for the date of the invention is harder to determine. It probably occurred around 1425; the earliest date with any claim to be plausible would be 1410" (15). In pratica essi suppongono che l'ideazione del gioco fosse avvenuta intorno al 1425, ponendo come limite massimo il 1410. 

 

Se l’autore delle scritte nel quadro avesse menzionato l'esistenza del Principe in date più tarde o precedenti di diversi decenni rispetto a quella che noi conosciamo come realistica della nascita dei Trionfi - il periodo fra il 1410 e il 1440 - avremmo subito compreso che si sarebbe trattato di un tipo di operazione concepita per mettere in forte evidenza il ruolo di questa Famiglia, dato che le carte dei tarocchi erano a Bologna alquanto amate e utilizzate a tutti i livelli sociali.

È stato per un puro caso che l’autore delle scritte abbia indicato date così vicine alla realtà, un “azzeccarci” inconsapevole, volendo promuovere l’immagine della propria famiglia o forse è più plausibile che egli sia venuto in possesso di un documento antico che ha riportato, consapevole che ciò avrebbe arrecato anche prestigio alla famiglia?

Personalmente ritengo assai più realistica questa seconda ipotesi, anche perché parlare di una coincidenza sarebbe davvero improponibile. Per di più Francesco Fibbia visse in un periodo storico che vide l’inizio della costruzione della Basilica di San Petronio (1390) e la costruzione della Cappella Bolognini (1400-1420) in cui esiste quell'immagine dell’Appeso che fu adottata dai Trionfi proprio in quegli anni per rappresentare la figura del Traditore. Inoltre la Cappella in questione venne intitolata anche ai Magi, i quali da sempre sono raffigurati nella carta della Stella del Tarocco bolognese, assieme a quel diavolo gastrocefalo, troneggiante al centro dell’Inferno, che ritroviamo nell’iconografia degli antichi tarocchi bolognesi. 

 

Per un'ulteriore analisi riguardante il Principe Fibbia e la nostra ipotesi sui primi Trionfi da lui ideati, si legga l'Addenda inserita nel saggio L'Ordine dei Trionfi.  

Note

1
-  L’opera venne stampata a Roma nel 1590.
2 - Adolfo Cavazza, Notizie intorno alle Famiglie Fibbia, Fabri, D’Arco, Fava e Pallavicini, Bologna, 1901, pp. 7-8.
3 - Adolfo Cavazza, op. cit., p. 11.
4 - Scipione Pompeo Dolfi, Cronologia delle Famiglie Nobili di Bologna, 1670, p. 320.
5 - Lodovico Montefani, Famiglie Bolognesi, Bologna, Biblioteca Universitaria, ms. n. 34, c. 33.
6 - Bologna, Archivio di Stato, Fondo Archivistico Fibbia-Fabbri, Alberi di Famiglia, Busta 1.
7 - Bologna, Biblioteca dell’Archiginnasio, 17 Biografie storiche - Testamenti, Cap. I, n. 12.
8 - Bologna, Biblioteca Archiginnasio, coll.32.E.10.
9 - Collezione Giuliano Crippa, Milano.
10 - Bologna, Biblioteca dell’Archiginnasio, Carte da Gioco, 16.Q.V.23
11 -  Michael Dummett,  Il Mondo e l'Angelo, Napoli, 1993, p. 224.

12 - Chiara Frugoni, Medioevo sul naso. Occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali, Roma, Laterza, 2001, Cap. I p. 3. Cfr: Giordano da Pisa, Quaresimale fiorentino 1305-1306, edizione critica a cura di C. Delcorno, Sansoni, Firenze, 1974, Predica XV ( 23 febbraio 1305), p. 75.

13 - Vincent Ilardi, Renaissance Vision from Spectacles to Telescopes, Philadelphia 2007, pp. 8-9, online al link http://books.google.com/books?id=peIL7hVQUmwC&printsec=frontcover&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

14 -  Si veda al riguardo il saggio Bologna e l'invenzione dei Trionfi

15Londra, Duckworth, 1996, p.27.

 

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