Sola Busca Tarot

The Tarot masterpiece of Italian Renaissance

 
Modrone

Andrea Vitali
SOLA BUSCA TAROT

The Tarot masterpiece of Italian Renaissance

 

Volume pubblicato unitamente alla riproduzione del Mazzo Sola Busca nella Collana Museum Quality dalla Casa Editrice Lo Scarabeo, Torino, 2019 (www.loscarabeo.com) su licenza dell'Accademia di Brera (A occhi Aperti)

 

Copertina in brossura editoriale

Misure: cm. 18,5 x 12
pp. 127 

 

Il saggio di Andrea Vitali è presentato nel volume nelle seguenti sei lingue:

 

Inglese

Italiano

Spagnolo

Francese

Portoghese

Russo

 

I Tarocchi Sola Busca rappresentano in assoluto il primo mazzo conosciuto di tarocchi composto da 22 Trionfi e 56 carte fra numerali e di corte. All’ipotesi di una sua iconografia di derivazione alchemica sono state aggiunte altre suggestive interpretazioni che rendono questo mazzo uno dei più misteriosi e affascinanti documenti di vita nobiliare del Rinascimento.

 

Riassunto di quanto esposto nel volume

 

Questo prezioso mazzo di Tarocchi di proprietà della famiglia milanese Sola Busca venne acquistato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali dello Stato Italiano nel 2009 e assegnato alla Pinacoteca di Brera. Si tratta di 78 carte, intagliate in rame, dalle misure mm.144 x 78, miniate in stile antico. Attualmente si conoscono altri esemplari non completi sparsi in diversi musei europei.

 

La presenza di carte appartenenti allo stesso mazzo ma non colorate ha suggerito che il nostro sia stato successivamente rimaneggiato da un artista veneziano con l’aggiunta di diverse iscrizioni.Si tratta di un insieme il cui numero delle carte, divise per Trionfi, numerali e di corte, rispecchia la struttura standard oggi conosciuta, cioè 22 Tronfi (Arcani Maggiori) e 56 Arcani Minori. L’anno del loro intervento pittorico può essere evinta dalla scritta permesso del Senato Veneto nel l'anno ab urbe condita MLXX [1070] che appare nel Trionfo XIII, denominato ‘Bocho’, che dovrebbe corrispondere al 1491, dato che l’Era Veneta ab urbe condita è da farsi iniziare dall' anno 421 dell'Era volgare.

 

Il nome individuato dagli accademici di Brera come colui che realizzò il mazzo sarebbe il marchigiano Nicola di Maestro Antonio di squarcionesca - padovana formazione, documentato dal 1465 fino al 1511, mentre l’ideazione del progetto si dovrebbe probabilmente attribuire a Lodovico Lazzarelli, un umanista nato nel 1447 a San Severino Marche. Inoltre in base all’iscrizione M.S., aggiunta sugli Assi e su altre carte, gli stessi accademici ritengono che il possibile commissionante il lavoro aggiuntivo possa probabilmente essere il letterato veneziano Marin Sanudo il Giovane (1466-1536).

 

Una grande differenza distingue i Trionfi di questo mazzo dalle figure canoniche, in quanto, oltre al Matto, raffigurato secondo un’iconografia tendenzialmente comune al tempo, i restanti Trionfi presentano famosi personaggi dell’antichità romana e biblica (assieme ad altri di non facile identificazione) assecondando un gusto retrò come si può evincere dai cicli trecenteschi riguardanti gli ‘Uomini famosi’, quali exempla da imitare. Fra gli antichi romani troviamo Mario, probabilmente Caio Mario, Trionfo IIII; Deo Tavro, cioè Deiotaro, VII; Nerone, VIII; Catone, Catone l'Uticense, XIII, e Bocho, con ogni probabilità Bocco, XIIII. Fra i personaggi storici descritti nella Bibbia si riconoscono Nembroto ovvero Nenbroto, XX e Nabvchodenasor cioè Nabucodonosor, XXl, mentre per altri, secondo gli storici dell’arte dell’Accademia di Brera dove nel 2013 è stata allestita una mostra su questo mazzo, si naviga nell’incertezza dell’identificazione.

 

Per quanto attiene alle carte di corte il ruolo del Re di spade è assegnato ad Alessandro Magno, mentre ritroviamo in altre diversi personaggi famosi, come il R. [Rex] Filippo, il padre di Alessandro, nella omonima carta di denari. Le carte di corte si basano su una storia d'amore medievale che disegnava paralleli tra personaggi della guerra di Troia con altrettanti della vita di Alessandro Magno. Per gli accademici di Brera le carte numerali testimoniano un’iconografia basata, in parte, sulla descrizione di un procedimento alchemico.

 

Portando come esempio di tale attribuzione il tre di spade, per Laura Gnaccolini, curatrice della mostra su questo mazzo presentata all’Accademia di Brera nel 2013, il cuore che la connota si porrebbe come simbolo del fuoco, carattere vitale del procedimento alchemico, mentre le tre spade conficcate in quell’organo esprimerebbero l’oro, l’argento e il mercurio, metalli fondamentali di tale processo.

 

Diverse autorità discordano tuttavia, a mio avviso con ragione, da quanto ipotizzato da Laura Gnaccolini e da Sofia di Vincenzo, a cui la studiosa in qualche momento fa riferimento. Per il Prof. Michael S. Howard, già docente di filosofia presso la State University di New York ad Albany, la visione alchemica della Gnaccolini oscura altri modi con cui probabilmente le carte potrebbero essere interpretate. Il numero tre era infatti più comunemente associato alla Santissima Trinità. Egli osserva che non appare alcuna fiamma o altro nelle illustrazioni alchemiche per indicare che le tre spade così posizionate possano assumere tale significato. Al contrario, l'immagine di raggi che trafiggono il cuore del credente è alquanto usuale nell'arte italiana tra la fine del XIV e la metà del XV secolo. Punto di riferimento fu un passaggio delle Confessioni di S. Agostino, Libro IX: "Tu hai trafitto i nostri cuori con le frecce del tuo amore" (Saggitaveras tu cor nostrum caritate). Alcuni pittori raffigurarono Agostino che mostrava il suo cuore trafitto da tre raggi emanati da una visione della crocifissione. Per cui sembra maggiormente probabile che la carta debba farsi riferire a quella tradizione.

 

Per il matematico e storico dei tarocchi Mauro Chiappini le diverse scritte presenti su alcune carte possono essere correttamente interpretate se anagrammate. Ebbene, compiendo ad esempio l’anagramma dei nomi presenti sulle figure del seme di coppe, si ottiene la scritta “L’ocio lucica pianto a l’insano bere”, frase che si manifesta come un consiglio a usare nel bere la stessa moderazione che si dovrà adottare in tutte le faccende della vita, atteggiamento da assumere quale sentenza morale relativa a quel seme. Applicando lo stesso procedimento per le spade, i bastoni e i denari, Chiappini ha ottenuto frasi coerenti, rispondenti sempre a valori morali. Fondamentale per comprendere un diverso autore del mazzo rispetto a quanto attestato dai curatori di Brera, sono le scritte che si trovano sull’Asso di denari: Servir chi persevera infin otiene, e Trahor Fatis (Trascinatore del Destino). Anagrammandole si ottiene: “Ho trist’a far per servire Rino Fieschi Venetian”. Si tratta di Rino (diminutivo di Ettore) Fieschi, della nobile famiglia Fieschi di Genova. Per determinarne inoltre la probabile data di esecuzione occorre analizzare la fatidica iscrizione che appare sullo scudo di Bocho (XIV): Anno ab Urbe codita MLXX. Anagrammando la frase in questione si otterrà: “XX Abbiam de l’anno Turco”. L’anno turco cui si fa riferimento è quello celebre della battaglia di Lepanto, il 1571, quando il 7 ottobre la Lega Santa composta da Genovesi, Veneziani e Spagnoli, sconfisse a Lepanto l’armata turca.

 

Da quanto riportato da questi ulteriori storici, risulta evidente un atteggiamento completamente diverso da quanto propugnato dagli accademici di Brera.