Saggi di Andrea Vitali

Il Giudizio

 
Nel noto Sermones de Ludo del sec. XVI la carta che segue nell’ordine trionfale quella del Giudizio, chiamata Angelo, è la “Iusticia” Infatti è attraverso la Giustizia, cioè la giusta valutazione delle azioni degli uomini, che l’Arcangelo Michele separerà gli eletti dai dannati.
Nei documenti del Cinquecento questo trionfo viene chiamato indifferentemente Angelo, Angiolo, Agnolo, termini a cui l’Aretino, nelle Carte Parlanti del 1543, aggiunge “le Trombe”. Infatti, come descritto nel passo evangelico di Matteo (24, 30-31), è con tale strumento che viene annunciato la venuta del Figlio dell’uomo che preannuncerà il Giudizio finale: “Allora nel cielo apparirà il segno del Figlio dell’uomo e tutte le tribù della terra si percuoteranno il petto e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo, con grande potenza e gloria. Manderà, egli, i suoi angeli, che con potente squillo di tromba, raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un’estremità all’altra dei cieli”.
Nelle Minchiate di Firenze (figura 1 - Minchiata Poverone, Firenze, sec. XVIII) la locuzione latina che ritroviamo in Virgilio (Eneide, III, 121) Fama Volat e che connota la carta esprime che la fama (notizia) di questo evento sarà repentinamente udita e vissuta da tutti i popoli.
Praticamente in quasi tutte le civiltà il suono della tromba, forte e potente, veniva utilizzato in occasione di cerimonie sacre, ma anche profane e militari, in quanto considerato in grado di associare il cielo e la terra in una comune celebrazione.
L’angelo del Giudizio è Michele, capo degli Arcangeli, considerato il più insigne e imperscrutabile. Il suo nome - ebraico - Michele significa “Chi è come Dio?”, quasi una sfida lanciata a Lucifero. La tradizione cattolica cristiana gli riservava una celebre preghiera che nella sua versio brevis così recitava: “Sancte Michael Archangele, defende nos in proelio; ut non pereamus in tremendo iudicio” (San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia; affinché non periamo nel tremendo giudizio).
Michele pesa le azioni degli uomini in occasione del Giudizio Universale con la bilancia, strumento che tuttavia non compare nelle lame dei tarocchi, poiché attributo della Giustizia che segue immediatamente quella del Giudizio.
L’idea secondo la quale le azioni buone e malvagie di un defunto siano accertate con la bilancia esiste fin dal III-II secolo a. C. in Egitto. In occasione di un giudizio riguardante un morto, il dio di questi, Anubis, dalla testa di sciacallo, soppesa il cuore del trapassato con la Maat (la Giustizia) simboleggiata da una penna.
Nell’Antico Testamento la pesa con la bilancia appare in diverse situazioni fra cui celebre è quella riguardante il profeta Daniele: durante un banchetto notturno di Baldassar (Dn 5) su una parete appare la spaventevole parola Tekel che secondo il profeta significa: “Tu sei stato pesato sulle bilance e sei stato trovato mancante”.
La concezione della pesatura delle anime dopo la morte appare in ambito cristiano per la prima volta in uno scritto ebraico-cristiano del II secolo, nel cosiddetto Testamento di Abramo. Durante il suo viaggio nell’aldilà, egli vede un angelo che regge una bilancia, con la quale sono pesate le opere buone e quelle cattive secondo la giustizia divina. Da quel momento la pesatura delle anime diverrà una costante nel repertorio descrittivo passando a quello figurativo dal XII secolo ed è Michele l’angelo chiamato a svolgere tale funzione occupando la posizione centrale, a volte sotto il Giudice del mondo, con indosso l’armatura e con in mano la bilancia e la spada (figura 2 - Hans Memlinc, Il Giudizio finale, Pomorskie Museum, Danzica).
L’iconografia usuale del Giudizio nell’arte religiosa mostra, oltre a quanto sopra descritto, i morti che escono nudi dagli avelli. La nudità significa che le loro azioni saranno pesate senza che altri elementi intervengano a favorirne o sfavorirne la valutazione: per sovrani, papi, nobili, cardinali, ricchi o poveri, non sarà l’abito e lo stato sociale che farà pendere la bilancia della Giustizia Divina da una parte o dall’altra, ma solo le azioni commesse. Solitamente le rappresentazioni del Giudizio risultano più complesse di quelle che troviamo nei tarocchi, ovviamente per lo scarso spazio disponibile nelle carte.
Altri elementi compositivi sono infatti rappresentati dall’ascesa in cielo dei beati e dalla discesa agli inferi dei dannati, per cui è possibile a volte trovare abbinata la scena del Giudizio finale con quella della visione dell’Inferno, come raffigurato dall’Orcagna nel Camposanto di Pisa (figura 3 - Carlo Lasinio, 1759-1838, Il Giudizio Universale e l’Inferno, acquaforte dall’affresco del Camposanto di Pisa).
Nei Tarocchi Visconti di Modrone, la parte superiore della carta presenta due angeli con le trombe mentre nella parte sottostante i morti si alzano dalle tombe (figura 4). La scritta surgite ad iudicium, posta subito al di sopra delle ali degli angeli, indica quanto sta per avvenire.
La presenza di due angeli è usuale anche nell’arte pittorica, come ad esempio troviamo nell’affresco La Resurrezione della carne di Luca Signorelli realizzato nel 1499 (figura 5 - Cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto).
Nella carta una costruzione turrita con un campanile esprime la potenza-fortezza della Chiesa Mistica a cui l’uomo deve rivolgersi per non incorrere nel peccato poiché il giorno del Giudizio avverrà per tutti e di tutti la potenza divina valuterà le azioni. La realizzazione pittorica della struttura stessa con la parte superiore del campanile posta nella parte alta della carta, cioè nel cielo e la parte fortilizia ben radicata sulla terra, denota la funzione della Chiesa di intermediazione o ponte fra Dio e gli uomini. La presenza a volte dell’ecclesia o della sinagoga o di entrambe quali motivi complementari si riscontrano nelle visioni del Giudizio fin dal sec. IX. Centralmente, nella parte inferiore della carta, un uomo a metà busto entrante nella terra o uscente da essa rappresenta l’articolo di fede riguardante il concetto della Discesa al Limbo di Cristo, immagine ricorrente in particolar modo nelle raffigurazioni iconografiche orientali (Bisanzio) del Giudizio assieme all’Etimasia, cioè il trono vuoto di Gesù preparato dal giorno dell’Ascensione su cui sono posti la croce e il libro.
Il personaggio può essere identificato infatti sia con il Cristo stesso nell’atto di scendere al Limbo oppure con uno dei personaggi che dal Limbo risorgono. Anche se non menzionato esplicitamente nelle Sacre Scritture la discesa al Limbo di Cristo dopo la morte ebbe un notevole fascino sulla Chiesa primitiva divenendo articolo di fede nel IV secolo (figura 6 - Andrea Mantegna, Discesa al Limbo, tavola, 1492). Si riteneva infatti che le anime dei giusti che laggiù dimoravano in attesa della redenzione, essendo vissuti e morti prima della rivelazione, dovevano assurgere anch’essi nel giorno del Giudizio.
L’episodio appare per la prima volta narrato nel Vangelo apocrifo di Nicodemo (V secolo) dove si legge: "Le porte di bronzo furono infrante… e tutti i morti che erano legati furono liberati dalle loro catene… e il re della gloria entrò”.
Le dissertazioni teologiche intraprese attorno a tale argomento furono diverse e di grande rilevanza vertendo sulla natura del Cristo al momento della sua discesa e cioè se sotto forma di spirito (prima della resurrezione) oppure in forma fisica (dopo la resurrezione) come raffigurata nella carta oggetto di questa disamina se si identifica l’uomo dipinto a metà busto con il Cristo.
La diffusione della discesa al Limbo in Occidente avvenne tramite lo Speculum Humanae Salvationis di Vincenzo di Beauvais e la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.
Dante colloca il Limbo nel Primo Cerchio dell’Inferno. Il Limbo infatti era stato identificato dai primi Padri della Chiesa in una regione posta ai margini dell’Inferno, cioè al suo orlo, parola che in latino si esprime con il termine Limbus.
La concomitante rappresentazione del Giudizio nella sua raffigurazione classica e della discesa dal Limbo non è inusuale nell’arte cristiana medievale: la si trova ad esempio in un mosaico (figura 7) sulla controfacciata del Duomo di Torcello (sec. XII) dove al Giudizio Universale è sovrapposta una gigantesca Anastasi (Discesa al Limbo) (figura 8 / figura 9 - particolare).
Nei Tarocchi Visconti di New York ricorre la presenza di due angeli musicanti e dei morti chiamati a risvegliarsi posti all’interno di una vasca-sarcofago (figura 10). L’intera scena è sovrastata da Dio Padre che tiene in mano una spada: essa è collegata al racconto dell’Apocalisse (19,17), in cui Cristo sovrano è raffigurato con una spada che gli esce dall’orecchio destro (da quello sinistro un giglio) secondo le parole “dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti” (A tal proposito si legga il saggio iconologico Il Mondo).
La spada diviene nelle mani di Dio attuazione del messaggio del Cristo “Chi di spada ferirà di spada morirà” (Matteo 56,62) a significare che la collera divina sarà tremenda, perché “Con la stessa misura con cui voi misurerete, a voi sarà misurato” (Matteo 7, 12).
La raffigurazione del Giudizio che si riscontra nei Tarocchi di Carlo VI, con due angeli che suonano la tromba e con i morti che escono dalle loro tombe (figura 11) diverrà una costante con la presenza di un solo Angelo in tutta la produzione successiva riguardante tale trionfo (figura 12 - Tarocco Vieville, sec. XVII / figura 13 - Tarocco Parigino di anonimo, inizi sec. XVII).
Nel Tarocco Vieville, come negli angeli dell’affresco del Signorelli e come apparirà anche in altri mazzi di questo trionfo, alla tromba è appeso il vessillo del Cristo risorto a significare che quello “è il giorno del Signore” (figura 14 - Luca Signorelli, Compianto sul Cristo Morto, particolare. Olio su tavola, Museo Diocesano, Cortona) 
Resta da menzionare che nel Tarocchino Bolognese la carta del Giudizio, chiamata l’Angelo, risulta la più alta nell’ordine dei trionfi (figura 15 - Tarocchino Al Leone , 1770).

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