Saggi Storici di Andrea Vitali

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La Forza

 

Copyright  Andrea Vitali  - © Tutti i diritti riservati 1997 e 2018

 

“Le virtù umane hanno il compito di rendere conformi alla ragione l'uomo e i suoi atti. Ora, ciò può avvenire in tre modi. Primo, rettificando la ragione stessa: il che si ottiene mediante le virtù intellettuali. Secondo, portando la rettitudine della ragione nei rapporti umani: e ciò si ottiene mediante la giustizia. Terzo, togliendo gli ostacoli all'attuazione di tale rettitudine. Ora, la volontà umana trova due ostacoli nel seguire la rettitudine della ragione. Primo, per il fatto che essa viene attratta da cose dilettevoli a compiere atti diversi da quelli richiesti dalla rettitudine della ragione: e tale ostacolo viene rimosso dalla virtù della temperanza. Secondo, per il fatto che la volontà si allontana da quanto è conforme alla ragione per qualcosa di difficile che incombe. E per togliere questo ostacolo si richiede la fortezza dell'animo, in modo che si possa resistere a tali difficoltà: come si richiede la forza, ossia il vigore del corpo, per superare e respingere il male fisico. È quindi evidente che la fortezza è una virtù, in quanto rende l'agire dell'uomo conforme alla ragione" (1).

 

Due sono essenzialmente i significati della Fortezza, di cui il primo da intendersi in senso più allargato e il secondo più ristretto. Nel primo, per Fortezza occorre intendere la costanza che si incontra nel praticare ogni virtù, necessaria per superare le avversità della vita quotidiana. In questo senso la Fortezza non può essere considerata virtù cardinale, in quanto si tratta di una virtù che appartiene a ogni altra, dove è ben chiaro un atteggiamento razionale. Poiché nell’esercitare ogni qualsivoglia virtù si incontrano delle difficoltà, quando l’uomo resta ben saldo contro le difficoltà ordinarie non abbandonando nel contempo il retto cammino, in ciò non si affida a una virtù speciale, in quanto è azione comune a tutte le virtù, come insegna AristotileAd virtutem requiritur firmiter, et immobiliter operari” (Per esercitare la virtù è richiesta fermezza e immobilità [costanza] nell’operare) (2).

 

In senso più rigoroso - e in questo caso la Fortezza deve intendersi come la virtù che San Tommaso pone al terzo posto, dopo la giustizia e prima della temperanza – entrando quindi nel coro delle virtù cardinali, essa viene esercitata allorché l’uomo, nell’affrontare eventi grandemente difficili da tollerare, come ad esempio i mali terribili, rimane fermo e costante nel riceverli oppure li rigetta allorché risulta necessario allontanarli: “In due modi si superano gli impedimenti, che s' attraversano all' esercizio delle virtù, o con soffrire, o con rigettare. Si soffrono le difficoltà, che ci fanno ostacolo: si rigettano gli assalti de' nostri nemici Carne, Demonio, e Mondo, che ci fan guerra; E quella fermezza, e costanza d'animo, che richiedesi per sopportare, e per ripulsare tali arduità, è la virtù Cardinale della Fortezza” (3).

 

San Tommaso precisò anche che “La fortezza si esercita quando il timore ci ritrae dalle difficoltà o quando l’audacia ci porterebbe agli eccessi: la fortezza perciò si dice repressiva del timore e moderativa dell’audacia” (4). E ancora preciso: «Inoltre è caratteristico della virtù come tale il tendere al massimo in ogni cosa. Ora, ciò che è temibile al massimo fra tutti i mali temporali è la morte, che toglie tutti i beni materiali. Per cui S. Agostino [De mor. Eccl. 1, 22] afferma che "il legame del corpo per non essere scosso e tormentato ispira il timore della pena e del dolore, e per non essere eliminato o distrutto turba l'anima col timore della morte". Per cui la virtù della fortezza ha per oggetto il timore dei pericoli di morte» (5).

 

Tuttavia, tra il resistere a un pericolo e il muoversi per attaccare, quali espressioni di fortezza, l'‘atto principale’ è la resistenza. Citando l'opinione di Aristotele "La fortezza è più preoccupata di dissipare la paura che moderare l'audacia", l’Angelico sostiene che è più difficile moderare la paura che moderare l’audacia “poiché il pericolo, che è l'oggetto del timore e dell'audacia, costituisce di per sé un freno per l'audacia, mentre accresce il timore.Ora, l'atto dell'aggredire appartiene alla fortezza quale moderatrice dell'audacia, mentre il resistere consegue alla repressione del timore. Quindi l'atto principale della fortezza non è l'aggredire, ma il resistere, cioè il restare fermi nei pericoli” (6).

 

Nell’individuare la Fortezza come una delle quattro virtù cardinali, caratterizzandola secondo il suo pensiero, l'Aquinate si ispirava alla tradizione classica greco-romana. Platone pose la fortezza tra le quattro virtù fondamentali della polis [città-stato] e dell'individuo: nella polis era la virtù della classe guerriera; nell'individuo, quella dello spirito [greco: θυμοειδές, thumoeides, ‘molto vivace’, dalla radice thumos, associato con il respiro e il sangue], parte dell'anima: "Grazie dunque a questa parte noi chiamiamo, credo, coraggioso [da ανδρειον, andreion]un individuo, il che avviene quando la sua facoltà impulsiva [θυμοειδές, thumoeides] conserva nel dolore e nel piacere il concetto, trasmessole dalla ragione, di ciò che è temibile e ciò che non lo è" (7). L'idea è forse quella di essere coraggiosi quando si sa che la paura e persino la morte non devono essere temute, se la ragione lo richiede; piuttosto ciò che si deve temere è l'opposto, cioè le lusinghe della sicurezza e del piacere.

 

Allo stesso modo Aristotele identifica la fortezza con coraggio [andreia] definendola come "il giusto significato tra l'impetuosità e la codardia" (8). Affermazione che divenne la fonte per l’Angelico allorché scrisse: "La forza si applica quando la paura ci allontana dalle difficoltà o quando l'audacia ci porta agli eccessi".

 

Possiamo quindi supporre che non vi siano differenze sostanziali nei concetti finora enunciati sulla Fortitudo, nel senso di Coraggio, espressi dai greci e dai teologi cristiani del Medioevo. Ma il cristianesimo venne ulteriormente influenzato dal pensiero ebraico prodotto dall’Antico Testamento. La religiosità ebraica pone la fortezza e ogni principio energetico nel contesto di un Dio personale, Signore della natura e della storia. Da questa visione nascono le dossologie che esaltano, assieme alla misericordia e alla generosità, la forza incontenibile del braccio di Dio: "Yahweh tuo Dio è Dio degli dei, Signore dei signori, un grande Dio, potente (Ebraico: haggibor; Vulgata: potens) e terribile" (Dt, 10.17). ‘Dio potente’ e ‘Forza di Israele’ [1 Sam. 15:29, KJV; Ebraico: nesah; Vulgata: Triumphatore] sono nomi che a lui si addicono.

 

Oltre a essere una qualità di Dio, la Forza diventa anche una dote della nazione ebraica, quando onora il suo Dio e il Messia, salvatore delle nazioni. Isaia aveva denominato il futuro Emmanuele "Dio potente" (Ebraico: Gibbon; Vulgata, Forte), sul quale "lo spirito di forza" sarebbe disceso [Ebraico: ugebura; Vulgata: fortezza] (Isaia 9: 6, 11: 2).

 

Nel cristianesimo questi attributi del Messia ebraico si riversarono su Gesù Cristo, il Messia cristiano, chiamato "spirito di fortezza". La forza del Cristo, mostrata vividamente dalla sua condotta in occasione della crocifissione, si riverbera in senso morale su tutti i cristiani, chiamati, nella Prima Lettera di Giovanni (2:14), ischyroi (forti), perché capaci di resistere alle tentazioni del Maligno, grazie alla parola di Dio che vive in loro: "Scrivo a voi, giovani, perché siete forti, e la parola di Dio vive in voi, e voi avete superato il malvagio”. Si tratta di una forza da intendersi come la capacità del perfetto cristiano di affidarsi alla ragione per risultare vittorioso sui propri istinti e sulle proprie passioni, grazie ancor più alla costanza e alla fermezza nel perseguirla. Occorre infatti ricordare che attraverso il ricorso alla ragione, la filosofia cristiana medievale cioè la scolastica, concepiva l’accettazione dei dogmi cattolici. Il perfetto cristiano, sostenuto dal ragionamento scolastico sulla vita dopo la morte, avrebbe coraggiosamente frenato la sua paura della morte, forte dell’insegnamento del Cristo.

 

Questa ulteriore forza data da Dio, si ritrova anche nella mitologia greca, dove tuttavia il dono viene limitato a un solo figlio di un dio, in particolare a Ercole, figlio di Zeus. Ciò probabilmente spiega una versione fatta per la famiglia regnante degli Sforza di Milano tra il 1460 e il 1500, che mostra Ercole in quella che fu considerata la sua prima fatica: la lotta contro il leone di Nemea (figura 1). Le sue dodici fatiche divennero il paradigma dell'eroe vittorioso contro le forze violente della natura e la brutalità dell'uomo stesso, come confermato da un Albricus non identificato in modo sicuro nel Mitografo Vaticano III (9) che le considera azioni di virtù: "[...] Ercole tamen, id est virtus, malos interficit ..." (Tuttavia Ercole, è virtù, distrugge il male…), qualità attribuite all’eroe anche da diversi umanisti, per i quali Ercole diviene simbolo dell’umanità nel suo più alto grado.

 

Il leone, in ambito cristiano, assunse significati opposti, potendo essere interpretato sia quale raffigurazione del Cristo che del Demonio. Ad esempio nel Codex Aureus (sec. IX), una miniatura carolingia raffigura i quattro evangelisti con al centro un leone su un fondo azzurro cosmico (10). Il leone è identificato con il Cristo in base alle  seguenti parole: “Questo leone, dopo aver divelto e distrutto le porte degli inferi è colui che mai dormirà in eterno”, in accordo con un’attribuzione tradizionale per il "leone della tribù di Giuda"  (Apocalisse 5: 5) che si riscontra in sculture del Cristo sui portali delle chiese romaniche come appunto ‘Leone di Giuda’. Ancora, il Salterio di Stoccarda (11) attribuisce a Gesù sulla croce le seguenti parole: "Salvami dalla bocca del leone e dagli unicorni", mentre il Salmo 91 dichiara: " Camminerai su serpenti e basilischi, schiaccerai giovani leoni e draghi”, mentre Pietro comanda (I Pietro 5: 8-9): “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare: resistetegli forti nella fede”. Se il leone può quindi essere considerato Cristo o il Diavolo,la sua identità dovrà essere valutata secondo i diversi contesti. In questo caso espresso da Albricus, Ercole assume gli abiti dell’uomo virtuoso, mentre il leone quelli del maligno, da sottomettere e vincere. Uno dei tanti casi in cui la Chiesa del tempo utilizzò immagini tratte dalle favole degli antichi per esprimere concetti di natura etica e morale.

 

Battista Mondin nell’opera Etica e Politica, scrive che «La fortezza sostiene la volontà del bene di fronte ai mali corporali fino al più grande di essi: perciò la fortezza è contro il timore dei pericoli mortali. La fortezza, in particolare è quella che si mostra in battaglia, perché allora di fronte alla morte imminente essa sostiene la volontà del bene comune contro la tentazione di salvare il bene privato della propria vita dandosi alla fuga. Fortezza, in ultima analisi, è sinonimo di coraggio e trova la sua espressione massima nel “coraggio di esistere” (P. Tillich). In questo senso la fortezza è la medicina spirituale contro l’angoscia del non senso, ossia la mancanza di significato della vita, contro la disperazione provocata dal fenomeno della morte. Il coraggio di esistere sfida l’angoscia, la nausea, la disperazione. Per il cristiano il coraggio è sostenuto dalla fede e dalla speranza, ossia dalla certezza di non trovarsi soli nel “gelido deserto della natura” (J. Monod). Il coraggio nasce dal convincimento di far parte della “communio sanctorum” ossia di una grande famiglia spirituale che ha come vincoli fondamentali l’amore e la gioia. La fortezza del cristiano non è quella aspra e rigida degli stoici, ma la serena fortezza di chi, sull’esempio di Cristo, affida il proprio essere a Dio» (12).

 

Una più antica versione di questo Trionfo, come troviamo nei Tarocchi Visconti Sforza di Yale (figura 2), mostra una fanciulla che blocca con le mani le fauci di un leone, secondo una radice iconografica riscontrabile nella narrazione biblica di Sansone e il leone di Tamna (Giudici, 14, 5). (figura 3 - Virgil Solis, xilografia, sec. XVI / figura 4 - Sansone e il leone, rilievo alla Cattedrale di Chartres). Il significato morale della Fortitudo cristiana vieni esaltata dalla fanciulla che diviene simbolo dell'intelligenza e della ragione che domina il leone, ovvero gli istinti e le passioni terrene intendendo ancor più la vittoria, tramite una serena fortezza, sulle forze maligne che ostacolano il percorso verso la salvazione. Un’interpretazione che appare alquanto evidente in quanto nessuno, tanto più una fanciulla, oserebbe affrontare un leone a mani nude. Si tratta di una figurazione frequente nella serie delle virtù, il cui primo esempio si riscontra nei rilievi che decorano le tomba di Clemente II presso la Cattedrale di Bamberg dell'anno 1247 (figura 5  - Fortitudo).  Il fatto che nella carta menzionata la fanciulla sia raffigurata seduta sopra la bestia denuncia un atteggiamento di dominio riscontrabile nei Trionfi anche nella carta della Temperanza nei Tarocchi di Alessandro Sforza (13).

 

L’immagine presente nella carta dove una donna combatte il leone si riflette anche in un emblema del Ripa: “Una donna che con una mazza simile à quella d’Hercole suffuchi un gran Leone, a’ piedi della quale sia la faretra, con le sue saette, & arco. Questa figura è cavata da una bellissima medaglia. Vedi il Pierio [Piero Valeriano] nel primo libro” (14).

 

Lo stesso Ripa, volendo rappresentare l’emblema della Fortezza sia d’animo che fisica così si esprime: “Fortezza d’Anima, & di Corpo: Donna, armata di corazza, elmo, spada, & lancia, nel braccio sinistro tenendo uno scudo, con una testa di Leone dipintavi, sopra la quale stà una mazza, ò vero clava, per questo s’intende la fortezza del corpo, & per lo capo del Leone la generosità dell’animo. E si vede così in una medaglia molto antica” (15).

 

La rappresentazione della Fortitudo con la fanciulla che blocca con le mani le fauci di un leone senza l’ausilio di una clava e in cui la forza fisica e la fortezza morale vengono ad assumere connotati equiparanti, ebbe larga diffusione nel Medioevo: ricordiamo ad esempio l’immagine della Fortitudo raffigurata nella Allegoria delle Virtù, dei Vizi e delle Arti Liberali (figura 6) presente nel codice Novella super quinque libros decretalium  di Niccolò da Bologna del sec. XIV, ora alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (16).

 

Un’ulteriore versione iconografica della “Forza / Fortezza” mostra una fanciulla accanto ad una colonna spezzata o ancora integra e in tal forma viene raffigurata nei Tarocchi di Carlo VI (figura 7). La colonna rotta deriva ancora una volta dalla vicenda di Sansone, distruttore del tempio del Dio Dagon (Giudici, 16,29), il cui coraggio consistette nell'usare la forza datagli da Dio anche a costo della propria vita.

 

Riguardo il significato della colonna integra, come troviamo ad esempio nel Tarocco Rosenwald (figura  8) e nel Tarocchino Bolognese (figura  9), il Ripa così descrive una raffigurazione della Costanza, riportata nell’edizione 1611 della sua Iconologia (figura 10): “Una donna, che con il destro braccio tenghi abbracciata una colonna, & con la sinistra mano uná spada ignuda sopra d'un gran vaso di fuoco acceso, & mostri volontariamente di volersi abbrugiare la mano, & il braccio” (17), spiegandone come segue il significato:“Et esser costante non e altro, che stare appoggiato, e saldo nelle ragioni, che muovono l'intelletto a qualche cosa” (18).

 

Mentre la costanza, come sottolinea l’Aquinate, è una condizione di ogni virtù, poiché per la virtù si richiede fermezza e tenacia nell'agire (19), la volontà della donna di sopportare il dolore del fuoco qualifica la sua azione come la virtù speciale di Fortitudo, come "fermezza dell’animo nel sopportare e affrontare circostanze in cui è sommamente difficile rimanere fermi, come accade in alcuni pericoli più gravi (20).

 

Un altro emblema del Ripa dove una donna appoggiata a una colonna si trova davanti a un altare viene spiegata come rappresentazione di ‘Sicurezza’ e di ‘Tranquillità’:  “colui che sta bene con Dio…. può sicuramente riposare” scrive il Ripa (21). A questa descrizione il Ripa fa seguire successivamente, quale raffigurazione della ‘Sicurtà’, l’immagine di una donna coronata di foglie di ulivo,  che tiene con una mano un’asta e la testa appoggiata su un braccio, che a sua volta poggia su una colonna (figura 11) a significare che la sicurezza dell’uomo consiste nella fermezza nel mantenere ogni suo stato senza il pericolo che da questo possa essere rimosso. Se da un lato le foglie di olivo esprimono la virtù che l’uomo sa preservare con onore (“virtu sapervisi conservare con honore"), l’asta "dimostra imperio", cioè la sua determinatezza, mentre la colonna la “fermezza” (22). Questa è la forza che il cristiano ottiene da Dio. In questo caso non si tratta della Fortezza come virtù cardinale, ma piuttosto la virtù generale della ‘fermezza d’animo’ condizione necessaria nel perseguire ogni virtù (23).

 

Un'altra descrizione del Ripa unisce la colonna con il leone in un'immagine alternativa di Fortezza. Questa la descrizione: “Donna, armata, & vestita di Leonato, il qual color significa Fortezza, per esser simigliante à quello del Leone; s’appoggia questa donna ad una Colonna, perché delle parti dell’Edificio, questa è la più forte, che l’altre sostiene; a’ piedi di essa figura vi giacerà un Leone, animale da gli Egittij adoperato in questo proposito, come si legge in molti Scrittori” (24).

 

Una interpretazione che ci riconduce in parte alla Forteza dei cosiddetti Tarocchi del Mantegna (figura 12). Nonostante che in quest’ ultima la colonna risulti spezzata, appaiono diverse analogie con la descrizione fornita dal Ripa, fra cui la “donna armata”, “il vestito di color lionato” (riscontrabile nel corpetto con faccia da leone indossato dalla donna) oltre alla belva che giace ai suoi piedi.

 

Nel libro degli emblemi del Ripa, il leone figura con una grande varietà di significati, alcuni risalenti ai bestiari medievali. Troviamo donne o uomini con leoni - senza azioni bellicose - per rappresentare, fra gli altri, concetti come Ambizione, Clemenza, Furia, Magnanimità, Severità, Terrore, Valore e Vigilanza (25). Ne esistono tre in cui una donna o un uomo tiene in mano le redini di un leone, intitolati ‘Etica’, ‘Dominio di se stesso’ e ‘Ragione’. Questi ultimi suggeriscono la "moderazione dell'audacia" da parte della facoltà razionale, come esprime l'Aquinate, qualificandosi quindi come esempi di Fortitude, mediante l’esibizione del proprio controllo su un pericolo percepito (26).

 

Per i successivi tre secoli, i due motivi iconografici principali della carta furono la donna con le mani sulla bocca del leone (figura 13 - Tarocco di Nicholas Conver, Marsiglia 1761, come riprodotta da Héron, Parigi) o la donna con la colonna, nella sua rappresentazione più popolare non solo toccandola, ma addirittura sostenendola con le braccia, atto che suggerisce la forza fisica della donna che priva di forza la colonna (figura 14 - Minchiate Etruria, 1725, Collezione Privata).

 

Nel XIX secolo un terzo motivo divenne caratteristica di alcuni produttori. Lo stile potrebbe essere derivato da un mazzo francese edito dopo il 1781, il cosiddetto ‘Grandpère’ (27), dove la donna venne sostituita da un uomo in evidente combattendo con il leone (figura 15 - Antichi Tarocchi Lombardi). Ritroviamo la stessa tipologia iconografica nei mazzi di K. Kumppenberg (Milano, 1807-1816), di Johann Georg Rosch (Diessenhofen, Svizzera, 1831-1838) quest’ultimo rilevato successivamente da AG Müller & Cie., Schafhausen (figura 16  - AGMüller Tarot, 1870) (28). Si tratta di Ercole o di Sansone che usano la loro superiore forza contro un nemico implacabile. Che questa versione iconografica sia diventata popolare a Milano lo suggerisce la conoscenza della precedente carta Sforza. La dinastia degli Sforza venne ricordata in quel mazzo come l'ultima volta in cui la città risultava indipendente dalle potenze straniere. Nel periodo in cui l'Italia ottenne l'indipendenza, questa versione iconografica non venne più prodotta in Italia (29).

 

Una diversa raffigurazione caratterizza la carta della Forza nei Tarocchi Rosenthal (di evidente realizzazione ottocentesca) (figura 17) dove un possente castello si configura quale ‘fortezza’ impenetrabile, assecondando una similitudine linguistica tipica della tradizione tardo medievale.

 

Note

 

1 - “...ad virtutem humanam pertinet ut faciat hominem et opus eius secundum rationem esse. Quod quidem tripliciter contingit. Uno modo, secundum quod ipsa ratio rectificatur, quod fit per virtutes intellectuales. Alio modo, secundum quod ipsa rectitudo rationis in rebus humanis instituitur, quod pertinet ad iustitiam. Tertio, secundum quod tolluntur impedimenta huius rectitudinis in rebus humanis ponendae. Dupliciter autem impeditur voluntas humana ne rectitudinem rationis sequatur. Uno modo, per hoc quod attrahitur ab aliquo delectabili ad aliud quam rectitudo rationis requirat, et hoc impedimentum tollit virtus temperantiae. Alio modo, per hoc quod voluntatem repellit ab eo quod est secundum rationem, propter aliquid difficile quod incumbit. Et ad hoc impedimentum tollendum requiritur fortitudo mentis, qua scilicet huiusmodi difficultatibus resistat, sicut et homo per fortitudinem corporalem impedimenta corporalia superat et repellit. Unde manifestum est quod fortitudo est virtus, inquantum facit hominem secundum rationem esse”. San Tommaso D’Aquino, Summa Theologiae, II-II [Seconda Parte della Seconda Parte, q. [questione] 123, a [articolo] 1.

2 - Aristotile, Etica Nicomachea, Libro 2, Capitolo 4.

3 - Gio: Battista Scaramelli, Vita della Ven. Serva di Dio Suor Maria Crocifissa Satellico, Capo XXII, In Venezia, Per Giuseppe Rosa, MDCCLXI[1761], p. 259.

4 - "Et ideo fortitudo est circa timores et audacias, quasi cohibitiva timorum, et moderativa audaciarum". Ibidem, II-II, q. 123, a. 12.

5 - “Maxime autem terribile inter omnia corporalia mala est mors, quae tollit omnia corporalia bona, unde Augustinus dicit, in libro de moribus Eccle., quod vinculum corporis, ne concutiatur atque vexetur, laboris et doloris; ne auferatur autem atque perimatur, mortis terrore animam quatit. Et ideo virtus fortitudinis est circa timores periculorum mortis. Ibid, II-II, q. 123, a. 4

6 - Respondeo dicendum quod, sicut supra dictum est, et philosophus dicit, in III Ethic., fortitudo magis est circa timores reprimendos quam circa audacias moderandas. Difficilius enim est timorem reprimere quam audaciam moderari, eo quod ipsum periculum, quod est obiectum audaciae et timoris, de se confert aliquid ad repressionem audaciae, sed operatur ad augmentum timoris. Aggredi autem pertinet ad fortitudinem secundum quod moderatur audaciam, sed sustinere sequitur repressionem timoris. Et ideo principalior actus est fortitudinis sustinere, idest immobiliter sistere in periculis, quam aggredi”. Ibid., II-IIq. 123, a. 6.

7 - Platone, Repubblica,  Libro IV, 442B-C.

8 - Aristotile, op. cit., 1107b.

9 - Maggio 1831, p.161.

10 - L'Evangeliario di Lorsch, detto anche Codex Aureus di Lorsch, vangelo miniato redatto tra il 780 e l’840, è considerato uno dei capolavori della miniatura carolingia. Attualmente in possesso della Biblioteca Apostolica Vaticana (Pal. lat. 50)-

11 - Il Salterio di Stoccarda, datato fra l’820 e 830, prodotto presso l’Abbazia di St. Germain-des-Prés a Parigi, fin dal XVIII secolo si trova alla Württembergische Landesbibliothek [Biblioteca di Stato di Württemberg] di Stoccarda, Germania.

12 - Battista Mondin, Etica e Politica, Edizioni Studio Domenicano, 2000, pp. 127-128.

13 - Si veda il saggio iconologico La Temperanza

14 - Cesare Ripa, Iconologia, In Roma, Per gli Heredi di Gio. Gigliotti, M.D.XCIII. [1593], p. 92.

15 - Ivi

16 - Ms. B42 n. f

17 - Cesare Ripa, op. cit., In Padova, Per Pietro Paolo Tozzi, M.D.CXI [1611], p. 99.

18 - Ibidem, p. 98.

19 - "Potius conditio cujus libet virtutis; quia sicut Philosophus dicit, ad virtuem requiritur firmir et immobiliter operari", Tommaso d’Aquino, op cit., quest.123, art. 2.

20 - "firmitatem animi in sussinendis, et repellendis his, in quibus maxime hard est firmitatem habere, scilicet in aliquibus periculis gravibus", Ibidem.

21 - Cesare Ripa, op. cit., Edizione 1611, p. 480.

22 - Ivi

23 - Ringraziamo Michael S. Howard per le figure 9 and 10 e la relativa discussione.

24 - Cesare Ripa, op. cit., Edizione 1593, p. 90.

25 - Per 15 esempi di leoni nell'edizione 1611, si veda:

https://books.google.com/books?id=AsZIAAAAcAAJ&q=leone#v=snippet&q = leone & f = false 

Ringraziamo Michael Howard per queste referenze.

26 - Tommaso D’Aquino, op. cit., II-II, q. 123.

27 - Stuart Kaplan, Encyclopedia of Tarot, Vol. 2, New York, U.S. Games System, 1984, pp. 336-337.

28 - Ibidem, pp. 346-347, pp. 364-365.

29 - Si ringrazia Michael S. Howard per le figure 14 e 15 e la relativa discussione.

 

 

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